ascoltiamo don Dolindo

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Sab Mar 11, 2017 2:27 pm

La preghiera, la più grande fortezza di un'anima

Il mondo, questo stupido e fanciullo mondo che non sa intendere nulla di quello che è veramente grande e forte, crede che la preghiera sia un’inutile biascicare di parole, sia un segno di debolezza, sia l'ozio delle a-nime senza iniziative. Il mondo non prega, stima più forte la spada, più efficace l’irruenza, più pratica l'azione tracotante, perché non sa che cosa signi-fichi pregare. È abituato a conversare con i potenti orgogliosi ed egoisti, è abituato a sottostare alla loro oppressione, è schiavo di se stesso, e non sa neppure cosa significhi dominare dall'alto le forze e gli avvenimenti umani. Eppure la preghiera è una potenza grandiosa; è l’unica e vera potenza di noi mortali che non siamo buoni a nulla, che viviamo in mezzo a mille pericoli, a mille ostacoli, a mille lotte. La preghiera è la forza che ci scioglie dai lacci della materia, è lo slancio che ci commuove e ci vivifica, quasi eccitando le nostre potenze e le stesse forze fisiche, è l’improvviso accendersi della spenta luce, è l'improvviso rombare del motore inerte, è 1o scoccare della saetta dall'arco, è la scintilla che accende d'un tratto la mina e scuote i fian-chi della montagna, è l'innesto della debolezza con la forza, della stoltezza con la sapienza, del turbamento con la pace del nulla col tutto.
Il mondo disprezza la preghiera fatta a Dio, eppure non sa fare altro che immeschinirsi nella preghiera fatta agli uomini; l'adulazione, la viltà, gli in-trighi, il servilismo condiscendente fino al delitto, sono la costante preghiera del mondo. Anzi di più; l’irruenza dell'ira, le parole violente, le imprecazioni, le bestemmie sono la spaventosa preghiera del mondo che non sa agire con la violenza dell’attività senza prima agire con l’irruenza delle parole.
La preghiera è il pensiero sollevato al disopra dell'umana meschinità, è la ragione che cerca i lumi trascendenti la sua povera forza, è il consultarsi dell’anima con Dio, è il raccoglimento interiore di ogni energia nascosta, è la dilatazione dell'anima nel Signore, e quindi è l'arricchirsi della grazia so-prannaturale.
La preghiera è la fiducia e la sicurezza dell'anima; anche umanamente parlando, dà all'uomo un'iniziativa più pronta, un coraggio più ardito, una sicurezza più tranquilla.
Satana non può fare un danno più grande all'uomo quanto quello d'impedirgli di pregare! Perciò gli dà la noia della preghiera, gli attanaglia quasi le labbra, gli agghiaccia il cuore, lo allontana dalla Chiesa, dalla sua liturgia, dalla sua attività di perenne orante, e lo lascia solo ed avvilito nella tribolazione. 
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Mar 01, 2017 1:37 pm

L'attesa, segno di Dio
(Insegnamento)
La preghiera vince sempre, anche quando sembra inutile e sterile ai nostri poveri sguardi, così incapaci di penetrare nei disegni adorabili della divina bontà. Bisogna persuadersi che nessuna preghiera è vana, nessuna, e che invece di sfiduciarsi bisogna insistere, perché, mentre preghiamo, Dio con cura paterna prepara nel mondo gli eventi che debbono consolarci.
Si potrebbe dire che il segno più bello che Dio ci doni della sua bontà sia proprio l'attesa... Se tu domandi da bere alla mamma ed essa tarda a portarti l'acqua, avrai dopo un poco non l'acqua, ma la bevanda sciroppata, perché il cuore materno è ricco di risorse gentili. Credi tu che non sia ricco il cuore di Dio?
(Don Dolindo Ruotolo)
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Ven Dic 30, 2016 1:33 pm

La nascita di Gesù

Venne la notte. Era algida ma serena, e brillavano gli astri nel cielo. Un silenzio grande circondava quel luogo, e una solennità più grande vi regnava, perché l’invisibile corte celeste già veniva in terra a corteggiare il Re divino, e rifulgeva nella sua placida luce spirituale, fatta tutta di conoscenza e di amore. Gli uomini e le cose dormivano, e lontano lontano si vedeva solo qualche bagliore dei fuochi dei pastori che vigilavano il gregge. Gli astri roteavano nel cielo, seguendo le leggi di ordine loro assegnato da Dio, e nel corpo immacolato di Maria si compivano con la stessa precisione le leggi della procreazione. Rutilavano le stelle e rutilava il Sole divino verso l’orizzonte della vita terrena, prossimo a spuntare come raggio attraverso il seno immacolato della Madre.

Il sole è preceduto dall’aurora ed è accompagnato dalla stella più fulgida della notte che sparisce nei suoi raggi. Ora, la bella aurora della nascita del Re d’Amore era Maria, nell’elevazione del suo amore, e la stella tremolante in adorazione era san Giuseppe. Maria era tutta un fulgore di contemplazione e di estasi. Bella nella sua innocenza purissima, circondata da un tenue nembo di luce che la delineava nella notte come placida luna nel firmamento, genuflessa, con le mani congiunte e lo sguardo al cielo, era l’immagine del seno del Padre, e rifletteva da sé qualche barlume dell’eterno mistero.

Contemplava.

Era tutta avvolta dalla luce dell’eterna armonia, ed era tutta un’armonia d’amore. La grazia rigurgitava per così dire in Lei, tanta ne era l’abbondanza, ed Ella vi era immersa in un placidissimo riposo.

Contemplava il cielo, e un sorriso le sfiorava le labbra nella gioia immensa che vi regnava; contemplava nel suo seno il Verbo eterno che vedeva nel Padre, e la sua vita mortale s’illuminava di splendori eccelsi, poiché era Madre di Dio. L’Amore eterno che l’aveva fecondata, la illuminava tutta ed Ella, a poco a poco, si trasumanava. Sembrava tutta luce e, come un ferro incandescente nel fuoco, brillava, perché traspariva da Lei il Verbo Incarnato.

Il suo corpo immacolato era come spirito, sembrava trasparente, anzi evanescente nella luce del Verbo. L’eterna vita affiorava dalla piccola creatura umana e la passava come raggio che attraversa un cristallo.

Oh, prodigio di Dio! Le madri sentono dolori immani quando un figlio viene alla luce, e sentono strapparsi quasi la vita dalla piccola vita che irrompe nel mondo; Maria, invece, sentiva una gioia immensa a misura che il momento della sua maternità si avanzava. L’amore quasi la liquefaceva e il suo corpo sembrava fluido come una cascata di fulgori placidissimi.

Le ritornò sulle labbra il suo cantico e, nell’elevarlo innanzi a Dio con tutto l’impeto del suo amore, non eruppe dal suo Cuore una parola ma il Verbo, la Lode eterna del Padre, e si adagiò sul terreno come un raggio di luce, lodando il Padre nell’umana carne. Era l’umiliato per amore e vagì. L’amore materno ritrasse Maria dall’estasi celeste e, scossa dai vagiti del Figlio divino, lo guardò: era perfettissimo, roseo come un bocciolo spuntato nell’inverno, soffuso di bontà, divino, santificante, inondante gioia. Lo adorò, lo prese, lo baciò, lo strinse al Cuore, lo avvolse in pannicelli mondi; nell’avvolgerlo, si sentì tutta inondata di tenerezza e lo ripose in una mangiatoia, perché non aveva altra culla per il Re del cielo.

