Cosa dice il Papa

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Lun Nov 23, 2015 2:12 pm

Cosa dice il Papa No 25

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

L’unico tesoro

Lunedì, 23 novembre 2015


(Da: www.osservatoreromano.va)

L’«unico tesoro» della Chiesa è Cristo, tanto che rischia di divenire «tiepida, mediocre e mondana» se ripone invece la sua sicurezza «in altre realtà». Invitando così a ripetere «Vieni Signore Gesù!», il Papa ha celebrato la messa lunedì mattina, 23 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

«Ambedue le letture della liturgia di oggi» ha fatto subito notare Francesco riferendosi ai passi del libro del profeta Daniele (1, 1-6.8-20) e del Vangelo di Luca (21, 1-4) «ci parlano di persone bisognose, specialmente nella tradizione di Israele: lo straniero e la vedova». E «il terzo bisognoso è l’orfano».

«Gli stranieri — ha spiegato riguardo la prima lettura — erano questi giovani portati a Babilonia: erano lontani dalla loro terra e avevano deciso di rimanere in fedeltà alle loro tradizioni, alla legge del Signore». Ma «il personaggio che più attira l’attenzione, in questo Vangelo, è la vedova». Nella Bibbia, ha affermato il Papa, «le vedove appaiono tante volte, tante volte, sia nel Vecchio testamento che nel Nuovo». La vedova, ha proseguito Francesco, «è la donna sola che non ha il marito che la custodisca; la donna che deve arrangiarsi come può, che vive della carità pubblica».

In particolare, ha detto il Pontefice, «la vedova di questo brano del Vangelo, che Gesù ci fa vedere, era una vedova che aveva la sua speranza soltanto nel Signore». E «quando Gesù aveva visto quelli che gettavano le offerte nel tempio, ha visto questa che aveva gettato soltanto due monetine e dice: “Questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere”».

«A me piace vedere nelle vedove del Vangelo — ha affermato il Papa — l’immagine della “vedovanza” della Chiesa che aspetta il ritorno di Gesù». Infatti «la Chiesa è sposa di Gesù, ma il suo Signore se ne è andato e il suo unico tesoro è il suo Signore». E «la Chiesa, quando è fedele, lascia tutto in attesa del suo Signore. Invece quando la Chiesa non è fedele, o non è tanto fedele o non ha tanta fede nell’amore del suo Signore, cerca di arrangiarsi anche con altre cose, con altre sicurezze, più dal mondo che da Dio».

«Le vedove del Vangelo — ha continuato il Pontefice — ci dicono un bel messaggio di Gesù sulla Chiesa». E così c’è quella donna «che usciva da Nain con la bara di suo figlio: piangeva, sola». Sì, «la gente tanto carina la accompagnava, ma il suo cuore era solo!». È «la Chiesa vedova che piange quando i suoi figli muoiono alla vita di Gesù».

C’è, poi, quell’altra donna «che, per difendere i suoi figli, va dal giudice iniquo: gli fa la vita impossibile, bussandogli alla porta tutti i giorni, dicendo “fammi giustizia!”». E «alla fine» quel giudice «fa giustizia». Ed «è la Chiesa vedova che prega, intercede per i suoi figli».

Ma «il cuore della Chiesa è sempre col suo Sposo, con Gesù. È lassù. Anche la nostra anima, secondo i padri dei deserti, assomiglia tanto alla Chiesa» ha chiarito il Papa. E «quando la nostra anima, la nostra vita, è più vicina a Gesù si allontana da tante cose mondane, cose che non servono, che non aiutano e che allontano da Gesù». Così «è la nostra Chiesa che cerca il suo Sposo, aspetta il suo Sposo, aspetta quell’incontro, che piange per i suoi figli, lotta per i suoi figli, dà tutto quello che ha perché il suo interesse è soltanto il suo Sposo».

«In questi ultimi giorni dell’anno liturgico — ha rilanciato Francesco — ci farà bene domandarci sulla nostra anima se è come questa Chiesa che vuole Gesù, se la nostra anima si rivolge al suo Sposo e dice: “Vieni Signore Gesù! Vieni”». E se «lasciamo da parte tutte queste cose che non servono, non aiutano alla fedeltà, così come i giovani della prima lettura avevano lasciato da parte tutti quei pasti, che non aiutavano alla loro fedeltà».

«La “vedovanza” della Chiesa — ha spiegato il Papa — si riferisce al fatto che la Chiesa sta aspettando Gesù, questa è una realtà: può essere una Chiesa fedele a questa attesa, attendendo con fiducia il ritorno del marito, o una Chiesa non fedele a questa “vedovanza”, ricercando sicurezza in altre realtà... la Chiesa tiepida, la Chiesa mediocre, la Chiesa mondana». E, ha suggerito in conclusione Francesco, «pensiamo altresì alle nostre anime: le nostre anime cercano sicurezza soltanto nel Signore o cercano altre sicurezze che non piacciano al Signore?». Così, «in questi ultimi giorni, ci farà bene ripetere quell’ultimo versetto della Bibbia: “Vieni Signore Gesù!”».


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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Dom Nov 29, 2015 8:17 am

Cosa dice il Papa No 26

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA
(25-30 NOVEMBRE 2015)


INCONTRO CON SACERDOTI, RELIGIOSI, RELIGIOSE E SEMINARISTI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cattedrale di St Mary, Kampala (Uganda)
Sabato, 28 novembre 2015

[Multimedia]


Io lascerò al Vescovo incaricato della vita consacrata il messaggio che ho scritto per voi, perché sia pubblicato.

Mi scuso perché ritorno alla mia lingua materna, perché non so parlare bene l’inglese.


Tre cose vi voglio dire, questa sera. La prima: nel Libro del Deuteronomio, Mosè ricorda al suo popolo: “Non dimenticate”. E lo ripete nel libro varie volte: “Non dimenticate”. Non dimenticate tutto ciò che Dio ha fatto per il popolo. La prima cosa che vi voglio dire, è che abbiate, che chiediate la grazia della memoria. Come ho detto ai giovani, nel sangue dei cattolici ugandesi è mescolato il sangue dei martiri. Non perdete la memoria di questo seme! Affinché in questo modo continuiate a crescere. Il principale nemico della memoria è l’oblio, ma non è il più pericoloso. Il nemico più pericoloso della memoria è abituarsi a ereditare i beni dei nostri padri. La Chiesa in Uganda non deve abituarsi mai al ricordo lontano dei suoi martiri. Martire significa testimone. La Chiesa in Uganda, per essere fedele a questa memoria, deve continuare ad essere testimone. Non deve vivere di rendita. Le glorie passate sono state l’inizio, ma voi dovete costruire le glorie future. E questo è il compito che la Chiesa affida a voi: siate testimoni, come sono stati testimoni i martiri che hanno dato la vita per il Vangelo.

Per essere testimoni – seconda parola che voglio dirvi – è necessaria la fedeltà. Fedeltà alla memoria, fedeltà alla propria vocazione, fedeltà allo zelo apostolico. Fedeltà significa seguire la via della santità. Fedeltà significa fare quello che hanno fatto i testimoni precedenti: essere missionari. Forse qui in Uganda ci sono diocesi che hanno molti sacerdoti, e diocesi che ne hanno pochi. Fedeltà significa offrirsi al vescovo per andare in un’altra diocesi che ha bisogno di missionari. E questo non è facile. Fedeltà significa perseveranza nella vocazione. E qui voglio ringraziare in modo speciale per l’esempio di fedeltà che mi hanno dato le Suore della Casa della Carità: fedeltà ai poveri, ai malati, ai più bisognosi, perché Cristo è lì. L’Uganda è stata irrigata dal sangue dei martiri, dei testimoni. Oggi è necessario continuare a irrigarla, e per questo: nuove sfide, nuove testimonianze, nuove missioni. Altrimenti, perderete la grande ricchezza che avete, e la “perla dell’Africa” finirà conservata in un museo. Perché il demonio attacca così, poco a poco. Sto parlando non solo per i sacerdoti, ma anche per i religiosi. Ma ai sacerdoti ho voluto dirlo in maniera speciale rispetto al problema della missionarietà: che le diocesi con molto clero si offrano a quelle che hanno meno clero. Così l’Uganda continuerà ad essere missionaria.

Memoria, che significa fedeltà. E Fedeltà, che è possibile soltanto con la preghiera. Se un religioso, una religiosa, un sacerdote smette di pregare o prega poco, perché dice che ha molto lavoro, ha già incominciato a perdere la memoria, e ha già incominciato a perdere la fedeltà. Preghiera, che significa anche umiliazione, l’umiliazione di andare regolarmente dal confessore, a dirgli i propri peccati. Non si può zoppicare con entrambe le gambe. Noi religiosi, religiose, sacerdoti non possiamo condurre una doppia vita. Se sei peccatore, se sei peccatrice, chiedi perdono. Ma non tenere nascosto quello che Dio non vuole; non tenere nascosta la mancanza di fedeltà. Non chiudere nell’armadio la memoria.

Memoria, nuove sfide - fedeltà alla memoria - e preghiera. E la preghiera incomincia sempre con il riconoscersi peccatori. Con queste tre colonne la “perla dell’Africa” continuerà ad essere perla e non soltanto una parola del dizionario. Che i martiri, che hanno dato forza a questa Chiesa, vi aiutino ad andare avanti nella memoria, nella fedeltà e nella preghiera.

E per favore, vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie.

Adesso vi invito a pregare tutti insieme un’Ave Maria alla Vergine: “Ave Maria…”.



Discorso preparato dal Santo Padre

Cari fratelli sacerdoti,
Cari religiosi e cari seminaristi,

sono lieto di essere con voi, e vi ringrazio per il vostro cordiale benvenuto. In modo particolare ringrazio coloro che hanno parlato e hanno dato testimonianza delle vostre speranze e preoccupazioni, e soprattutto della gioia che vi ispira nel vostro servizio al popolo di Dio in Uganda.

