ascoltiamo don Dolindo

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Lug 20, 2016 9:45 am

Chi sta a capo dev'essere servo

Chi sta a capo rappresenta Dio, e logicamente non può pre-sumere di rappresentare se stesso. Come rappresentante di Dio dev'essere benefico e diffondere la verità, la bontà, l'ordine, l'ar-monia, la pace e la provvidenza. Non può pretendere di avere dei criteri personali o delle dottrine cervellotiche nel governare, né può credersi padrone od anche semplicemente padre del popolo, indipendentemente da Dio. Gesù Cristo non vieta che uno si possa chiamare maestro o padre come rappresentante del Maestro divi-no e del Padre infinito di tutti, ma vieta che uno possa credersi, diciamo così, fondatore o capo scuola di una particolare dottrina e che possa chiamarsi padre per orgoglio di superiorità.
I sacerdoti della Chiesa di Dio si chiamano padri ed anche maestri proprio per ricordare l'unico Maestro e l'unico Padre che abbiamo; essi, quindi, essendo viva rappresentanza di Gesù Cristo, non solo non contravvengono alla sua parola ma la praticano. S'intende che se volessero essere chiamati così per vanità o per ostentazione di un titolo di benemerenza, cadrebbero nella colpa e trasgredirebbero il comando del Signore.
Chi sta a capo dev'essere servo, ed in realtà è tale quando vuole veramente essere utile agli altri; deve stare a disposizione di tutti e deve provvedere a tutti dimenticando se stesso; dev'essere pieno di umiltà, di affabilità, di carità proprio come una mamma che cura i suoi figlioli servendoli.
La Chiesa non conosce altro concetto di superiorità nel suo seno, e se conserva scrupolosamente la gerarchia e il principio di autorità, non lo conserva in una falsa luce di orgoglio, ma in un'aureola di umiltà e di bontà.
Se possono esserci quelli che vengono meno a questo dovere, essi non partecipano allo spirito della Chiesa e sono lontani dal Vangelo.
La bontà, l'umiltà e l'affabilità sono la luce più bella dell'autorità, e le danno un fascino dominatore che non può essere sostituito da nessuna forza.  
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Messaggio  cassarà palma il Mer Giu 22, 2016 9:36 pm

La Chiesa è il regno della verità
Il mondo non capisce che la Chiesa è fondata da Gesù Cristo per rendere testimonianza alla verità e alla giustizia; la vorrebbe servile, e poiché questo è impossibile alla stessa missione divina che essa ha, la perseguita. La Chiesa è sempre un ostacolo formidabile per i sopraffattori e per i tiranni, e per questo è odiata da loro. Nelle ingiustizie che commettono, si trovano sempre davanti la parola della infallibile verità che li confonde e, quando credono di averla sopraffatta, spariscono come paglia innanzi al vento, travolti dalla potenza di Dio.
E il popolo che cosa fa nelle vicende dei regni e degli stati? Si lascia costantemente turlupinare, grida evviva ai ladri e agli assassini, ed irrompe contro Gesù Cristo, lasciandosi trascinare dai mestatori. È una storia dolorosa che viviamo continuamente, ma che dolorosamente non insegna nulla alle masse, traviate dalla parola ingannatrice e dal denaro dei suoi traditori. Irrompendo contro Gesù, il popolo peggiora sempre la propria situazione, e cade di miseria in miseria.
Quando entrò Garibaldi a Napoli, il popolo cantava: «Ognuno di noi avrà un pollo a mensa e un marengo d’oro in tasca… Viva Garibaldi!». Ed ebbe la miseria e la fame.
È storia che ormai può cominciarsi a dire un po’ liberamente. È noto quello che è avvenuto in altri paesi, dove gli idoli del tempo promisero al popolo nientemeno che il paradiso in terra, se avesse rinnegato Dio. E il popolo emise il suo grido blasfemo, gridò evviva ai Barabba, ladri e assassini, ed ebbe l’Inferno spietato della miseria con la tirannia più esosa. Nessun regime può avere la garanzia della verità e della giustizia, se non è sottomesso ed ossequente alla Chiesa; nessun uomo politico è veramente tale se non capisce che al disopra dei regni della terra c’è il regno di Dio. Desideriamo una sola cosa: la gloria e il trionfo della Chiesa, e ripariamo, per conto nostro, tutte le ingiurie che essa riceve dai cosiddetti grandi del mondo.
La Chiesa non può tradire perché è il regno della verità; anche quando qualche suo capo lasciasse a desiderare, non potrebbe mai giungere agli eccessi dei tiranni, perché la verità finirebbe per avere sempre il sopravvento e, con la verità, la giustizia e la carità. 

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mar Mag 10, 2016 7:16 pm

Torna, o Maria, nel cuore nostro
Torna, torna, o Maria, nello splendore della tua gloria, torna al mondo sconvolto, e ridonagli la pace che invano cerca nelle conferenze, nei viaggi dei capi di stato, sperando nei con-tatti diplomatici di trovare la via della pace, mentre dovunque si agitano i popoli, insidiano le sette, e fiammeggiano le guerre.
Torna, nella profonda devozione delle anime e della Chiesa, o pacifica, o Madre del Re di Pace. Torna per rianimare le anime consacrate a Dio alla perfezione ideale che naufraga nel-le limacciose onde dell’aggiornamento e del modernismo carico di errori.
Torna, o Maria, e con i tuoi esempi di santità, o perfetta, spazza dalle anime consacrate a Dio le illusioni del mondo, del demonio e della carne.
Torna, o Maria, nel cuore nostro con la ricchezza delle grazie che ci impetri dal Figlio tuo, tu che retribuisci, anche una sola Ave Maria con miracoli di grazie che rinnovano le anime.
Tu, o Maria, rinnova la Chiesa, sposa di Gesù Cristo, che è luce splendida della tua bellezza nelle ombre della tua umiltà, che traspare dalle stesse parole umane con le quali lo Spirito Santo, attraverso le lodi dello Sposo alla sposa del Cantico, ti esalta.
Torni la devozione viva a te, o Maria, affinché noi ti ve-diamo, lo gridiamo a te, con le figlie di Gerusalemme, che cer-cavano lo sposo nelle tenebre della notte. E noi siamo nella notte in ogni popolo, in ogni casta, in ogni anima, e nella tua bellezza vogliamo vedere rinnovata la Chiesa insidiata dagli errori, perseguitata dal comunismo scellerato, ridotta al silenzio nelle regioni che fiorivano ed ora sono preda dei mestatori.
Per te, o Maria, la Chiesa sia vittoriosa dove geme, abbia cori di guerra, contro gli errori, contro le immoralità che dilagano nel mondo e nelle anime, persino in quelle consacrate a Dio. 

 Don Dolindo
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Messaggio  cassarà palma il Lun Mag 09, 2016 7:17 pm


È impossibile ricevere Gesù escludendo Maria, ed è impossibile amare Gesù senza attingere questo amore dal Cuore di Maria. Gesù ci dona Maria come mamma Sua, come Mamma nostra, ed attraverso le sue immagini ce ne fa sentire il fascino materno. Si direbbe quasi che le immagini miracolose di Maria sono come la sua eucaristia, dalle quali si effonde come polla di acqua viva in mille misericordie. Quelle immagini sono come la roccia del deserto, dalla quale Mosè fece scaturire l'acqua per le assetate moltitudini. Ogni Santuario di Maria, anche il più solitario e nascosto, è una roccia percossa dalla bontà potente di Dio, che dà acque di grazie. Noi non ponderiamo abbastanza questa provvidenza di carità dolcissima, non vediamo le correnti soprannaturali che si condensano intorno ai quadri di Maria, non vediamo che essi sono il dono della Madre ai figli sconsolati e reietti.

(Padre Dolindo - Servo di Dio)


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Messaggio  cassarà palma il Lun Mag 09, 2016 7:15 pm

Ecco il cuore di una madre
Ecco il cuore di una madre. Esso si conserva sempre tale, anche quando i figli sono cresciuti ed essa è invecchiata: è un cuore grande, un cuore nobile, che non deperisce mai.
Quale delitto, pertanto, non è quello della società quando, con le sue seduzioni, con la sua putredine, profana e fa deperire un cuore sì bello!
Certamente, una giovane sposa perduta dietro le vanità e abbrutita dai divertimenti del mondo distrugge radicalmente le sue belle proprietà; abbrutita dai divertimenti del male, subisce la generazione come un peso. Ma se la subisce, se profana questa qualità sublime, essa allora non è madre, non è donna, ma è una femmina ridotta ad essere peggiore di un animale bruto. Anche in questo caso, però, la donna non perde tutta la sua grandezza e la sua generosità ma, solo, la offusca e la annebbia.
Figli di famiglia, baciate le vostre madri! Voi non darete in vita vostra un bacio più puro, voi non ne riceverete mai uno più caldo di affetto vivo, disinteressato e profondo. Baciate le vostre madri, per-ché in esse voi bacerete l'immagine più bella, più eloquente di Dio. Baciate le vostre madri, perché le forze che avete, la vita che vi a-nima, l'intelligenza che vi illumina vi furono date da Dio attraverso il loro ministero. Baciate le vostre madri, perché il bacio della madre sarà il ricordo più soave e più dolce di tutta la vostra vita.
Baciate le vostre madri, perché il vostro bacio sarà la più bella ricompensa che la mamma si aspetta da voi. La madre non vuole la riconoscenza, ma il vostro amore; e lo vuole per amarvi di più, per-ché ella non è che amore.
Ricordatevi che anche Gesù volle avere il bacio di una madre e volle essere stretto tra le sue braccia. Egli poteva nascere in modo diverso dagli altri uomini, ma non lo volle, perché volle nobilitare di più la dignità materna nella persona di Maria santissima, perché volle onorare egli stesso la madre, elevandola straordinariamente ad una grandezza veramente sublime, ad un'altezza divina.
Siate sempre bambini di fronte alla mamma vostra, fatela felice, sollevatene il cuore, fate che essa spiri baciandovi e benedicendovi. Amen. 