Adorò, tacque, ricongiunse le mani, volse al cielo lo sguardo e l’offrì al Padre; era un Fiore degno di Lui, era il Figlio suo, ed Ella l’offrì in nome di tutta l’umanità, perché era anche il Figlio del suo seno immacolato. v

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Lun Dic 19, 2016 2:56 pm

All’annunzio dell’angelo Maria si turbò
Maria fu Arca di Dio, del Verbo Eterno che in Lei si incarnò; fu l’anima sua che determinò il compimento del grande mistero, poiché Dio volle il consenso di questa sua eletta creatura per cominciarne il compimento. Nell’annunciazione di Maria si manifestò l’anima sua: intelletto e volontà. Il colloquio che ebbe con l’angelo fu atto del suo intelletto, della sua ragione; il suo fiat fu consenso della sua volontà, determinato dalla luce della ragione e della manifestazione dalla divina Volontà. L’anima sua, perciò, fu in una perfetta manifestazione: intelletto che scruta, ragione che pondera, volontà libera che acconsente. L’anima è libera solo nell’assenso, determinato dall’intelletto e dalla ragione. Non può dirsi libera nel pensiero e nella ragione, perché è legata alla verità. Fuori della verità, l’intelletto brancola nella fantasia e nel capriccio; il suo pensiero è illusione ed errore. Non c’è cosa più assurda perciò del libero pensiero, del quale l’apostasia moderna si è stoltamente gloriata, quasi come se si fosse liberato da ceppi, e fosse ritornato vittorioso alla sua nobiltà. La Chiesa non limita la libertà quando condanna l’errore; richiama l’intelletto e la ragione nella luce della verità. Solo allora l’uomo è veramente libero, e la sua volontà si determina nei confini della volontà di Dio, che è verità ed amore, e tratta l’uomo con riverenza.
All’annunzio dell’angelo che la glorificava piena di grazia e piena di Dio, Maria si turbò, perché quella glorificazione non le sembrava verità, urtando con la sua profonda umiltà. L’intelletto suo le diceva che era nullità, proprio perché Dio era con lei. La sua luminosa ragione, nella luce della pienezza di Dio, le faceva apparire come piccolezza estrema quello che era in Lei pienezza di grazia. Era logico; nella pienezza infinita della luce divina, la sua grazia appariva come lampada fioca che spariva innanzi a quella pienezza fulgente d’infinite e sempli-cissime perfezioni. Anche quando fu piena di Dio per il Verbo Eterno fatto suo Figlio, l’intelletto suo e la sua ragione non potettero farle avere altro apprezza-mento di se stessa che di essere nullità. Invece di sentirsi elevata per l’annunzio dell’angelo, si turbò.
L’anima sua profondamente riflessiva, abituata alla considerazione meditata della parola di Dio, ed alla contemplazione della divina grandezza, si turbò, perché sentiva nelle parole dell'angelo il tono solenne della parola divina, e nello splendore angelico la manifestazione della grandezza di Dio. Si turbò per profonda umiltà, ma non si sconvolse; l’anima sua placidamente si attivò nelle sue facoltà; l’intelletto pensò, e la ragione ponderò le parole dell’angelo. Pensava, dunque rifletteva, che cosa fosse quel saluto, dunque ponderava, pensava; non dice il sacro testo pensò dunque, era un’azione continuativa di quell’intelletto sublimemente equilibrato nel giudizio, nella ragione e nella libertà.
Era un tabernacolo di Dio, tanto che l’angelo nel salutarla, compreso della bellezza interiore di Lei per la pienezza di grazia, la esaltò come tabernacolo di Dio, e nello stesso tempo era la più perfetta immagine di Dio nell’umanità tutta: Benedetta tu fra le donne. Il Signore la creò con perfettissima armonia di potenze e con ammirabili riflessi nella sua natura umana, perciò ancora l’angelo la chiamò benedetta fra le donne. 
(Maria Immacolata, Madre di Dio e Madre nostra, Elev.IV, pag. 327

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Sab Dic 17, 2016 10:17 pm


L’abito sacerdotale

La grandezza sacerdotale non può rimanere celata, non è un brillante sepolto, deve rifulgere innanzi a tutti nell’atteggiamento e nella vita del Sacerdote, poiché egli è una lampada posta sul… candelabro ed è come città edificata sulla cima dei monti. Or come carattere sacro lo distingue nettamente dagli altri uomini, così deve distinguerlo l’abito, la vita, ed egli deve essere rifulgente di splendori soprannaturali. Non può dire che l’esteriorità non conta nulla, né può accomunarsi agli usi del mondo con la scusa che l’abito non fa il monaco; l’abito non lo fa ma lo rivela, e possiamo dire anche che lo aiuta internamente. Un soldato che non veste la divisa non si sente soldato: sub coscientemente si sente ancora libero cittadino, e non avverte la sua fusione al corpo militare cui appartiene come parte di un tutto inseparabile.

Il sacerdote deve essere tutto di Dio. La Chiesa per questo lo riveste di una lunga tunica. L’abito sacerdotale deve mostrare che il ministro sacro quasi non ha corpo, è voltato a Dio con tutte le sue forze, e cerca solo la salvezza delle anime. Ora, se l’abito talare ha una forma secolaresca, se il capo è coltivato mondanamente con i ciuffi, e magari i ricci ed i profumi, se di sotto ad una succinta sottana fanno mostra i calzoni, che ciò rappresenta più un Sacerdote per il popolo? Quell’esteriore non lo raccomanda, ed in se stesso è un segno troppo evidente di poco spirito e poca rinunzia al mondo. Se vive mondanamente, spegne la sua luce, e mostra in sé tutt’altro che la corsa dell’anima verso Dio.

Il sacerdote dunque col suo abito talare, lungo, composto, povero ma pulito, col mantello che lo avvolge come se avesse le ali ripiegate, pronte al volo, col capo segnato dalla croce del Redentore, col corpo composto, spirante ordine e modestia, con gli occhi bassi, alieni assolutamente da ogni malsana curiosità, passa nel mondo proprio come angelo, dà un senso di pace e di confronto, dà un senso di speranza nelle angustie della vita perché egli rappresenta la carità, e passa come lampada che illumina, dissipando con la sola presenza le tenebre degli errori.

Egli deve essere umile, ultimo di tutti, mansueto, ma deve avere anche soprannaturalmente, il senso della sua dignità. Non può essere volgare, non può mostrarsi in luoghi indecorosi, non può partecipare a giochi che lo fanno disistimare. Un sacerdote che va nella bettola, che va a bere vino in un pubblico locale, che va a caccia, o anche che va semplicemente a conversare al caffè, non può raccogliere la fiducia del popolo ed è responsabile del rilassamento della vita cristiana”.

Don Dolindo




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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Sab Dic 10, 2016 9:46 pm

Ave Maria,

Dobbiamo pregare Dio perché nella sua misericordia ci mandi Sacerdoti santi, pensando d'altra parte che la sterilità del Clero è dovuta al decadimento del popolo cristiano. Dissimulare questo grande male sarebbe accrescerlo, e, poiché la Parola di Dio è diretta prima di tutto ai Sacerdoti, è logico che noi riflettiamo alle nostre manchevolezze per non perseverarvi, e che il popolo cristiano pensi alle sue colpe e se ne emendi, per meritare pastori secondo il cuore di Dio. Tante volte si mormora dei Sacerdoti rilassati od infedeli, ma nessuno pensa che la vita santa e la preghiera del popolo rende santo e fedele il Sacerdote, e che, proprio quando il popolo pecca ed è infedele, il Sacerdote, non avendo più attività da svolgere, s'inaridisce come fonte abbandonata, e rimane come campo che non rende più perché nessuno coglie i suoi frutti, e nessuno lo coltiva.