Mi rallegro inoltre che il nostro incontro abbia luogo alla vigilia della prima domenica di Avvento, un tempo che ci invita a guardare verso un nuovo inizio. Durante questo Avvento ci stiamo anche preparando a varcare la soglia dell’Anno Giubilare straordinario della Misericordia, che ho indetto per l’intera Chiesa.

Mentre ci avviciniamo al Giubileo della Misericordia, vorrei porvi due domande. La prima: chi siete voi, come presbiteri o futuri presbiteri, e come persone consacrate? In un certo senso, la risposta è facile: certamente voi siete uomini e donne le cui vite sono state formate da un «incontro personale con Gesù Cristo» (Evangelii gaudium, 3). Gesù ha toccato i vostri cuori, vi ha chiamati per nome, e vi ha chiesto di seguirlo con cuore indiviso a servizio del suo Popolo santo.

La Chiesa in Uganda è stata benedetta, nella sua breve ma venerabile storia, con un gran numero di testimoni – fedeli laici, catechisti, sacerdoti e religiosi – che lasciarono ogni cosa per amore di Gesù: casa, famiglia e, nel caso dei martiri, la loro stessa vita. Nella vostra vita, sia nel ministero sacerdotale sia nella consacrazione religiosa, siete chiamati a portare avanti questa grande eredità, soprattutto mediante atti semplici di umile servizio. Gesù desidera servirsi di voi per toccare i cuori di sempre nuove persone: Egli vuole servirsi della vostra bocca per proclamare la sua parola di salvezza, delle vostre braccia per abbracciare i poveri che Egli ama, delle vostre mani per costruire comunità di autentici discepoli missionari. Voglia il Cielo che non dimentichiamo mai che il nostro “sì” a Gesù è un “sì” al suo popolo. Le nostre porte, le porte delle nostre chiese, ma in special modo le porte dei nostri cuori, devono rimanere costantemente aperte al Popolo di Dio, al nostro popolo. Perché questo è ciò che siamo.

Una seconda domanda che vorrei porvi questa sera è: Che cosa siete chiamati a fare di più nel vivere la vostra specifica vocazione? Perché c’è sempre qualcosa in più che possiamo fare, un altro miglio da percorrere nel nostro cammino.

Il Popolo di Dio, anzi tutti i popoli, anelano ad una vita nuova, al perdono e alla pace. Purtroppo nel mondo ci sono tante situazioni che preoccupano e che necessitano delle nostre suppliche, a partire dalle realtà più vicine. Prego anzitutto per l’amato popolo burundese, affinché il Signore susciti nelle Autorità e in tutta la società sentimenti e propositi di dialogo e di collaborazione, di riconciliazione e di pace. Se è nostro compito accompagnare chi soffre, allora, a somiglianza della luce che filtra attraverso le vetrate di questa Cattedrale, dobbiamo lasciare che la potenza guaritrice di Dio passi attraverso di noi. In primo luogo dobbiamo lasciare che le onde della sua misericordia fluiscano sopra di noi, ci purifichino e ci ristorino, in modo che noi possiamo portare tale misericordia agli altri, specialmente a quelli che si trovano nelle tante periferie.

Tutti noi sappiamo bene quanto difficile questo possa essere. C’è tanto lavoro da fare! Nello stesso tempo, la vita moderna offre anche così tante distrazioni da poter annebbiare le nostre coscienze, dissipare il nostro zelo, e persino attirarci in quella “mondanità spirituale” che corrode le fondamenta della vita cristiana. L’impegno di conversione – quella conversione che è il cuore del Vangelo di Gesù (cfr Mc 1,15) – dev’essere portato avanti ogni giorno, nella lotta per riconoscere e superare quelle abitudini e quei modi di pensare che possono alimentare la pigrizia spirituale. Abbiamo bisogno di esaminare le nostre coscienze, sia come individui sia come comunità.

Come ho accennato, stiamo entrando nel tempo di Avvento, che è un tempo di un nuovo inizio. Nella Chiesa ci piace affermare che l’Africa è il continente della speranza, e con buone ragioni. La Chiesa in queste terre è benedetta con un abbondante raccolto di vocazioni religiose. Questa sera vorrei offrire una speciale parola di incoraggiamento ai giovani seminaristi e religiosi qui presenti. La chiamata del Signore è una sorgente di gioia e un appello a servire. Gesù ci dice che «è dalla sovrabbondanza del cuore che parla la bocca» (Lc 6,45). Possa il fuoco dello Spirito Santo purificare i vostri cuori, così che siate gioiosi e convinti testimoni della speranza donata dal Vangelo. Avete una bellissima parola da annunciare! Possiate annunciarla sempre, soprattutto con l’integrità e la convinzione che promanano dalla vostra vita.

Cari fratelli e sorelle, la mia visita in Uganda è breve, e oggi è stata una lunga giornata! Tuttavia considero il nostro incontro di questa sera il coronamento di questo giorno bellissimo, nel quale ho potuto recarmi come pellegrino al Santuario dei Martiri Ugandesi a Namugongo, e ho potuto incontrarmi con moltissimi giovani che sono il futuro della Nazione e della nostra Chiesa. In verità lascerò l’Africa con grande speranza nel raccolto di grazia che Dio sta preparando in mezzo a voi! Chiedo a ciascuno di voi di pregare per un’abbondante effusione di zelo apostolico, per una gioiosa perseveranza nella chiamata che avete ricevuto, e soprattutto per il dono di un cuore puro sempre aperto ai bisogni di tutti i nostri fratelli e sorelle. In questo modo la Chiesa in Uganda si dimostrerà davvero degna della sua gloriosa eredità ed affronterà le sfide del futuro con sicura speranza nelle promesse di Cristo. Vi ricorderò tutti nelle mie preghiere, e vi chiedo di pregare per me!




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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Mar Dic 01, 2015 1:01 pm

Cosa dice il Papa No 27  


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A SUA SANTITÀ BARTOLOMEO I, PATRIARCA ECUMENICO,
PER LA FESTA DI SANT'ANDREA




A Sua Santità Bartolomeo
Arcivescovo di Costantinopoli
Patriarca ecumenico

Santità, amato Fratello in Cristo,

È trascorso un anno da quando abbiamo celebrato insieme, nella Chiesa patriarcale del Fanar, la festa di sant’Andrea, primo chiamato tra gli apostoli e fratello di san Pietro. Tale occasione è stata un momento di grazia che mi ha permesso di rinnovare e di approfondire, nella preghiera comune e nell’incontro personale, i vincoli di amicizia con lei e con la Chiesa che presiede. Con gioia ho sperimentato anche la vitalità di una Chiesa che incessantemente professa, celebra e testimonia la fede in Gesù Cristo, nostro unico Signore e Salvatore. Sono lieto di inviare ancora una volta una delegazione della Santa Sede alle celebrazioni patronali, quale segno tangibile del mio affetto fraterno e della vicinanza spirituale della Chiesa di Roma a lei, Santità, come anche ai membri del Santo Sinodo, al clero, ai monaci e a tutti i fedeli del Patriarcato ecumenico.

Nella nostra profonda comunione di fede e di carità, e grato per tutto ciò che Dio ha fatto per noi, ricordo il cinquantesimo anniversario, il 7 dicembre 2015, della Dichiarazione comune di Papa Paolo VI e del Patriarca Atenagora I, che esprimeva la decisione di togliere dalla memoria e dal mezzo della Chiesa le sentenze di scomunica dell’anno 1054. La memoria delle mutue sentenze di scomunica, insieme con le parole offensive, i rimproveri immotivati e i gesti reprensibili da entrambe le parti, che accompagnava i tristi eventi di quel periodo, per molti secoli ha rappresentato un ostacolo al ravvicinamento nella carità tra cattolici e ortodossi. Attenti alla volontà di nostro Signore Gesù Cristo, che la sera della sua Passione pregò il Padre perché i suoi discepoli fossero «una sola cosa» (Gv 17, 21), Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora I consegnarono quei dolorosi ricordi all’oblio. Da allora, la logica dell’antagonismo, della diffidenza e dell’ostilità, simboleggiata dalle scomuniche reciproche, è stata sostituita dalla logica dell’amore e della fratellanza, rappresentata dal nostro abbraccio fraterno.

Pur non ponendo fine a tutte le divergenze tra le Chiese cattolica e ortodossa, c’erano però le condizioni necessarie per camminare insieme verso il ripristino della «piena comunione di fede, di concordia fraterna e di vita sacramentale che esisteva tra loro nel corso del primo millennio della vita della Chiesa» (Dichiarazione comune cattolico-ortodossa, 7 dicembre 1965). Avendo ristabilito una relazione di amore e fratellanza, in uno spirito di fiducia reciproca, di rispetto e di carità, non c’è più alcun impedimento alla comunione eucaristica che non possa essere superato attraverso la preghiera, la purificazione dei cuori, il dialogo e l’affermazione della verità. Di fatto, laddove c’è amore nella vita della Chiesa, la sua fonte e la sua realizzazione si trovano sempre nell’amore eucaristico. Allo stesso modo, il simbolo dell’abbraccio fraterno trova la sua verità più profonda nell’abbraccio di pace scambiato nella celebrazione eucaristica.

Al fine di avanzare sul nostro cammino verso la piena comunione che aneliamo, dobbiamo sempre trarre ispirazione dal gesto di riconciliazione e di pace compiuto dai nostri venerabili predecessori Paolo VI e Atenagora I. A tutti i livelli, e in ogni contesto della vita della Chiesa, le relazioni tra cattolici e ortodossi devono rispecchiare sempre più la logica della carità reciproca, devono continuare a esaminare con attenzione le questioni che ci dividono, mirando sempre ad approfondire la nostra comprensione comune della verità rivelata. Spinti dall’amore di Dio, insieme dobbiamo offrire al mondo una testimonianza credibile ed efficace del messaggio di Cristo di riconciliazione e di salvezza.