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Messaggio  cassarà palma il Mer Mar 23, 2016 3:00 pm

[Vivere della sapienza della Croce

Annientatevi, umiliatevi, riconoscendovi nullità e peccato, ai piedi della Croce, poiché voi l'avete fabbricata con i vostri peccati. Non aspirate a grandezze spirituali, ai privilegi, ai primi posti, ma umiliatevi, poiché lo sguardo divino non si ferma che sulla umiltà. Confidate, soprattutto confidate nella potenza della Croce e pigliatela come arma, come ricchezza, come forza. Se non diventate figliuole della Croce voi non farete mai nulla di bene e sarete sempre anime sterili e vuote. Dovete immedesimarvi con la Croce – dirò così – dovete gloriarvi solo del Crocifisso Gesù. Rimanete perciò ai piedi della Croce con la meditazione della Passione.
Quando il demonio penetra nella vostra fantasia per turbarla, fugge quando vi trova l'immagine della Croce, e ve la trova quando voi, meditando la Passione, ve la raffigurate con i fantasmi della morte.
Quando il demonio penetra nel cuore per suscitarvi l'amore delle creature, fugge se vi trova piantata la Croce, e ve la trova quando il cuore geme di compassione per Gesù sofferente!
Quando il demonio penetra nella mente per turbarla con tentazioni intellettive, con errori, fugge se vi trova la Croce, e ve la trova quando voi vivete della sapienza della Croce che è stoltezza innanzi agli uomini.
Quando il demonio cerca di turbare il corpo, i sensi, fugge se lo trova segnato dalla Croce, se lo trova tinto del Sangue di Gesù. Dalla Croce sua Gesù vi ammanta del suo Sangue, Gesù vi arricchisce con i meriti suoi e tutta l'anima vostra diventa un cantico di amore a Dio solo!
Persuadetevi che senza una devozione grande, continua, tenera alla Passione di Gesù non è possibile camminare per la via di Dio, ed ogni dono celeste isterilisce nel cuore dove non vi è piantata la Croce! La vostra missione cristiana anche oggi deve essere quella di piantare dovunque la Croce di Gesù, affinché le creature sentano fame di Lui e se ne cibino, sentano il suo amore e lo glorifichino. 
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Mar 16, 2016 12:58 pm

Ave Maria,

Tu dunque, o Maria, sei la nostra speranza; Tu la misericordia che ci abbraccia, Tu la piena di grazie che ci arricchisci, Tu la materna forza che ci sostiene, Tu la consolatrice che ci conforti, Tu la Mamma che terge le nostre lacrime, Tu solo, o Maria! Donaci una grande devozione a te, una devozione tenerissima, confidente, costante, che sappia fare appello al tuo Cuore nei momenti ardui del nostro pellegrinaggio, che sappia cogliere da te il soave frutto della vita! Chi può dire di essere impotente a combattere, se fa appello alla tua forza? Chi può dire di non poter esercitare la virtù se ricorre al tuo aiuto? Chi può affermare di non saper vincere gli ostacoli di satana, se ripone nelle tue materne mani la santa causa che difende? Guarda, dunque, o Maria, le tempeste che si scatenano nella mia vita, volgiti a me, intervieni, imponi ai flutti di quietarsi, comanda agli uomini di cedere a Dio, a satana di relegarsi nell'abisso, e vinci, o dolcissima Madre, vinci Tu sola contro tutte le insidie del male! Esaltati con nuova piena di grazie in mezzo al tuo popolo, fa risorgere sulle tenebre del mondo la luce che Gesù Cristo ci donò, ricoprine la terra come nebbia luminosa che offuschi ogni altra effimera luce, debella satana per sempre, o vittoriosa Regina, e fa che per la tua misericordia il Re fortissimo trionfi su tutte le anime e su tutti i cuori. Così sia!

(Padre Dolindo - Servo di Dio)







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Messaggio  cassarà palma il Mer Mar 16, 2016 12:55 pm

Io vi insegnerò questo segreto di amore

Sono io, Maria Immacolata, Madre di Dio:
Pigliate la Croce come vostro tesoro, e gloriatevi di Gesù Crocifisso esultando in Lui. Come potete considerare il Crocifisso senza umiliarvi? Non siete voi che gli avete fatte quelle piaghe? Non le avete rinnovate quando Egli più vi ha amato? Avete bisogno di molta umiltà, avete bisogno di dimenticare il vostro interesse particolare e la vostra gloria, e questa umiltà germina come fiore dalla Croce!
La Croce di Gesù è la potenza del suo braccio!
Egli si fece configgere le sue mani ed i suoi piedi per vincere il male e redimervi.
Dalla Croce disperse l’orgoglio che aveva fatto cadere nel baratro tutta l’umanità.
Con la Croce trionfò deponendo la potenza umana e regnando nella umiliazione del suo sacrifici.
Dalla Croce diffuse la sua misericordia e saziò di baci le sue creature affamate.
Dalla Croce distese le mani all’umanità per riceverla come figliuola, nella sua grande misericordia.
L’Eucaristia è il mistero vivente della Croce; la Croce è come la scrittura e la parola di questo mistero. Potete voi leggere un libro senza cono-scere bene l’alfabeto? Potete vivere del pensiero diffuso in quel libro senza conoscere prima le lettere, senza saperle riunire? L’Eucaristia è la vita, la Passione di Gesù, considerata, meditata, resa parte della vostra vita è come l’alfabeto sensibile che vi fa intendere il linguaggio misterioso della Vita Eucaristica. Meditate la Passione, perciò, affinché Gesù vi possa trovare pronte ai cenni della sua Volontà.
La Passione di Gesù, meditata, è come una Comunione, e la Comu-nione eucaristica, il sacrificio dell’altare è la Passione. Dalla Croce Gesù vi fortifica e vi rende anime eucaristiche, e dalla Eucaristia vi comunica la vita della Croce: sono due cose inseparabili.
Ricorrete a me, io vi insegnerò questo segreto di amore. Facendo la Via Crucis, e durante il giorno, come giaculatoria, ripetete quella bella preghiera della Chiesa: «Santa Madre questo fate, che le piaghe del Signore ed i vostri grandi dolori siano impressi nei nostri cuori».
Vi benedico, figlie mie, vi chiudo nel mio Cuore addolorato che me-ditò più di qualunque altra creatura il grande mistero della Cr
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mar Mar 08, 2016 11:17 am

 Per me hai voluto soffrire tanto

Chi mai soffrì come Te, o amabile Gesù, Giudice Eterno, e quindi valutatore mirabile di ogni ingiustizia che ti colpì? Chi come Te provò lo spasimo di sentirsi derelitto ed indifeso in mezzo al mugghiare di tanta spaventosa tempesta? Con quale sguardo addolorato dovesti Tu vedere i tuoi nemici che cantavano vittoria, vedendo in quel trionfo manomesso l'onore e la gloria di Dio? Piansero gli Angeli intorno alla Croce, pianse Maria piansero i tuoi più cari, piansero i cieli oscurati, piansero i monti spezzati, perché mai videro un'ingiustizia più grande. Per me hai voluto soffrire tanto, o mio Gesù, per consolarmi, per farmi sentire che il trionfo dell'empietà e dell'ingiustizia non deve turbarmi.
Che importa a me che trionfano i perversi nel mon-do, che è misera valle di pianto? Che cosa potrebbe trion-fare nel letamaio se non il letame? E che cosa trionfa nel nido degl'insetti se non l'insetto? Potrebbe mai trionfare nella tana delle iene l'uccello di paradiso, o nelle caverne dell'urango un tenero bambino innocente? Tutto il trionfo degli empi si riduce alla tua grande parola, o Gesù: Que-sta è l'ora vostra e la potestà delle tenebre; il mondo è l'ambiente delle tenebre, è logico che in esso trionfino le tenebre nell'ora che hanno. Io perciò, mio Signore, non mi farò affascinare dalla potenza dei perversi, ma dirò: Sia lungi da me il consiglio degli empi; mi unirò a Te nella via del Calvario, mi reputerò beato quando gli uomini mi maledicono, ed aspetterò con fiducia l'ora tua ed il tuo eterno trionfo. 
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Sab Mar 05, 2016 2:55 pm

