IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

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Martedi della XIX settimana del Tempo Ordinario

Messaggio  Andrea il Lun Ago 10, 2015 8:38 am

Martedi della XIX settimana del Tempo Ordinario

VANGELO (Mt 18,1-5.10.12-14)

Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: "Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?".
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: "In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie uno solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardatevi di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti, e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda".
Parola del Signore.

OMELIA

Benché Mosé non prenderà possesso del paese di Canaan, il Signore continuerà a guidare il suo popolo. È davvero grande la figura di Mosé, che sa mettersi da parte e non rivendica diritti, ma si mostra come servo fedele e mite completamente sottomesso alla volontà di Dio. Ed ha anche tanto da insegnare, soprattutto a quanti tra noi credono di fare sempre imprese grandi, di essere insostituibili, di avere capacità carismatiche di guida e di governo e soprattutto di "direzione di coscienza". E se provassero a leggere con verità questo brano? Non che il testo evangelico sia meno impegnativo! Anzi, ciò che il brano di Matteo chiede è proprio l'opposto di quanto tali individui operano. C'è la richiesta di farsi come bambini, in quell'atteggiamento cioè di fiducia e di abbandono che essi hanno nei confronti dei genitori: abbandonarsi nelle mani di un altro ha come "conditio sine qua non" che non si sia autosufficienti e pieni di sé, che non si sia a tal punto orgogliosi da camminare come se il mondo fosse ai propri piedi. Certo, è un percorso lungo e faticoso, irto di ostacoli dati dal nostro amor proprio, ma è l'unica strada che conduce alla liberazione dalla schiavitù delle nostre passioni e all'approdo nella terra del nostro vero io. È solo facendoci da parte che scopriremo di avere vere qualità in noi stessi e di poter essere portatori di Dio e non della nostra stupida boria. (Padri Silvestrini)

Meditazione

L’espressione “regno dei cieli” non indica un luogo, ma la regalità di
Dio che si concretizza nel suo agire in favore dell’uomo. I discepoli, dunque,
si interrogano su chi è il più grande nella comunità di coloro che accolgono
questo agire salvifico di Dio. Ma Gesù sposta la loro attenzione: bisognerebbe
interrogarsi prima sul modo in cui si entra nel regno dei cieli. Pone in mezzo
a loro un bambino e svela che è necessario “voltarsi”, cambiare direzione, per
diventare come bambini, come coloro che, più di ogni altra realtà, evocano la
relazione di figliolanza, per essere tra coloro che accolgono l’agire di Dio.
Il verbo “diventare” rivela che questo cambiamento di rotta non si compie una
volta per sempre, ma coinvolge tutta la vita, e permette di entrare nella
giusta relazione con il Padre: la relazione di figliolanza. Dopo aver chiarito
come vivere il rapporto con Dio, Gesù risponde alla domanda dei discepoli
indicando come vivere quello con gli altri. Il verbo greco tradotto con “farsi
piccolo” indica l’umiltà, cioè l’atteggiamento opposto alla superbia e
all’orgoglio (Is 2,11-12.27). Dal momento che Gesù si è definito «mite e umile
di cuore» (Mt 11,29), si comprende come il cambiamento di mentalità richiesto
ai discepoli sia fondamentale, perché porta ad avere sempre più un cuore simile
a quello del proprio Maestro. La stessa Chiara d’Assisi, seguendo le orme di
Francesco dietro Gesù, nella Regola, invita le sue sorelle a osservare la
povertà e l’umiltà del Signore Gesù Cristo e di sua Madre (FF 2820). Chi ha il
cuore umile del Figlio vive relazioni da cui è bandito il disprezzo, per dare
spazio all’accoglienza, al sostegno, alla valorizzazione dell’altro e alla
sollecitudine che porta a ricercare coloro che si sono smarriti e rischiano di
perdersi.

Preghiera

«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29): chiedo al
Padre il dono dell’umiltà di cuore.

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Martedì 12 Agosto della XIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

Messaggio  annaxel il Mer Ago 12, 2015 4:44 pm



VANGELO (Mt 18,15-20)

Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.
Parola del Signore.

OMELIA

Sgorga dal comandamento dell'amore il dovere di correggere il fratello. Molti per dovere e per missione debbono assolvere a tale compito perché maestri, educatori e comunque impegnati nell'insegnamento. La chiesa tutta, sin dalle origini, per comando dello stesso Cristo, ha ricevuto il mandato di andare di annunciare e di testimoniare le verità rivelate. Così il Regno di Dio si sta estendendo sino agli estremi confini della terra. Nella vita quotidiana sperimentiamo continuamente debolezze ed errori; ciò è insito nella nostra fragile natura umana. Come è importante e salutare allora che ogni volta ci sia accanto a noi un fratello che pieno di amore intervenga a darci la salutare correzione! Occorre però da ambo le parti, in chi corregge e in chi riceve l'ammonizione, la bella virtù dell'umiltà, che ci consente di dare e di accogliere quanto viene suggerito nel modo migliore. Invocare la libertà dell'individuo per esimersi dal correggere o dal ricevere la correzione è un gravissimo errore che induce al lassismo e a gravi mancanze di carità cristiana. È intimamente legata alla correzione fraterna la legge del perdono, la capacità di sciogliere i lacci del male, i desideri di vendetta e le barriere dell'odio. Senza questa virtù dovremmo rassegnarci a vivere in continua tensione, in incessanti conflitti famigliari e di ben più ampie proporzioni, come frequentemente accade. Dovremmo essere per vocazione e per grazia, costruttori di pace perché datori di perdono. Non dovremmo mai dimenticare che Cristo si è incarnato, ha accettato la passione e la morte proprio per garantirci il perdono, per scioglierci dai lacci del male e garantirci la risurrezione finale. (San Gratiliano)

PREGHIERA SULLE OFFERTE
Accogli con bontà, Signore, questi doni che tu stesso hai posto nelle mani della tua Chiesa, e con la tua potenza trasformali per noi in sacramento di salvezza. Per Cristo nostro Signore.


Meditazione

Gesù utilizza il termine “fratello” per indicare la relazione tra i
credenti. In Mt 12,46-50, Gesù rivela che c’è un nuovo modo per costruire
legami familiari affermando: «chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei
cieli, egli è per me fratello, sorella e madre». Quindi, è questo particolare
legame con lui che crea un rapporto di fraternità tra i credenti. È proprio
alla luce del desiderio di fare la volontà del Padre che va compreso l’agire nei
confronti del fratello che commette una colpa contro di noi: lo scopo non è
ottenere giustizia, ma, condividendo il desiderio del Padre che nessuno dei
piccoli si perda (Mt 18,14), di guadagnare il fratello. Gesù propone un cammino
in cui l’azione principale è “ammonire, rimproverare”: in questo modo, si
permette alla rabbia, che alberga in chi ha subito l’ingiustizia, di
esprimersi, impedendogli di prendere stabile dimora nel cuore (Lv 19,17-18). Il
fratello che viene ammonito, però, è libero di non ascoltare. Se questo avviene
“sia per te come il pagano e il pubblicano”. Alle nostre orecchie, queste
parole rischiano di risuonare come una scomunica, come un invito a trattare il
fratello che non ha ascoltato come un estraneo. Ma, se guardiamo al modo in cui
Gesù si relaziona con pubblicani e pagani, ci rendiamo conto che la nostra
pre-comprensione è sbagliata. Proprio nel Vangelo di Matteo, il pubblicano
chiamato da Gesù è identificato con Matteo, uno dei Dodici: l’essere pubblicano
non è, dunque, qualcosa che impedisce la sequela (Mt 9,10-13). Sempre nel primo
Vangelo, Gesù presenta un centurione (8,10) e una donna cananea (15,28) come
modelli di fede per i discepoli. Dunque, la richiesta di trattare il fratello
che non ha ascoltato come un pubblicano o un pagano si trasforma in un invito
ad agire nei loro confronti come ha operato Gesù.


Preghiera

«Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt
5,44): chiedo al Signore la grazia di non chiudermi davanti a coloro che mi
hanno fatto del male.
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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

Messaggio  annaxel il Mer Ago 12, 2015 5:12 pm

La correzione fraterna è al centro di questo brano. Non condannare, ma “guadagnare” a Dio il fratello colpevole. Gesù ci spiega l’atteggiamento che dovremo adottare nei riguardi di coloro che si sono allontanati da Dio, solo quando, tutto è stato fatto e nulla e valso alla correzione fraterna, solo allora saremo in pace con noi stessi. In questo discorso rivolto alla comunità, si mette in luce l’importanza della preghiera comune, che nasce dalla certezza della presenza del Signore in mezzo a noi.
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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

Messaggio  Giovanna Maria il Mer Ago 12, 2015 8:25 pm

Gesù dice che quando una persona sbaglia di correggerlo prima con lui solo e poi con gli altri, se ascolterà sia te che loro avrà guadagnato il rispetto tuo e della comunità, in caso contrario sarà considerato un estraneo. Poi aggiunge che tutto ciò che chiederanno nel nome del Padre Suo che è nei Cieli sarà loro concesso, e che tutto ciò che legheranno in terra sarà unito anche in Cielo perchè quando si riuniscono anche in pochi nel Nome del Padre Suo anche Gesù è in mezzo a loro. 
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Giovedi della XIX settimana del Tempo Ordinario

Messaggio  Andrea il Gio Ago 13, 2015 2:39 pm

Giovedi della XIX settimana del Tempo Ordinario

VANGELO (Mt 18,21- 19,1)

Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte.
E Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: "Restituisci quello che devi!". Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò". Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?". Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.
Parola del Signore.