Il mondo oggi ha un grande bisogno di riconciliazione, specialmente alla luce del tanto sangue versato nei recenti attacchi terroristici. Accompagniamo le vittime con le nostre preghiere e rinnoviamo il nostro impegno per una pace duratura promovendo il dialogo tra le tradizioni religiose, poiché «l’indifferenza e la reciproca ignoranza possono soltanto condurre alla diffidenza e, purtroppo, persino al conflitto» (Dichiarazione congiunta, Gerusalemme 2014).

Desidero, Santità, esprimere la mia profonda riconoscenza per il suo fervente impegno a favore della questione cruciale della cura per il creato; la sua sensibilità e la sua consapevolezza a tale riguardo sono una testimonianza esemplare per i cattolici. Ritengo che sia un segno ricco di speranza per i cattolici e gli ortodossi che ora ogni anno il 1° settembre celebriamo insieme una Giornata di preghiera per la cura del creato, seguendo la prassi di lunga data del Patriarcato ecumenico.

Santità, l’umanità ha il compito di riscoprire il mistero della misericordia, «la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato» (Misericordiae Vultus, n. 2). Per questo ho indetto il Giubileo straordinario della Misericordia, un tempo favorevole per contemplare la misericordia del Padre rivelata pienamente in suo Figlio Gesù Cristo, e per diventare noi stessi un segno efficace dell’amore di Dio attraverso il perdono reciproco e le opere di misericordia. È provvidenziale che l’anniversario della storica Dichiarazione comune cattolico-ortodossa sulla levata delle scomuniche del 1054 cada alla vigilia dell’Anno della Misericordia. Seguendo l’esempio di Papa Paolo VI e del Patriarca Atenagora I, oggi i cattolici e gli ortodossi devono chiedere perdono a Dio e gli uni agli altri per le divisioni portate dai cristiani nel Corpo di Cristo. Chiedo a lei e a tutti i fedeli del Patriarcato ecumenico di pregare affinché questo Giubileo straordinario dia i frutti spirituali che aneliamo. Volentieri l’assicuro delle mie preghiere per gli eventi che la sua Chiesa celebrerà nel prossimo anno, specialmente il Grande Sinodo pan-ortodosso. Possa tale importante occasione per tutte le Chiese ortodosse essere fonte di abbondanti benedizioni per la vita della Chiesa.

Con affetto fraterno nel Signore, l’assicuro della mia vicinanza spirituale nella gioiosa festa dell’apostolo Andrea, e volentieri scambio con lei, Santità, un abbraccio di pace nel Signore Gesù.

Dal Vaticano, 30 novembre 2015

Franciscus PP

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Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Ven Dic 11, 2015 8:25 am

Cosa dice il Papa No 28

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Carezza di padre

Giovedì, 10 dicembre 2015



(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.283, 11/12/2015)

Un papà o una mamma che dice al suo bambino: “Non avere paura, ci sono io” e lo coccola con una carezza. È questa la condizione privilegiata dell’uomo: piccolo, debole, ma rassicurato, sostenuto e perdonato da un Dio che è innamorato di lui. All’inizio del cammino giubilare Papa Francesco — nella messa celebrata a Santa Marta giovedì 10 dicembre con la partecipazione dei cardinali consiglieri — ha trovato nella liturgia del giorno l’occasione per tornare a parlare della misericordia del Padre.

La meditazione ha preso le mosse dal salmo responsoriale nel quale è stato ripetuto: «Il Signore è misericordioso e grande nell’amore». È, ha detto il Pontefice, «una confessione di fede» nella quale il cristiano riconosce che Dio «è misericordia e lui grande, ma grande nell’amare». Un’affermazione solo apparentemente semplice perché «capire la misericordia di Dio è un mistero, è un cammino che si deve fare durante tutta la vita».

Per aiutare a entrare meglio in questo mistero, il Papa ha citato la lettura tratta dal libro del profeta Isaia (41, 13-20), nella quale si trova un monologo di Dio che si rivolge al suo popolo. E si legge come egli avesse «detto al suo popolo che lo aveva scelto non perché fosse grande o potente», ma «perché era il più piccolo di tutti, il più miserabile di tutti». Dio, ha spiegato Francesco, si è proprio «innamorato di questa miseria», di questa «piccolezza».

È un testo dal quale emerge chiaramente questo amore: «un amore tenero, un amore come quello del papà o della mamma», quando si rivolgono al bambino «che la notte si sveglia spaventato da un sogno». Con la stessa premura Dio parla al suo popolo e gli dice: «Io ti tengo per la destra, stai tranquillo, non temere». E, utilizzando delle immagini per descrivere la sua condizione di piccolezza, continua: «Vermiciattolo di Giacobbe, larva d’Israele, io vengo in tuo aiuto, tuo redentore è il santo d’Israele, non temere».

Non temere. Su queste parole il Papa si è soffermato per tornare all’esempio della vita familiare: «Tutti noi conosciamo le carezze dei papà e delle mamme, quando i bambini sono inquieti per lo spavento». Anche loro dicono: «Non temere, io sono qui». A ognuno di noi il Signore ricorda teneramente: «Mi sono innamorato della tua piccolezza, del tuo niente» e ci ripete: «Non temere i tuoi peccati, io ti voglio tanto bene, io sono qui per perdonarti». Questa, in sintesi, ha spiegato il Pontefice, «è la misericordia di Dio».

Proseguendo la sua meditazione, Francesco ha quindi richiamato un esempio tratto da un’agiografia («credo che fosse san Girolamo ma non sono sicuro» ha confidato) e ha ricordato come di un santo si dicesse che fosse molto penitente nella sua vita, che facesse sacrifici, preghiere e che il Signore gli chiedesse sempre di più. Il santo continuava a chiedere: «Signore cosa posso darti?», finché disse: «Ma Signore, non ho niente di più da darti, ti ho dato tutto». E la risposta fu: «No, manca una cosa» — «Cosa ti manca Signore?» — «Dammi i tuoi peccati». Con questo episodio il Pontefice ha voluto sottolineare che «il Signore ha voglia di prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, le nostre stanchezze». È un atteggiamento che ritroviamo anche nei Vangeli, in Gesù, il quale affermava: «Venite a me, tutti voi che siete affaticati, stanchi e io vi darò ristoro». Dio, ha detto Francesco, ce lo ripete continuamente: «Io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra, non temere piccolino, non temere. Io ti darò forza. Dammi tutto e io ti perdonerò, ti darò pace». Sono queste, ha aggiunto, «le carezze di Dio», le carezze «del nostro Padre, quando si esprime con la sua misericordia».

Noi uomini, ha continuato il Pontefice, «siamo tanto nervosi» e «quando una cosa non va bene, strepitiamo, siamo impazienti». Invece Dio ci consola: «Stai tranquillo, ne hai fatta una grossa, sì, ma stai tranquillo; non temere, io ti perdono». E così ci accoglie in tutto, anche con i nostri errori, i nostri peccati. Proprio questo significa quanto si ripete nel salmo: «Il Signore è misericordioso e grande nell’amore». Così, ha sintetizzato il Papa, «noi siamo piccoli. Lui ci ha dato tutto. Ci chiede soltanto le nostre miserie, le nostre piccolezze, i nostri peccati, per abbracciarci, per accarezzarci».

Ricordando, infine la preghiera recitata all’inizio della messa («Risveglia Signore la fede del tuo popolo»), Francesco ha concluso invitando tutti a chiedere al Signore «di risvegliare in ognuno di noi e in tutto il popolo la fede in questa paternità, in questa misericordia, nel suo cuore». E anche a domandargli «che questa fede nella sua paternità e la sua misericordia» ci renda «un po’ più misericordiosi nei confronti degli altri».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Mer Dic 16, 2015 12:02 pm

Cosa dice il Papa no 29

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Tre tracce

Martedì, 15 dicembre 2015

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.287, 16/12/2015)

Quali sono le caratteristiche del popolo di Dio? Come deve essere la Chiesa? È questo il tema della meditazione che Papa Francesco, partendo dalla liturgia del giorno, ha sviluppato durante la messa celebrata martedì 15 dicembre a Santa Marta.

Di fronte al brano del Vangelo di Matteo (21, 28-32) nel quale Gesù, rivolgendosi ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, afferma: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio», il Pontefice ha fatto notare «l’energia» con la quale egli rimprovera a coloro che erano considerati maestri il «modo di pensare, di giudicare, di vivere».

Anche il profeta Sofonia, nella prima lettura (3,1-2.9-13), «prende la voce di Dio e dice: “Guai alla città ribelle e impura, alla città che opprime. Non ha ascoltato la voce, non ha accettato la correzione. Non ha confidato nel Signore, non si è rivolta al suo Dio”». È, praticamente, «lo stesso rimprovero» rivolto «al popolo eletto, ai chierici di quei tempi». E, ha sottolineato il Papa, «dire a un sacerdote, a un capo dei sacerdoti, che una prostituta sarà più santa di lui nel regno dei Cieli» è un’accusa decisamente «forte».

Del resto, Gesù «aveva questo coraggio di dire la verità». Ma allora, ha aggiunto Francesco, di fronte a certi rimproveri, viene da chiedersi: «Come deve essere la Chiesa?». Le persone di cui si legge nel Vangelo, infatti, erano «uomini di Chiesa», erano «capi della Chiesa». Era venuto Gesù, era venuto Giovanni Battista, ma loro «non avevano ascoltato». E nel brano del profeta si ricorda che nonostante Dio abbia scelto il suo popolo, «questo popolo diviene una città ribelle, una città impura, non accetta come deve essere la Chiesa, come deve essere il popolo di Dio».

Ecco però che, di fronte a tutto questo, il profeta Sofonia, comunica al popolo una promessa del Signore: «Io ti perdonerò». Cioè, ha spiegato il Papa, «il primo passo perché il popolo di Dio, la Chiesa, noi tutti, siamo fedeli è sentirci perdonati.

E dopo la promessa del perdono, c’è anche la spiegazione di «come deve essere la Chiesa: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero e confiderà nel nome del Signore”». Il popolo di Dio fedele, ha ribadito Francesco, deve quindi «avere queste tre tracce: umile, povero, con fiducia nel Signore».