Tutti lo abbandonarono alla morte

Gesù Cristo non è Sacerdote come gli altri che offrono al Signore quello che loro non appartiene, Egli è nello stesso tempo anche la Vittima pura ed immacolata del suo sacrificio. È logico quindi che rifulgendo Egli come Sacerdote innanzi a tutte le genti, rifulga anche come vittima. La sua immolazione ha il carattere della sua divina delicatezza, poiché Egli s’immolò come se fosse stato il reietto dell’umanità, e nella sua degnazione tollerò che lo cacciassero da Gerusalemme; in altri termini, s’immolò quando nessuno lo volle più, quando tutti lo abbandonarono alla morte.
La sua immolazione era un atto del suo ineffabile amore, ed era da parte degli uomini un atto di crudeltà spaventosa; E-gli s'immolò perché lo volle, ma attese che anche gli uomini lo volessero nella loro perfidia; così utilizzò la loro medesima empietà, e mutò in prezzo di salute quello che doveva essere soltanto titolo di terribile condanna. Anche questo fu un atto di delicatezza divina, perché Egli, che nel suo amore aveva biso-gno d'immolarsi per dare all’uomo la massima testimonianza di amore, volle essere immolato da quegli stessi che salvava, rendendoli quasi cooperatori incoscienti della sua carità. Non c’è maggior segno d’amore che dare la vita per l'amico, ma il darla per le mani stesse dell'amico, diventato fiero ed implacabile nemico, è atto d’amore che solo Gesù Cristo poteva fare. In tal modo Egli fu prezzo del nostro riscatto e fu mercede di quegli stessi che lo immolarono, dando loro come risposta di un delitto così grave il perdono e la promessa dell’eterna vita, chiamandoli al suo Cuore divino nell'atto stesso nel quale essi lo ripudiavano come il più pericoloso malfattore
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Messaggio  cassarà palma il Gio Mar 03, 2016 10:12 am

Il grido insano: «Crocifiggilo!»
È necessario trattenersi un po’ a considerare l’insano grido del popolo contro Gesù, poiché esso è troppo infame, e dolorosa-mente è stato troppo ripetuto dai popoli della terra. Che cosa si agitava, psicologicamente, nell’animo dei Giudei quando gridavano così, e che cosa credevano di conseguire? Essi sapevano bene quale sarebbe stata la conseguenza di quel grido e, lungi dall’aver pietà per Colui che li aveva sempre beneficati, insiste-vano furiosamente perché fosse stato condannato alla più obbrobriosa delle morti.
Era incoscienza colpevole o era aberrazione?

In realtà, il popolo non sapeva esso stesso che cosa volesse e perché gridava; era sobillato, ed era corrotto dal denaro; gridava, quindi, come voce di quelli che lo avevano frettolosamente assoldato, e gridava per un guadagno materiale. Gli era stato fatto temere che senza la morte di Gesù sarebbe stato definitivamente distrutto dai Romani, ma questo motivo politico era servito solo per le persone più rappresentative del popolo; gli altri, cioè la massa, gridavano perché così era stato suggerito loro di gridare. Erano quindi molto più rei e, gridando, chiamavano sul loro capo la ma-ledizione.
Odiavano Colui che avrebbero dovuto amare, e ne reclamava-no la morte come sedizioso, quando essi, proprio essi lo avevano seguito con entusiasmo, domandandogli persino che fosse stato il loro re. Gridavano per gridare, e rinnegavano tutto quello che ave-vano visto di mirabile con i loro occhi, seguendo più la menzogna dei loro capi che la verità. Pilato invano domandava loro: Che male ha fatto? Essi gridavano da insensati scelleratissimi: Crocifiggilo! senza motivo, unicamente per malvagità, unicamente perché erano stati pagati, e mettevano il loro interesse materiale al di sopra di tutto.
L’impeto del popolo non fu una sedizione, un ribollimento di passioni improvvise che dilagano senza misura; fu una scenata tanto più empia perché pagata, fu un enorme peccato ad occhi aperti che impresse su tutta la gente ebrea un marchio di infamia, del quale ancora si vedono le conseguenze. 
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Messaggio  cassarà palma il Gio Mar 03, 2016 10:05 am

Gesù disse: «Ho sete»
Gesù Cristo agonizzava, ma aveva la pienezza della sua vita divina e la padronanza assoluta di ogni suo atto. Era Dio e, pur morendo in quanto uomo, mostrava nella sua stessa morte, la sua divinità. Egli guardava a tutti i secoli, stava al centro della storia umana, considerava le promesse di Dio, le figure, le profezie, e misurava tutto lo sviluppo dell’opera sua nei più minuti particolari, sino al termine dei secoli. Valutava tutto con infinita calma, come un artista che dà gli ultimi ritocchi all’opera d’arte che ha prodotta, e aveva cura che tutto fosse compiuto quello che di Lui era stato predetto, anche a costo di attirare su di sé nuove pene. Era tutto abbandonato alla divina volontà, e considerava le profezie che lo riguardavano non tanto come la previsione di ciò che doveva avvenire, quanto come l’espressione della divina volontà; perciò Egli stesso ne desiderava il compimento, e lo determinava, accettando le pene che a mano a mano lo torturavano. È in questo altissimo senso che il Sacro Testo dice che Egli, conoscendo che tutto era compiuto, affinché si adempisse la Scrittura disse: Ho sete.
Era detto nel salmo 21,16 che la lingua della vittima si sarebbe attac-cata al suo palato per la sete, e nel salmo 68,26 che nella sua sete l’avrebbero abbeverato di aceto. Egli considerò in queste due profezie la riparazione alla sete che le creature hanno del male quando ardono in loro le passioni; considerò la gloria che veniva a Dio da quella riparazione e, ardendo di mistica sete d’amore per Dio e per le anime, come ardeva di sete fisica terribile per la perdita del sangue e per gli atroci tormenti che subiva, gridò: Ho sete.
Il profeta aveva visto in spirito che l’avrebbero abbeverato di aceto, contemplando quello che sarebbe avvenuto, e che avvenne difatti, ma quella pena e quell’insulto non potevano toccare il Redentore senza la sua volonta-ria accettazione, perché nessuna creatura perversa avrebbe potuto irrompere contro di Lui che era Uomo-Dio; perciò Egli stesso, domandando da bere o, meglio, dicendo semplicemente di aver sete, attirò su di sé quell’ultimo atto di malvagità che già stava nel cuore dei suoi carnefici.
Certo è un mistero, ma se ne può intravedere qualche barlume per in-tenderlo. I sacerdoti, gli scribi, i farisei, i carnefici, i soldati avevano cercato di rendere a Gesù più aspra e tormentosa la morte; avevano fatto le loro con-giure, avevano stabilito come attuarle, e la loro perfida volontà si era deter-minata liberamente a maggiore iniquità secondo le circostanze occorse nello sviluppo del loro piano. Tutto questo apparteneva alla loro malizia, ed era stato previsto dai profeti, prima che avvenisse. 
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Messaggio  cassarà palma il Mar Mar 01, 2016 1:00 pm

Pilato: che cosa farò di Gesù

Pilato fece la proposta al popolo, ed attese che avesse risposto. Mentre attendeva la moglie gli mandò a dire che non s'impicciasse di quel giusto, perché essa aveva avuto molti sogni penosi a causa di Lui. Non sappiamo di qual natura siano stati i suoi sogni, né si può dire che siano venuti da Dio. Molti lo suppongono; ma altri credono che siano stati una suggestione di satana, il quale, sospettando in Gesù il Redentore promesso, avrebbe voluto impedirne la morte. Secondo questa opinione, l'arcana pazienza del Signore convinse satana della missione di Lui, e cercò impedirne il compimento; quando vide vano il suo sforzo, allora irruppe in tutta la sua ira per tentare almeno di vendicarsi.
Pilato non diede troppa importanza alle parole della moglie, perché credeva ormai di aver trovato il modo di uscire d'impaccio; non aveva pen-sato alla malignità dei sacerdoti, degli scribi e farisei che non aveva confine; questi col denaro comprarono il voto del popolo, e lo indussero non solo a domandare la liberazione di Barabba, ma a pretendere la morte di Gesù.
Finché il popolo avesse chiesto la liberazione del ladro sedizioso e omicida, sarebbe stata un'enormità, ma non un assurdo, dato che il popolo poteva scegliere; ma domandare a gran voce la morte di un innocente, pro-prio nella solennità della liberazione, a Pilato sembrò tale mostruosità che non seppe trattenersi dal dire con forza: Ma che ha fatto Egli di male? Prima aveva detto: Che cosa dunque farò di Gesù, chiamato il Cristo?, per indurre il popolo a riflettere alla richiesta che faceva, dopo ne proclamò a-pertamente l'innocenza; e quasi chiamò la moltitudine a giudicare con lui.
Avrebbe dovuto imporre la sua sentenza, anzi avrebbe dovuto punire i falsi testimoni, ma non ne ebbe il coraggio. Il popolo aveva gridato eri-gendosi a giudice, ed egli, quasi esautorandosi, aveva mostrato di non poter contraddire quel giudizio; ricorse perciò ad un gesto che doveva esprimere il suo disinteressamento, e si lavò pubblicamente le mani dicendo che egli era innocente del sangue di quel giusto. Nel Deuteronomio (21,6) è prescritto ai sacerdoti di lavarsi le mani per attestare di non aver preso parte all'uccisione di un uomo trovato morto; forse Pilato s'ispirò a questa ce-rimonia alla quale aveva dovuto assistere molte volte, ma non riflettette che con questo si dava in balìa del popolo che da lui solo reclamava la sentenza di morte, e di morte di croce.
Tutta la moltitudine gridò come un sol uomo invocando che il Sangue di Gesù cadesse su di essa e sui suoi figli, e non s'accorse che con questo reclamava da Dio la sentenza di un terribile castigo, poiché al Signore certo non poteva essere nascosta la maligna intenzione che esso aveva nel re-clamare la morte dell'Innocente. 
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Messaggio  cassarà palma il Lun Feb 29, 2016 2:31 pm