OMELIA

Il racconto dal libro di Giosuè ripropone la pagina certamente più epica del passaggio del Mar Rosso. Infatti, qui gli Israeliti si trovano "solo" a guadare un fiume, ma esso è il confine che li divide dalla terra promessa e dunque riveste un'importanza fondamentale per la storia di questo popolo disperso per tanti anni nel deserto. Le cose non saranno state di certo così facili, la convivenza e/o lo scontro con altre popolazioni indigene avranno senz'altro portato delle integrazioni a scapito della purezza della fede, oppure delle lotte per salvaguardarne l'integrità. Ma tutto questo ci dice ancora una volta che quella del credente è una vita in cui bisogna ricominciare sempre da capo, in cui occorre attraversare mari (o fiumi) che ci fanno agognare la terra promessa. È insomma un essere "gettati" senza sicurezze nel grande mare dell'avventura con Dio che ci provoca a scoprire sempre nuovi orizzonti, a dirigerci verso mete inesplorate, ad osare di continuo senza farci troppe domande. È il medesimo procedimento che dovremmo applicare per il perdono cristiano, così come è espresso nel vangelo. Anche questa maniera essenziale di "esserci" del cristiano, si sostanzia come una magnifica avventura, in cui si è chiamati, non solo a dare il perdono, ma ad essere segno del medesimo perdono di cui ognuno di noi è stato fatto oggetto da parte di Dio. Il perdono, però, non è qualcosa che si improvvisa dall'oggi al domani, ma cresce con il crescere della consapevolezza di essere stati amati prima di tutto noi dal Signore. E queste possono risuonare ancora una volta come belle espressioni prive di qualsivoglia contenuto. E di nuovo occorre sottolineare come il cristianesimo si vive sulla propria pelle, facendone esperienza, non è un espressione intellettuale o cultuale. Esperienza di vita. Concreta. Viva. D'ogni giorno... (Padri Silvestrini)

Meditazione

Gesù sottolinea la necessità di perdonare settanta volte sette: dal
momento che, nella Bibbia, il numero sette indica la pienezza, il sette
moltiplicato per dieci e per se stesso indica il massimo della perfezione, la
totalità. Gesù, dunque, chiede di perdonare sempre il fratello e, per spiegare
il perché di questa richiesta, presenta una parabola. Davanti alla supplica del
primo servo, che non è in grado di restituire i diecimila talenti, il re prova
compassione e gli condona tutto il debito. All’origine del perdono, dunque, c’è
la capacità di provare compassione per chi ce lo chiede. Nella Bibbia, il
termine “compassione” rimanda alle “viscere, al grembo materno”, che sono la
sede dei sentimenti: provare compassione, dunque, significa lasciarsi toccare
dalla situazione dell’altro al punto da sentire le proprie viscere vibrare in
empatia con l’altro, provando un sentimento che va dalla tenerezza, alla pietà
e alla commozione. La seconda parte del racconto riguarda il rapporto tra il
servo, che ha ricevuto il condono dal padrone, e un altro servo che ha un
debito con lui. Davanti alla supplica del debitore, che ricorda la situazione
davanti al re, il servo condonato non vuole avere pazienza e lo fa gettare in
prigione. Visto questo, altri servi vanno dal re e lo avvisano dell’accaduto e,
a questo punto, il re revoca il condono del debito che aveva concesso dicendo:
«Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di
te?». A questo punto, si comprende perché Gesù insiste sulla necessità di
perdonare sempre. Dio ci perdona, perché ha compassione di noi ogni qual volta
lo invochiamo, ma il “dono” del perdono va accolto. Perdonando di cuore il
fratello testimonio di aver accolto il perdono gratuito di Dio e di essermi
lasciato plasmare da esso.


Preghiera

«Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande
nell’amore» (Sal 103,Cool: ripetendo le parole del salmo faccio memoria del volto
di Dio e chiedo in dono un cuore sempre più simile al suo.

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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

Messaggio  Giovanna Maria il Gio Ago 13, 2015 3:21 pm

Pietro con fare molto ingenuo, chiede se bastano sette volte per perdonare il proprio fratello, e Gesù a questo punto fa una moltiplicazione: settanta volte sette, cioè sempre. E per far capire meglio questo concetto racconta la parabola di un re che aveva un servo che gli doveva diecimila talenti, una somma altissima. Il re inizialmente volle fare a modo suo ma poi quando quel servo lo supplicò decise di condonargli il debito. Questo servo era però un ingrato, quando incontrò un suo compagno che gli doveva cento denari, lo aggredì e gli intimò di restituire ciò che doveva e alle suppliche del suo compagno reagì mandandolo in carcere fino a quando non avesse restituito il suo debito. Allora gli altri servi vedendo l'accaduto informarono il re che fece chiamare al suo cospetto quel servo e lo chiamò: malvagio, perchè non aveva avuto pietà del suo compagno. Allora il re lo diede in mano ai suoi aguzzini fino a quando non avesse estinto il debito, e Gesù dice che così farà il Padre Suo che è nei Cieli, se non perdoniamo le colpe altrui.
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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

Messaggio  Andrea il Ven Ago 14, 2015 8:04 am



VANGELO (Mt 19,3-12)
Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?.
Egli rispose: Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: "Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne"? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto.
Gli domandarono: Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e di ripudiarla?.
Rispose loro: Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio.
Gli dissero i suoi discepoli: Se questa è la situazione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi.
Egli rispose loro: Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca.
Parola del Signore.

OMELIA
Se il discorso sul perdono di cui abbiamo parlato nel commento di ieri, spinge ad irrobustire la nostra fede e a viverla coerentemente, non meno esigente si mostra la richiesta di fedeltà di cui è portatore il vangelo odierno. L'episodio si inserisce all'interno di un'ennesima diatriba tra Gesù e i farisei. Questi, da rigidi custodi della legge sanno che c'è una norma, fatta risalire a Mosé, per cui è lecito ripudiare la propria moglie, ma Gesù vi si oppone decisamente facendo prevalere i diritti-doveri della persona sulla legge stessa. È la legge a servizio della persona e non questa sottomessa a quella. Nel libro di Giosuè troviamo una grande liturgia commemorativa, probabilmente una celebrazione di rinnovamento dell'Alleanza, in cui Israele fa memoria, attraverso l'ascolto, delle grandi gesta compiute da Dio in favore del suo popolo. Ascolto e Parola sono due dimensioni che troviamo in entrambe le letture. Se l'ascolto avviene come memoriale allora la Parola si attualizza: ciò che viene letto non è la storia di altre persone, ma è la mia storia, ne sono coinvolto personalmente. Così il vangelo ci indica che verso la Parola occorre una "fedeltà creativa": sappiamo quanto siano deleteri i fondamentalismi di ogni genere, specialmente dove hanno a che fare con il letteralismo. Preservare la lettera è certamente cosa buona, ma esserne ostinatamente vittime è distruttivo per sé e per gli altri. Non c'è bisogno di scandalizzarci per la rigidità dei farisei, pensiamo invece ai vari fondamentalismi, in campo religioso e non, che scorgiamo oggi in questo nostro mondo ed anche, perché no, dentro di noi! (Padri Silvestrini)


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Venerdi della XIX settimana del Tempo Ordinario

Messaggio  Andrea il Ven Ago 14, 2015 10:11 am

Venerdi della XIX settimana del Tempo Ordinario

VANGELO (Mt 19,3-12)

Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?.
Egli rispose: Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: "Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne"? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto.
Gli domandarono: Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e di ripudiarla?.
Rispose loro: Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio.
Gli dissero i suoi discepoli: Se questa è la situazione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi.
Egli rispose loro: Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca.

Parola del Signore.

OMELIA[

Se il discorso sul perdono di cui abbiamo parlato nel commento di ieri, spinge ad irrobustire la nostra fede e a viverla coerentemente, non meno esigente si mostra la richiesta di fedeltà di cui è portatore il vangelo odierno. L'episodio si inserisce all'interno di un'ennesima diatriba tra Gesù e i farisei. Questi, da rigidi custodi della legge sanno che c'è una norma, fatta risalire a Mosé, per cui è lecito ripudiare la propria moglie, ma Gesù vi si oppone decisamente facendo prevalere i diritti-doveri della persona sulla legge stessa. È la legge a servizio della persona e non questa sottomessa a quella. Nel libro di Giosuè troviamo una grande liturgia commemorativa, probabilmente una celebrazione di rinnovamento dell'Alleanza, in cui Israele fa memoria, attraverso l'ascolto, delle grandi gesta compiute da Dio in favore del suo popolo. Ascolto e Parola sono due dimensioni che troviamo in entrambe le letture. Se l'ascolto avviene come memoriale allora la Parola si attualizza: ciò che viene letto non è la storia di altre persone, ma è la mia storia, ne sono coinvolto personalmente. Così il vangelo ci indica che verso la Parola occorre una "fedeltà creativa": sappiamo quanto siano deleteri i fondamentalismi di ogni genere, specialmente dove hanno a che fare con il letteralismo. Preservare la lettera è certamente cosa buona, ma esserne ostinatamente vittime è distruttivo per sé e per gli altri. Non c'è bisogno di scandalizzarci per la rigidità dei farisei, pensiamo invece ai vari fondamentalismi, in campo religioso e non, che scorgiamo oggi in questo nostro mondo ed anche, perché no, dentro di noi! (Padri Silvestrini)

Meditazione

I farisei chiedono a Gesù, con l’intento di metterlo alla prova, se è
lecito per un uomo ripudiare la moglie per qualsiasi motivo: la domanda
evidenzia come non sia in discussione la liceità del divorzio, ma le condizioni
per le quali lo è. A quel tempo vi erano due scuole di pensiero: quella più
rigorista affermava che si poteva sciogliere il matrimonio solo in caso di una
grave colpa commessa dalla donna, come l’adulterio; quella più liberale
permetteva lo scioglimento per qualsiasi motivo. Gesù risponde rifacendosi alle
Scritture per richiamare l’intenzione originaria del Creatore: l’uomo e la
donna sono chiamati a diventare una sola carne. In sintonia con la volontà del
Padre, dunque, ribadisce che l’uomo non può dividere ciò che Dio ha congiunto.
A questo punto, i farisei si rifanno alle parole di Mosè che ha ordinato di
dare l’atto di ripudio. Gesù svela che la contraddizione tra l’intenzione
originaria del Creatore e le parole di Mosè si comprende alla luce della
durezza del cuore degli uomini: a causa di essa, Mosè ha permesso, non
ordinato, il ripudio. Ma, dal momento che all’origine non era così, ecco che
chi ripudia la moglie e sposta un’altra donna commette adulterio. Le parole di
Gesù lasciano di stucco i suoi discepoli che arrivano ad affermare come sia
meglio non sposarsi se questa è la situazione tra uomo e donna. Gesù approfitta
di questa asserzione per ribadire come comprendere la sua parola non sia
semplice, perché è necessario un passo ulteriore. Il riferimento alla realtà
degli eunuchi viene normalmente collegato alla realtà del celibato, ma il
contesto del matrimonio sembra suggerire di vedere in coloro che scelgono di
essere eunuchi per il regno dei Cieli, gli uomini e le donne che, per rimanere
fedeli alla realtà del matrimonio indissolubile, rinunciano a sciogliere le
loro nozze e a contrarre un nuovo matrimonio, vivendo nella continenza. Le
parole di Gesù sul matrimonio, dunque, possono essere accolte solo da coloro
che riconoscono la priorità della realtà del regno di Dio su tutto il resto.