(Padre Dolindo – Servo di Dio)

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Ven Nov 11, 2016 9:54 pm

Lo scandalo oggi
Oggi il mondo è pieno di scandali e dolorosamente ad ogni passo c’è un’insidia per le anime. Se una donna, per esempio, pensasse al male che fa con le sue immodestie, come potrebbe riposare la notte? E come può riposare uno scrittore ereticale che getta nelle anime a piene mani il seme dell’errore e della corruzione? I giornalisti hanno innanzi a Dio una terribile responsabilità, perché ogni giorno diffondono scandali con i loro giornali e, salvo pochi buoni, diventano gli avvelenatori dell’opinione pubblica.
Si parla, si scrive e si opera con una superficialità impressionante, si falsano i valori della vita, si allontanano le anime da Gesù Cristo, si deforma in mille modi lo spirito e si gettano le creature di Dio in abissi spaventosi di corruzione e di rovina eterna. Come si può riparare il male fatto da uno scandalo solo? Se si pensasse a questo, si dovrebbe tremare.
Il cattivo seme germina, si moltiplica, si diffonde, e una sola parola cattiva può essere causa di innumerevoli colpe. Perciò è preferibile la morte, e la morte inferta dalle autorità allo scandaloso.
Molti hanno versato e verseranno lacrime di coccodrillo sulla severità con la quale la Chiesa puniva gli eretici scandalosi; hanno pietà del carnefice e non l’hanno per le sue vittime; piangono sulla morte di uno scellerato e non si curano della morte spirituale degli innocenti. La Chiesa, con la sua severità, è stata veramente madre delle anime ed è stata molto più tenera del chirurgo che, pur usando il ferro, recide il membro cancrenoso affinché l’infezione non produca la morte.
Lo scandalo spesso è cercato da noi medesimi ed è diffusivo perché noi gli apriamo le porte. È una delle ragioni del suo dilagare nel mondo. Si sa, per esempio che in un luogo si proietta una pellicola scandalosa? Tutti lo deplorano, ma tutti o moltissimi, deplorandolo, vanno a vederla.
Si cerca d’indagare le azioni del prossimo e si prova un gusto morboso nel conoscerne i di-sordini più piccanti; è così che si muta in fontana di fango l’acqua che sarebbe rimasta stagnante in una sola persona. Per questo Gesù dice, con divina sapienza: Badate a voi stessi. Non si evita lo scandalo se non lo si fugge, e non lo si fugge se uno non bada a se stesso. Che importa che gli altri siano cattivi? E che giova conoscere le loro perversità, rimuginarle e parlarne? Dobbiamo preoccu-parci dell’anima nostra e badare a tutelarla dal male, tenendola lontana dagli scandali, e chiusa in un santo isolamento interiore che la salva dalle occasioni pericolose.
Il pentimento sincero ed esplicito è già una riparazione dello scandalo e la carità del perdono rinfranca il cuore del peccatore e lo spinge nuovamente sulla via del bene. 

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Gio Lug 28, 2016 7:48 am

Quale gioia appartenere a Gesù!

Siamo pellegrini sulla terra, camminiamo dietro a Gesù perché Egli ci salvi e ci conduca al Cielo. La Chiesa è il campo nel quale camminiamo, ed è un campo ubertoso dal quale possiamo raccogliere liberamente l’alimento dell’anima.
La nostra vita spirituale è come una festa perenne, un sabato continuo, perché noi serviamo a Dio. Il mondo non intende il cammino del cristiano, non conosce che il suo triste sabato di ozio e ci crede trasgressori delle leggi della vita. Noi abbiamo invece una vita nobilissima: ci cibiamo del Pane del cielo e passiamo, immolandoci come vittime d’amore, per il conseguimento dell’eterna gloria.
Possiamo dire che la caratteristica nella nostra vita, riguardata sopran-naturalmente, è l’impotenza assoluta senza la divina grazia. Siamo come inariditi nella mano ma, avvicinandoci a Gesù e cibandoci di Lui, Egli ci dona l’attività, e vivifica in noi quello che è inerte. Oh, se intendessimo la vita che ci viene dall’Eucaristia, con quanto amore correremmo alla Mensa celeste!
Camminiamo nella vita col medesimo programma di mansuetudine e di umiltà che aveva Gesù; non siamo combattenti nel corpo ma nello spirito, non affermiamo la forza bruta ma quella dell’anima, e affermiamola nell’eroismo del sacrificio e persino del martirio.
Satana c’insidia; tenta accecarci con l’errore e renderci muti alla lode di Dio. Il peccato è l’abisso nel quale ci precipita, e in questo abisso fa scempio di noi. Gesù ci apre le braccia, ci risana, ci restituisce la luce e ci ridona la favella per pregare e lodare Dio.
Non siamo ingrati alle divine misericordie, specialmente oggi che tanti errori infestano la terra, non ci facciamo ingannare dai pretesi corifei di nuove teorie spirituali e sociali. È peccato contro lo Spirito Santo rinnegare la verità conosciuta, e accogliere, di conseguenza, le turlupinature più o meno dissimulate della stoltezza umana. Il demonio, cacciato dal Redentore, tenta oggi prendersi la rivincita, e si è scatenato con grande furore, tra-scinando dietro di sé gli uomini incauti. Si può dire veramente che è venuto con sette spiriti peggiori di lui, e che tenta rendere peggiori gli ultimi anni della vita del mondo. Camminiamo dietro a Gesù nella Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, e vinciamo la battaglia che satana ingaggia contro di noi, vivendo nella piena unione alla divina volontà, nella perfetta os-servanza della sua Legge, e nella fedeltà al suo amore. Quale gioia appar-tenere a Gesù! Quale grazia vivere di Lui! Quale trionfo partecipare al suo regno!
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Lug 20, 2016 7:45 am

Chi sta a capo dev'essere servo

Chi sta a capo rappresenta Dio, e logicamente non può pre-sumere di rappresentare se stesso. Come rappresentante di Dio dev'essere benefico e diffondere la verità, la bontà, l'ordine, l'ar-monia, la pace e la provvidenza. Non può pretendere di avere dei criteri personali o delle dottrine cervellotiche nel governare, né può credersi padrone od anche semplicemente padre del popolo, indipendentemente da Dio. Gesù Cristo non vieta che uno si possa chiamare maestro o padre come rappresentante del Maestro divi-no e del Padre infinito di tutti, ma vieta che uno possa credersi, diciamo così, fondatore o capo scuola di una particolare dottrina e che possa chiamarsi padre per orgoglio di superiorità.
I sacerdoti della Chiesa di Dio si chiamano padri ed anche maestri proprio per ricordare l'unico Maestro e l'unico Padre che abbiamo; essi, quindi, essendo viva rappresentanza di Gesù Cristo, non solo non contravvengono alla sua parola ma la praticano. S'intende che se volessero essere chiamati così per vanità o per ostentazione di un titolo di benemerenza, cadrebbero nella colpa e trasgredirebbero il comando del Signore.
Chi sta a capo dev'essere servo, ed in realtà è tale quando vuole veramente essere utile agli altri; deve stare a disposizione di tutti e deve provvedere a tutti dimenticando se stesso; dev'essere pieno di umiltà, di affabilità, di carità proprio come una mamma che cura i suoi figlioli servendoli.
La Chiesa non conosce altro concetto di superiorità nel suo seno, e se conserva scrupolosamente la gerarchia e il principio di autorità, non lo conserva in una falsa luce di orgoglio, ma in un'aureola di umiltà e di bontà.
Se possono esserci quelli che vengono meno a questo dovere, essi non partecipano allo spirito della Chiesa e sono lontani dal Vangelo.
La bontà, l'umiltà e l'affabilità sono la luce più bella dell'autorità, e le danno un fascino dominatore che non può essere sostituito da nessuna forza.  
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Giu 22, 2016 7:36 pm