Gesù Cristo innanzi a Pilato
I Romani erano soliti amministrare la giustizia per le cause criminali allo spuntare del giorno, ed i principi dei sacerdoti, dopo aver condannato il Redentore, lo condussero a Pilato per la ratifica della sentenza. Accortosi però che il preside romano non era per nulla disposto a sottostare alle loro pressioni, come si rileva dal Vangelo di san Giovanni, presentarono la causa sotto l'aspetto politico ed accusarono il Redentore di sedizione, come colui che s'era dichiarato Re.
Gesù era tutto sfigurato dai maltrattamenti della notte, ma il suo aspetto aveva una singolare maestà che incuteva rispetto; Pilato vedendolo credette di avere davvero davanti a sé il Re spodestato dai Giudei, e glielo domandò. Dal modo come lo aveva interrogato i principi dei sacerdoti capirono che era stato impressionato favorevolmente di Lui, e perciò cominciarono ad accusarlo in tutti i modi per distruggere quella buona impressione. A quelle accuse Gesù non rispose nulla.
Che cosa avrebbe potuto rispondere a calunnie architettate apposta per con-dannarlo?
Avrebbe dovuto spiegare innumerevoli cose, delle quali nessuno avrebbe potuto intendere il vero significato, avrebbe parlato invano, perché i suoi nemici erano già decisi a sopprimerlo; Egli dunque tacque. Ma nel suo silenzio, quanta dignità, quanta maestà, quanta eloquenza di amore che non sfuggì, inconsciamente, al preside, e suscitò in lui una grande meraviglia.
Egli era abituato ai clamorosi dibattiti dei processi criminali, e specie quan-do gli si portava a ratificare una sentenza di morte, sapeva per esperienza quanto il condannato gridasse e cercasse difendersi con tutte le sue forze; ora invece si trovava di fronte ad una calma maestosa, serena, amorosa e paziente che gli suscitava stupore grandissimo.
Quel silenzio poi era la più eloquente affermazione d'innocenza, e faceva un contrasto vivo con l'irruente odio dei sacerdoti, i quali nel loro stesso modo di par-lare si svelavano, e manifestavano l'invidia che li ossessionava.
Il popolo assisteva con grande curiosità, come suole avvenire in simili circo-stanze, ma taceva; Pilato credette di capire che non c'era identità di vedute tra la moltitudine e i sacerdoti, e pensò di rendere vana la trama della congiura appellandosi al popolo, e liberando il prigioniero con un atto di clemenza che di per sé avrebbe troncato il processo.
Durante le feste di Pasqua, in memoria della liberazione del popolo dalla schiavitù, si soleva liberare un carcerato, a richiesta di popolo; i Romani avevano mantenuto questa antichissima usanza. Ora si trovava imprigionato un pessimo soggetto, chiamato Barabba, che significa: figlio del padre, e secondo alcuni codici: Gesù Barabba; era un delinquente pericoloso e prepotente, che in una sedizione aveva commesso un omicidio, ed era in attesa della condanna capitale. Pilato pensò che per far liberare Gesù, da lui già conosciuto come benefattore del popolo, e che era tutto mansuetudine e carità, sarebbe bastato proporlo alla moltitudine, per la rituale liberazione, di fronte a Barabba, ladrone, sedizioso e omicida. 
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Lun Feb 29, 2016 2:27 pm

L'avviso della moglie di Pilato
Pilato fece la proposta al popolo, ed attese che avesse ri-sposto. Mentre attendeva la moglie gli mandò a dire che non s'impicciasse di quel giusto, perché essa aveva avuto molti sogni penosi a causa di Lui. Non sappiamo di qual natura siano stati i suoi sogni, né si può dire che siano venuti da Dio. Molti lo sup-pongono; ma altri credono che siano stati una suggestione di sa-tana, il quale, sospettando in Gesù il Redentore promesso, a-vrebbe voluto impedirne la morte. Secondo questa opinione, l'arcana pazienza del Signore convinse satana della missione di Lui, e cercò impedirne il compimento; quando vide vano il suo sforzo, allora irruppe in tutta la sua ira per tentare almeno di vendicarsi.
Pilato non diede troppa importanza alle parole della moglie, perché credeva ormai di aver trovato il modo di uscire d'impaccio; non aveva pensato alla malignità dei sacerdoti, degli scribi e farisei che non aveva confine; questi col denaro compra-rono il voto del popolo, e lo indussero non solo a domandare la liberazione di Barabba, ma a pretendere la morte di Gesù.
Finché il popolo avesse chiesto la liberazione del ladro se-dizioso e omicida, sarebbe stata un'enormità, ma non un assurdo, dato che il popolo poteva scegliere; ma domandare a gran voce la morte di un innocente, proprio nella solennità della liberazione, a Pilato sembrò tale mostruosità che non seppe trattenersi dal dire con forza: Ma che ha fatto Egli di male? Prima aveva detto: Che cosa dunque farò di Gesù, chiamato il Cristo? Per indurre il popolo a riflettere alla richiesta che faceva, dopo ne proclamò apertamente l'innocenza; e quasi chiamò la moltitudine a giudi-care con lui.
Avrebbe dovuto imporre la sua sentenza, anzi avrebbe do-vuto punire i falsi testimoni, ma non ne ebbe il coraggio. Il po-polo aveva gridato erigendosi a giudice, ed egli, quasi esautorandosi, aveva mostrato di non poter contraddire quel giudizio; ricorse perciò ad un gesto che doveva esprimere il suo disinteressamento, e si lavò pubblicamente le mani dicendo che egli era innocente del sangue di quel giusto. Nel Deuteronomio (21,6) è prescritto ai sacerdoti di lavarsi le mani per attestare di non aver preso parte all'uccisione di un uomo trovato morto; forse Pilato s'ispirò a questa cerimonia alla quale aveva dovuto assistere molte volte, ma non riflettette che con questo si dava in balìa del popolo che da lui solo reclamava la sentenza di morte, e di morte di croce.
Tutta la moltitudine gridò come un sol uomo invocando che il Sangue di Gesù cadesse su di essa e sui suoi figli, e non s'accorse che con questo reclamava da Dio la sentenza di un terribile castigo, poiché al Signore certo non poteva essere nascosta la maligna intenzione che esso aveva nel reclamare la morte dell'Innocente.
Pilato era come la rappresentanza di tutte le ingiustizie che i giudici avrebbero consumate nel corso dei secoli. Di carattere de-bole, servile ed opportunista, cercò di difendere l'innocenza in modo da non compromettere se stesso; cedette per timore, e credette di aver provveduto sufficientemente alla sua coscienza col lavarsi le mani. Gesù Cristo subiva e riparava, e sottomettendosi Egli all'ingiustizia, consolava in tutti i secoli gli innocenti con-dannati dalla malignità umana.
Quante volte l'anima nostra ascoltando il grido delle passioni, e cedendo alle loro pretese, condanna Gesù alla morte nel suo cuore! Preferisce a Lui la degradazione, la miseria, l'impurità, la violenza e si priva della sua dolcissima grazia!
Quante volte, nell'umana società, quelli che governano si lasciano trascinare dalle correnti diaboliche delle sette, e mano-mettono i sacrosanti diritti di Dio e della Chiesa! Non si rifiuta Gesù Cristo senza condannarlo, ed è impossibile rimanere neutrali o indifferenti innanzi a Lui. Chi si lava le mani, disinteressandosi della sua gloria e dei suoi diritti, li rinnega, li manomette e li conculca. È necessario acclamare Re Gesù Cristo, e vivere della sua vita e del suo amore condannando il male e le suggestioni diaboliche che tentano di separarci dal suo amore ! Smile
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Messaggio  cassarà palma il Mer Feb 24, 2016 2:04 pm

La cattura di Gesù
Mentre Gesù ancora parlava ai suoi apostoli, Giuda si avanzò, e con lui, ad una certa distanza, una gran turba armata di spade e di bastoni, mandata dal sinedrio. Il traditore si avanzò verso Gesù e secondo il segnale che aveva dato, lo baciò per additarlo con sicurezza agli sgherri. Quel bacio fu per il Redentore un dolore inconcepibile, non solo perché menzogna spaventosamente crudele, ma perché fu come il bacio datogli dal peccato stesso. Non si può misurare che cosa sia stato il contatto della menzogna con l'eterna verità e del peccato con l'infinita santità!
Gesù Cristo non rifiutò il bacio di Giuda, anzi chiamò questi amico, in segno di misericordia, e gli domandò perché fosse venuto, per fargli ponderare il passo che aveva dato. Forse al contatto del volto divino di Gesù ed alle sue pa-role dolcissime, cominciò in Giuda il sentimento di profondo rimorso, che avrebbe potuto essere pentimento, e per sua colpa divenne disperazione. Egli non resistette all'interrogazione soavissima del Maestro, e poiché gli sgherri si avanzarono per catturare la vittima designata, fuggì errando per le valli in preda ad un'agitazione spaventosa.
Nel vedere i manigoldi stringersi minacciosi intorno al Signore, Pietro sfoderò una spada che aveva portato con sé proprio in previsione di un pericolo notturno, ed amputò l'orecchio destro di un servo del principe dei sacerdoti. Non aveva saputo dargli amore vigilando nella preghiera, e pretese dargli aiuto di-fendendolo. L'impeto che ebbe fu una vera tentazione di satana, il quale, astutissimo com'è, volle metterlo nella condizione di compromettersi con l'autorità e di essere più facilmente spinto a rinnegare il Maestro.
Satana con quell'atto inconsulto di coraggio e di zelo, lo predispose al peccato che stava per commettere, gli dette coraggio per ferire il servo, e gli tolse il coraggio per confessare il Signore! Certo l'aver ferito il servo del principe dei sacerdoti importava per lui una compromissione penale, ed egli, quando si trovò di fronte alle serve ed ai circostanti che asserivano essere lui uno dei discepoli del Redentore, negò ripetutamente perché temette di essere coinvolto con Gesù Cristo, e di poter pagare la pena della ferita fatta al servo del sacerdote. Gesù Cristo fece capire a Pietro prima, e poi a tutti quelli che lo circondavano, che quello che avveniva era precisamente il compimento delle Scritture. Se Egli avesse voluto impedirlo, lo avrebbe potuto, domandando al Padre, più che dodici uomini, dodici legioni di angeli; ma doveva svolgersi ciò che era stato predetto. Egli lasciava il corso alle libere volontà umane, dominandole non già con la forza ma utilizzando la loro stessa perversità al compimento dei disegni del suo amore. Gesù Cristo non volle dire che ciò che succedeva era fatale, ma che era stato già predetto, e che costituiva perciò una parte del disegno divino che si sviluppava fra le libere volontà degli uomini. 