Preghiera

«Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore» (Ger
31,33): chiedo al Signore di scrivere sul mio cuore la sua parola, perché
orienti la mia volontà.[/b]

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Feata della assunzione della Beata Vergine Maria

Messaggio  Andrea il Sab Ago 15, 2015 8:38 am

Feata della assunzione della Beata Vergine Maria

VANGELO (Lc 1,39-56)

Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente: ha innalzato gli umili.
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto.
Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore".
Allora Maria disse: L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre.
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Parola del Signore.

OMELIA

La festa dell'Assunzione è purtroppo nota ai più solo come "Ferragosto", ma è la più importante tra quelle della Madonna: celebra il mistero della nostra risurrezione che nella persona di Maria (la sola tra tutti!) è già avvenuto. E' come celebrare quindi la nostra pasqua, ciò che in noi deve ancora avvenire e che avverrà, dunque è la nostra festa, la festa di ciò che saremo. Maria è entrata con il corpo nella vita divina, nella gloria; vive già da ora la vita di risorta.
Questa festa è antichissima anche se la proclamazione del dogma dell'assunzione risale solo al 1950. Ma perché è stata fissata il 15 Agosto?
Basta guardarsi attorno. L'estate è al culmine, i colori sono al massimo della loro densità: le rose, i girasoli, il blu del mare, il verde delle foreste. È tutto molto intenso ... si potrebbe dire che più di così ... si muore. La natura infatti muore, sfiorisce, ma solo perché è arrivata alla sua pienezza; muore sì, ma per consumazione, per pienezza di vita. La vediamo quasi "sfatta", ma solo per il suo eccesso di fioritura.
La festa di oggi ci vuole dire anche un po' questo: Maria è colei che ha vissuto appieno la sua vita in Cristo.
Sempre e ovunque ci si imbatterà su Maria che tiene in braccio il bambino: è la rappresentazione che prende nome di Theotokos, la madre di Dio. Maria è anzitutto questo: il trono di Gesù, luogo dell'ostensione, un supporto per lui, è il suo corpo e infatti solitamente lei è raffigurata enorme e lui piccinissimo. Lei è la visibilità di Gesù e questo, in fondo, è il ruolo della chiesa.
Solo dal XIII secolo in poi Maria viene raffigurata sempre più da sola, senza il bambino. Questo riflette un cambiamento anche della mariologia e della pietà mariana: è infatti da questo momento che inizia la degenerazione di questa figura e del suo messaggio, così importante per ogni cristiano.
Solo in riferimento a Cristo, infatti, Maria ha senso. Solo in quanto Madre di Dio, vera credente, arca dell'alleanza, tenda del convegno, immagine del popolo di Dio, sposa, figlia, corpo di Cristo, sua visibilità, luogo visibile dell'ostensione di qualcosa che è sempre tanto piccolo. Solo così si comprende davvero questa maestosa figura.
Quando invece la si staccherà da questo mistero, non la si comprenderà più. Quando infatti, e saranno molte le omelie a farlo oggi, si parla delle sue grandi virtù, della sua esperienza, di quello che faceva, di quanto ha gioito o sofferto, semplicemente non si sa cosa si dice, perché il vangelo tace completamente su tutto questo. La sua esperienza è stata la sua, originale e particolarissima quanto può esserlo la mia e la tua, tanto più quella di Maria fu la sua come quella di nessun altro.
Se sia stata una donna esemplare o una "madre snaturata" non ne sappiamo poi gran che. Certo ha vissuto in modo quanto mai vicino e inaudito l'esperienza della fede e in questo ci è davvero madre e modello. Ma più ancora: guardando a lei dovremmo vedere cosa accade a noi: impariamo a vederla come sorella. (a cura delle Benedettine del Monastero di San Luca Fabriano)

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Feata della assunzione della Beata Vergine Maria

Messaggio  Andrea il Sab Ago 15, 2015 8:39 am

Feata della assunzione della Beata Vergine Maria

VANGELO (Lc 1,39-56)

Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente: ha innalzato gli umili.
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto.
Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: "Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore".
Allora Maria disse: L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre.
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Parola del Signore.

OMELIA

La festa dell'Assunzione è purtroppo nota ai più solo come "Ferragosto", ma è la più importante tra quelle della Madonna: celebra il mistero della nostra risurrezione che nella persona di Maria (la sola tra tutti!) è già avvenuto. E' come celebrare quindi la nostra pasqua, ciò che in noi deve ancora avvenire e che avverrà, dunque è la nostra festa, la festa di ciò che saremo. Maria è entrata con il corpo nella vita divina, nella gloria; vive già da ora la vita di risorta.
Questa festa è antichissima anche se la proclamazione del dogma dell'assunzione risale solo al 1950. Ma perché è stata fissata il 15 Agosto?
Basta guardarsi attorno. L'estate è al culmine, i colori sono al massimo della loro densità: le rose, i girasoli, il blu del mare, il verde delle foreste. È tutto molto intenso ... si potrebbe dire che più di così ... si muore. La natura infatti muore, sfiorisce, ma solo perché è arrivata alla sua pienezza; muore sì, ma per consumazione, per pienezza di vita. La vediamo quasi "sfatta", ma solo per il suo eccesso di fioritura.
La festa di oggi ci vuole dire anche un po' questo: Maria è colei che ha vissuto appieno la sua vita in Cristo.
Sempre e ovunque ci si imbatterà su Maria che tiene in braccio il bambino: è la rappresentazione che prende nome di Theotokos, la madre di Dio. Maria è anzitutto questo: il trono di Gesù, luogo dell'ostensione, un supporto per lui, è il suo corpo e infatti solitamente lei è raffigurata enorme e lui piccinissimo. Lei è la visibilità di Gesù e questo, in fondo, è il ruolo della chiesa.
Solo dal XIII secolo in poi Maria viene raffigurata sempre più da sola, senza il bambino. Questo riflette un cambiamento anche della mariologia e della pietà mariana: è infatti da questo momento che inizia la degenerazione di questa figura e del suo messaggio, così importante per ogni cristiano.
Solo in riferimento a Cristo, infatti, Maria ha senso. Solo in quanto Madre di Dio, vera credente, arca dell'alleanza, tenda del convegno, immagine del popolo di Dio, sposa, figlia, corpo di Cristo, sua visibilità, luogo visibile dell'ostensione di qualcosa che è sempre tanto piccolo. Solo così si comprende davvero questa maestosa figura.
Quando invece la si staccherà da questo mistero, non la si comprenderà più. Quando infatti, e saranno molte le omelie a farlo oggi, si parla delle sue grandi virtù, della sua esperienza, di quello che faceva, di quanto ha gioito o sofferto, semplicemente non si sa cosa si dice, perché il vangelo tace completamente su tutto questo. La sua esperienza è stata la sua, originale e particolarissima quanto può esserlo la mia e la tua, tanto più quella di Maria fu la sua come quella di nessun altro.
Se sia stata una donna esemplare o una "madre snaturata" non ne sappiamo poi gran che. Certo ha vissuto in modo quanto mai vicino e inaudito l'esperienza della fede e in questo ci è davvero madre e modello. Ma più ancora: guardando a lei dovremmo vedere cosa accade a noi: impariamo a vederla come sorella. (a cura delle Benedettine del Monastero di San Luca Fabriano)

Meditazione


Dopo le parole pronunciate all’angelo Gabriele, Maria non ha condiviso
con nessuno l’esperienza appena vissuta. Ora, in Elisabetta trova una persona
che, sotto l’azione dello Spirito Santo, le dice ciò che è avvenuto in lei
(«benedetto il frutto del tuo grembo») e il senso di ciò che le è accaduto
(«madre del mio Signore»). Le ultime parole di Elisabetta suonano strane,
perché parla in terza persona singolare: in questo modo, Maria diventa un
modello da imitare e la beatitudine che la riguarda diventa la beatitudine che
svela su cosa si fonda la vita di ogni uomo e di ogni donna di fede. Maria ha
creduto nell’adempimento della parola che il Signore le ha rivolto, ha creduto
che, davvero, nulla è impossibile a Dio: è questo atto di fede che dona quella
beatitudine, quella felicità profonda, interiore, che porta il “gusto di Dio”.
Maria esce dal silenzio e il modo in cui parla di Dio e di se stessa rivela
come lei legge l’esperienza che ha vissuto. Tutto è sintetizzato nell’immagine
di Dio che volge lo sguardo verso la sua “bassezza”, verso di lei creatura
fragile e limitata. Questo è ciò che spinge Maria a magnificare il Signore e a
esultare in lui, suo Salvatore. Facendo eco alle parole di Elisabetta,
riconosce che tutte le generazioni la chiameranno beata, ma non per ciò che lei
ha fatto, ma per le grandi opere che l’Onnipotente, il Santo ha compiuto per
lei. Contemplando questo incontro, scopriamo, dunque, cosa sta a fondamento
della “beatitudine”: le grandi cose che Dio fa per noi, spinto dalla sua
misericordia; la nostra risposta di fede, che ci apre a questo agire divino e
ci lascia plasmare da lui.


