XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)

Messaggio  Andrea il Ven Ott 22, 2010 7:06 am

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno C)

Sir 35, 15-17.20-22 Sal 33; 2 Tm 4,6-8.16-18; Lc 18, 9-14

Introduzione e Atto penitenziale.
Siamo tentati continuamente a condividere la superbia del fariseo, ma è solo l’umiltà del pubblicano che ottiene la salvezza. Riconosciamoci peccatori e facciamo nostra la supplica di quest’ultimo: O Dio, abbi pietà di me peccatore

Sintesi dell’omelia. Preghiamo con la colletta:

O Dio, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell'umile penetra le nubi; guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa' che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo... Il Vangelo afferma che solo l’umile è gradito a Dio, riprendendo l’insegnamento tante volte proposto nell’AT, come appare dalla prima lettura; modello di umiltà e di affidamento a Dio è Paolo nella seconda lettura.

Omelia. I - Invochiamo Dio: O Dio, tu non fai preferenze di persone
Dio è creatore e padrone di tutte le creature che egli ha fatte; sotto questo aspetto, non sarebbe sorprendente che egli avesse delle preferenze; ma egli ha voluto essere nostro Padre, e come tale ama tutti i suoi figli, li tratta tutti con lo stesso amore e li tutela tutti allo stesso modo, come un giusto giudice: Il Signore è giudice/ e per lui non c’è preferenza di persone. Si può ammettere una preferenza in Dio, ma è per le categorie più deboli e indifese: Non è parziale a danno del povero.

II – e aggiungiamo: e ci dai la certezza che la preghiera dell'umile penetra le nubi;
Dio tratta tutti allo stesso modo, ma ha un’attenzione speciale per i sofferenti: ascolta la preghiera dell’oppresso. Orfani, vedove, stranieri, sofferenti sono coloro che trovano particolare ascolto da parte sua: Non trascura la supplica dell’orfano,/ né la vedova, quando si sfoga nel lamento… La preghiera del povero attraversa le nubi/ né si quieta finché non sia arrivata; quindi anche grazie alla perseveranza nella supplica: non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto/ e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità. Chi imita Dio nel venire in aiuto dei bisognosi vedrà esaudita la propria preghiera, come quella di queste categorie: Chi la soccorre è accolto con benevolenza,/ la sua preghiera arriva fino alle nubi. La particolare inclinazione di Dio a venire incontro a queste persone non dipende tanto dalla loro ricchezza o povertà in quanto condizione sociale, ma dal fatto che essi tendono ad affidarsi totalmente a Dio; tra l’altro difficilmente avrebbero in chi confidare sotto l’aspetto umano.

Tale è anche la condizione di Paolo, ormai alla fine della sua vita. Egli scrive a Timoteo con l’animo di chi non ripone ora nessuna fiducia negli uomini, se mai l’aveva riposta: Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato, anche quelli che più gli dovevano stare vicino e per i quali chiede perdono a Dio: Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Egli sa che sta ormai alla fine della sua vita: Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Fa un bilancio della sua vita di apostolato, che può sembrare frutto di superbia e sopravalutazione di sé a chi non sa che l’umile riconosce i doni di Dio senza insuperbirsi perché li attribuisce a Lui: Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede; il vero umile ha coscienza della bontà di Dio verso di lui e ne sente la responsabilità. E sempre con spirito umile si aspetta dalla misericordia di Dio il premio per l’impegno apostolico profuso: Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; il premio è anche per tutti quelli che desiderano l’incontro col Signore nella sua seconda venuta: non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. L’umiltà di Paolo appare chiara dall’espressione: Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, in cui riconosce in Dio la sorgente del bene, non in se stesso.

L’umiltà è un sentimento che ci deve accompagnare sempre. E ancora meglio quando ci accompagna nella preghiera, giacché essa ha grande peso sul cuore di Dio.

III - supplichiamo: guarda anche a noi come al pubblicano pentito,
La misericordia di Dio è offerta a tutti, ma solo gli umili l’accettano e ne godono i frutti, come vediamo nella parabola: Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, cioè in qualche parte del cortile, entro il recinto templare, tenendosi nascosto, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, sentendo vivamente la sua situazione di colpevole, ma si batteva il petto, tutti gesti che rivelano l’umile sentire di sé davanti a Dio, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”, con una preghiera che esprime la coscienza della sua indegnità, come pure la sua fiducia nella misericordia divina.