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Feb 24, 2016 1:58 pm


Tutto il processo, inscenato dai principi dei sacerdoti e dal sinedrio, era semplicemente una formalità; essi infatti non cercavano la verità ma i falsi testimoni, non indagavano sulle supposte responsabilità del Redentore, ma vole-vano ad ogni costo disfarsene, pur serbando un'apparenza di legalità. È impressionante il pensare che gli stessi falsi testimoni, prezzolati per mentire, non poterono accusarlo verosimilmente, tanta era la sua santità, e poterono solo ripor-tare, falsandole, le parole che aveva dette guardando il tempio. Egli infatti non aveva detto di poter distruggere il tempio e riedificarlo in tre giorni, ma, parlando del suo Corpo, aveva detto ai suoi nemici: Distruggetelo voi, ed io in tre giorni lo riedificherò.
La falsa testimonianza, benché avesse deformata la verità, non era sufficiente a pronunziare una sentenza di morte, e perciò il Sommo sacerdote con diabolica malizia interrogò solennemente Gesù Cristo sulla sua divinità; lo scongiurò per il Dio vivente a dirlo, perché sapeva che Egli non l'avrebbe negato, e perché sperava che, negandolo per timore, si fosse da se stesso sfatato. Dio permise tanta malignità, perché volle che solennemente, innanzi al sacerdote, dalla bocca stessa del suo Figlio fosse stata dichiarata la verità.
Vi fu un momento di silenzio nell'assemblea. Caifa fissava Gesù con uno sguardo ipocrita e maligno, contento di averlo messo alle strette.
Gesù s'illuminò di un insolito splendore di maestà, e rispose non solo che Egli era il Figlio di Dio, ma che un giorno sarebbe ritornato sulle nubi del cielo con grande maestà, per giudicare tutti e per giudicare quelli che in quel momento presumevano di giudicarlo. Caifa a quella solenne dichiarazione finse d'addo-lorarsi, si lacerò le vesti, proclamò che Egli aveva bestemmiato, eccitò l'ira dell'assemblea, lo fece dichiarare reo di morte e lo abbandonò agli obbrobri ed alle percosse della canaglia.
In quell'aula tenebrosa s'iniziò la lotta contro il Redentore, lotta di calunnie e di persecuzioni, che dura tuttora nel suo Corpo mistico, specialmente oggi. Ma tutte le persecuzioni e gli obbrobri non potranno mai distruggere la verità, e quando l'umana nequizia avrà raggiunto il culmine di ogni nefandezza, allora la divina giustizia si manifesterà, il mondo sarà sconvolto dalle ultime tribolazioni, ed il Giudice eterno verrà a giudicarlo. Non ci scandalizziamo del fugace trionfo degli empi, non ci uniamo al loro rauco coro, mormorando della divina provvi-denza, non ci uniamo a quelli che rinnegano il Redentore ma confessiamo la no-stra fede a fronte alta, e piangiamo amaramente sui nostri peccati e sui tristissimi momenti che attraversiamo. Preghiamo e vigiliamo con l'azione per tutelare l'onore di Dio, preghiamo e confidiamo sospirando al regno del Re d'Amore, preghiamo ed uniamoci con la vita veramente cristiana alla confessione del Redentore che i martiri fanno ora stesso col loro sangue! 
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Messaggio  cassarà palma il Mer Feb 24, 2016 1:49 pm

L'orazione nell'orto
Finita la cena, Gesù si avviò verso un orto chiamato Getsemani, cioè strettoia di olio, dove soleva raccogliersi per pregare. Doveva essere di proprietà di qualche amico o discepolo, avendovi Egli libertà di entrare. Per non contristare i suoi cari, li lasciò all'entrata dell'orto e prese con sé soltanto Pietro, Giacomo e Giovanni, raccomandando loro di vegliare con Lui, che aveva l'anima triste sino alla morte. Il testo evangelico è di una semplicità e laconicità impressionante, ma quello che ci dice dell'agonia del Signore lascia nell'animo un profondo senso di compassione, e ci concentra nel mistero della ineffabile angoscia che Egli soffrì. In quel momento si sentì gravato dai peccati passati, presenti e futuri di tutto il mondo, e ne ponderò l'orrore. Tre volte si sentì venire meno, e pregò il Padre che avesse allontanato da lui, se possibile, quel calice amaro; tre volte perché tre volte fu oppresso mortalmente: fu schiacciato sotto il peso dei peccati degli uomini, sotto il peso delle agonie e dei dolori della sua Chiesa, e sotto l'angoscia dei suoi imminenti tormenti. Quello che soprattutto lo fece agonizzare fu l'offe-sa di Dio, della quale ponderava tutto l'orrore, e l'ingratitudine umana verso tutte le grazie che Egli stava per versare sulla terra. La ripugnanza poi della sua umanità alla morte fu come la sintesi e il concentrato di tutta la ripugnanza umana al dolore ed alla morte, ed Egli sentì tale agonia, che, come dice san Luca (22,44), sudò vivo sangue.
La stessa agonia che soffrì gli fece fare il sacrificio di se stesso al Padre, in un abbandono pieno alla volontà di Lui, di modo che la sua offerta fu tale sublime immolazione, che la povera mente umana non può comprenderla. Egli fu veramente carne stretta nel torchio; si sentì come stirare e spezzare i nervi ed il cuore, si sentì oppresso da tenebre interiori spaventose, accresciute accresciuteci dicono i santi mistici, dalle violente incursioni di satana, che tentava distoglierlo col terrore dal suo sacrificio. In quest'agonia Egli si sentì solo, poiché i suoi apostoli, presi dalla tristezza, e forse per l'umidità stessa della notte, si addormentarono. Gesù se ne lamentò specialmente con Pietro, che pur gli aveva fatto tante proteste di amore, ma essi lungi dal vigilare erano sempre più aggravati dal sonno. La terza volta che andò a svegliarli, Gesù disse loro in tono di grande amarezza: Dormite pure e riposatevi, ecco è vicina l'ora […] alzatevi andiamo: Egli volle dire loro che oramai era inutile ogni ulteriore vigilanza e non c'era più tempo per la preghiera; il pericolo era imminente, il traditore veniva già, non gli rimaneva che an-dare incontro alla morte.
Gesù Cristo sta nell'Orto della sua Chiesa e, nascosto nel suo Tabernacolo di amore, prega e si offre al Padre. Là Egli continua la sua agonia misticamente, e là vuole i suoi figli, perché veglino e preghino con Lui. Quale dolore per Gesù il vedere che i suoi figli dormono nella notte dei loro peccati, e sognando le chimere del mondo, lo dimenticano. Le grazie particolari che il Redentore dona a quelli che ve-gliano con Lui intorno ai tabernacoli santi, ed a quelli che gli fanno compagnia nell'agonia del giovedì, mostra quanto Egli abbia cara la nostra veglia amorosa.
Il mondo congiura sempre contro di Lui, l'ingratitudine umana lo tradisce, ed Egli cerca i cuori che possono consolarlo. Oh se vigilassimo con Lui, quante tentazioni vinceremmo, ed a quali altezze di perfezioni saliremmo! Noi crediamo cosa da nulla il poltrire nella nostra accidia spirituale, eppure è proprio essa la causa del nostro decadimento spirituale! Vigiliamo e preghiamo per contrapporci al mondo che vigila per tramare insidie alla Chiesa, e siamo i suoi difensori non con semplici promesse, ma con l'attività di un profondissimo amore e di un ardente apostolato
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Sab Feb 20, 2016 7:42 pm