Il Pontefice, a questo punto, si è soffermato ad analizzare ognuna di queste tre caratteristiche fondamentali.

Innanzitutto la Chiesa deve essere «umile». Ovvero una Chiesa «che non si pavoneggi dei poteri, delle grandezze». Ma attenzione, ha avvisato il Papa: «umiltà non significa una persona languida, fiacca», con l’espressione dimessa, perché questa «non è umiltà, questo è teatro! Questo è fare finta di umiltà». La vera umiltà, invece, parte «da un primo passo: io sono peccatore». Se, ha spiegato Francesco, «tu non sei capace di dire a te stesso che sei peccatore e che gli altri sono migliori di te, non sei umile». Dunque, «il primo passo nella Chiesa umile è sentirsi peccatrice» e lo stesso è per «tutti noi». Se invece «qualcuno di noi ha l’abitudine di guardare i difetti degli altri e chiacchierare», non è certo umile, ma «si crede giudice degli altri». Dice il profeta: «Lascerò in mezzo a te un popolo umile». E noi, ha raccomandato il Pontefice, «dobbiamo chiedere questa grazia, che la Chiesa sia umile, che io sia umile, ognuno di noi, umile».

La meditazione è quindi passata alla seconda traccia: il popolo di Dio «è povero». A tale riguardo Francesco ha ricordato come la povertà sia «la prima delle beatitudini». Ma cosa vuol dire «povero nello spirito?». Significa «soltanto attaccato alle ricchezze di Dio». Non lo è certo «una Chiesa che vive attaccata ai soldi, che pensa ai soldi, che pensa a come guadagnare i soldi...». Ad esempio, ha spiegato il Papa, c’è stato chi «ingenuamente» diceva alla gente che per passare la porta santa «si doveva fare un’offerta»: questa, ha affermato chiaramente il Pontefice, «non è la Chiesa di Gesù, questa è la Chiesa di questi capi dei sacerdoti, attaccata ai soldi».

Per far meglio comprendere il suo pensiero, Francesco ha richiamato anche la vicenda del diacono Lorenzo — che era «l’economo della diocesi» — il quale,quando l’imperatore gli chiese «di portare le ricchezze della diocesi» per pagare qualcosa ed evitare di essere ucciso, tornò «con i poveri». Sono cioè proprio i poveri «le ricchezze della Chiesa». E si può anche essere «il padrone di una banca», ma solo se «il tuo cuore è povero, non è attaccato ai soldi» e ci si mette «al servizio» degli altri. «La povertà», ha aggiunto il Papa, è caratterizzata proprio da «questo distacco» che ci porta a «servire i bisognosi». E il ragionamento si è concluso con una domanda rivolta a ognuno: «Io sono o non sono povero?».

Infine la terza traccia: il popolo di Dio «confiderà nel nome del Signore». Anche qui una domanda molto diretta: «Dov’è la mia fiducia? Nel potere, negli amici, nei soldi? Nel Signore!».

È quindi questa «l’eredità che ci promette il Signore: “Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero, confiderà nel nome del Signore”. Umile perché si sente peccatore; povero perché il suo cuore è attaccato alle ricchezze di Dio e se ne ha è per amministrarle; fiducioso nel Signore perché sa che soltanto il Signore può garantire una cosa che gli faccia bene». Perciò Gesù ha dovuto dire ai capi sacerdoti, i quali «non capivano queste cose», che «una prostituta entrerà prima di loro nel regno dei Cieli». E, ha concluso il Pontefice, «in questa attesa del Signore, del Natale» chiediamo che egli ci dia «un cuore umile», un cuore «povero» e soprattutto «fiducioso nel Signore», perché «il Signore non delude mai».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Mer Dic 23, 2015 8:32 am

Cosa dice il Papa No 30

PAPA FRANCESCO


PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI DELLA CURIA ROMANA
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Sala Clementina
Lunedì, 21 dicembre 2015

Cari fratelli e sorelle,

vi chiedo scusa di non parlare in piedi, ma da alcuni giorni sono sotto l’influsso dell’influenza e non mi sento molto forte. Con il vostro permesso, vi parlo seduto.

Sono lieto di rivolgervi gli auguri più cordiali di un santo Natale e felice Anno Nuovo, che si estendono anche a tutti i collaboratori, ai Rappresentanti Pontifici, e particolarmente a coloro che, durante l’anno scorso, hanno terminato il loro servizio per raggiunti limiti di età. Ricordiamo anche le persone che sono state chiamate davanti a Dio. A tutti voi e ai vostri familiari vanno il mio pensiero e la mia gratitudine.

Nel mio primo incontro con voi, nel 2013, ho voluto sottolineare due aspetti importanti e inseparabili del lavoro curiale: la professionalità e il servizio, indicando come modello da imitare la figura di san Giuseppe. Invece l’anno scorso, per prepararci al sacramento della Riconciliazione, abbiamo affrontato alcune tentazioni e “malattie” – il “catalogo delle malattie curiali”; oggi invece dovrei parlare degli “antibiotici curiali” – che potrebbero colpire ogni cristiano, ogni curia, comunità, congregazione, parrocchia e movimento ecclesiale. Malattie che richiedono prevenzione, vigilanza, cura e, purtroppo, in alcuni casi, interventi dolorosi e prolungati.

Alcune di tali malattie si sono manifestate nel corso di questo anno, causando non poco dolore a tutto il corpo e ferendo tante anime, anche con lo scandalo.

Sembra doveroso affermare che ciò è stato – e lo sarà sempre – oggetto di sincera riflessione e decisivi provvedimenti. La riforma andrà avanti con determinazione, lucidità e risolutezza, perché Ecclesia semper reformanda.

Tuttavia, le malattie e perfino gli scandali non potranno nascondere l’efficienza dei servizi, che la Curia Romana con fatica, con responsabilità, con impegno e dedizione rende al Papa e a tutta la Chiesa, e questa è una vera consolazione. Insegnava sant’Ignazio che «è proprio dello spirito cattivo rimordere, rattristare, porre difficoltà e turbare con false ragioni, per ‎impedire di andare avanti; invece è proprio dello spirito buono dare coraggio ed energie, dare consolazioni e ‎lacrime, ispirazioni e serenità, diminuendo e rimuovendo ogni difficoltà, per andare avanti nella via del ‎bene» [1].

Sarebbe grande ingiustizia non esprimere una sentita gratitudine e un doveroso incoraggiamento a tutte le persone sane e oneste che lavorano con dedizione, devozione, fedeltà e professionalità, offrendo alla Chiesa e al Successore di Pietro il conforto delle loro solidarietà e obbedienza, nonché delle loro generose preghiere.

Per di più, le resistenze, le fatiche e le cadute delle persone e dei ministri rappresentano anche delle lezioni e delle occasioni di crescita, e mai di scoraggiamento. Sono opportunità per tornare all’essenziale, che ‎significa fare i conti con la consapevolezza che abbiamo di noi stessi, di Dio, del prossimo, del sensus Ecclesiae e del sensus fidei.

Di questo tornare all’essenziale vorrei parlarvi oggi, mentre siamo all’inizio del pellegrinaggio dell’Anno Santo della Misericordia, aperto dalla Chiesa pochi giorni fa, e che rappresenta per essa e per tutti noi un forte richiamo alla gratitudine, alla conversione, al rinnovamento, alla penitenza e alla riconciliazione.

In realtà, il Natale è la festa dell’infinita Misericordia di Dio. Dice sant’Agostino d’Ippona: «Poteva esserci misericordia verso di noi infelici maggiore di quella che indusse il Creatore del cielo a scendere dal cielo e il Creatore della terra a rivestirsi di un corpo mortale? Quella stessa misericordia indusse il Signore del mondo a rivestirsi della natura di servo, di modo che pur essendo pane avesse fame, pur essendo la sazietà piena avesse sete, pur essendo la potenza divenisse debole, pur essendo la salvezza venisse ferito, pur essendo vita potesse morire. E tutto questo per saziare la nostra fame, alleviare la nostra arsura, rafforzare la nostra debolezza, cancellare la nostra iniquità, accendere la nostra carità» [2].

Quindi, nel contesto di questo Anno della Misericordia e della preparazione al Santo Natale, ormai alle porte, vorrei presentarvi un sussidio pratico per poter vivere fruttuosamente questo tempo di grazia. Si tratta di un non esaustivo “catalogo delle virtù necessarie” per chi presta servizio in Curia e per tutti coloro che vogliono rendere feconda la loro consacrazione o il loro servizio alla Chiesa.

Invito i Capi dei Dicasteri e i Superiori ad approfondirlo, ad arricchirlo e a completarlo. È un elenco che parte proprio da un’analisi acrostica della parola “misericordia” – padre Ricci, in Cina, faceva questo – affinché sia essa la nostra guida e il nostro faro.

1. Missionarietà e pastoralità. La missionarietà è ciò che rende, e mostra, la curia fertile e feconda; è la prova dell’efficacia, dell’efficienza e dell’autenticità del nostro operare. La fede è un dono, ma la misura della nostra fede si prova anche da quanto siamo capaci di comunicarla [3]. Ogni battezzato è missionario della Buona Novella innanzitutto con la sua vita, con il suo lavoro e con la sua gioiosa e convinta testimonianza. La pastoralità sana è una virtù indispensabile specialmente per ogni sacerdote. È l’impegno quotidiano di seguire il Buon Pastore, che si prende cura delle sue pecorelle e dà la sua vita per salvare la vita degli altri. È la misura della nostra attività curiale e sacerdotale. Senza queste due ali non potremo mai volare e nemmeno raggiungere la beatitudine del “servo fedele” (cfr Mt 25,14-30).