Preghiera

«L’anima mia magnifica il Signore» (Lc 1,46): innalzo la mia lode a Dio
per ciò che ha fatto per me.

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Domenica XX del Tempo Ordinario

Messaggio  Andrea il Dom Ago 16, 2015 8:38 am

Domenica della XX settimana del Tempo Ordinario

VANGELO (Gv 6,51-58)

La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse alla folla: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: Come può costui darci la sua carne da mangiare?.
Gesù disse loro: In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.
Parola del Signore.

OMELIA
Oggi Gesù giunge al cuore della sua catechesi, sul pane di vita. Giunge al massimo e fa una grande rivelazione: chi ha fede in lui, in Gesù, come inviato dal Padre, come messia, non solo crederà in lui, non solo professerà la fede in lui, ma si nutrirà di lui, mangerà il suo corpo, berrà il suo sangue. E nell'antichità più o meno lontana, ci sono stati dei personaggi che insegnarono che Gesù pensava solo in termini simbolici, che non si trattava del vero suo corpo ma solo del pane che simboleggiava il corpo... del vino che "non è" suo sangue ma che "significa" suo sangue... Tutte queste teorie sono state sempre condannate dalla chiesa perché Gesù parla molto chiaramente, usa i verbi "mangiare", "bere", gli stessi che venivano usati per mangiare, bere un pranzo o una cena.
E i discepoli, sentendolo parlare così, sentendo che dovranno mangiare il corpo del Maestro, bere il sangue di Gesù, sicuramente sono rimasti perplessi, e non solo loro... Si sono quasi scandalizzati. Dicono: come lui può darci il suo corpo (la sua carne) da mangiare? Probabilmente anche noi ci saremmo scandalizzati, se non avessimo l'esperienza di Cristo risorto, con il suo vero corpo, risorto. Ecco, ciò che il Signore vuole dirci oggi è quel suo antico ma mai spento desiderio, abitare in mezzo agli uomini che egli ama, di farsi, diventare, egli stesso cibo, non come la manna del deserto, il cibo per il cammino verso la pienezza della vita, che uomo può trovare solo in lui. Già nella prima lettura, dal Libro dei Proverbi leggiamo dei preparativi. La sapienza che costruisce la casa, che imbandisce la tavola, che invita i commensali: venite e mangiate il mio pane, venite e bevete il mio vino. Ciò che leggiamo qualche secolo prima di Gesù viene applicato proprio a lui, a Cristo. È lui la sapienza eterna del Padre... Sappiamo allora chi è che invita... Ma potremo chiederci: chi sono gli invitati?, chi sono i commensali della sapienza? Per essere invitato, per essere idoneo a ricevere il suo invito alla festa, sono indispensabili, sono necessarie alcune condizioni: la consapevolezza di non possedere la sapienza... di non avere il discernimento..., di non avere l'intelligenza per percorrere la via della vita con le proprie forze... Il cuore dell'uomo deve essere aperto a Dio, al desiderio di Dio e non presuntuoso di sapere tutto e di saper fare tutto da solo. Solo colui che sente dentro di sé la fame di Dio, il desiderio di Dio, può essere invitato, può essere sfamato da lui. Domandiamoci: quante volte abbiamo cercato di costruire sulla nostra sapienza, come sono finite queste prove, questi tentativi? Che cosa abbiamo costruito? La Scrittura dice: �se il Signore non costruisce la casa invano vi faticano i costruttori... E Gesù ci ripete ancora: �chi mangia la mia carne, chi beve il mio sangue, dimora il me e in lui. Colui che mangia di me, vivrà per me.... Chiediamo ora al Signore, perché la nostra vita testimoni sempre la verità di queste parole, che noi viviamo per lui, a causa di lui, e che insieme a tutti i cristiani sappiamo ricevere Gesù. E non solo nel pane eucaristico, ma riceverlo anche nel malato, nel bisognoso, nel povero, nel sofferente... (Padri Silvestrini)

Meditazione

In quest’ultima parte del discorso di Gesù scompaiono il verbo “credere”
sostituito da “mangiare e bere” e l’espressione “pane del cielo” sostituita da
“carne e sangue”. “Carne e sangue” rimanda alla persona di Gesù che si dona: è
questo il cibo che siamo invitati a mangiare, a fare nostro, perché ci doni “la
vita eterna”. Questa espressione evoca subito in noi la realtà della vita dopo
la morte, ma non è questo il significato che gli attribuisce Gesù. Egli,
infatti, per due volte parla di chi mangia la sua carne e beve il suo sangue:
nel primo caso, la conseguenza di questo gesto è avere la vita eterna, con il
verbo “avere” al presente, non al futuro; nel secondo, invece, il dono è il
rimanere di colui che mangia in Gesù e di quest’ultimo in lui. Dunque, il dono
della vita eterna è questo rimanere reciproco tra Gesù e il credente. Questa
“vita eterna” rispecchia la vita trinitaria in cui il Figlio vive “a causa, a
motivo” del Padre: il credente, che fa sua la vita donata da Gesù, entra in
questa logica vivendo “a causa, a motivo” del Figlio. Chi ha un po’ di
dimestichezza con il Vangelo di Giovanni, non potrà non ricordare che questa
realtà del “rimanere” viene ribadita da Gesù durante i discorsi dell’ultima
cena, in cui afferma: «Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto,
perché senza di me non potete fare nulla. […] Se rimanete in me e le mie parole
rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto» (15,5.7). Come
singoli e come comunità cristiana, spesso ci interroghiamo su come essere
testimoni credibili del Vangelo. La parola di Gesù ci indica la strada:
rimanere in lui e lasciare che egli rimanga in noi. Questo è possibile
mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, cioè facendo nostra la sua vita
donata e lasciando che la sua parola rimanga in noi.


Preghiera

«A chi cerca il Signore non manca alcun bene» (Sal 34,11): ripetendo le
parole del salmo, lascio crescere in me la fiducia nel Signore.

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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

Messaggio  Andrea il Lun Ago 17, 2015 8:35 am

Lunedi della XX settimana del Tempo Ordinario

VANGELO (Mt 19,16-22)

Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?. Gli rispose: Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Gli chiese: Quali?
Gesù rispose: Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso. Il giovane gli disse: Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?. Gli disse Gesù: Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!.
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.

Parola del Signore.
[//b]

OMELIA
Il passo dal libro dei Giudi[b]VANGELO (Mt 19,16-22)
Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?. Gli rispose: Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Gli chiese: Quali?.
Gesù rispose: Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso. Il giovane gli disse: Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?. Gli disse Gesù: Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!.
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.
Parola del Signore.
ci, la cui lettura inizia oggi e si protrarrà per quattro giorni, narra le vicende del popolo di Israele nella terra di Canaan. Esso si contamina con gli idoli delle popolazioni indigene tanto da provocare l'ira del Signore. Benché Dio susciti degli uomini, i giudici, che richiamano al rispetto dell'alleanza, gli Israeliti non tramandano più la fede dei loro padri, i quali avevano obbedito ai comandi del Signore. La fede è una "memoria", che si trasmette e richiede sì coloro che annunciano, ma anche chi ascolta e accoglie. Lapalissiano, viene da dire! Vero, ma non sempre esistenzialmente consequenziale, anche quando si hanno tutte le buone disposizioni. Il racconto evangelico, ad esempio, esprime una situazione del genere. C'è un giovane che si accosta a Gesù pieno di entusiasmo, per ricevere una parola di salvezza. È, da quello che si arguisce e da ciò che dice, un pio israelita, distante quindi dai comportamenti di infedeltà visti nella prima lettura. Egli vuole la vita eterna, la ricerca nell'osservanza della legge, ma l'insoddisfazione lo conduce al rabbì di Nazareth. Però la risposta che ne riceve lo colma di tristezza. Questa consiste in una richiesta radicale, in una spogliazione totale da ciò che "quel tale" possedeva. Ascoltare e accogliere non sono la medesima cosa. Ci si può dedicare alla preghiera, alla lectio divina, a pratiche di pietà, si può anche essere moralmente e "religiosamente" osservanti, ma se alla base non c'è un atteggiamento di povertà esistenziale, una coscienza della grandezza e provvidenza di Dio che ci sostiene, "perché egli sa di cosa abbiamo bisogno", non si è pronti a possedere le ricchezze dell'alleanza con Dio. Israele, nel libro dei Giudici, benché arrivato nella terra promessa, non riesce a gustarne i frutti, così ciascuno di noi, può credere di essere nel Regno di Dio, come spesso ci sentiamo dire, ma non riuscire a viverlo in pienezza: i vari idoli impediscono di usufruirne. (Padri Silvestrini)


Ultima modifica di Andrea il Lun Ago 17, 2015 2:33 pm, modificato 5 volte

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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

Messaggio  annaxel il Lun Ago 17, 2015 1:44 pm

L‘incontro di Gesù con un giovane molto ricco, rivela come tutti siamo chiamati, seppure in modi diversi. Il seguire Gesù va ben oltre l’osservanza del Decalogo; la <perfezione> non è un ideale proposto a pochi eletti, ma seguire Gesù vuol dire rinunciare a ciò che ci è più caro, il lasciare tutto per il Signore è una realtà che porterà frutti cento volte di più; perché, soltanto il Signore, è capace di salvare.
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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

Messaggio  Andrea il Mar Ago 18, 2015 7:56 am

Martedi della XX settimana del Tempo Ordinario

VANGELO (Mt 19,23-30)

È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.
A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: Allora, chi può essere salvato?. Gesù li guardò e disse: Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile.
Allora Pietro gli rispose: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?. E Gesù disse loro: In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi.
Parola del Signore.