Gesù si dona nell'Eucaristia
Preso il pane, il Redentore lo benedisse, lo spezzò, e lo diede ai suoi discepoli, dicendo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Dicendo queste parole, transustanziò la sostanza del pane in quella del suo Corpo, dandosi vivo e vero in quel mirabile cibo. Egli non parlò di simbolo del suo Corpo, ma disse puramente e semplicemente che quel pane era il suo Corpo, ag-giungendo, che era proprio il Corpo che si sarebbe offerto alla morte per la salvezza di tutti. Dunque non si poteva equivocare in nessun modo. Dopo il pane, distribuì il vino, transubstanziandolo nel suo Sangue, nel sangue del nuovo testamento che doveva essere sparso per la remissione dei peccati di molti, cioè di tutti come dice chiaramente il testo greco.
Gesù soggiunse che non avrebbe più bevuto del frutto della vite, fino al giorno in cui lo avrebbe bevuto nuovo nel regno del Padre suo. Con queste parole, volle dire apertamente che la sua vita mortale era al termine, e volle promettere la risurrezione. Egli non lo avrebbe più bevuto così come lo ve-devano, ma risorto da morte avrebbe bevuto con loro mentre si inaugurava il regno di Dio sulla terra, come difatti avvenne nei quaranta giorni nei quali dimorò fra gli apostoli dopo la risurrezione.
Cantato l’inno, cioè i salmi da 114 a 117, Gesù si avviò al monte Oli-veto per pregare. Era mesto, e camminando con i suoi cari disse loro che essi, in quella notte, si sarebbero scandalizzati di lui e sarebbero fuggiti come pecorelle sbandate. Ecco la risposta che avrebbero dato a Lui che con infinito amore si era donato loro nella Cena! Pietro protestò che sarebbe stato pronto a morire, protestò anche dopo che Gesù gli predisse che l’avrebbe rinnegato prima del canto del gallo, cioè tre volte prima che si facesse giorno, protestò insieme a tutti gli altri apostoli, ma la protesta non servì a nulla e, posto nell'occasione, spergiurò persino di non conoscere il suo Maestro!
Deve dirsi che l’umanità così ha risposto all'amore di Gesù Sacramentato: rinnegandolo praticamente. Come può dirsi, infatti, che si conosca Gesù, quando lo si riceve così raramente e così male? Chi sa di avere Gesù Cristo presente realmente nei santi tabernacoli, come può lasciarlo solo e abbandonato?
Oh, se si gustasse un po’ quella vita profonda e silenziosa che si sente dall'Ostia immacolata; se si dicesse una parola filiale e sincera al Redentore, come si avvertirebbe la sua presenza, e come si sentirebbe il bisogno di non abbandonarlo mai più! Non è un negare Gesù innanzi al mondo il trattarlo così male nell'Eucaristia? Non è un dire con Pietro: Io non lo conosco? La vita di un fedele – e molto più di un sacerdote –, dev'essere una perenne confessione del Mistero di fede come la Chiesa chiama l’Eucaristia Smile
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Sab Feb 20, 2016 7:39 pm

L’istituzione dell’Eucaristia
Il momento era solenne, e gli angeli discesero dal cielo per contemplarlo. Si compiva, in quel momento, il miracolo più grande di Dio, e si compiva in un momento, ad una sola parola del Verbo Incarnato.
Il Signore medesimo volle darci quasi la misura di quel miracolo istantaneo d’amore che doveva transustanziare il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue del Redentore, facendoci vedere quanti milioni di anni e di secoli si addensano sulla materia che si trasforma e si evolve. Egli, in principio, creò i cieli e la terra, ma i cieli d’allora ancora si evolvono nel loro mirabile ordine, e la terra ancora si assesta nella sua compagine. Gesù Cristo, con una parola di onnipotente amore, compiva un’opera immensamente più grande.
Era già come trasfigurato, ma si trasfigurò anche di più... Il suo volto era arcano, dolcissimo, pensoso, profondo... era co-me il volto di Dio: Potenza, Sapienza e Amore. Aveva la sicurezza di chi può tutto, la luminosità di chi tutto conosce e tutto compie con sapienza, e la soavità di chi si dona per purissimo amore. Gli angeli trattenevano quasi la vita, e i cieli quasi fermarono la loro armonia. Prese il pane, elevò gli occhi al cielo, rese grazie, cioè pregò ardentemente e ringraziò il Padre per il gran dono che dava agli uomini; spezzò il pane distribuendolo ai suoi apostoli, ed esclamò pacatamente, con voce di placido amore, innanzi al quale le leggi del creato si arrestarono adoranti e obbedirono, quasi sparendo dal suo cospetto: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me. La sostanza del pane fu come colpita dall’onnipotente parola e si dileguò, dando luogo alla sostanza del Corpo del Redentore; e, poiché Egli non aveva pronunciato la sua onnipotente parola sulla quantità del pane, essa, insieme agli accidenti, rimase sospesa come velo di quella sostanza divi-na.
Era l’Arca della nuova alleanza nascosta nel mistero e celata dai veli; Arca fulgente d’oro per la divinità del Redentore, Manna vera del cielo, Pane di vita, Legge d’amore novello, Sacrificio ammirabile dell’eterno Sacerdote. Quel pane non era più il pane, era Lui stesso; Egli viveva veramente nelle dimensioni del suo Corpo e viveva in quelle del pane; non poteva dividere le dimensioni del suo Corpo per darsi a tutti, e divise quelle del pane; ma poiché esse erano accidentali e la sostanza del suo Corpo era totalmente data, ogni parte del pane lo conteneva tutto com'era, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Quale mistero ineffabile!
Sostò un momento; gli apostoli mangiavano il pane di vita, Egli era in loro e li vivificava. L’amor suo aveva raggiunto il culmine della dedizione; nessun amore umano poteva giungere a tanto, perché, se si fosse dato così, sarebbe morto e avrebbe donato non l’amore vivificante, l’anima ed il cuore, ma un po’ di cibo che tutt'al più avrebbe potuto sostenere la vita del corpo. Gli apostoli quasi non si accorsero del dono divino; ferveva in loro una nuova vita ma non la sapevano ancora discernere. Gesù, però, esultava d’amore, penetrandoli, avvolgendoli, baciandoli nell'intimo della loro sostanza, e percorrendoli come corrente d’infinita carità.
Non fu pago: si era dato come cibo, voleva darsi come bevanda; aveva dato il suo Corpo intero e voleva dare, immolandosi per amore, il suo Sangue. Voleva dividerlo ad ogni costo dal Corpo, anticiparne l’effusione e perpetuarla per i secoli, sino alla fine del mondo. Perciò prese il calice pieno di vino e, dandolo ai suoi cari, esclamò con la stessa parola onnipotente e transustanziante: Questo calice è il nuovo testamento del mio sangue che sarà sparso per voi. Egli non lo spargeva, lo dava e, dandolo sacramentalmente, separato dal Corpo, lo dava come sacrificio d’amore; era proprio il suo Sangue, non un simbolo; era lo stesso che sarebbe stato sparso, non una figura; era il Sangue del sacrificio stesso della croce che sarebbe stato consumato tra breve per il tradimento di Giuda, e per questo Gesù, per eliminare ogni dubbio, soggiunse: Del resto, ecco che la mano di chi mi tradisce è qui con me a tavola. 

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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Feb 17, 2016 2:48 pm

Ascoltiamo don Dolindo
Gesù si è immolato e si è dato a noi
Ricordando, con le parole stesse di Gesù, l’ineffabile dono dell’Eucaristia, bisognerebbe solo deporre la penna e piangere di riconoscenza e di amore! Pensare ad un Dio disceso dal cielo è una cosa che intenerisce, e suscita nel cuore l’amore più vivo; ma il considerare che Egli si è immolato e si è dato a noi come Cibo e come bevanda, rimanendo con noi vivo e vero, è una cosa che dà le vertigini.
Tu sei qui, mio Gesù, nel tabernacolo del tuo amore; sei con me, con me, nell’arcano silenzio della tua carità, Vittima perenne, Agnello di Dio, Arca di alleanza, Trono di grazia, Tesoro ineffabile che attrai tutte le nostre brame, Perla preziosa, nascosta nella nostra terra che ci spinge a tutto dare per averla, Aiuto e Sostegno della nostra vita soprannaturale, e Gioia perenne del nostro esilio!… Gesù Sacramentato! Qual dono ineffabile!
Se gli apostoli avessero potuto capirne la grandezza, non avrebbero potuto resistere alla piena dell’amore quando Gesù Cristo la istituì; bisogna riconoscere che Egli dovette nascondersi ai loro cuori per non farsi scorgere, rendendoli, così, capaci di poter vivere ancora, dopo un contatto tanto pieno e profondo con la sua vita!
O mio Gesù, l’anima mia non sa frenarsi, e si sente come liquefare al ricordo di quei momenti ineffabili nei quali il tuo amore si effuse con tanta pienezza, nonostante l’ingratitudine umana.
Proprio quando Giuda strinse col sinedrio il patto infame per con-segnare Gesù nelle mani dei suoi nemici, Egli strinse, con l’umanità, il patto d’amore, per ridonarla a Dio; a Lui preparavano la morte, ma Egli preparava a noi la vita. È un contrasto che ci fa apprezzare maggior-mente la pienezza del suo amore.
Gesù Cristo scelse una grande solennità, la Pasqua, per istituire il Sacramento del suo amore che era il compimento mirabile delle figure e delle profezie che lo preannunciavano. Nella Pasqua si riunivano le famiglie in maggiore intimità, e mangiavano l’agnello dopo averlo immolato al tempio; era il rinnovarsi del ricordo della liberazione dall’Egitto, ed era il sospiro alla liberazione che doveva apportare la redenzione; era un sacrificio di ringraziamento, e una solenne invocazione al Re atteso da secoli. Gesù Cristo volle unire la figura alla Realtà, e proprio nella Cena pasquale si donò come Agnello di vita e di liberazione. 