La Chiesa è il regno della verità
Il mondo non capisce che la Chiesa è fondata da Gesù Cristo per rendere testimonianza alla verità e alla giustizia; la vorrebbe servile, e poiché questo è impossibile alla stessa missione divina che essa ha, la perseguita. La Chiesa è sempre un ostacolo formidabile per i sopraffattori e per i tiranni, e per questo è odiata da loro. Nelle ingiustizie che commettono, si trovano sempre davanti la parola della infallibile verità che li confonde e, quando credono di averla sopraffatta, spariscono come paglia innanzi al vento, travolti dalla potenza di Dio.
E il popolo che cosa fa nelle vicende dei regni e degli stati? Si lascia costantemente turlupinare, grida evviva ai ladri e agli assassini, ed irrompe contro Gesù Cristo, lasciandosi trascinare dai mestatori. È una storia dolorosa che viviamo continuamente, ma che dolorosamente non insegna nulla alle masse, traviate dalla parola ingannatrice e dal denaro dei suoi traditori. Irrompendo contro Gesù, il popolo peggiora sempre la propria situazione, e cade di miseria in miseria.
Quando entrò Garibaldi a Napoli, il popolo cantava: «Ognuno di noi avrà un pollo a mensa e un marengo d’oro in tasca… Viva Garibaldi!». Ed ebbe la miseria e la fame.
È storia che ormai può cominciarsi a dire un po’ liberamente. È noto quello che è avvenuto in altri paesi, dove gli idoli del tempo promisero al popolo nientemeno che il paradiso in terra, se avesse rinnegato Dio. E il popolo emise il suo grido blasfemo, gridò evviva ai Barabba, ladri e assassini, ed ebbe l’Inferno spietato della miseria con la tirannia più esosa. Nessun regime può avere la garanzia della verità e della giustizia, se non è sottomesso ed ossequente alla Chiesa; nessun uomo politico è veramente tale se non capisce che al disopra dei regni della terra c’è il regno di Dio. Desideriamo una sola cosa: la gloria e il trionfo della Chiesa, e ripariamo, per conto nostro, tutte le ingiurie che essa riceve dai cosiddetti grandi del mondo.
La Chiesa non può tradire perché è il regno della verità; anche quando qualche suo capo lasciasse a desiderare, non potrebbe mai giungere agli eccessi dei tiranni, perché la verità finirebbe per avere sempre il sopravvento e, con la verità, la giustizia e la carità. 

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mar Mag 10, 2016 5:16 pm

Torna, o Maria, nel cuore nostro
Torna, torna, o Maria, nello splendore della tua gloria, torna al mondo sconvolto, e ridonagli la pace che invano cerca nelle conferenze, nei viaggi dei capi di stato, sperando nei con-tatti diplomatici di trovare la via della pace, mentre dovunque si agitano i popoli, insidiano le sette, e fiammeggiano le guerre.
Torna, nella profonda devozione delle anime e della Chiesa, o pacifica, o Madre del Re di Pace. Torna per rianimare le anime consacrate a Dio alla perfezione ideale che naufraga nel-le limacciose onde dell’aggiornamento e del modernismo carico di errori.
Torna, o Maria, e con i tuoi esempi di santità, o perfetta, spazza dalle anime consacrate a Dio le illusioni del mondo, del demonio e della carne.
Torna, o Maria, nel cuore nostro con la ricchezza delle grazie che ci impetri dal Figlio tuo, tu che retribuisci, anche una sola Ave Maria con miracoli di grazie che rinnovano le anime.
Tu, o Maria, rinnova la Chiesa, sposa di Gesù Cristo, che è luce splendida della tua bellezza nelle ombre della tua umiltà, che traspare dalle stesse parole umane con le quali lo Spirito Santo, attraverso le lodi dello Sposo alla sposa del Cantico, ti esalta.
Torni la devozione viva a te, o Maria, affinché noi ti ve-diamo, lo gridiamo a te, con le figlie di Gerusalemme, che cer-cavano lo sposo nelle tenebre della notte. E noi siamo nella notte in ogni popolo, in ogni casta, in ogni anima, e nella tua bellezza vogliamo vedere rinnovata la Chiesa insidiata dagli errori, perseguitata dal comunismo scellerato, ridotta al silenzio nelle regioni che fiorivano ed ora sono preda dei mestatori.
Per te, o Maria, la Chiesa sia vittoriosa dove geme, abbia cori di guerra, contro gli errori, contro le immoralità che dilagano nel mondo e nelle anime, persino in quelle consacrate a Dio. 

 Don Dolindo
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Lun Mag 09, 2016 5:17 pm


È impossibile ricevere Gesù escludendo Maria, ed è impossibile amare Gesù senza attingere questo amore dal Cuore di Maria. Gesù ci dona Maria come mamma Sua, come Mamma nostra, ed attraverso le sue immagini ce ne fa sentire il fascino materno. Si direbbe quasi che le immagini miracolose di Maria sono come la sua eucaristia, dalle quali si effonde come polla di acqua viva in mille misericordie. Quelle immagini sono come la roccia del deserto, dalla quale Mosè fece scaturire l'acqua per le assetate moltitudini. Ogni Santuario di Maria, anche il più solitario e nascosto, è una roccia percossa dalla bontà potente di Dio, che dà acque di grazie. Noi non ponderiamo abbastanza questa provvidenza di carità dolcissima, non vediamo le correnti soprannaturali che si condensano intorno ai quadri di Maria, non vediamo che essi sono il dono della Madre ai figli sconsolati e reietti.

(Padre Dolindo - Servo di Dio)


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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Lun Mag 09, 2016 5:15 pm

Ecco il cuore di una madre
Ecco il cuore di una madre. Esso si conserva sempre tale, anche quando i figli sono cresciuti ed essa è invecchiata: è un cuore grande, un cuore nobile, che non deperisce mai.
Quale delitto, pertanto, non è quello della società quando, con le sue seduzioni, con la sua putredine, profana e fa deperire un cuore sì bello!
Certamente, una giovane sposa perduta dietro le vanità e abbrutita dai divertimenti del mondo distrugge radicalmente le sue belle proprietà; abbrutita dai divertimenti del male, subisce la generazione come un peso. Ma se la subisce, se profana questa qualità sublime, essa allora non è madre, non è donna, ma è una femmina ridotta ad essere peggiore di un animale bruto. Anche in questo caso, però, la donna non perde tutta la sua grandezza e la sua generosità ma, solo, la offusca e la annebbia.
Figli di famiglia, baciate le vostre madri! Voi non darete in vita vostra un bacio più puro, voi non ne riceverete mai uno più caldo di affetto vivo, disinteressato e profondo. Baciate le vostre madri, per-ché in esse voi bacerete l'immagine più bella, più eloquente di Dio. Baciate le vostre madri, perché le forze che avete, la vita che vi a-nima, l'intelligenza che vi illumina vi furono date da Dio attraverso il loro ministero. Baciate le vostre madri, perché il bacio della madre sarà il ricordo più soave e più dolce di tutta la vostra vita.
Baciate le vostre madri, perché il vostro bacio sarà la più bella ricompensa che la mamma si aspetta da voi. La madre non vuole la riconoscenza, ma il vostro amore; e lo vuole per amarvi di più, per-ché ella non è che amore.
Ricordatevi che anche Gesù volle avere il bacio di una madre e volle essere stretto tra le sue braccia. Egli poteva nascere in modo diverso dagli altri uomini, ma non lo volle, perché volle nobilitare di più la dignità materna nella persona di Maria santissima, perché volle onorare egli stesso la madre, elevandola straordinariamente ad una grandezza veramente sublime, ad un'altezza divina.
Siate sempre bambini di fronte alla mamma vostra, fatela felice, sollevatene il cuore, fate che essa spiri baciandovi e benedicendovi. Amen. 