2. Idoneità e sagacia. L’idoneità richiede lo sforzo personale di acquistare i requisiti necessari e richiesti per esercitare al meglio i propri compiti e attività, con l’intelletto e l’intuizione. Essa è contro le raccomandazioni e le tangenti. La sagacia è la prontezza di mente per comprendere e affrontare le situazioni con saggezza e creatività. Idoneità e sagacia rappresentano anche la risposta umana alla grazia divina, quando ognuno di noi segue quel famoso detto: “fare tutto come se Dio non esistesse e, in seguito, lasciare tutto a Dio come se io non esistessi”. È il comportamento del discepolo che si rivolge al Signore tutti i giorni con queste parole della bellissima Preghiera Universale attribuita a Papa Clemente XI: «Guidami con la tua sapienza, reggimi con la tua giustizia, incoraggiami con la tua bontà, proteggimi con la tua potenza. Ti offro, o Signore: i pensieri, perché siano diretti a te; le parole, perché siano di te; le azioni, perché siano secondo te; le tribolazioni, perché siano per te» [4].

3. Spiritualità e umanità. La spiritualità è la colonna portante di qualsiasi servizio nella Chiesa e nella vita cristiana. Essa è ciò che alimenta tutto il nostro operato, lo sorregge e lo protegge dalla fragilità umana e dalle tentazioni quotidiane. L’umanità è ciò che incarna la veridicità della nostra fede. Chi rinuncia alla propria umanità rinuncia a tutto. L’umanità è ciò che ci rende diversi dalle macchine e dai robot che non sentono e non si commuovono. Quando ci risulta difficile piangere seriamente o ridere appassionatamente - sono due segni - allora è iniziato il nostro declino e il nostro processo di trasformazione da “uomini” a qualcos’altro. L’umanità è il saper mostrare tenerezza e familiarità e cortesia con tutti (cfr Fil 4,5). Spiritualità e umanità, pur essendo qualità innate, tuttavia sono potenzialità da realizzare interamente, da raggiungere continuamente e da dimostrare quotidianamente.

4. Esemplarità e fedeltà. Il beato Paolo VI ricordò alla Curia - nel '63 - «la sua vocazione all’esemplarità» [5]. Esemplarità per evitare gli scandali che feriscono le anime e minacciano la credibilità della nostra testimonianza. Fedeltà alla nostra consacrazione, alla nostra vocazione, ricordando sempre le parole di Cristo: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti» (Lc 16,10) e «Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all'uomo a causa del quale viene lo scandalo!» (Mt 18,6-7).

5. Razionalità e amabilità. La razionalità serve per evitare gli eccessi emotivi e l’amabilità per evitare gli eccessi della burocrazia e delle programmazioni e pianificazioni. Sono doti necessarie per l’equilibrio della personalità: «Il nemico - e cito sant'Ignazio un'altra volta, scusatemi - osserva bene se un’anima è grossolana oppure delicata; se è delicata, fa in modo di renderla delicata fino all’eccesso, per poi maggiormente angosciarla e confonderla» [6]. Ogni eccesso è indice di qualche squilibrio, sia l'eccesso nella razionalità, sia nell'amabilità.

6. Innocuità e determinazione. L’innocuità che rende cauti nel giudizio, capaci di astenerci da azioni impulsive e affrettate. È la capacità di far emergere il meglio da noi stessi, dagli altri e dalle situazioni agendo con attenzione e comprensione. È il fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te (cfr Mt 7,12 e Lc 6,31). La determinazione è l’agire con volontà risoluta, con visione chiara e con obbedienza a Dio, e solo per la legge suprema della salus animarum (cfr CIC, can. 1725).

7. Carità e verità. Due virtù indissolubili dell’esistenza cristiana: “fare la verità nella carità e vivere la carità nella verità” (cfr Ef 4,15) [7]. Al punto che la carità senza verità diventa ideologia del buonismo distruttivo e la verità senza carità diventa “giudiziarismo” cieco.

8. Onestà e maturità. L’onestà è la rettitudine, la coerenza e l’agire con sincerità assoluta con noi stessi e con Dio. Chi è onesto non agisce rettamente soltanto sotto lo sguardo del sorvegliante o del superiore; l’onesto non teme di essere sorpreso, perché non inganna mai colui che si fida di lui. L’onesto non spadroneggia mai sulle persone o sulle cose che gli sono state affidate da amministrare, come il «servo malvagio» (Mt 24,48). L’onestà è la base su cui poggiano tutte le altre qualità. Maturità è la ricerca di raggiungere l’armonia tra le nostre capacità fisiche, psichiche e spirituali. Essa è la meta e l’esito di un processo di sviluppo che non finisce mai e che non dipende dall’età che abbiamo.

9. Rispettosità e umiltà. La rispettosità è la dote delle anime nobili e delicate; delle persone che cercano sempre di dimostrare rispetto autentico agli altri, al proprio ruolo, ai superiori e ai subordinati, alle pratiche, alle carte, al segreto e alla riservatezza; le persone che sanno ascoltare attentamente e parlare educatamente. L’umiltà invece è la virtù dei santi e delle persone piene di Dio, che più crescono nell’importanza più cresce in loro la consapevolezza di essere nulla e di non poter fare nulla senza la grazia di Dio (cfr Gv 15,Cool.

10. “Doviziosità” - io ho il vizio dei neologismi - e attenzione. Più abbiamo fiducia in Dio e nella sua provvidenza più siamo doviziosi di anima e più siamo aperti nel dare, sapendo che più si dà più si riceve. In realtà, è inutile aprire tutte le Porte Sante di tutte le basiliche del mondo se la porta del nostro cuore è chiusa all’amore, se le nostre mani sono chiuse al donare, se le nostre case sono chiuse all’ospitare e se le nostre chiese sono chiuse all’accogliere. L’attenzione è il curare i dettagli e l’offrire il meglio di noi e il non abbassare mai la guardia sui nostri vizi e mancanze. San Vincenzo de’ Paoli pregava così: “Signore, aiutami ad accorgermi subito: di quelli che mi stanno accanto, di quelli che sono preoccupati e ‎disorientati, di quelli che soffrono senza mostrarlo, di quelli che si sentono isolati senza volerlo”.

11. Impavidità e prontezza. Essere impavido significa non lasciarsi impaurire di fronte alle difficoltà, come Daniele nella fossa dei leoni, come Davide di fronte a Golia; significa agire con audacia e determinazione e senza tiepidezza «come un buon soldato» (2 Tm 2,3-4); significa saper fare il primo passo senza indugiare, come Abramo e come Maria. Invece la prontezza è il saper agire con libertà e agilità senza attaccarsi alle cose materiali che passano. Dice il salmo: «Alla ricchezza, anche se abbonda, non attaccate il cuore» (Sal 61,11). Essere pronto vuol dire essere sempre in cammino, senza mai farsi appesantire accumulando cose inutili e chiudendosi nei propri progetti, e senza farsi dominare dall’ambizione.

12. E finalmente affidabilità e sobrietà. Affidabile è colui che sa mantenere gli impegni con serietà e attendibilità quando è osservato ma soprattutto quando si trova solo; è colui che irradia intorno a sé un senso di tranquillità perché non tradisce mai la fiducia che gli è stata accordata. La sobrietà – ultima virtù di questo elenco non per importanza – è la capacità di rinunciare al superfluo e di resistere alla logica consumistica dominante. La sobrietà è prudenza, semplicità, essenzialità, equilibrio e temperanza. La sobrietà è guardare il mondo con gli occhi di Dio e con lo sguardo dei poveri e dalla parte dei poveri. La sobrietà è uno stile di vita [8] che indica il primato dell’altro come principio gerarchico ed esprime l’esistenza come premura e servizio verso gli altri. Chi è sobrio è una persona coerente ed essenziale in tutto, perché sa ridurre, recuperare, riciclare, riparare e vivere con il senso della misura.

Cari fratelli,

la misericordia non è un sentimento passeggero, ma è la sintesi della Buona Notizia, è la scelta di chi vuole avere i sentimenti del Cuore di Gesù [9], di chi vuol seguire seriamente il Signore che ci chiede: «Siate misericordiosi come il Padre vostro» (Lc 6,36; cfr Mt 5,48). Afferma padre Ermes Ronchi: «Misericordia: scandalo per la giustizia, follia per l’intelligenza, consolazione per noi debitori. Il debito di esistere, il debito di essere amati si paga solo con la misericordia».

Dunque, sia la misericordia a guidare i nostri passi, a ispirare le nostre riforme, a illuminare le nostre decisioni. Sia essa la colonna portante del nostro operare. Sia essa a insegnarci quando dobbiamo andare avanti e quando dobbiamo compiere un passo indietro. Sia essa a farci leggere la piccolezza delle nostre azioni nel grande progetto di salvezza di Dio e nella maestosità e misteriosità della sua opera.

Per aiutarci a capire questo, lasciamoci incantare dalla preghiera stupenda che viene comunemente attribuita al Beato Oscar Arnulfo Romero, ma che fu pronunciata per la prima volta dal Cardinale John Dearden:

Ogni tanto ci aiuta il fare un passo indietro e vedere da lontano.
Il Regno non è solo oltre i nostri sforzi, è anche oltre le nostre visioni.
Nella nostra vita riusciamo a compiere solo una piccola parte
di quella meravigliosa impresa che è l’opera di Dio.
Niente di ciò che noi facciamo è completo.
Che è come dire che il Regno sta più in là di noi stessi.
Nessuna affermazione dice tutto quello che si può dire.
Nessuna preghiera esprime completamente la fede.
Nessun credo porta la perfezione.
Nessuna visita pastorale porta con sé tutte le soluzioni.
Nessun programma compie in pieno la missione della Chiesa.
Nessuna meta né obbiettivo raggiunge la completezza.
Di questo si tratta:
noi piantiamo semi che un giorno nasceranno.
Noi innaffiamo semi già piantati, sapendo che altri li custodiranno.
Mettiamo le basi di qualcosa che si svilupperà.
Mettiamo il lievito che moltiplicherà le nostre capacità.
Non possiamo fare tutto,
però dà un senso di liberazione l’iniziarlo.
Ci dà la forza di fare qualcosa e di farlo bene.
Può rimanere incompleto, però è un inizio, il passo di un cammino.
Una opportunità perché la grazia di Dio entri
e faccia il resto.
Può darsi che mai vedremo il suo compimento,
ma questa è la differenza tra il capomastro e il manovale.
Siamo manovali, non capomastri,
servitori, non messia.
Noi siamo profeti di un futuro che non ci appartiene.