OMELIA

La prima parte del vangelo continua il discorso sulla ricchezza; diventando ancora più drastico Gesù dice che nessun ricco potrà salvarsi. Naturalmente si tratta di un confidare in se stessi, un porre a fondamento della propria esistenza le ricchezze e i beni che si possiedono. Nella seconda parte, rispondendo all'obiezione dei discepoli sull'impossibilità di salvarsi e sulla ricompensa che riceveranno quanti lo seguono, Gesù fa un discorso altisonante. Ma ve lo immaginate Gesù che parla a questi poveracci dei discepoli e dice loro che devono sedere a giudicare le dodici tribù di Israele? Suvvia, un po' di buon senso! Questi erano pescatori, gabellieri, qualche combattente armato, insomma c'erano tutte le categorie meno considerate o più odiate, e Gesù di Nazareth che fa? Dice loro che seduti sul trono giudicheranno niente di meno che Israele! Dopo duemila anni di cristianesimo e di iconografia trionfalistica, noi possiamo pure passarci sopra con noncuranza. Ma la realtà non deve essere stata così semplice. Questi poveretti nella loro vita alla sequela del Risorto non vedranno che stenti e persecuzioni e non certo ermellini, troni e popoli prostrati. Andranno avanti per fede e per fede riceveranno la corona della gloria. Ma, su questa terra avranno solo fatica e persecuzione. Dio li ha scelti, nonostante tutto e nonostante tutto la loro predicazione ha raggiunto gli estremi confini della terra. Il Signore si serve di mezzi che noi non riusciamo davvero a sospettare e ne fa opere grandi di salvezza. È ciò che compie con Gedeone quando lo sceglie come giudice; l'obiezione che egli pone sembra più che corretta umanamente: Signor mio, come salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera di Manasse e io sono il più piccolo nella casa di mio padre. La risposta a questo interrogativo sta nel racconto che segue, ma la più semplice è che solo il Signore salva e che noi ne siamo solo testimoni e annunciatori. (Padri Silvestrini)


[color=#99000MeditazioneM

Per comprendere perché la ricchezza può essere un impedimento, è utile
ricordare quanto affermato da Gesù in Mt 7,21: entreranno nel regno dei cieli
coloro che fanno la volontà del Padre. Dunque, la ricchezza diviene un
impedimento quando chiude l’uomo in se stesso, distogliendolo dal compiere la
volontà del Padre. Gesù ricorda che essere salvati non è possibile agli uomini,
non dipende dalle loro forze, ma solo da Dio: lui può salvare anche un ricco.
Può essere utile chiedermi in chi cerco salvezza, soffermarmi a scoprire se
cerco veramente in Dio la salvezza, o se, invece, la cerco nei miei beni, nelle
persone, nel lavoro, nel successo. Pietro chiede cosa avranno in cambio loro
che hanno lasciato tutto e lo hanno seguito. La risposta di Gesù risuona in
modo diverso all’orecchio di coloro che hanno effettivamente scelto di lasciare
tutto consacrando la propria vita a Gesù, e all’orecchio di chi, invece, segue
Gesù non lasciando la propria famiglia, i propri beni, il proprio lavoro. I
primi potranno fare memoria di tutte le volte in cui, nella loro vita, hanno
visto realizzarsi la promessa del centuplo. I secondi potrebbero sentirsi
esclusi da questa promessa, arrivando a sentire i legami familiari, gli impegni
di lavoro, i loro beni come un impedimento. Forse, un’altra frase di Gesù può
venire loro in aiuto: «Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete
bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte
queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,32-33). Alla fine, ciò che conta
è cercare il regno di Dio e la sua giustizia, e questo, ovviamente, può essere
fatto anche quando non si lasciano effettivamente la famiglia e i beni.


Preghiera


«Ma io confido in te, Signore; dico “Tu sei il mio Dio, i miei giorni
sono nelle tue mani”» (Sal 31,15-16): attraverso le parole del salmo, alimento
il mio desiderio di confidare solo in Dio.

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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

Messaggio  annaxel il Mer Ago 19, 2015 10:27 am

Gesù invita il giovane ricco a lasciare tutto per seguirlo, ma il giovane pur rispettando i comandamenti se ne va in silenzio…..
Gesù trova in questo rifiuto l’occasione di ammonire il popolo, che le ricchezze sono un ostacolo alle esigenze del Regno. Sono parole forti, tanto che i discepoli chiedono al Signore : chi può essere salvato?.
Chi segue Gesù non resterà deluso, chi avrà la forza di restargli fedele fino alla fine riceveranno la più grande delle ricompense:< la vita eterna
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Mercoledi della XX settimana del tempo ordinario

Messaggio  Andrea il Mer Ago 19, 2015 2:04 pm

Mercoledi della XX settimana del tempo ordinario

VANGELO (Mt 20,1-16)

Sei invidioso perché io sono buono?

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò". Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?". Gli risposero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Ed egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna".
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi". Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo".
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?".
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi.

Parola del Signore.

OMELIA

Una favola per dire che ad Israele non serve un re e una parabola per cacciare l'invidia. L'atteggiamento antiregale di Israele è noto e di esso si faranno portavoce soprattutto i profeti. Solo il Signore è re. Scelte alternative portano unicamente ad "un rovo", mettersi alla sua ombra può costare caro, poiché non è né sicuro, né dà refrigerio nella calura. Fuor di metafora, anzi di favola, Iotam non ne vuole proprio sapere di altri re all'infuori del Signore. Nella parabola evangelica, nota e super commentata, il padrone si comporta stranamente; infatti chi darebbe mai il medesimo salario ad uno che lavora un'intera giornata e ad un altro che invece ha lavorato solo un'ora? E allora in questa parabola c'è qualcosa che doveva rodere la prima comunità, per cui l'autore del vangelo di Matteo si sforza, tramite essa, di dirimere una controversia sorta tra i credenti. E molto probabilmente essi sono da ricercarsi proprio tra quegli ebrei convertiti che mal sopportavano di essere trattati alla pari dei "gentili". Insomma, un po' di rispetto per la "nobile discendenza"! Pare di sentirli, come sembra sentire tanti cristiani che ancor oggi ricercano "primi posti", proprio perché sono arrivati per primi. Lo si è detto altre volte, Dio ha un metro di misura diverso dal nostro, e poi vorrà pur dire qualcosa il fatto che vive nell'eternità e non nella dimensione temporale! Il cristiano ha il dovere di accogliere l'altro al di là di qualsiasi pregiudizio e soprattutto di qualsivoglia invidia. Meno si dà spazio a questo sentimento e più si è disponibili a vedere i valori positivi che sono nell'altro. (Padri Silvestrini)

MEDITAZIONE


Nella prima parte del racconto, il padrone si impegna a dare ai nuovi
lavoratori quello che è giusto, suscitando la curiosità di scoprire in cosa
consiste questo “giusto”; continua ad uscire a cercare operai, anche alle
cinque, quando ormai la giornata lavorativa sta giungendo al termine. Con gli
ultimi braccianti c’è un dialogo da cui emerge che sono lì senza far niente non
perché siano pigri, ma perché nessuno li ha presi a lavorare. Il padrone li
manda nella sua vigna senza dire niente dell’eventuale paga. A fine giornata,
chiede al fattore di iniziare a pagare partendo dagli ultimi. In questo modo, i
primi braccianti hanno la possibilità di vedere quanto gli altri sono pagati e
di formulare un pensiero che svela cosa è per loro una paga “giusta”: ricevere
più degli altri, perché hanno lavorato di più. Ma l’idea del padrone è diversa.
In risposta alla mormorazione, rivela di aver dato loro “quello che è giusto”,
cioè quello che avevano concordato, e manifesta il vero problema: la sua bontà che,
prima, lo spinge ad accogliere anche quei braccianti che, alle cinque del
pomeriggio, nessuno aveva ancora chiamato; bontà che, ora, fa sì che dia a
tutti la stessa paga. Questa parabola ci dona una chiave di lettura per
riuscire ad agire contro le mormorazioni verso Dio. Quando ci ritroviamo
davanti al Signore accusandolo di essere ingiusto, possiamo sentire rivolte a
noi le parole del padrone: «non posso fare delle mie cose quello che voglio?»;
possiamo scegliere di fare memoria dei doni che il Signore ci ha elargito e che
“l’occhio malvagio” ora ci impedisce di vedere; possiamo lodare il Signore,
perché è buono e non si stanca di andare a cercare gli ultimi, quelli che
nessuno vuole.

PREGHIERA

«Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non
sono le mie vie» (Is 55,Cool: chiedo al Signore la grazia di lasciarmi stupire
dal suo agire.


Ultima modifica di Andrea il Gio Ago 20, 2015 8:44 am, modificato 1 volta

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Giovedi della XX settimana del Tempo Ordinario

Messaggio  Andrea il Gio Ago 20, 2015 8:31 am

Giovedi della XX settimana del Tempo Ordinario


VANGELO (Mt 22,1-14)

Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù riprese a parlare in parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: �Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: "Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!". Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: "La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze". Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: "Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?". Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: "Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti".
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti�.
Parola del Signore.