Don Dolindo

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Mar 23, 2016 2:00 pm

[Vivere della sapienza della Croce

Annientatevi, umiliatevi, riconoscendovi nullità e peccato, ai piedi della Croce, poiché voi l'avete fabbricata con i vostri peccati. Non aspirate a grandezze spirituali, ai privilegi, ai primi posti, ma umiliatevi, poiché lo sguardo divino non si ferma che sulla umiltà. Confidate, soprattutto confidate nella potenza della Croce e pigliatela come arma, come ricchezza, come forza. Se non diventate figliuole della Croce voi non farete mai nulla di bene e sarete sempre anime sterili e vuote. Dovete immedesimarvi con la Croce – dirò così – dovete gloriarvi solo del Crocifisso Gesù. Rimanete perciò ai piedi della Croce con la meditazione della Passione.
Quando il demonio penetra nella vostra fantasia per turbarla, fugge quando vi trova l'immagine della Croce, e ve la trova quando voi, meditando la Passione, ve la raffigurate con i fantasmi della morte.
Quando il demonio penetra nel cuore per suscitarvi l'amore delle creature, fugge se vi trova piantata la Croce, e ve la trova quando il cuore geme di compassione per Gesù sofferente!
Quando il demonio penetra nella mente per turbarla con tentazioni intellettive, con errori, fugge se vi trova la Croce, e ve la trova quando voi vivete della sapienza della Croce che è stoltezza innanzi agli uomini.
Quando il demonio cerca di turbare il corpo, i sensi, fugge se lo trova segnato dalla Croce, se lo trova tinto del Sangue di Gesù. Dalla Croce sua Gesù vi ammanta del suo Sangue, Gesù vi arricchisce con i meriti suoi e tutta l'anima vostra diventa un cantico di amore a Dio solo!
Persuadetevi che senza una devozione grande, continua, tenera alla Passione di Gesù non è possibile camminare per la via di Dio, ed ogni dono celeste isterilisce nel cuore dove non vi è piantata la Croce! La vostra missione cristiana anche oggi deve essere quella di piantare dovunque la Croce di Gesù, affinché le creature sentano fame di Lui e se ne cibino, sentano il suo amore e lo glorifichino. 
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Mar 16, 2016 11:58 am

Ave Maria,

Tu dunque, o Maria, sei la nostra speranza; Tu la misericordia che ci abbraccia, Tu la piena di grazie che ci arricchisci, Tu la materna forza che ci sostiene, Tu la consolatrice che ci conforti, Tu la Mamma che terge le nostre lacrime, Tu solo, o Maria! Donaci una grande devozione a te, una devozione tenerissima, confidente, costante, che sappia fare appello al tuo Cuore nei momenti ardui del nostro pellegrinaggio, che sappia cogliere da te il soave frutto della vita! Chi può dire di essere impotente a combattere, se fa appello alla tua forza? Chi può dire di non poter esercitare la virtù se ricorre al tuo aiuto? Chi può affermare di non saper vincere gli ostacoli di satana, se ripone nelle tue materne mani la santa causa che difende? Guarda, dunque, o Maria, le tempeste che si scatenano nella mia vita, volgiti a me, intervieni, imponi ai flutti di quietarsi, comanda agli uomini di cedere a Dio, a satana di relegarsi nell'abisso, e vinci, o dolcissima Madre, vinci Tu sola contro tutte le insidie del male! Esaltati con nuova piena di grazie in mezzo al tuo popolo, fa risorgere sulle tenebre del mondo la luce che Gesù Cristo ci donò, ricoprine la terra come nebbia luminosa che offuschi ogni altra effimera luce, debella satana per sempre, o vittoriosa Regina, e fa che per la tua misericordia il Re fortissimo trionfi su tutte le anime e su tutti i cuori. Così sia!

(Padre Dolindo - Servo di Dio)







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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Mar 16, 2016 11:55 am

Io vi insegnerò questo segreto di amore

Sono io, Maria Immacolata, Madre di Dio:
Pigliate la Croce come vostro tesoro, e gloriatevi di Gesù Crocifisso esultando in Lui. Come potete considerare il Crocifisso senza umiliarvi? Non siete voi che gli avete fatte quelle piaghe? Non le avete rinnovate quando Egli più vi ha amato? Avete bisogno di molta umiltà, avete bisogno di dimenticare il vostro interesse particolare e la vostra gloria, e questa umiltà germina come fiore dalla Croce!
La Croce di Gesù è la potenza del suo braccio!
Egli si fece configgere le sue mani ed i suoi piedi per vincere il male e redimervi.
Dalla Croce disperse l’orgoglio che aveva fatto cadere nel baratro tutta l’umanità.
Con la Croce trionfò deponendo la potenza umana e regnando nella umiliazione del suo sacrifici.
Dalla Croce diffuse la sua misericordia e saziò di baci le sue creature affamate.
Dalla Croce distese le mani all’umanità per riceverla come figliuola, nella sua grande misericordia.
L’Eucaristia è il mistero vivente della Croce; la Croce è come la scrittura e la parola di questo mistero. Potete voi leggere un libro senza cono-scere bene l’alfabeto? Potete vivere del pensiero diffuso in quel libro senza conoscere prima le lettere, senza saperle riunire? L’Eucaristia è la vita, la Passione di Gesù, considerata, meditata, resa parte della vostra vita è come l’alfabeto sensibile che vi fa intendere il linguaggio misterioso della Vita Eucaristica. Meditate la Passione, perciò, affinché Gesù vi possa trovare pronte ai cenni della sua Volontà.
La Passione di Gesù, meditata, è come una Comunione, e la Comu-nione eucaristica, il sacrificio dell’altare è la Passione. Dalla Croce Gesù vi fortifica e vi rende anime eucaristiche, e dalla Eucaristia vi comunica la vita della Croce: sono due cose inseparabili.
Ricorrete a me, io vi insegnerò questo segreto di amore. Facendo la Via Crucis, e durante il giorno, come giaculatoria, ripetete quella bella preghiera della Chiesa: «Santa Madre questo fate, che le piaghe del Signore ed i vostri grandi dolori siano impressi nei nostri cuori».
Vi benedico, figlie mie, vi chiudo nel mio Cuore addolorato che me-ditò più di qualunque altra creatura il grande mistero della Cr
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mar Mar 08, 2016 10:17 am

 Per me hai voluto soffrire tanto

Chi mai soffrì come Te, o amabile Gesù, Giudice Eterno, e quindi valutatore mirabile di ogni ingiustizia che ti colpì? Chi come Te provò lo spasimo di sentirsi derelitto ed indifeso in mezzo al mugghiare di tanta spaventosa tempesta? Con quale sguardo addolorato dovesti Tu vedere i tuoi nemici che cantavano vittoria, vedendo in quel trionfo manomesso l'onore e la gloria di Dio? Piansero gli Angeli intorno alla Croce, pianse Maria piansero i tuoi più cari, piansero i cieli oscurati, piansero i monti spezzati, perché mai videro un'ingiustizia più grande. Per me hai voluto soffrire tanto, o mio Gesù, per consolarmi, per farmi sentire che il trionfo dell'empietà e dell'ingiustizia non deve turbarmi.
Che importa a me che trionfano i perversi nel mon-do, che è misera valle di pianto? Che cosa potrebbe trion-fare nel letamaio se non il letame? E che cosa trionfa nel nido degl'insetti se non l'insetto? Potrebbe mai trionfare nella tana delle iene l'uccello di paradiso, o nelle caverne dell'urango un tenero bambino innocente? Tutto il trionfo degli empi si riduce alla tua grande parola, o Gesù: Que-sta è l'ora vostra e la potestà delle tenebre; il mondo è l'ambiente delle tenebre, è logico che in esso trionfino le tenebre nell'ora che hanno. Io perciò, mio Signore, non mi farò affascinare dalla potenza dei perversi, ma dirò: Sia lungi da me il consiglio degli empi; mi unirò a Te nella via del Calvario, mi reputerò beato quando gli uomini mi maledicono, ed aspetterò con fiducia l'ora tua ed il tuo eterno trionfo. 
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Sab Mar 05, 2016 1:55 pm