Gesù Cristo come Pane di vita ci nutre
Qual esempio per noi che siamo pellegrini in terra che abbiamo e-stremo e continuo bisogno della grazia, e preghiamo così poco! Qual e-sempio vivo che si rinnova per noi ogni momento nella Santissima Eucaristia! Si può dire, senza esagerazione, che Gesù Cristo come Pane di vita ci nutre, e come Prigioniero d’amore nel santo tabernacolo prega e ci insegna a pregare.
L’Eucaristia è la grande scuola della nostra orazione, e per questo le anime profondamente eucaristiche sono anime di grande preghiera. Basta concentrarsi innanzi a Gesù Sacramentato con fede e con costanza, per im-parare da Lui a pregare. Egli ci vivifica e insensibilmente ci orienta a Dio; a poco a poco ci illumina, ci riscalda, e ci rende capaci di parlare a Dio. Il silenzio che lo circonda è una scuola di silenzio interiore per noi, e la pace che Egli diffonde intorno ci abitua alla serenità e all’abbandono in Dio, indispensabili per la preghiera.
L’anima, innanzi a Gesù, si persuade che non può nulla da sé, e questo non la scoraggia ma la riempie di fiducia in Lui. Se vaga nei pensieri della terra, se si concentra nelle proprie croci, se si preoccupa del suo avvenire, se si agita e si turba non si raccoglie nella preghiera, non vi si può raccogliere.
Innanzi a Gesù, solo che rinnovi la fede in Lui, si sente fuori della terra, sicura del soccorso di Dio, calma nell’attesa delle sue misericordie, e prega.
O mio Gesù, orante in quest’Ostia d’amore, insegnaci a raccoglierci e a pregare, e non permettere mai che, avendoti con noi vivo e vero, passiamo la vita agitandoci e non sappiamo renderti testimonianza di fede, di fiducia filiale e di vero abbandono d’amore.
Soffriamo, è vero, ma le sofferenze non sono per noi un tesoro? Non sei Tu Vittima perenne per noi sull’altare, e non c’insegni ad immolarci continuamente per amore? Se ci duole, per esempio, un occhio, non è que-sto un segreto per guardarti di più Crocifisso? E se ci duole un piede, non è un segreto per star confitti con te sulla croce?
Oh, come la vita addolorata può diventare una vita di preghiera innanzi a Gesù Sacramentato, e come può mutarsi in perenne olocausto d’amore!
Mi insultano e che importa? Sono forse da più del mio Re nascosto che raccoglie solo ingratitudini e ingiurie nel Santissimo Sacramento?
Mi riguardano come nulla, e che fa? Egli è totalmente nascosto e an-nientato, e le mie umiliazioni mi uniscono a Lui, alla sua vita.
O mio Gesù Sacramentato, veramente solo nella tua orazione sul mi-stico monte dell’altare, insegnaci a vivere della tua vita, e a mutare tutta la nostra vita in una perenne orazione e in un perenne olocausto
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mar Feb 16, 2016 10:42 am

Egli sapeva che Giuda l’avrebbe tradito
Gesù scelse gli apostoli come i propagatori dell’opera sua, e li scelse inoltre, come rappresentanti delle debolezze umane e delle buone qualità che sono il fondamento sul quale lavora la grazia. La vita di Gesù e tutto quello che ne formava l’ambiente terreno era la sintesi della storia dell’umanità, era la figura e l’annuncio di quello che sarebbe avvenuto alla Chiesa, Corpo mistico del Re divino, ed era anche la sintesi di quello che sarebbe avvenuto in ogni epoca della vita della Chiesa e in ogni membro del Corpo mistico.
Gesù Cristo scelse gli apostoli con uno sguardo infinito di sapienza e di prescien-za, utilizzando ai suoi fini le loro debolezze, e mutandoli, poi, in creature nuove, con la grazia dello Spirito Santo.
Egli sapeva che Giuda l’avrebbe tradito, ma sapeva pure che l’avrebbe fatto con piena libertà; lo elesse non per renderlo traditore ma per migliorarlo, e poiché aveva un’anima bassa e volgare, gli affidò la borsa delle elemosine che era l’unica cosa che a-vrebbe potuto disimpegnare con un certo amore.
Non si può dire che l’essere stato eletto all'apostolato l’abbia reso traditore; anzi si deve fare la deduzione opposta, e pensare che la compagnia di Gesù gli abbia giovato certamente e l’abbia reso meno perverso di quello che sarebbe stato se non l’avesse seguito. D’altra parte, la previsione dell’abuso che egli avrebbe fatto delle grazie non era per Gesù Cristo un motivo per non dargliele; anzi Egli fu con lui generoso e amabile fino a quando lo tradì nell'orto, per indurlo con la carità a ritornare sulla via del bene.
Giuda si sarebbe perduto anche senza seguire Gesù, perché si dava con facilità in balia delle passioni; Gesù lo elesse per farne un santo, lasciandolo libero di corrispondere o meno alla grazia e, subordinatamente alla sua in corrispondenza, di metterlo nel suo disegno come l’espressione corrispondenza e del tradimento, per istruzione della Chiesa nei secoli.
Non lo scelse per avere il traditore, ma poiché sapeva che egli, in un modo o in un altro, sarebbe precipitato nel baratro: lo scelse per formarne almeno una parte del suo disegno, e inquadrare quella vita malefica nel disegno dell’amore misericordioso di Dio.
Se tu hai bisogno di un legno per porlo come sostegno in un mobile, scegli quello che non è atto ad essere lavorato perché nodoso o marcito. Questo non significa che tu prendi il legno buono e lo rendi marcito o nodoso.
Dio permette che nel mondo vi siano i cattivi per prova dei buoni; li utilizza ma non li forza o li predestina ad essere cattivi. Se permette questo nel mondo, non c’è da meravigliarsi che l’abbia permesso nei medesimi apostoli scelti da Lui.
Giuda, poi, non fu eletto in quanto perverso, ma fu chiamato perché anch’egli aveva il desiderio di servire Dio, e Dio non rigetta mai chi lo desidera. Egli, poi, si rese infedele a poco a poco, cominciò a cadere in piccole trasgressioni, cominciò a disistimare il Maestro divino, a perdere la fiducia in Lui, a crederlo un ingannatore, a riguardare come peso insopportabile il seguirlo, a dar retta alle insinuazioni degli scribi e farisei e, a mano a mano, a giungere fino al tradimento e alla perdizione.
Se Gesù avesse dovuto non eleggerlo, prevedendo il male che avrebbe commesso, non dovrebbe eleggere nelle sue vie nessuna creatura, perché tutte, più o meno, sono peccatrici. 