E con questi pensieri, con questi sentimenti, vi auguro un buon e santo Natale, e vi chiedo di pregare per me. Grazie.

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Dom Dic 27, 2015 3:44 pm

Cosa dice il Papa No 31

SANTA MESSA PER LE FAMIGLIE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO


Basilica Vaticana
Domenica, 27 dicembre 2015
Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
[Multimedia]

Le Letture bibliche che abbiamo ascoltato ci hanno presentato l’immagine di due famiglie che compiono il loro pellegrinaggio verso la casa di Dio. Elkana e Anna portano il figlio Samuele al tempio di Silo e lo consacrano al Signore (cfr 1 Sam 1,20-22.24-28). Alla stessa stregua, Giuseppe e Maria, per la festa di pasqua, si fanno pellegrini a Gerusalemme insieme con Gesù (cfr Lc 2,41-52).

Spesso abbiamo sotto gli occhi i pellegrini che si recano ai santuari e ai luoghi cari della pietà popolare. In questi giorni, tanti si sono messi in cammino per raggiungere la Porta Santa aperta in tutte le cattedrali del mondo e anche in tanti santuari. Ma la cosa più bella posta oggi in risalto dalla Parola di Dio è che tutta la famiglia compie il pellegrinaggio. Papà, mamma e figli, insieme, si recano alla casa del Signore per santificare la festa con la preghiera. E’ un insegnamento importante che viene offerto anche alle nostre famiglie. Anzi, possiamo dire che la vita della famiglia è un insieme di piccoli e grandi pellegrinaggi.

Ad esempio, quanto ci fa bene pensare che Maria e Giuseppe hanno insegnato a Gesù a recitare le preghiere! E questo è un pellegrinaggio, il pellegrinaggio dell’educazione alla preghiera. E anche ci fa bene sapere che durante la giornata pregavano insieme; e che poi il sabato andavano insieme alla sinagoga per ascoltare le Scritture della Legge e dei Profeti e lodare il Signore con tutto il popolo. E certamente durante il pellegrinaggio verso Gerusalemme hanno pregato cantando con le parole del Salmo: «Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore!”. Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme!» (122,1-2).

Come è importante per le nostre famiglie camminare insieme e avere una stessa meta da raggiungere! Sappiamo che abbiamo un percorso comune da compiere; una strada dove incontriamo difficoltà ma anche momenti di gioia e di consolazione. In questo pellegrinaggio della vita condividiamo anche il momento della preghiera. Cosa può esserci di più bello per un papà e una mamma di benedire i propri figli all’inizio della giornata e alla sua conclusione. Tracciare sulla loro fronte il segno della croce come nel giorno del Battesimo. Non è forse questa la preghiera più semplice dei genitori nei confronti dei loro figli? Benedirli, cioè affidarli al Signore, come hanno fatto Elkana e Anna, Giuseppe e Maria, perché sia Lui la loro protezione e il sostegno nei vari momenti della giornata. Come è importante per la famiglia ritrovarsi anche in un breve momento di preghiera prima di prendere insieme i pasti, per ringraziare il Signore di questi doni, e per imparare a condividere quanto si è ricevuto con chi è maggiormente nel bisogno. Sono tutti piccoli gesti, che tuttavia esprimono il grande ruolo formativo che la famiglia possiede nel pellegrinaggio di tutti i giorni.

Al termine di quel pellegrinaggio, Gesù tornò a Nazareth ed era sottomesso ai suoi genitori (cfr Lc 2,51). Anche questa immagine contiene un bell’insegnamento per le nostre famiglie. Il pellegrinaggio, infatti, non finisce quando si è raggiunta la meta del santuario, ma quando si torna a casa e si riprende la vita di tutti i giorni, mettendo in atto i frutti spirituali dell’esperienza vissuta. Conosciamo che cosa Gesù aveva fatto quella volta. Invece di tornare a casa con i suoi, si era fermato a Gerusalemme nel Tempio, provocando una grande pena a Maria e Giuseppe che non lo trovavano più. Per questa sua “scappatella”, probabilmente anche Gesù dovette chiedere scusa ai suoi genitori. Il Vangelo non lo dice, ma credo che possiamo supporlo. La domanda di Maria, d’altronde, manifesta un certo rimprovero, rendendo evidente la preoccupazione e l’angoscia sua e di Giuseppe. Tornando a casa, Gesù si è stretto certamente a loro, per dimostrare tutto il suo affetto e la sua obbedienza. Fanno parte del pellegrinaggio della famiglia anche questi momenti che con il Signore si trasformano in opportunità di crescita, in occasione di chiedere perdono e di riceverlo, di dimostrare l’amore e l’obbedienza.

Nell’Anno della Misericordia, ogni famiglia cristiana possa diventare luogo privilegiato di questo pellegrinaggio in cui si sperimenta la gioia del perdono. Il perdono è l’essenza dell’amore che sa comprendere lo sbaglio e porvi rimedio. Poveri noi se Dio non ci perdonasse! E’ all’interno della famiglia che ci si educa al perdono, perché si ha la certezza di essere capiti e sostenuti nonostante gli sbagli che si possono compiere.

Non perdiamo la fiducia nella famiglia! E’ bello aprire sempre il cuore gli uni agli altri, senza nascondere nulla. Dove c’è amore, lì c’è anche comprensione e perdono. Affido a tutte voi, care famiglie, questo pellegrinaggio domestico di tutti i giorni, questa missione così importante, di cui il mondo e la Chiesa hanno più che mai bisogno.

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Gio Dic 31, 2015 8:27 am

Cosa dice il Papa No 32

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 30 dicembre 2015

[Multimedia]

3. Il Natale del Giubileo della Misericordia

Fratelli e sorelle, buongiorno!

In questi giorni natalizi ci viene posto dinanzi il Bambino Gesù. Sono sicuro che nelle nostre case ancora tante famiglie hanno fatto il presepe, portando avanti questa bella tradizione che risale a san Francesco d’Assisi e che mantiene vivo nei nostri cuori il mistero di Dio che si fa uomo.

La devozione a Gesù Bambino è molto diffusa. Tanti santi e sante l’hanno coltivata nella loro preghiera quotidiana, e hanno desiderato modellare la loro vita su quella di Gesù Bambino. Penso, in particolare a santa Teresa di Lisieux, che come monaca carmelitana ha portato il nome di Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Lei – che è anche Dottore della Chiesa – ha saputo vivere e testimoniare quell’“infanzia spirituale” che si assimila proprio meditando, alla scuola della Vergine Maria, l’umiltà di Dio che per noi si è fatto piccolo. E questo è un mistero grande, Dio è umile! Noi che siamo orgogliosi, pieni di vanità e ci crediamo grande cosa, siamo niente! Lui, il grande, è umile e si fa bambino. Questo è un vero mistero! Dio è umile. Questo è bello!

C’è stato un tempo in cui, nella Persona divino-umana di Cristo, Dio è stato un bambino, e questo deve avere un suo significato peculiare per la nostra fede. E’ vero che la sua morte in croce e la sua risurrezione sono la massima espressione del suo amore redentore, però non dimentichiamo che tutta la sua vita terrena è rivelazione e insegnamento. Nel periodo natalizio ricordiamo la sua infanzia. Per crescere nella fede avremmo bisogno di contemplare più spesso Gesù Bambino. Certo, non conosciamo nulla di questo suo periodo. Le rare indicazioni che possediamo fanno riferimento all’imposizione del nome dopo otto giorni dalla sua nascita e alla presentazione al Tempio (cfr Lc 2,21-28); e inoltre alla visita dei Magi con la conseguente fuga in Egitto (cfr Mt 2,1-23). Poi, c’è un grande salto fino ai dodici anni, quando con Maria e Giuseppe va in pellegrinaggio a Gerusalemme per la Pasqua, e invece di ritornare con i suoi genitori si ferma nel Tempio a parlare con i dottori della legge.

Come si vede, sappiamo poco di Gesù Bambino, ma possiamo imparare molto da Lui se guardiamo alla vita dei bambini. È una bella abitudine che i genitori, i nonni hanno, quella di guardare ai bambini, cosa fanno.

Scopriamo, anzitutto, che i bambini vogliono la nostra attenzione. Loro devono stare al centro perché? Perché sono orgogliosi? No! Perché hanno bisogno di sentirsi protetti. E’ necessario anche per noi porre al centro della nostra vita Gesù e sapere, anche se può sembrare paradossale, che abbiamo la responsabilità di proteggerlo. Vuole stare tra le nostre braccia, desidera essere accudito e poter fissare il suo sguardo nel nostro. Inoltre, far sorridere Gesù Bambino per dimostrargli il nostro amore e la nostra gioia perché Lui è in mezzo a noi. Il suo sorriso è segno dell’amore che ci dà certezza di essere amati. I bambini, infine, amano giocare. Far giocare un bambino, però, significa abbandonare la nostra logica per entrare nella sua. Se vogliamo che si diverta è necessario capire cosa piace a lui, e non essere egoisti e far fare loro le cose che piacciono a noi. E’ un insegnamento per noi. Davanti a Gesù siamo chiamati ad abbandonare la nostra pretesa di autonomia – e questo è il nocciolo del problema: la nostra pretesa di autonomia -, per accogliere invece la vera forma di libertà, che consiste nel conoscere chi abbiamo dinanzi e servirlo. Lui, bambino, è il Figlio di Dio che viene a salvarci. E’ venuto tra di noi per mostrarci il volto del Padre ricco di amore e di misericordia. Stringiamo, dunque, tra le nostre braccia il Bambino Gesù, mettiamoci al suo servizio: Lui è fonte di amore e di serenità. E sarà una bella cosa, oggi, quando torniamo a casa, andare vicino al presepe e baciare il Bambino Gesù e dire: “Gesù, io voglio essere umile come te, umile come Dio”, e chiedergli questa grazia.