OMELIA

Due episodi sconcertanti e strani: l'uno ci presenta Ièfte che, per tenere fede ad un voto fatto, offre in olocausto la propria figlia e l'altro un re il cui invito ad un pranzo di nozze viene rifiutato da tutti. Se il primo è plausibile, il secondo è iperbolico. Mentre nel brano tratto dai Giudici, il sacrificio umano, seppure fa inorridire, ha una sua spiegazione con una certa contaminazione che Israele ha ricevuto in trecento anni di convivenza con le popolazioni indigene e con un perverso senso religioso, che promette ciò che Dio stesso proibisce, nel vangelo c'è una trama surreale che ci fa stare a disagio, che ci fa come compatire e compiangere questo re tanto bistrattato. Fuor di metafora, tutti noi sappiamo qual è il senso di questa parabola: se Israele rifiuta l'invito di Dio, Egli inviterà altri. Alla fine del racconto vi è l'episodio ermetico dell'invitato senza la veste nuziale: anche coloro che accolgono l'invito, possono non dimostrarsi all'altezza di tanto onore. Se la prima parte la rivolgiamo agli Israeliti, la seconda dovremmo cercare di applicarla a ciascuno di noi. Possiamo infatti, benché invitati non essere degni del dono ricevuto. Cerchiamo di riscoprire in questa giornata il nostro Battesimo, non solo la gratuità con cui ci è stato donato, ma la grandezza della dignità che in esso abbiamo ricevuto. Un'ultima annotazione sulla prima lettura: Iefte, si badi bene, riceve lo spirito del Signore, ma questo non gli impedisce di fare e di adempiere quel voto empio. La scelta da parte di Dio di una persona, non preserva questa da errori. Nessuno è infallibile, è vero, anche se talvolta dovremmo esercitare il buon senso che ci indurrebbe a non compiere tante idiozie. (Padri Silvestrini)

MEDITAZIONE

Perché ci sia una bella festa di nozze è necessario che ci siano gli
invitati: per questo, il re, per ben due volte, manda i servi a chiamare gli
invitati. La seconda volta ci viene svelato anche il contenuto dell’invito in
cui si fa leva sulla magnificenza del banchetto. Invece di percepire come un
onore l’essere invitati alle nozze del figlio del re, questi uomini
preferiscono continuare a prendersi cura delle proprie cose, arrivando ad
uccidere i servi. Eppure, questo rifiuto non ferma il desiderio del re di
condividere con altri la gioia delle nozze: decide di manda a chiamare tutti quelli
che si trovano per le strade, cattivi e buoni, e la sala si riempie. Questa
prima parte della parabola suscita speranza, perché ci mostra un Dio che non si
stanca di cercare persone disposte ad accogliere il suo invito, che non
rinuncia al suo desiderio di entrare in una relazione di comunione e di gioia
con gli uomini. La parte finale, invece, ci lascia sorpresi e perplessi, perché
ci è difficile capire come il re possa pretendere che quell’uomo abbia l’abito
nuziale. Eppure, tenendo conto che gli invitati arrivano tutti dalla strada, se
gli altri ce l’hanno, evidentemente anche lui avrebbe dovuto procurarselo. Ciò
che accade a quest’uomo ci mette davanti all’altro aspetto che fa parte della
relazione con Dio: la libertà umana. Dio vuole farci partecipare alla sua
gioia, ma si ferma davanti alla nostra libertà: si propone, non si impone. Alla
luce di questo, il termine “eletti” indica proprio coloro che hanno accolto la
chiamata, l’hanno fatta propria.

PREGHIERA

«Non indurite il cuore» (Sal 95,Cool: chiedo al Signore la grazia di un
cuore docile alla sua parola.
[/color][/b]

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Venerdi della XX settimana del Tempo Ordinario

Messaggio  Andrea il Ven Ago 21, 2015 8:19 am

Venerdi della XX settimana del Tempo Ordinario


VANGELO (Mt 22,34-40)

Amerai il Signore Dio tuo, e il tuo prossimo come te stesso.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?.
Gli rispose: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Parola del Signore.

OMELIA

La frantumazione della legge aveva fatto degenerare in uno sterile formalismo la religiosità del popolo d'Israele. Finalmente c'è qualcuno che cerca l'essenziale e vuole scoprire una gerarchia nella selva dei precetti: "Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?" L'interrogante non è mosso proprio da zelo autentico; è un dottore della legge che ritiene ancora una volta di mettere in imbarazzo il Signore. La richiesta conserva comunque tutta la sua validità ed importanza. Gesù, sapendo di parlare con un fariseo, riprende un testo del Deuteronomio, dove è contenuta la Toràh, il cammino della vita. Secondo Gesù tutto s'incentra nell'appello all'amore a Dio e al prossimo: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti. È un'anticipazione del comandamento nuovo che lo stesso Gesù scandirà e non solo a parole. Ci appaiono evidenti le motivazioni teologiche del comando del Signore: Dio è amore nella sua essenza, egli è il nostro creatore e Signore, ci ha creati per sé, per amore e ci ha quindi legati a se con vincoli indissolubili da vivere, sperimentare e godere nel tempo e nell'eternità. Creatore e creatura, come genitore e figlio, istintivamente, salvo aberranti deviazioni, sono uniti dall'amore. Quando poi prendiamo coscienza che quell'amore si spinge fino all'immolazione, al dono della vita in una ineguagliabile passione, fino alla morte, il bisogno di ricambiare quell'immenso dono diventa urgenza insopprimibile. Facciamo un prodigioso passaggio dalla somiglianza connaturale, impressa in noi con la creazione, a quella soprannaturale scaturita dalla redenzione. Non siamo quindi più schivi ed estranei di Dio, ma figli ed eredi e come tali abbiamo l'onore e l'ardire di chiamarlo con l'appellativo di Padre. È poi normale che in lui ci scopriamo anche fratelli, essendo figli dell'unico Signore che sta nei cieli. Accomunàti dall'unica fede, amati dall'unico Padre, in cammino verso lui insieme come umanità e come chiesa, la nostra fraternità non può non essere vissuta che nell'amore, in Dio, nostro Padre, Padre di tutti. (Padri Silvestrini)

MEDITAZIONE

Non è la prima volta in cui gli interlocutori di Gesù lo interrogano con
l’intenzione di metterlo alla prova. In 16,1-4, cercano di provocarlo a
compiere un segno, mentre in 19,1-9 e 22,15-22, come nel Vangelo di oggi,
vogliono coglierlo in fallo nel suo insegnamento. La novità presente nelle
parole di Gesù è tenere insieme il comandamento riguardante l’amore verso Dio e
quello sull’amore verso il prossimo. In questo modo, ci mette in guardia
davanti a ogni nostra possibile ipocrisia, che potrebbe farci concentrare solo
sulla relazione con Dio e farci sentire “a posto”, perché amiamo Dio. Già nel
suo primo discorso, in 7,21, Gesù ha affermato che non basta dire “Signore,
Signore”, per entrare nel regno dei cieli, ma occorre fare la volontà del
Padre, che ora scopriamo potersi sintetizzare nel comandamento dell’amore verso
Dio e verso il prossimo. E, nel suo ultimo discorso, presentando il giudizio
finale, rivela che saremo interrogati sulla nostra relazione con gli ultimi:
gli affamati e assetati, gli stranieri, coloro che non hanno abiti, i malati, i
carcerati (25,31-46). La necessità di riportare i credenti alla centralità del
comandamento dell’amore è molto sentita all’interno delle prime comunità
cristiane tanto che l’autore della prima lettera di san Giovanni afferma: «Se
uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama
il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il
comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1Gv
4,20-21). Dunque, quando desideriamo fare il punto sulla nostra relazione con
Dio, l’invito è a guardare a come ci relazioniamo con gli altri.

PREGHIERA

«Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv
13,34): chiedo al Signore la grazia di amare.

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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

Messaggio  annaxel il Ven Ago 21, 2015 5:07 pm

L’evangelista Matteo, riporta in questo brano una delle tre dispute rivolte ai dottori della legge che gli pongono delle domande sul tema religioso, in effetti non sono interessati alle risposte, ma cercano di metterlo in difficoltà sul suo insegnamento. Gesù, conoscendo colui che poneva la domanda:” Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?.” Gesù rispose citando insieme Dt 6,5 (amore per Dio) e Lv 19,18 (amore per il prossimo).
La proposta evangelica diviene una novità per coloro che tenevano separati i due precetti, mentre Gesù gli rende inseparabili.
Amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come noi stessi è il cuore dell’insegnamento che Gesù pone a tutti noi: ora e sempre.
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Sabato della XX settimana del Tempo Ordinario

Messaggio  Andrea il Sab Ago 22, 2015 7:56 am

Sabato della XX settimana del Tempo Ordinario

VANGELO (Lc 1,26-38)

Ecoo, concepirai un figlio e lo darai alla luce.

+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.
Parola del Signore.

OMELIA

Maria di Nazaret aveva scelto una vita di dono totale a Dio, come vergine. Ma Dio decise altrimenti. Ciò che colpisce, nell'Annunciazione, è che una "religione pura" esige un dialogo vivente e costante fra Dio e ogni uomo. Qui Dio ha pronunciato la sua ultima Parola a Maria, perché si compissero le parole che, nella storia di Israele, erano state dette ad Abramo, a Mosé e ai profeti. Essi avevano ascoltato e obbedito; lasciarono entrare nella loro vita la Parola di Dio, la fecero parlare nelle loro azioni e la resero feconda nel loro destino.
I profeti sostituirono alle loro proprie idee la Parola di Dio; anche Maria lasciò che la Parola di Dio si sostituisse a quelle che erano le sue convinzioni religiose. Di fronte alla profondità e all'estensione di questa nuova Parola, Maria "rimase turbata". L'avvicinarsi del Dio infinito deve sempre turbare profondamente la creatura, anche se, come Maria, è "piena di grazia".
Assolutamente straordinario è poi che questo Dio non solo si avvicina a Maria, ma le offre il proprio Figlio eterno perché divenga il suo Figlio. Come è possibile che il "Figlio dell'Altissimo" diventi suo Figlio? "Lo Spirito Santo scenderà su di te". Come scese sul caos, in occasione della creazione, lo Spirito Santo scenderà su Maria e il risultato sarà una nuova creazione. L'albero appassito della storia fiorirà di nuovo. "Maria disse: Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto". Nell'Annunciazione si ha il tipo di dialogo che il Padre del nostro Signore Gesù Cristo vorrebbe avere con ciascuno di noi. L'esperienza di Maria a Nazaret sottolinea questa verità per tutto il popolo di Dio. Il suo "sì" in risposta all'offerta divina e il cambiamento drammatico di vita che ne sarebbe seguito, mostrano che la venuta di Dio in mezzo a noi esige un cambiamento radicale.
Ma, cosa più importante, l'Annunciazione a Maria ci pone di fronte ad una grande verità: ognuno di noi ha avuto un'"annunciazione" personale. Sto esagerando? No di certo. Se esaminate la vostra vita passata, troverete un'esperienza che è stata decisiva; forse non ebbe allora conseguenze immediate, o almeno non vi sembrò, ma, ripensandoci adesso, vi accorgete che è stata fondamentale, sia essa la scuola che avete frequentato, un libro che avete letto, un discorso che avete ascoltato, una frase delle Scritture che vi ha colpito, gli amici a cui vi siete sentiti uniti o un ritiro che avete fatto. Era il Dio di Maria di Nazaret che si annunciava a voi. Voi avete dunque avuto una "vostra" annunciazione. E se non avete risposto "sì", o se avete pronunciato soltanto un "sì" timido? Basta riconoscere l'annunciazione ora e cercare di recuperare il tempo perduto vivendo per Dio e per gli altri.
"Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto".