Tutti lo abbandonarono alla morte

Gesù Cristo non è Sacerdote come gli altri che offrono al Signore quello che loro non appartiene, Egli è nello stesso tempo anche la Vittima pura ed immacolata del suo sacrificio. È logico quindi che rifulgendo Egli come Sacerdote innanzi a tutte le genti, rifulga anche come vittima. La sua immolazione ha il carattere della sua divina delicatezza, poiché Egli s’immolò come se fosse stato il reietto dell’umanità, e nella sua degnazione tollerò che lo cacciassero da Gerusalemme; in altri termini, s’immolò quando nessuno lo volle più, quando tutti lo abbandonarono alla morte.
La sua immolazione era un atto del suo ineffabile amore, ed era da parte degli uomini un atto di crudeltà spaventosa; E-gli s'immolò perché lo volle, ma attese che anche gli uomini lo volessero nella loro perfidia; così utilizzò la loro medesima empietà, e mutò in prezzo di salute quello che doveva essere soltanto titolo di terribile condanna. Anche questo fu un atto di delicatezza divina, perché Egli, che nel suo amore aveva biso-gno d'immolarsi per dare all’uomo la massima testimonianza di amore, volle essere immolato da quegli stessi che salvava, rendendoli quasi cooperatori incoscienti della sua carità. Non c’è maggior segno d’amore che dare la vita per l'amico, ma il darla per le mani stesse dell'amico, diventato fiero ed implacabile nemico, è atto d’amore che solo Gesù Cristo poteva fare. In tal modo Egli fu prezzo del nostro riscatto e fu mercede di quegli stessi che lo immolarono, dando loro come risposta di un delitto così grave il perdono e la promessa dell’eterna vita, chiamandoli al suo Cuore divino nell'atto stesso nel quale essi lo ripudiavano come il più pericoloso malfattore
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Messaggio  cassarà palma il Gio Mar 03, 2016 9:12 am

Il grido insano: «Crocifiggilo!»
È necessario trattenersi un po’ a considerare l’insano grido del popolo contro Gesù, poiché esso è troppo infame, e dolorosa-mente è stato troppo ripetuto dai popoli della terra. Che cosa si agitava, psicologicamente, nell’animo dei Giudei quando gridavano così, e che cosa credevano di conseguire? Essi sapevano bene quale sarebbe stata la conseguenza di quel grido e, lungi dall’aver pietà per Colui che li aveva sempre beneficati, insiste-vano furiosamente perché fosse stato condannato alla più obbrobriosa delle morti.
Era incoscienza colpevole o era aberrazione?

In realtà, il popolo non sapeva esso stesso che cosa volesse e perché gridava; era sobillato, ed era corrotto dal denaro; gridava, quindi, come voce di quelli che lo avevano frettolosamente assoldato, e gridava per un guadagno materiale. Gli era stato fatto temere che senza la morte di Gesù sarebbe stato definitivamente distrutto dai Romani, ma questo motivo politico era servito solo per le persone più rappresentative del popolo; gli altri, cioè la massa, gridavano perché così era stato suggerito loro di gridare. Erano quindi molto più rei e, gridando, chiamavano sul loro capo la ma-ledizione.
Odiavano Colui che avrebbero dovuto amare, e ne reclamava-no la morte come sedizioso, quando essi, proprio essi lo avevano seguito con entusiasmo, domandandogli persino che fosse stato il loro re. Gridavano per gridare, e rinnegavano tutto quello che ave-vano visto di mirabile con i loro occhi, seguendo più la menzogna dei loro capi che la verità. Pilato invano domandava loro: Che male ha fatto? Essi gridavano da insensati scelleratissimi: Crocifiggilo! senza motivo, unicamente per malvagità, unicamente perché erano stati pagati, e mettevano il loro interesse materiale al di sopra di tutto.
L’impeto del popolo non fu una sedizione, un ribollimento di passioni improvvise che dilagano senza misura; fu una scenata tanto più empia perché pagata, fu un enorme peccato ad occhi aperti che impresse su tutta la gente ebrea un marchio di infamia, del quale ancora si vedono le conseguenze. 
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Messaggio  cassarà palma il Gio Mar 03, 2016 9:05 am

Gesù disse: «Ho sete»
Gesù Cristo agonizzava, ma aveva la pienezza della sua vita divina e la padronanza assoluta di ogni suo atto. Era Dio e, pur morendo in quanto uomo, mostrava nella sua stessa morte, la sua divinità. Egli guardava a tutti i secoli, stava al centro della storia umana, considerava le promesse di Dio, le figure, le profezie, e misurava tutto lo sviluppo dell’opera sua nei più minuti particolari, sino al termine dei secoli. Valutava tutto con infinita calma, come un artista che dà gli ultimi ritocchi all’opera d’arte che ha prodotta, e aveva cura che tutto fosse compiuto quello che di Lui era stato predetto, anche a costo di attirare su di sé nuove pene. Era tutto abbandonato alla divina volontà, e considerava le profezie che lo riguardavano non tanto come la previsione di ciò che doveva avvenire, quanto come l’espressione della divina volontà; perciò Egli stesso ne desiderava il compimento, e lo determinava, accettando le pene che a mano a mano lo torturavano. È in questo altissimo senso che il Sacro Testo dice che Egli, conoscendo che tutto era compiuto, affinché si adempisse la Scrittura disse: Ho sete.
Era detto nel salmo 21,16 che la lingua della vittima si sarebbe attac-cata al suo palato per la sete, e nel salmo 68,26 che nella sua sete l’avrebbero abbeverato di aceto. Egli considerò in queste due profezie la riparazione alla sete che le creature hanno del male quando ardono in loro le passioni; considerò la gloria che veniva a Dio da quella riparazione e, ardendo di mistica sete d’amore per Dio e per le anime, come ardeva di sete fisica terribile per la perdita del sangue e per gli atroci tormenti che subiva, gridò: Ho sete.
Il profeta aveva visto in spirito che l’avrebbero abbeverato di aceto, contemplando quello che sarebbe avvenuto, e che avvenne difatti, ma quella pena e quell’insulto non potevano toccare il Redentore senza la sua volonta-ria accettazione, perché nessuna creatura perversa avrebbe potuto irrompere contro di Lui che era Uomo-Dio; perciò Egli stesso, domandando da bere o, meglio, dicendo semplicemente di aver sete, attirò su di sé quell’ultimo atto di malvagità che già stava nel cuore dei suoi carnefici.
Certo è un mistero, ma se ne può intravedere qualche barlume per in-tenderlo. I sacerdoti, gli scribi, i farisei, i carnefici, i soldati avevano cercato di rendere a Gesù più aspra e tormentosa la morte; avevano fatto le loro con-giure, avevano stabilito come attuarle, e la loro perfida volontà si era deter-minata liberamente a maggiore iniquità secondo le circostanze occorse nello sviluppo del loro piano. Tutto questo apparteneva alla loro malizia, ed era stato previsto dai profeti, prima che avvenisse. 
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Messaggio  cassarà palma il Mar Mar 01, 2016 12:00 pm