Saluti:

Je suis heureux d’accueillir les personnes de langue française, en particulier les enfants malades et les personnes qui leur sont proches ainsi que les autres pèlerins venus de France. Je souhaite qu’en ce temps de Noël, chacun de vous puisse se mettre au service des plus petits et découvrir en eux le visage de Jésus, source d’amour et de sérénité. Que Dieu vous bénisse !

[Sono lieto di accogliere i fedeli di lingua francese, in particolare i piccoli ammalati e quanti sono loro vicini, come pure gli altri pellegrini venuti dalla Francia. Desidero che in questo tempo di Natale, ciascuno di voi possa mettersi al servizio dei più piccoli e scoprire in loro il volto di Gesù, fonte di amore e di serenità. Che Dio vi benedica!]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, including the pilgrimage groups from Norway, the Philippines and the United States of America. I thank the choirs for their praise of God in song. With prayerful good wishes that the the Church’s celebration of the Jubilee of Mercy will be a moment of grace and spiritual renewal for all, I invoke upon you and your families an abundance of joy and peace in the Lord. Happy New Year!

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente i gruppi provenienti da Norvegia, Filippine e Stati Uniti d’America. Ringrazio i cori per la loro lode a Dio attraverso il canto.  Con fervidi auguri che il Giubileo della Misericordia sia per voi e per le vostre famiglie un tempo di grazia e di rinnovamento spirituale, invoco su voi tutti la gioia e pace del Signore Gesù. Buon anno!]

Mit Freude heiße ich die Pilger und Besucher aus den Ländern deutscher Sprache, aus den Niederlanden und aus Belgien willkommen. Die Betrachtung der Kindheit Jesu lässt uns die barmherzige Liebe Gottes zu uns Menschen tiefer begreifen. Wir wollen dem Jesuskind unsere Liebe schenken und ihm mit unserem Leben dienen. Ein gutes neues Jahr!

[Con affetto do il benvenuto ai pellegrini e visitatori provenienti dai paesi di lingua tedesca, dai Paesi Bassi e dal Belgio. La contemplazione dell’infanzia di Gesù ci fa comprendere meglio l’amore misericordioso di Dio verso l’umanità. Vogliamo amare Gesù Bambino e servirlo con la nostra vita. Ein gutes neues Jahr!]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España y Latinoamérica. [Veo que hay muchos mexicanos] Acojamos al Señor en nuestros corazones, demostrémosle nuestro amor y el gozo de saber que Él siempre está en medio de nosotros. Muchas gracias.

Amados peregrinos de língua portuguesa, a minha cordial saudação para vós todos, desejando a cada um que sempre resplandeça, nos vossos corações, famílias e comunidades, a luz do Salvador, que nos revela o rosto terno e misericordioso do Pai do Céu. Abracemos o Deus Menino, colocando-nos ao seu serviço: Ele é fonte de amor e serenidade. Ele vos abençoe com um Ano Novo sereno e feliz!

[Carissimi pellegrini di lingua portoghese, di cuore vi saluto tutti, augurando a ciascuno che sempre rifulga, nei vostri cuori e sulle vostre famiglie e comunità, la luce del Salvatore, che ci rivela il volto tenero e misericordioso del Padre celeste. Stringiamo tra le braccia il Bambino Gesù e mettiamoci al suo servizio: Lui è fonte di amore e serenità. Egli vi benedica per un sereno e felice Anno Nuovo!]

أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللغةِ العربية، وخاصةً بالقادمينَ من الشرق الأوسط. أيّها الإخوةُ والأخواتُ الأعزّاء، إن الطفل يسوع يريد أن يكون بين ذراعينا ويرغب بأن نعتني به، لنفتح إذًا له قلوبنا وبيوتنا ولننشر عطايا محبّته في العالم! ليبارككُم الرب!

[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, Gesù Bambino vuole stare tra le nostre braccia e desidera essere accolto. ApriamoGli i nostri cuori e le nostre case, dispensando i doni del suo amore nel mondo! Il Signore vi benedica!]

Serdecznie pozdrawiam polskich pielgrzymów. Dziękuję wam i wszystkim, którzy na różne sposoby okazali mi ich duchową bliskość i wyrazili życzenia z okazji Bożego Narodzenia i Nowego Roku. Z serca odwzajemniam te uczucia i życzę wam i waszym rodzinom, a szczególnie tym, którzy czują się samotni, abyście w wierze mogli głęboko doświadczyć w waszym życiu obecności nowo narodzonego Syna Bożego i cieszyć się Jego miłością, jego pokojem i radością. Szczęśliwego nowego roku!

[Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Ringrazio voi e tutti coloro che in diversi modi mi hanno mostrato la loro spirituale vicinanza e hanno espresso gli auguri in occasione del Natale e dell’Anno Nuovo. Contraccambio di cuore e auguro a voi, alle vostre famiglie, e in modo speciale a coloro che si sentono soli, che nella fede possiate profondamente sperimentare la presenza del neonato Figlio di Dio nella vostra vita e godere del Suo amore, della Sua pace e della Sua gioia. Felice anno nuovo!]

APPELLO

Invito a pregare per le vittime delle calamità che in questi giorni hanno colpito gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’America del Sud, specialmente il Paraguay, causando purtroppo vittime, molti sfollati e ingenti danni. Il Signore dia conforto a quelle popolazioni, e la solidarietà fraterna li soccorra nelle loro necessità.

* * *

Porgo un cordiale augurio natalizio ai pellegrini di lingua italiana. Sono lieto di accogliere i fedeli delle Diocesi di Vittorio Veneto e Monreale, accompagnati dai loro Pastori Mons. Pizziolo e Mons. Pennisi. Saluto le Suore dell’Istituto Madri Pie, esortandole a vivere con rinnovato entusiasmo il carisma di fondazione. Saluto i ragazzi del Movimento dei Focolari; i cresimandi della Valle Brembana - ci sono tanti cresimandi oggi qui! - incoraggiandoli ad essere messaggeri di solidarietà fra le nazioni e testimoni di gioia e di speranza.  A tutti auguro di diffondere nella quotidianità la luce di Cristo, che ha brillato sull’umanità nella Notte di Natale.

Rivolgo un pensiero speciale ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. L’icona del presepio che contempliamo in questi giorni aiuti voi, cari giovani, a imitare la Santa Famiglia, modello dell’amore vero. Sostenga voi, cari ammalati, ad offrire le vostre sofferenze in unione a quelle di Gesù per la salvezza del mondo. Incoraggi voi, cari sposi novelli, a edificare la vostra casa sulla roccia della Parola di Dio, rendendola, sull’esempio di quella di Nazaret, un luogo accogliente, pieno di amore, di comprensione e di perdono.

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Cosa dice il Papa No 33

Messaggio  Andrea il Sab Gen 02, 2016 8:43 am

Cosa dice il Papa No 33

SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO


XLIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
SANTA MESSA CON LA PRESENZA DEI PUERI CANTORES, PER LA CHIUSURA DEL XL CONGRESSO INTERNAZIONALE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Venerdì, 1° gennaio 2016

[Multimedia]

Abbiamo ascoltato le parole dell’apostolo Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4).

Che cosa significa che Gesù nacque nella “pienezza del tempo”? Se il nostro sguardo si rivolge al momento storico, possiamo restare subito delusi. Roma dominava su gran parte del mondo conosciuto con la sua potenza militare. L’imperatore Augusto era giunto al potere dopo cinque guerre civili. Anche Israele era stato conquistato dall’impero romano e il popolo eletto era privo della libertà. Per i contemporanei di Gesù, quindi, quello non era certamente il tempo migliore. Non è dunque alla sfera geopolitica che si deve guardare per definire il culmine del tempo.

E’ necessaria, allora, un’altra interpretazione, che comprenda la pienezza a partire da Dio. Nel momento in cui Dio stabilisce che è giunto il momento di adempiere la promessa fatta, allora per l’umanità si realizza la pienezza del tempo. Pertanto, non è la storia che decide della nascita di Cristo; è, piuttosto, la sua venuta nel mondo che permette alla storia di giungere alla sua pienezza. E’ per questo che dalla nascita del Figlio di Dio inizia il computo di una nuova era, quella che vede il compimento della promessa antica. Come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente» (1,1-3). La pienezza del tempo, dunque, è la presenza di Dio in prima persona nella nostra storia. Ora possiamo vedere la sua gloria che risplende nella povertà di una stalla, ed essere incoraggiati e sostenuti dal suo Verbo fattosi “piccolo” in un bambino. Grazie a Lui, il nostro tempo può trovare la sua pienezza. Anche il nostro tempo personale troverà la sua pienezza nell’incontro con Gesù Cristo, Dio fatto uomo.

Tuttavia, questo mistero sempre contrasta con la drammatica esperienza storica. Ogni giorno, mentre vorremmo essere sostenuti dai segni della presenza di Dio, dobbiamo riscontrare segni opposti, negativi, che lo fanno piuttosto sentire come assente. La pienezza del tempo sembra sgretolarsi di fronte alle molteplici forme di ingiustizia e di violenza che feriscono quotidianamente l’umanità. A volte ci domandiamo: come è possibile che perduri la sopraffazione dell’uomo sull’uomo?, che l’arroganza del più forte continui a umiliare il più debole, relegandolo nei margini più squallidi del nostro mondo? Fino a quando la malvagità umana seminerà sulla terra violenza e odio, provocando vittime innocenti? Come può essere il tempo della pienezza quello che pone sotto i nostri occhi moltitudini di uomini, donne e bambini che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla persecuzione, disposti a rischiare la vita pur di vedere rispettati i loro diritti fondamentali? Un fiume di miseria, alimentato dal peccato, sembra contraddire la pienezza del tempo realizzata da Cristo. Ricordatevi, cari pueri cantores, questa era stata la terza domanda che mi avete fatto ieri: come si spiega questo... Anche i bambini si accorgono di questo.