MEDITAZIONE


Alla luce della festa di oggi, possiamo cercare di scoprire cosa si
trova a fondamento della regalità di Maria. Una prima realtà emerge dal saluto
di Gabriele: «il Signore [è] con te». Nel Primo Testamento, questa frase appare
frequentemente nei racconti di vocazione per assicurare la protezione divina a
colui che è chiamato. Nella versione greca, la frase è priva del verbo essere:
in questo modo si proclama che l’impegno di Dio nei confronti di Maria è “da
sempre e per sempre”. Il titolo “piena di grazia” dice qualcosa del modo in cui
Dio interviene in lei: l’espressione presenta Maria come colei che è colmata e
trasformata dalla grazia e dalla benevolenza divina. Un’altra realtà appare nel
momento in cui Gabriele le annuncia il progetto divino su di lei, concepire e
dare alla luce Gesù, e le svela il protagonista attraverso cui si realizzerà
tutto questo: lo Spirito Santo generatore di vita e rinnovatore. L’immagine
dello Spirito che copre la donna con la sua ombra rimanda a testi del Primo
Testamento in cui, per indicare la presenza del Signore in mezzo al suo popolo,
si afferma: «la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì
la dimora» (Es 40,35). La presenza di Dio aleggia su Maria ricolmandola della
sua forza generatrice. Il terzo e ultimo elemento su cui vogliamo soffermarci è
la risposta di Maria. La ragazza si attribuisce una nuova “identità”, quella
della serva del Signore: in
questo modo accetta il progetto che Dio ha su di lei entrando a far parte di
quei servi del Signore a cui Dio ha garantito il suo essere sempre con loro.
Ciò che sta a fondamento della regalità di Maria, dunque, è l’agire di Dio nei
suoi confronti che, però, non la vede strumento passivo, ma protagonista attiva
che accoglie la grazia di Dio.


PREGHIERA


«Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua
volontà: Dio mio, questo io desidero» (Sal 40,8-9): chiedo al Signore la grazia
conservare un’apertura del cuore e della mente alla sua volontà.

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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

Messaggio  annaxel il Dom Ago 23, 2015 1:48 pm

In questo brano, l’evangelista Luca, sottolinea due realtà: prima di tutto la figura di Gesù, nato senza intervento umano per opera dello Spirito Santo (qui appare nominato per la prima volta, ma sarà il grande protagonista del terzo Vangelo e degli Atti). Gesù è il Figlio di Dio, il Messia che compierà le promesse fatte a Israele. La seconda realtà che Luca pone alla nostra attenzione è la figura di Maria, madre di Gesù, la
< riempita di grazia>, vergine e serva del Signore. Di Maria la madre, abbiamo poche notizie,solo Luca illumina il Nuovo Testamento descrivendoci Maria: è figura in quanto è relazionata al Figlio. Maria è descritta come oggetto della grazia divina, che  ha già operato in lei  una trasformazione che la rende idonea alla sua missione di diventare madre del Figlio di Dio.< riempita di grazia> mette in luce la santità di Maria come dono gratuito di Dio e come apertura alla propria vocazione di vergine e madre del Signore....Maria sarà la strada più breve che ci condurrà al Signore.
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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

Messaggio  Andrea il Dom Ago 23, 2015 2:57 pm

Domenica della XXI settimana del Tempo Ordinario


VANGELO (Gv 6,60-69)

Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Parola del Signore.

OMELIA

Non è facile credere nel nostro mondo d'oggi. La verità che ci è rivelata da Dio in Gesù Cristo, agli uomini e alle donne del nostro tempo appare spesso un "discorso insostenibile", a cui non si può chiedere a nessuno dei nostri sapienti contemporanei di credere. Così è, per esempio, per la dottrina della presenza reale del corpo e del sangue del Signore nella santa Eucaristia. Essa sembra essere una sfida al buon senso, alla ragione, alla scienza. Noi diciamo: "Vedere per credere", esattamente quello che disse san Tommaso: "Se non vedo... e non metto la mia mano, non crederò". Gesù ci ricorda che il corpo di cui parla è il suo corpo risorto e salito al cielo, liberatosi, nella risurrezione, dai limiti dello spazio e del tempo, riempito e trasformato dallo Spirito Santo. Questo corpo non è meno reale del suo corpo in carne ed ossa, anzi lo è di più. Questo corpo risorto può essere toccato e afferrato personalmente da ogni uomo e donna di ogni tempo e luogo, perché lo Spirito si estende, potente, da un'estremità all'altra. In Gesù Cristo e tramite Gesù Cristo, credere significa vedere e toccare: un modo di vedere più profondo, più vero e più sicuro di quello degli occhi; un modo di toccare più in profondità e un modo di afferrare con una stretta più salda di quanto si possa fare con le mani. Credere significa vedere la realtà al di là del visibile; significa toccare la verità eterna. In questa fede e grazie ad essa, possiamo dire con Pietro; "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna".

MEDITAZIONE

Il Vangelo ci presenta le diverse reazioni dei discepoli davanti al
discorso sul pane di vita appena concluso da Gesù. Molti percepiscono quelle
parole come dure e ne rimangono scandalizzati. Davanti alla loro reazione, Gesù
ne smaschera la causa: hanno messo al centro la “carne”, cioè se stessi con i
propri limiti, con la propria fragilità, e questo impedisce di ascoltare lo
Spirito che dà la vita e il Padre che li attira verso il Figlio. Molti
discepoli potrebbero, ora, riconoscere la loro impotenza e chiedere aiuto, ma
non lo fanno: inciampano su quelle parole del Signore, che per loro risuonano
dure come pietra, e rinunciano alla sequela, ritornando sui propri passi. Gesù
si rivolge, allora, ai Dodici per mettere anche loro davanti alla possibilità
di andarsene. A nome di tutti, Pietro fa quello che gli altri discepoli non
hanno fatto: riconosce la loro impotenza. Forse anche ai Dodici le parole di
Gesù sono risuonate dure, difficili, scandalizzanti, ma questo non li chiude
alla relazione con lui, perché più forte di tutto è la certezza che non c’è
nessun altro a cui vale la pena rivolgersi, che solo le parole di Gesù donano
una vita piena e abbondante. Ci sono momenti della nostra vita in cui anche noi
ci troviamo davanti al bivio: perseverare o rinunciare alla sequela per andare
dietro ad altri dèi. In quei momenti diventa fondamentale la memoria,
ricordare, come hanno fatto il popolo di Israele e Pietro, ciò che Dio ha
compiuto per noi, ciò che Gesù è per noi. Facendo questo potremmo mettere la
nostra impotenza nelle mani del Signore, rinnovando il nostro desiderio di
perseverare dietro a lui in cui crediamo e che riconosciamo come il Signore della
nostra vita.

PREGHIERA

«Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68):
facendo mie le parole di Pietro, alimento il desiderio di fare della relazione
con Gesù il mio unico bene.

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Lunedi della XXI settimana del Tempo Ordinario

Messaggio  Andrea il Lun Ago 24, 2015 7:54 am

Lunedi della XXI settimana del Tempo Ordinario

VANGELO (Gv 1,45-51)

Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l'albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l'albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell'uomo».
Parola del Signore.

OMELIA

La festa di un apostolo ha sempre nella liturgia il rimando alla Chiesa. Oggi, la lettura dell'Apocalisse, nella visione della sposa dell'Agnello, ne mette in risalto tutti i pregi e lo splendore che le viene da Dio stesso. Il numero dodici è tra i più frequenti in questo breve brano; il fondamento poi su cui risiede tutta la costruzione sono i dodici apostoli ad indicare che la fede della Chiesa trova la sua ragion d'essere sull'esperienza che essi hanno avuto del Cristo morto e risorto e sulla testimonianza che ne hanno dato. Sappiamo che Bartolomeo è identificato con il personaggio del vangelo di Giovanni il cui nome è Natanaele. Figura ironica e sprezzante, ma altresì pronta a dare credito alle parole di Gesù, il quale lo rimbecca subito dicendogli che quelle cose dette erano quisquilie in confronto a ciò che avrebbe visto in seguito. Addirittura gli preannuncia una visione di gloria. Abbiamo detto che la risposta di Natanaele a Filippo appare carica di ironia, ma non è del tutto ingiustificata. Infatti, proviamo a immaginare la scena: arriva Filippo e con molta enfasi annuncia di aver trovato il Messia: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù figlio di Giuseppe di Nazareth!". Se uno ci facesse una rivelazione simile ex abrupto non risulteremmo molto gentili nella risposta! Da questo episodio insignificante, potremmo essere invitati a riflettere sulle modalità del nostro annunzio. Molti cristiani, sebbene con retta intenzione, quando parlano del Cristo lo fanno con tale enfasi da suscitare in chi li ascolta rifiuto di ciò che dicono, benché sia vero e santo. La semplicità della testimonianza, insieme ad una conoscenza illuminata dall'intelligenza della persona di Cristo, può evitare molte rispostacce e, al contrario, provocare interesse e coinvolgimento. Non facciamo insomma come chi va a visitare malati, anche molto gravi, e dice parole quali: "Come sei fortunato tu, a soffrire per Gesù". La risposta a tale tipo di stupidità, credo sia sulla bocca di tutti noi. (Padri Silvestrini)