La Passione di N. S. Gesù Cristo
Il tradimento di Giuda
Don Dolindo Ruotolo
È un mistero d’iniquità che dà le vertigini il tradimento di Giuda! Come poté un apostolo che aveva ascoltato tanti insegna-menti divini di Gesù, e aveva assistito a tanti miracoli, giungere fi-no alla viltà di venderlo? Se si fosse turbato interiormente sulla sua dottrina, e l’avesse creduta un pericoloso inganno, avrebbe dovuto magari denunciarlo, oppure abbandonarlo per ritornare agli scribi e farisei; ma venderlo, e domandare con impudenza e cinismo ai suoi nemici che cosa gli avessero voluto dare come prezzo del tradimento, è tale abiezione che suppone in Giuda un decadimento spaventoso di spirito, un abbrutimento, un odio che fa fremere.
Il Vangelo ci dice che dopo l’omaggio reso da Maria Maddalena al Redentore, spargendogli sul capo l’unguento prezioso, Giuda andò a proporre ai principi dei sacerdoti il tradimento prezzolato; questo ci può far supporre che abbia voluto così rifarsi del guadagno che avrebbe voluto cavare dall'unguento, secondo lui, sperperato.
Ma, già da tempo, il suo cuore, preso da satana, si era distaccato da Gesù, e già gli pesava quella vita randagia che non offriva nessuna speranza alle sue ambizioni.
Egli aveva dovuto, a poco a poco, abituarsi a criticare quello che diceva e operava Gesù, e a vedervi tenebre e contraddizioni; tutto raccolto nel proprio orgoglioso giudizio, aveva dovuto, a poco a poco, concepire una nascosta avversione per Gesù, le cui particolari tenerezze per Giovanni avevano dovuto profondamente urtarlo.
Satana gli caricò le tinte delle sue critiche e le ombre delle sue tenebre, ed egli credé ormai di trovarsi di fronte a un imposto-re o a un illuso sognatore di chimere e di frottole. Guardò tutto dal suo corto angolo visivo, non seppe neppure sospettare che, in ciò che gli appariva oscuro potesse, esservi il piano di un disegno fu-turo, e cominciò a trarre utile dal denaro che portava per i bisogni di tutti, denaro affidato a lui. Il rubare, il turlupinare, il mentire gli abbassarono talmente il tono del cuore che divenne avaro, e guardò la borsa che portava come sua proprietà; lo spirito in lui era come morto per il peccato, e l’abbrutimento lo portò all’ ultima degradazione. Il suo cuore dovette essere soprattutto oppresso da un senso strano di dispetto, e le parole di amoroso rimprovero che Gesù non dovette mancare di dirgli, lo chiusero in un’ostilità sprezzante che lo decise al tradimento. Duro di cuore e pertinace di volontà, orgoglioso e insofferente di rimproveri, riguardò Gesù come se gli fosse stato nemico e come tale lo barattò, per disfarsene; la reazione di sterile compatimento umano che ebbe quando lo seppe condannato a morte, conferma questa sua ostilità irragionevole, perché è proprio dell’odio senza veri motivi, passare dall'ostilità alla compassione, quando si vede appagato e non trova più motivo di odiare.
Giuda fu preso da satana, e fu preso perché non corrispose al-la grazia; non credé più; divenne un critico stolto della sapienza e delle opere di Gesù, e si chiuse nel suo cupo e desolante mutismo. Avviso alle anime consacrate al Signore le quali possono facilmente essere prese nei lacci del tentatore, quando danno corso alla loro natura, e rifiutano di farsi guidare nelle vie di Dio dall'umile sottomissione a chi rappresenta loro Gesù Cristo!
I principi dei sacerdoti avevano stabilito di non catturare Gesù nelle feste pasquali, ma l’offerta di Giuda li incoraggiò a farlo e, pensando di non poter avere un’occasione più propizia, promisero e diedero al traditore trenta monete d’argento, quanto era il prezzo di uno schiavo. Giuda intascò il denaro, e d’allora cercò il momento opportuno per consegnare il maestro nelle mani dei nemici.
Mentre l’apostolo infedele preparava l’insidia mortale, il Redentore pensava a dare agli uomini la massima testimonianza del suo amore. Era il primo giorno degli azzimi, cioè il primo giorno della solennità pasquale, alla sera del quale doveva mangiarsi l’agnello, e gli apostoli domandarono a Gesù dove dovessero preparare il banchetto. Gesù li indirizzò ad un amico, dando loro dei segni per rintracciarlo. Doveva essere un suo fedele seguace per-ché Gesù gli fece dire che il suo tempo era vicino, cioè che si avvicinava l’ora del suo sacrificio supremo, e desiderava da lui quel-la testimonianza d’amore. Fattosi sera, cioè dopo le sei pomeri-diane, Gesù sedette a mensa con i suoi discepoli.
L’ordine che si seguiva nella cena pasquale era il seguente: la sera del 14 del mese di Nissan s’immolava l’agnello e lo si arrostiva in modo da non romperne, in alcun modo, le ossa. Verso la notte i convitati si radunavano intorno alla mensa, e il capo di famiglia, presa una coppa di vino temperata con l’acqua, benediceva Dio per aver creato il frutto della vite, e poi beveva lui e faceva bere i commensali. Veniva poi portata una bacinella d’acqua per lavarsi le mani, e dopo si apprestavano le vivande, cioè l’agnello, il pane azzimo, cotto in sfoglie sottili, una tazza d’aceto o d’acqua salata in memoria delle lacrime versate dagli Ebrei nella schiavitù, e una salsa chiamata chartreuse, con erbe amare. La salsa color mattone ricordava i mattoni fabbricati nella schiavitù, e le erbe amare le amarezze sofferte; ognuno ne mangiava, e dopo s’intonavano i salmi 112 e 113, bevendo poi di nuovo il vino e lavandosi le mani. Il capo di famiglia distribuiva a ciascuno il pane e l’agnello, e una terza coppa di vino detta coppa di benedizione e, quando tutti avevano bevuto, s’intonavano i salmi da 114 a 117 e si beveva di nuovo.
Gesù Cristo osservò queste cerimonie prima di donare se stesso nell'Eucaristia; e, mentre i suoi cari mangiavano, disse loro, in tono di profondo dolore, che uno di essi lo avrebbe tradito. Egli voleva spingere Giuda al pentimento prima di istituire il sacra-mento dell’Amore, e voleva che la stessa impressione di pena e di sgomento, provata dagli apostoli a quell'annuncio, lo avesse scosso. Ma Giuda non solo non si commosse, ma ebbe l’impudenza di domandare se fosse lui quegli di cui parlava. Non credendo più nel Maestro, suppose che qualcuno gli avesse svelato il tradimento e, per assicurarsene e nello stesso tempo dissimulare, glielo domandò. Gesù gli rispose con un cenno o con parole sommesse che era proprio lui, in modo però che gli altri non se ne accorgessero. La sua immensa carità non volle che fosse coperto di obbrobrio innanzi a tutti, e che fosse stato oggetto di violenta reazione. Il suo amore avrebbe voluto evitare che il traditore fosse stato presente al miracolo grandissimo che stava per compiere; ma Giuda rimase, e uscì solo dopo aver consumato il sacrilegio
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Lug 15, 2015 4:51 pm


Noi viviamo spensieratamente sulla terra e non ci accorgiamo che intorno a noi ferve un combattimento. La scena degli Angeli e di satana che si presentano a Dio e danno conto della loro attività, è una scena che si svolge proprio vicino a noi, perché ognuno ha il suo Angelo che lo custodisce ed ognuno subisce le insidie dei demoni che gli girano intorno. In quante maniere satana si sforza di raccogliere dall’anima nostra tutto quello che può! Egli cerca le più piccole occasioni, sfrutta ogni circostanza per non farci operare per Dio, per farci cadere in qualche peccato, per distruggere i nostri buoni propositi. Al mattino cerca di conquistare il primo momento della giornata con un atto di pigrizia, si sforza di costringere l'anima a levarsi solo per necessità di ufficio o di lavoro, e non per dare omaggio al Signore; cerca in tutto di farci operare per un motivo umano e distruggere così ogni principio soprannaturale. E noi siamo il più delle volte tanto stolti da assentire allo spirito perverso, pur sapendo che dobbiamo far tutto per la gloria di Dio, e ci lasciamo trascinare in tanti difetti ed in tante miserie da rendere la nostra giornata tutta infetta e disordinata!

(Padre Dolindo - Servo di Dio)


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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Dom Giu 07, 2015 10:57 am

Il Sacerdote è martire della Fede
Le afflizioni della vita sono immense, e spesso le giornate sorgono per noi come un martirio. Perché? Perché siamo come il paralitico della piscina probatica che non aveva chi avesse potuto gettarlo nell'acqua salutare e risanarlo. Manchiamo di aiuti e, più disgraziati del paralitico, rifuggiamo dall'averli; andiamo verso gli abissi della miseria credendo di confortarci, viviamo fuori dell'elemento del nostro vero conforto cercando il sollievo nella vita materiale o peggio nella vita peccaminosa. Il Sacerdote deve aprire a chi soffre le vie della fede e vivere tanto soprannaturalmente da essere egli stesso luce, conforto e consolazione di tutti.
Dev'essere pieno di Spirito Santo, e con la sola presenza, come Maria in casa di Elisabetta, deve diffondere nei cuori l'esultanza della fede, della speranza e della carità; la luce della verità, la certezza convinta dei beni superiori ai quali tendiamo, la dolcezza della carità che fa sentire in Dio un rifugio, un appoggio ed un padre. La sua preoccupazione e la sua responsabilità dev'essere quella di avere la pienezza dei doni divini, per diffondere la consolazione della fede, e portare le anime in una sfera superiore, portare gli asfissiati dello spirito all'aria libera e pura del Cielo, condurre gl'illusi nel campo della realtà, e mutare la vita materiale in vita spirituale.
Egli è padre delle anime, e la sua paternità gl'impone il dovere di educarle nella fede, per dar loro il conforto nella vita temporale ed il conseguimento della vita eterna. Dev'essere perciò come fiore perennemente aperto alla rugiada del Cielo, e chiamare lo Spirito Santo, perché lo riempia di doni e lo renda distributore di consolazione. E questa la carità più bella ch'egli può fare alle anime
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Re: ascoltiamo don Dolindo

Messaggio  cassarà palma il Mer Mag 13, 2015 7:53 pm


Si deve prima di tutto
pensare a Dio
Con troppa facilità si dice che il lavoro è preghiera, e che una madre di famiglia, per es., debba prima di tutto pensare al marito e ai figli. Sono frasi ipocrite che celano il più basso egoismo palliato da devozione e da pietà. Non è vero affatto che si debba prima pensare al marito e ai figli, si deve prima di tutto pensare a Dio. Lavorare è pregare quando si lavora per Dio, ma pregare è anche lavorare, perché la preghiera è il segreto della benedizione nella famiglia, ed è il segreto per aumentare il proprio tempo, dandogli un rendimento maggiore. Gesù Cristo ha posto su basi tanto diverse il problema della vita, ed ha detto che chi ama il padre, la madre, il fratello, la sorella più di Lui non è degno di Lui. Dunque il primo dovere è verso Dio, la prima occupazione è quella di servirlo e di amarlo. Nessuno acciavatterebbe le occupazioni più importanti per occupazioni di minor conto; ora far fare le spese di ogni affare terreno alle ore destinate al Signore è il sommo della stoltezza. Bisogna regolare il ritmo della vita in modo che l'ora di Dio non sia il rifiuto della giornata, ma ne sia la parte migliore; se non si fa così, s'incorre nella maledizione di Caino che non offriva al Signore i migliori frutti della sua terra. Bisogna vivere sotto lo sguardo di Dio, in modo da amarlo sempre, da ascoltarne la voce in ogni armonia naturale, da lodarlo in ogni occupazione, e bisogna riguardare come la più importante delle occupazioni il lodarlo e il pregarlo; solo così Egli è veramente il Re della nostra vita. 
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