Pilato: che cosa farò di Gesù

Pilato fece la proposta al popolo, ed attese che avesse risposto. Mentre attendeva la moglie gli mandò a dire che non s'impicciasse di quel giusto, perché essa aveva avuto molti sogni penosi a causa di Lui. Non sappiamo di qual natura siano stati i suoi sogni, né si può dire che siano venuti da Dio. Molti lo suppongono; ma altri credono che siano stati una suggestione di satana, il quale, sospettando in Gesù il Redentore promesso, avrebbe voluto impedirne la morte. Secondo questa opinione, l'arcana pazienza del Signore convinse satana della missione di Lui, e cercò impedirne il compimento; quando vide vano il suo sforzo, allora irruppe in tutta la sua ira per tentare almeno di vendicarsi.
Pilato non diede troppa importanza alle parole della moglie, perché credeva ormai di aver trovato il modo di uscire d'impaccio; non aveva pen-sato alla malignità dei sacerdoti, degli scribi e farisei che non aveva confine; questi col denaro comprarono il voto del popolo, e lo indussero non solo a domandare la liberazione di Barabba, ma a pretendere la morte di Gesù.
Finché il popolo avesse chiesto la liberazione del ladro sedizioso e omicida, sarebbe stata un'enormità, ma non un assurdo, dato che il popolo poteva scegliere; ma domandare a gran voce la morte di un innocente, pro-prio nella solennità della liberazione, a Pilato sembrò tale mostruosità che non seppe trattenersi dal dire con forza: Ma che ha fatto Egli di male? Prima aveva detto: Che cosa dunque farò di Gesù, chiamato il Cristo?, per indurre il popolo a riflettere alla richiesta che faceva, dopo ne proclamò a-pertamente l'innocenza; e quasi chiamò la moltitudine a giudicare con lui.
Avrebbe dovuto imporre la sua sentenza, anzi avrebbe dovuto punire i falsi testimoni, ma non ne ebbe il coraggio. Il popolo aveva gridato eri-gendosi a giudice, ed egli, quasi esautorandosi, aveva mostrato di non poter contraddire quel giudizio; ricorse perciò ad un gesto che doveva esprimere il suo disinteressamento, e si lavò pubblicamente le mani dicendo che egli era innocente del sangue di quel giusto. Nel Deuteronomio (21,6) è prescritto ai sacerdoti di lavarsi le mani per attestare di non aver preso parte all'uccisione di un uomo trovato morto; forse Pilato s'ispirò a questa ce-rimonia alla quale aveva dovuto assistere molte volte, ma non riflettette che con questo si dava in balìa del popolo che da lui solo reclamava la sentenza di morte, e di morte di croce.
Tutta la moltitudine gridò come un sol uomo invocando che il Sangue di Gesù cadesse su di essa e sui suoi figli, e non s'accorse che con questo reclamava da Dio la sentenza di un terribile castigo, poiché al Signore certo non poteva essere nascosta la maligna intenzione che esso aveva nel re-clamare la morte dell'Innocente. 
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Messaggio  cassarà palma il Lun Feb 29, 2016 1:31 pm

Gesù Cristo innanzi a Pilato
I Romani erano soliti amministrare la giustizia per le cause criminali allo spuntare del giorno, ed i principi dei sacerdoti, dopo aver condannato il Redentore, lo condussero a Pilato per la ratifica della sentenza. Accortosi però che il preside romano non era per nulla disposto a sottostare alle loro pressioni, come si rileva dal Vangelo di san Giovanni, presentarono la causa sotto l'aspetto politico ed accusarono il Redentore di sedizione, come colui che s'era dichiarato Re.
Gesù era tutto sfigurato dai maltrattamenti della notte, ma il suo aspetto aveva una singolare maestà che incuteva rispetto; Pilato vedendolo credette di avere davvero davanti a sé il Re spodestato dai Giudei, e glielo domandò. Dal modo come lo aveva interrogato i principi dei sacerdoti capirono che era stato impressionato favorevolmente di Lui, e perciò cominciarono ad accusarlo in tutti i modi per distruggere quella buona impressione. A quelle accuse Gesù non rispose nulla.
Che cosa avrebbe potuto rispondere a calunnie architettate apposta per con-dannarlo?
Avrebbe dovuto spiegare innumerevoli cose, delle quali nessuno avrebbe potuto intendere il vero significato, avrebbe parlato invano, perché i suoi nemici erano già decisi a sopprimerlo; Egli dunque tacque. Ma nel suo silenzio, quanta dignità, quanta maestà, quanta eloquenza di amore che non sfuggì, inconsciamente, al preside, e suscitò in lui una grande meraviglia.
Egli era abituato ai clamorosi dibattiti dei processi criminali, e specie quan-do gli si portava a ratificare una sentenza di morte, sapeva per esperienza quanto il condannato gridasse e cercasse difendersi con tutte le sue forze; ora invece si trovava di fronte ad una calma maestosa, serena, amorosa e paziente che gli suscitava stupore grandissimo.
Quel silenzio poi era la più eloquente affermazione d'innocenza, e faceva un contrasto vivo con l'irruente odio dei sacerdoti, i quali nel loro stesso modo di par-lare si svelavano, e manifestavano l'invidia che li ossessionava.
Il popolo assisteva con grande curiosità, come suole avvenire in simili circo-stanze, ma taceva; Pilato credette di capire che non c'era identità di vedute tra la moltitudine e i sacerdoti, e pensò di rendere vana la trama della congiura appellandosi al popolo, e liberando il prigioniero con un atto di clemenza che di per sé avrebbe troncato il processo.
Durante le feste di Pasqua, in memoria della liberazione del popolo dalla schiavitù, si soleva liberare un carcerato, a richiesta di popolo; i Romani avevano mantenuto questa antichissima usanza. Ora si trovava imprigionato un pessimo soggetto, chiamato Barabba, che significa: figlio del padre, e secondo alcuni codici: Gesù Barabba; era un delinquente pericoloso e prepotente, che in una sedizione aveva commesso un omicidio, ed era in attesa della condanna capitale. Pilato pensò che per far liberare Gesù, da lui già conosciuto come benefattore del popolo, e che era tutto mansuetudine e carità, sarebbe bastato proporlo alla moltitudine, per la rituale liberazione, di fronte a Barabba, ladrone, sedizioso e omicida. 
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Lun Feb 29, 2016 1:27 pm

L'avviso della moglie di Pilato
Pilato fece la proposta al popolo, ed attese che avesse ri-sposto. Mentre attendeva la moglie gli mandò a dire che non s'impicciasse di quel giusto, perché essa aveva avuto molti sogni penosi a causa di Lui. Non sappiamo di qual natura siano stati i suoi sogni, né si può dire che siano venuti da Dio. Molti lo sup-pongono; ma altri credono che siano stati una suggestione di sa-tana, il quale, sospettando in Gesù il Redentore promesso, a-vrebbe voluto impedirne la morte. Secondo questa opinione, l'arcana pazienza del Signore convinse satana della missione di Lui, e cercò impedirne il compimento; quando vide vano il suo sforzo, allora irruppe in tutta la sua ira per tentare almeno di vendicarsi.
Pilato non diede troppa importanza alle parole della moglie, perché credeva ormai di aver trovato il modo di uscire d'impaccio; non aveva pensato alla malignità dei sacerdoti, degli scribi e farisei che non aveva confine; questi col denaro compra-rono il voto del popolo, e lo indussero non solo a domandare la liberazione di Barabba, ma a pretendere la morte di Gesù.
Finché il popolo avesse chiesto la liberazione del ladro se-dizioso e omicida, sarebbe stata un'enormità, ma non un assurdo, dato che il popolo poteva scegliere; ma domandare a gran voce la morte di un innocente, proprio nella solennità della liberazione, a Pilato sembrò tale mostruosità che non seppe trattenersi dal dire con forza: Ma che ha fatto Egli di male? Prima aveva detto: Che cosa dunque farò di Gesù, chiamato il Cristo? Per indurre il popolo a riflettere alla richiesta che faceva, dopo ne proclamò apertamente l'innocenza; e quasi chiamò la moltitudine a giudi-care con lui.
Avrebbe dovuto imporre la sua sentenza, anzi avrebbe do-vuto punire i falsi testimoni, ma non ne ebbe il coraggio. Il po-polo aveva gridato erigendosi a giudice, ed egli, quasi esautorandosi, aveva mostrato di non poter contraddire quel giudizio; ricorse perciò ad un gesto che doveva esprimere il suo disinteressamento, e si lavò pubblicamente le mani dicendo che egli era innocente del sangue di quel giusto. Nel Deuteronomio (21,6) è prescritto ai sacerdoti di lavarsi le mani per attestare di non aver preso parte all'uccisione di un uomo trovato morto; forse Pilato s'ispirò a questa cerimonia alla quale aveva dovuto assistere molte volte, ma non riflettette che con questo si dava in balìa del popolo che da lui solo reclamava la sentenza di morte, e di morte di croce.
Tutta la moltitudine gridò come un sol uomo invocando che il Sangue di Gesù cadesse su di essa e sui suoi figli, e non s'accorse che con questo reclamava da Dio la sentenza di un terribile castigo, poiché al Signore certo non poteva essere nascosta la maligna intenzione che esso aveva nel reclamare la morte dell'Innocente.
Pilato era come la rappresentanza di tutte le ingiustizie che i giudici avrebbero consumate nel corso dei secoli. Di carattere de-bole, servile ed opportunista, cercò di difendere l'innocenza in modo da non compromettere se stesso; cedette per timore, e credette di aver provveduto sufficientemente alla sua coscienza col lavarsi le mani. Gesù Cristo subiva e riparava, e sottomettendosi Egli all'ingiustizia, consolava in tutti i secoli gli innocenti con-dannati dalla malignità umana.
Quante volte l'anima nostra ascoltando il grido delle passioni, e cedendo alle loro pretese, condanna Gesù alla morte nel suo cuore! Preferisce a Lui la degradazione, la miseria, l'impurità, la violenza e si priva della sua dolcissima grazia!
Quante volte, nell'umana società, quelli che governano si lasciano trascinare dalle correnti diaboliche delle sette, e mano-mettono i sacrosanti diritti di Dio e della Chiesa! Non si rifiuta Gesù Cristo senza condannarlo, ed è impossibile rimanere neutrali o indifferenti innanzi a Lui. Chi si lava le mani, disinteressandosi della sua gloria e dei suoi diritti, li rinnega, li manomette e li conculca. È necessario acclamare Re Gesù Cristo, e vivere della sua vita e del suo amore condannando il male e le suggestioni diaboliche che tentano di separarci dal suo amore ! Smile
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Messaggio  cassarà palma il Mer Feb 24, 2016 1:04 pm