Non godono della misericordia di Dio perché non ne sentono il bisogno e non la desiderano quelli che si ritengono giusti davanti a Dio: Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e - peggio ancora - disprezzavano gli altri; tali erano i farisei, che si ritenevano più gusti e più legalmente puri degli altri (pubblicani e peccatori): «Due uomini salirono al tempio a pregare, perché per gli ebrei il tempio era il luogo più sacro e quindi il più adatto per pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Abbiamo visto l’atteggiamento e i sentimenti umili del pubblicano; tutto l’opposto è quello del fariseo: Il fariseo, stando in piedi, posizione usuale per gli ebrei in preghiera, ma che nel contesto ha una sfumatura morale in quanto il fariseo, orgoglioso della sua giustizia, può tenere alta la testa davanti a Dio, pregava così tra sé, iniziando come al solito con una benedizione o con un ringraziamento a Yahweh:“O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Ma questa preghiera crea qualche perplessità; in effetti il ringraziamento non sorge dalla riconoscenza che il fariseo sente per quanto Dio ha compiuto in lui, come ogni pio israelita avrebbe rivelato nella sua preghiera, ma da un intimo compiacimento per tutto quello che egli, a differenza degli altri, ha compiuto in perfetta misura o conformità alla Legge; il riferimento al pubblicano sembra evidenziare al massimo la falsa pietà del fariseo: egli ha bisogno di dire a se stesso di essere il solo giusto presente nel tempio e perciò accusa o per lo meno vuole oscurare la pietà degli altri. E cerca di provare la sua superiorità sugli altri con dati tangibili: Digiuno due volte alla settimana, giovedì in ricordo della salita di Mosè sul Sinai, e il lunedì in memoria della discesa, invece di una volta all’anno come era obbligatorio per gli ebrei, e pago le decime di tutto quello che possiedo, invece di darla solo dei principali prodotti della terra; essa era per il sostentamento degli addetti al culto e per il tempio.

Alimentiamo in noi i sentimenti del pubblicano e teniamoci lontani da quelli del fariseo.

IV – e chiediamo ancora: e fa' che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia

Dio, lo dobbiamo sperimentare sempre come buono e vicino; così lo ha vissuto Paolo nei tanti momenti difficili della sua vita, e soprattutto nelle persecuzioni, come il processo subito a Roma: Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza; non si sarebbe vantato davanti a Dio e ai propri occhi se il fariseo avesse avuto coscienza che la sua capacità di fare il bene viene da Dio; Paolo avverte che Dio è intervenuto per aiutarlo: e così fui liberato dalla bocca del leone (forse il riferimento è a Nerone) e lo sostiene nella sofferenza del carcere perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero. L’Apostolo, guardando al passato, sente la sicurezza che anche nell’avvenire non gli mancherà l’aiuto concreto di Dio nelle sofferenze: Il Signore mi libererà da ogni male.

Se guardiamo al nostro passato, siamo costretti a riconoscere che il Signore è stato sempre vicino anche a noi; ma siamo così superficiali che neanche ci pensiamo.

V – e concludiamo: per essere giustificati nel tuo nome.Solo l’approvazione di Dio può rendere giusto l’uomo ai Suoi occhi. Il fariseo si riteneva santo ai propri occhi e si inganna da se stesso. Ma il giudizio di Dio, espresso da Gesù, non coincide con quello del fariseo: Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato; così la parabola si conclude con questo giudizio che stabilisce la verità sui fatti descritti: il pubblicano si allontana dal tempio giustificato, cioè perdonato dalla misericordia di Dio (Sal 51,19), il fariseo invece no. Questo perché il pubblicano, che l’ha chiesta, ha ottenuto la grazia che cancella il peccato e produce quella santificazione che l’uomo amico di Dio partecipe della natura divina. Il fariseo invece non ha cercato la grazia, illudendosi orgogliosamente di non averne bisogno; perciò non gli viene concessa.

Gesù conclude la parabola con una deduzione di carattere universale: perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato. Chi si fa grande ai propri occhi e chi si gonfia ed esalta davanti agli uomini, si attribuisce una grandezza che non ha e che l’allontana da Dio invece di avvicinarlo a Lui. Questa grandezza usurpata potrà abbagliare per poco o lungo tempo l’occhio degli uomini; ma non s’inganna l’occhio di Dio, che tutto vede e penetra nel fondo del cuore. Essa è e rimane una grandezza falsa, apparente, nebulosa; scomparirà appena il sole della verità umana o eterna incomincia a splendere con la sua luce, e il pallone gonfiato sarà ridotto alle proporzioni reali: sarà umiliato. Invece chi si sente piccolo ai propri occhi e attribuisce a Dio il bene piccolo o grande che ha e che opera, questi sarà grande agli occhi di Dio perché vive della stessa verità di Dio e partecipa anche della grandezza e della gloria di Dio. Questo gusta già Paolo: Il Signore… mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; e non a sé ma solo a Dio ne attribuisce la gloria: a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Pensiero eucaristico.
La Parola di Dio della prima parte della Messa deve servirci a metterci nella verità davanti a Dio e ai fratelli, cioè nella convinzione che siamo peccatori e deboli; così nell’Eucaristia possiamo unirci al Cristo salvatore, sperimentarne la misericordia e aprirci a ricevere la grazia e la forza per cambiare vita. Preghiamo la Vergine umilissima e S. Giuseppe, gli Angeli e Santi di ottenerci la grazia dell’umiltà e della misericordia di Dio, che sempre vi è unita.

21.10.2010 Mons. Francesco E. Spaduzzi, esorcista, 84083 Castel S. Giorgio (SA), 3288136406 francescospaduzzi@virgilio.it www.bastamare.it

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