MEDITAZIONE


Filippo si è appena messo alla sequela di Gesù. La prima cosa che fa è
andare a trovare Natanaèle per raccontargli chi hanno trovato. Stranamente,
Filippo parla al plurale, riconoscendo così di far parte di un nuovo gruppo di
persone accomunate dalla stessa esperienza. Le sue parole suonano strane alle
orecchie dell’amico: come può, colui di cui hanno scritto Mosè e i Profeti,
venire da Nazaret, oscuro paese mai citato nelle Scritture? Filippo non perde
tempo in inutili discussioni e lo invita a fare esperienza in prima persona di
quell’uomo. Natanaèle va per vedere Gesù, ma scopre di essere già stato visto e
conosciuto da lui. Egli, che ha messo in discussione la validità delle parole
di Filippo, è riconosciuto come un uomo in cui non c’è inganno, finzione: anche
se ciò che lui sa lo porta a dubitare delle parole dell’amico, la sua onestà
gli permette di accettare la sfida che gli è stata lanciata. Non sappiamo cosa
facesse Natanaèle sotto il fico, ma sicuramente la scoperta che Gesù lo ha
visto in quella situazione è per lui un’esperienza determinante che gli
permette di vincere ogni dubbio e di riconoscere chi è l’uomo che gli sta
parlando. Natanaèle è andato e ha visto chi è Gesù, ma ora il Signore gli
promette che vedrà cose ancora più grandi. L’ultima promessa, che chiude il
racconto, è, invece, rivolta a tutti. L’immagine del cielo aperto e degli
angeli che salgono e scendono rimanda al libro della Genesi (28,10-22): ora,
non è più una scala che permette la comunicazione tra Dio e gli uomini, ma il
Figlio dell’uomo. Queste due promesse finali ci rivelano che aver trovato Gesù
non è la fine della ricerca, ma l’inizio di un nuovo cammino di cui conosciamo
la via da seguire, Gesù, ma non la meta che si scoprirà solo continuando a
fidarsi della nostra via attimo dopo attimo.

PREGHIERA

«Signore, tu mi scruti e mi conosci» (Sal 139,1): ringrazio il Signore,
perché conosce tutto di me.

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Martedi della XXI settimana del Tempo Ordinario

Messaggio  Andrea il Mar Ago 25, 2015 8:00 am

Martedi della XXI settimana del Tempo Ordinario

VANGELO (Mt 23,23-26)

Queste erano le cose da fare, senza tralasciare quelle.

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull'anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, ma all'interno sono pieni di avidità e d'intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi pulito!».
Parola del Signore.

OMELIA

Il discorso sui "guai" è fin troppo commentato per dirne qualcosa di singolare, e poi perché voler guastare la profondità di un simile testo con delle sciatterie? E allora, mi limiterò a ribadire che, sebbene le parole di Gesù risuonino come una condanna del fariseismo, gli strali dell'evangelista sono rivolti a quegli atteggiamenti della prima comunità forse troppo attenta alla rigidità della norma, al proselitismo e ad un rapporto formale, nella ricerca delle verità di fede, oltre che nel culto. Niente di nuovo sotto il sole! Anche perché l'applicazione del brano andrebbe fatta, non con pii sospiri sulla cattiveria dei farisei, che poveretti avevano anche i loro bei pregi, anzi, questi erano di gran lunga più dei difetti, ma si dovrebbero sottolineare le incoerenze di noi singoli, delle nostre comunità cristiane e religiose, delle nostre chiese. I "guai", infatti, vanno visti in una visione "programmatica": in essi si vuole mettere in luce che la scelta cristiana comporta un modo nuovo di porsi nei confronti di Dio, del prossimo, del culto e pure della teologia. Il richiamo forte di Gesù, infatti, si appunta proprio sulle verità di fede che malamente insegnate e infelicemente vissute portano alla propria perdizione oltre che a quella degli altri. Oggi, inizia anche la lettura della prima lettera ai Tessalonicesi. È uno scritto che si avrà modo di gustare nella sua primitiva semplicità, è il più antico del Nuovo Testamento databile intorno all'anno 51 dopo Cristo. Una sola cosa mettiamo in evidenza della parte che ci viene proposta oggi: la fede cioè è una modalità "attiva" e "operante". Nessuna "staticità" è concessa, e meglio sarebbe leggere il testo integralmente per averne ulteriore conferma. Tutto appare in movimento, quasi concitato, e tutto il dinamismo è orientato a Cristo, resuscitato e atteso dai cieli. (Padri Silvestrini)

MEDITAZIONE

Gli scribi e i farisei avevano appesantito il precetto mosaico della
decima, che chiedeva di consegnare la decima parte del mosto, dell’olio e del
grano ai sacerdoti per il culto, estendendolo anche alle erbe aromatiche, ma
trasgredivano le norme più gravi della Legge: la “giustizia”, che rimanda alla
relazione con gli altri; la “misericordia”, realtà centrale visto che Gesù
ricorda, per ben due volte, che il Padre vuole misericordia e non sacrifici; la
“fedeltà” sia nel rapporto con gli altri che con Dio. Gesù non chiede di
rinunciare all’osservanza del precetto della decima, ma smaschera l’ipocrisia
dei suoi interlocutori, svelando il loro modo errato di vivere il rapporto con
Dio dal momento che non costruiscono corrette relazioni con il prossimo.
L’ipocrisia di scribi e farisei viene ribadita denunciando l’attenzione
particolare che pongono nel pulire l’esterno del bicchiere e del piatto senza
preoccuparsi di ciò che si trova all’interno: avidità e intemperanza. Secondo
Gesù è pulendo l’interno del bicchiere che si rende pulito l’esterno. Possiamo
comprendere la forza della denuncia del Signore se la leggiamo alla luce dei
due comandamenti da cui dipendono tutta la Legge e i Profeti: l’amore verso Dio
e l’amore verso il prossimo (Mt 22,34-40). I due amori camminano insieme e se
manca quello verso il prossimo, se mancano la giustizia, la misericordia e la
fedeltà, allora il rapporto con Dio non è autentico, è velato di ipocrisia.
Potremmo dire che il modo con cui viviamo la relazione con gli altri diventa la
cartina al tornasole che ci svela la verità della relazione con Dio.

PREGHIERA

«Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle
tenebre» (1Gv 2,9): chiedo al Signore di donarmi fame e sete di giustizia, di
misericordia e di fedeltà.

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Marcoledi della XXI settimana del Tempo Ordinario

Messaggio  Andrea il Mer Ago 26, 2015 8:09 am

Marcoledi della XXI settimana del Tempo Ordinario

VANGELO (Mt 23,27-32)

Siete figli di chi uccise i profeti.

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù parlò dicendo: "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all'esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all'esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: "Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti". Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri".
Parola del Signore.

OMELIA

"Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità". Ascoltiamo ancora una solenne invettiva scagliata da Cristo contro gli scribi e i farisei. L'immagine con cui li descrive e perfino ripugnante: sepolcri pieni di putredine: davvero l'ipocrisia è un orribile misto di marciume, ammantato all'esterno da veli seducenti. Quando prevale in noi l'idea di apparire belli e il desiderio di carpire l'altrui ammirazione senza avere le prerogative per ottenerli, ci dipingiamo di falsità e ci copriamo di maschere, senza però riuscire a celare completamente la nostra vera identità. Gesù ci dice che diventiamo sepolcri imbiancati. Lo stesso Signore ci ammonisce che non possiamo nemmeno trarre vanto andando a scavare nella nostra storia cercando lustro dai nostri antenati o traendo vanto dalle altrui gesta. Possiamo anche scoprire di essere figli di profeti o di santi, ma se poi non siamo capaci di ripetere in noi le loro gesta rassomigliamo a coloro che vogliono adornarsi delle vesti altrui. Possiamo anche noi diventare con la nostra vita uccisori di profeti quando non seguiamo i loro esempi. Potremmo incorrere nel peccato di far morire la fede e la santità di coloro che ci hanno preceduto e ci hanno lasciato i loro splendidi esempi. Sembra che una delle ragioni della crisi della nostra fede cattolica cristiana derivi proprio dal fatto che si è interrotta quella catena d'oro di trasmissione sulle cui maglie si è trasmessa per secoli di storia. Manca infatti la pratica cristiana dove si è smesso di viverla e di testimoniarla. (Padri Silvestrini)

MEDITAZIONE

L’immagine del sepolcro imbiancato permette a Gesù di soffermarsi sulla
differenza tra esterno e interno. Come il sepolcro all’esterno può apparire
bello, così i suoi interlocutori all’esterno appaiono giusti. Come il sepolcro
all’interno contiene ossa di morti e marciume, così scribi e farisei sono pieni
di ipocrisia e iniquità. Non c’è corrispondenza tra ciò che appare all’esterno
ed è, quindi, visibile agli uomini, e ciò che è all’interno e rimane nascosto
allo sguardo. L’apparente giustizia di scribi e farisei è contrapposta
all’ipocrisia e all’iniquità presente al loro interno. In un passaggio del
Vangelo di Matteo (7,21-23), Gesù svela che gli operatori di iniquità sono
coloro che dicono “Signore, Signore”, ma poi non fanno la volontà del Padre. In
un altro passo dello stesso Vangelo (24,12), invece, annuncia che il dilagare
dell’iniquità avrà come conseguenza il raffreddarsi dell’amore. Quindi, anche
se agli occhi degli uomini, scribi e farisei appaiono giusti, cioè non
peccatori, questo è solo apparenza, perché interiormente essi non fanno la
volontà del Padre e il loro amore si è raffreddato. La denuncia di Gesù non può
lasciarci indifferente sia come singoli che come comunità. Nelle parole del
Maestro cogliamo un invito all’autenticità, ad agire su di sé e sulla comunità,
perché vi sia una corrispondenza tra ciò che appare all’esterno e ciò che vi è
all’interno. Possiamo chiederci, allora, cosa ci spinge ad agire, sia come
singoli che come comunità cristiana: il desiderio di apparire “giusti”
all’esterno, o il desiderio di fare la volontà del Padre?

PREGHIERA

«Rendi saldi i miei passi secondo la tua promessa e non permettere che
mi domini alcun male» (Sal 119,133): con le parole del Salmo chiedo al Signore
il dono di un cuore saldo e unificato.


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Re: IL TESTO EVANGELICO DEL GIORNO

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