La cattura di Gesù
Mentre Gesù ancora parlava ai suoi apostoli, Giuda si avanzò, e con lui, ad una certa distanza, una gran turba armata di spade e di bastoni, mandata dal sinedrio. Il traditore si avanzò verso Gesù e secondo il segnale che aveva dato, lo baciò per additarlo con sicurezza agli sgherri. Quel bacio fu per il Redentore un dolore inconcepibile, non solo perché menzogna spaventosamente crudele, ma perché fu come il bacio datogli dal peccato stesso. Non si può misurare che cosa sia stato il contatto della menzogna con l'eterna verità e del peccato con l'infinita santità!
Gesù Cristo non rifiutò il bacio di Giuda, anzi chiamò questi amico, in segno di misericordia, e gli domandò perché fosse venuto, per fargli ponderare il passo che aveva dato. Forse al contatto del volto divino di Gesù ed alle sue pa-role dolcissime, cominciò in Giuda il sentimento di profondo rimorso, che avrebbe potuto essere pentimento, e per sua colpa divenne disperazione. Egli non resistette all'interrogazione soavissima del Maestro, e poiché gli sgherri si avanzarono per catturare la vittima designata, fuggì errando per le valli in preda ad un'agitazione spaventosa.
Nel vedere i manigoldi stringersi minacciosi intorno al Signore, Pietro sfoderò una spada che aveva portato con sé proprio in previsione di un pericolo notturno, ed amputò l'orecchio destro di un servo del principe dei sacerdoti. Non aveva saputo dargli amore vigilando nella preghiera, e pretese dargli aiuto di-fendendolo. L'impeto che ebbe fu una vera tentazione di satana, il quale, astutissimo com'è, volle metterlo nella condizione di compromettersi con l'autorità e di essere più facilmente spinto a rinnegare il Maestro.
Satana con quell'atto inconsulto di coraggio e di zelo, lo predispose al peccato che stava per commettere, gli dette coraggio per ferire il servo, e gli tolse il coraggio per confessare il Signore! Certo l'aver ferito il servo del principe dei sacerdoti importava per lui una compromissione penale, ed egli, quando si trovò di fronte alle serve ed ai circostanti che asserivano essere lui uno dei discepoli del Redentore, negò ripetutamente perché temette di essere coinvolto con Gesù Cristo, e di poter pagare la pena della ferita fatta al servo del sacerdote. Gesù Cristo fece capire a Pietro prima, e poi a tutti quelli che lo circondavano, che quello che avveniva era precisamente il compimento delle Scritture. Se Egli avesse voluto impedirlo, lo avrebbe potuto, domandando al Padre, più che dodici uomini, dodici legioni di angeli; ma doveva svolgersi ciò che era stato predetto. Egli lasciava il corso alle libere volontà umane, dominandole non già con la forza ma utilizzando la loro stessa perversità al compimento dei disegni del suo amore. Gesù Cristo non volle dire che ciò che succedeva era fatale, ma che era stato già predetto, e che costituiva perciò una parte del disegno divino che si sviluppava fra le libere volontà degli uomini. 

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Feb 24, 2016 12:58 pm


Tutto il processo, inscenato dai principi dei sacerdoti e dal sinedrio, era semplicemente una formalità; essi infatti non cercavano la verità ma i falsi testimoni, non indagavano sulle supposte responsabilità del Redentore, ma vole-vano ad ogni costo disfarsene, pur serbando un'apparenza di legalità. È impressionante il pensare che gli stessi falsi testimoni, prezzolati per mentire, non poterono accusarlo verosimilmente, tanta era la sua santità, e poterono solo ripor-tare, falsandole, le parole che aveva dette guardando il tempio. Egli infatti non aveva detto di poter distruggere il tempio e riedificarlo in tre giorni, ma, parlando del suo Corpo, aveva detto ai suoi nemici: Distruggetelo voi, ed io in tre giorni lo riedificherò.
La falsa testimonianza, benché avesse deformata la verità, non era sufficiente a pronunziare una sentenza di morte, e perciò il Sommo sacerdote con diabolica malizia interrogò solennemente Gesù Cristo sulla sua divinità; lo scongiurò per il Dio vivente a dirlo, perché sapeva che Egli non l'avrebbe negato, e perché sperava che, negandolo per timore, si fosse da se stesso sfatato. Dio permise tanta malignità, perché volle che solennemente, innanzi al sacerdote, dalla bocca stessa del suo Figlio fosse stata dichiarata la verità.
Vi fu un momento di silenzio nell'assemblea. Caifa fissava Gesù con uno sguardo ipocrita e maligno, contento di averlo messo alle strette.
Gesù s'illuminò di un insolito splendore di maestà, e rispose non solo che Egli era il Figlio di Dio, ma che un giorno sarebbe ritornato sulle nubi del cielo con grande maestà, per giudicare tutti e per giudicare quelli che in quel momento presumevano di giudicarlo. Caifa a quella solenne dichiarazione finse d'addo-lorarsi, si lacerò le vesti, proclamò che Egli aveva bestemmiato, eccitò l'ira dell'assemblea, lo fece dichiarare reo di morte e lo abbandonò agli obbrobri ed alle percosse della canaglia.
In quell'aula tenebrosa s'iniziò la lotta contro il Redentore, lotta di calunnie e di persecuzioni, che dura tuttora nel suo Corpo mistico, specialmente oggi. Ma tutte le persecuzioni e gli obbrobri non potranno mai distruggere la verità, e quando l'umana nequizia avrà raggiunto il culmine di ogni nefandezza, allora la divina giustizia si manifesterà, il mondo sarà sconvolto dalle ultime tribolazioni, ed il Giudice eterno verrà a giudicarlo. Non ci scandalizziamo del fugace trionfo degli empi, non ci uniamo al loro rauco coro, mormorando della divina provvi-denza, non ci uniamo a quelli che rinnegano il Redentore ma confessiamo la no-stra fede a fronte alta, e piangiamo amaramente sui nostri peccati e sui tristissimi momenti che attraversiamo. Preghiamo e vigiliamo con l'azione per tutelare l'onore di Dio, preghiamo e confidiamo sospirando al regno del Re d'Amore, preghiamo ed uniamoci con la vita veramente cristiana alla confessione del Redentore che i martiri fanno ora stesso col loro sangue! 
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Re: ascoltiamo don Dolindo

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