Eppure, questo fiume in piena non può nulla contro l’oceano di misericordia che inonda il nostro mondo. Siamo chiamati tutti ad immergerci in questo oceano, a lasciarci rigenerare, per vincere l’indifferenza che impedisce la solidarietà, e uscire dalla falsa neutralità che ostacola la condivisione. La grazia di Cristo, che porta a compimento l’attesa di salvezza, ci spinge a diventare suoi cooperatori nella costruzione di un mondo più giusto e fraterno, dove ogni persona e ogni creatura possa vivere in pace, nell’armonia della creazione originaria di Dio.

All’inizio di un nuovo anno, la Chiesa ci fa contemplare la divina Maternità di Maria quale icona di pace. La promessa antica si compie nella sua persona. Ella ha creduto alle parole dell’Angelo, ha concepito il Figlio, è diventata Madre del Signore. Attraverso di lei, attraverso il suo “sì”, è giunta la pienezza del tempo. Il Vangelo che abbiamo ascoltato dice che la Vergine «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Ella si presenta a noi come vaso sempre colmo della memoria di Gesù, Sede della Sapienza, da cui attingere per avere la coerente interpretazione del suo insegnamento. Oggi ci offre la possibilità di cogliere il senso degli avvenimenti che toccano noi personalmente, le nostre famiglie, i nostri Paesi e il mondo intero. Dove non può arrivare la ragione dei filosofi né la trattativa della politica, là può giungere la forza della fede che porta la grazia del Vangelo di Cristo, e che può aprire sempre nuove vie alla ragione e alle trattative.

Beata sei tu, Maria, perché hai dato al mondo il Figlio di Dio; ma ancora più beata tu sei per avere creduto in Lui. Piena di fede hai concepito Gesù prima nel cuore e poi nel grembo, per diventare Madre di tutti i credenti (cfr Agostino, Sermo 215, 4). Estendi, Madre, su di noi la tua benedizione in questo giorno a te consacrato; mostraci il volto del tuo Figlio Gesù, che dona al mondo intero misericordia e pace. Amen.


Ultima modifica di Andrea il Ven Gen 08, 2016 8:37 am, modificato 1 volta

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Ven Gen 08, 2016 8:35 am

Cosa dice il Papa No 34

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il criterio

Giovedì, 7 gennaio 2016



(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.004, 08/01/2016)

Chi mette in pratica le opere di misericordia ha la controprova che la sua azione viene da Dio: l’unico criterio per capirlo ruota infatti intorno alla concretezza dell’«incarnazione, di Gesù venuto nella carne». E così non ha senso «immaginare piani pastorali e nuovi metodi per avvicinare la gente» se la fede in Gesù incarnato non porta al servizio degli altri. Francesco lo ha ricordato celebrando la messa giovedì mattina, 7 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta. E ha messo anche in guardia da coloro che hanno solo un’apparenza di spiritualità perché, ha detto, se quello spirito non viene da Dio è «l’anticristo», l’espressione della «mondanità».

Per questa riflessione, il Papa ha preso le mosse dalla prima lettera di san Giovanni (3, 22 - 4, 6), facendo subito notare come l’apostolo riprenda «una parola di Gesù nell’ultima cena: “rimanere”». Precisamente Giovanni scrive: «Chi osserva i suoi comandamenti, “rimane” in Dio e Dio in lui». E «questo “rimanere” in Dio è un po’ il respiro della vita cristiana, e lo stile» ha spiegato Francesco. Infatti possiamo dire che «un cristiano è quello che rimane in Dio». Scrive ancora Giovanni nella sua lettera: «In questo conosciamo che Dio rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato».

Dunque, ha rilanciato Francesco, «un cristiano è quello che “ha” lo Spirito Santo e si lascia guidare da Lui: rimanere in Dio e Dio rimane in noi, per lo Spirito che ci ha dato». E ha anche ripreso l’avvertimento dell’apostolo a «stare attenti: e qui viene il problema. State attenti, non prestate fede a ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio». Proprio «questa è la regola quotidiana di vita che ci insegna Giovanni».

«Mettere alla prova gli spiriti», dunque. «Ma cosa vuol dire quel “mettere alla prova gli spiriti”? Sembra che ci siano fantasmi...». Invece no, ha affermato il Pontefice, perché in realtà Giovanni suggerisce di «mettere alla prova gli spiriti per saggiare da dove vengono: saggiare lo spirito, cosa succede nel mio cuore». Così «ci porta lì, al cuore», a chiederci appunto «cosa succede, cosa sento nel mio cuore, cosa voglio fare? La radice di ciò che sto sentendo adesso, da dove viene?».

Ecco, ha spiegato il Papa, «questo è mettere alla prova per “saggiare”». E proprio «il verbo saggiare» è quello più appropriato per verificare davvero «se questo che sento viene da Dio, dallo spirito che mi fa rimanere in Dio, o se viene dall’altro». Alla domanda «chi è l’altro?», la risposta di Francesco è netta: «L’anticristo». Del resto, ha precisato, «il ragionamento di Giovanni è semplice, diretto, io direi circolare, perché torna sullo stesso argomento: o sei di Gesù o sei nel mondo». E «riprende quello che Gesù, anche, aveva chiesto al Padre per tutti noi: di non toglierci dal mondo, ma di difenderci dal mondo». Perché «la mondanità è lo spirito che ci allontana dallo spirito di Dio che ci fa rimanere nel Signore».

A questo punto Francesco ha dato voce agli interrogativi che, naturalmente, sorgono sulla questione: «Ma, padre, va bene, sì, è tutto chiaro, ma quali sono i criteri per fare un bel discernimento di quello che accade nella mia anima?». Giovanni propone un solo criterio e lo presenta con queste parole: «In questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito — ogni emozione, ogni ispirazione che io sento — che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio».

«Il criterio è Gesù venuto nella carne, il criterio è l’incarnazione» ha insistito Francesco. Tanto che «io posso sentire tante cose dentro, anche cose buone, idee buone. Ma se queste idee buone, questi sentimenti non mi portano a Dio che si è fatto carne, non mi portano al prossimo, al fratello, non sono di Dio». Ed è per questo che «Giovanni incomincia questo passo della sua lettera dicendo: “Questo è il comandamento di Dio: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri”».

Applicando questa verità alla vita cristiana di ogni giorno, il Pontefice ha ricordato che «possiamo fare tanti piani pastorali, immaginare nuovi metodi per avvicinarci alla gente, ma se non facciamo la strada di Dio venuto in carne, del Figlio di Dio che si è fatto uomo per camminare con noi, non siamo sulla strada del buono spirito». Anzi, a prevalere «è l’anticristo, è la mondanità, è lo spirito del mondo».

Già, ha aggiunto, «quanta gente troviamo, nella vita, che sembra spirituale, ma non parla di fare opere di misericordia». E «perché? Perché le opere di misericordia sono proprio il concreto della nostra confessione che il Figlio di Dio si è fatto carne: visitare gli ammalati, dare da mangiare a chi non ha cibo, aver cura degli scartati». Le «opere di misericordia», dunque, «perché ogni nostro fratello, che dobbiamo amare, è carne di Cristo: Dio si è fatto carne per identificarsi con noi e quello che soffre è il Cristo che lo soffre».

Ecco che, ha detto Francesco, «se tu vai per questa strada, se tu senti questo, vai bene» perché proprio «questo è il criterio del discernimento per non confondere i sentimenti, gli spiriti, per non andare su una strada che non va».

Ritornano, dunque, le parole di Giovanni: «Non prestate fede a ogni spirito — state attenti — ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio». Perciò, ha ribadito con forza, «il servizio al prossimo, al fratello, alla sorella che ha bisogno — sono tanti i bisogni — anche di un consiglio, del mio orecchio per essere ascoltato: questi sono i segni che andiamo sulla strada del buono spirito, cioè sulla strada del Verbo di Dio che si è fatto carne».

Prima di riprendere la celebrazione della messa, Francesco ha chiesto «al Signore la grazia di conoscere bene cosa succede nel nostro cuore, cosa ci piace fare, cioè quello che a me tocca di più: se lo spirito di Dio, che mi porta al servizio degli altri, o lo spirito del mondo che gira intorno a me stesso, alle mie chiusure, ai miei egoismi, a tante altre cose», Sì, ha concluso il Papa, «chiediamo la grazia di conoscere cosa succede nel nostro cuore».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Sab Gen 09, 2016 8:17 am

Cosa dice il Papa No 35

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Sorpresi da un abbraccio

Venerdì, 8 gennaio 2016


(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.005, 09/01/2016)

L’anno santo della misericordia ci ricorda che «Dio ama sempre per primo», senza condizioni, e ci accoglie così come siamo per abbracciarci e perdonarci come un padre. È soprattutto a coloro che si riconoscono peccatori che Francesco ha ricordato la certezza dell’amore di Dio, celebrando la messa venerdì mattina, 8 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta.

«L’apostolo Giovanni — ha spiegato il Papa — continua a parlare ai primi cristiani sui due comandamenti che Gesù ci ha insegnato: amare Dio e amare il prossimo». Si legge, infatti, nel passo della sua prima lettera (4, 7-10) proposto dalla liturgia: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio». E «questa parola “amore” — ha fatto notare Francesco — è una parola che si usa tante volte e non si sa, quando si usa, cosa significhi esattamente». Che cosa è, dunque, l’amore? A volte, ha detto il Pontefice, «pensiamo all’amore delle telenovele: no, quello non sembra amore. O l’amore può sembrare un entusiasmo per una persona e poi si spegne».

La questione vera, dunque, è: «da dove viene il vero amore?». Scrive Giovanni: «Chiunque ama è stato generato da Dio, perché Dio è amore». L’apostolo non dice «ogni amore è Dio». Dice invece: «Dio è amore». E, prosegue Giovanni, «Dio ci ha amato tanto da mandare nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui». Perciò, ha affermato Francesco, ecco «Dio che dà la sua vita in Gesù, per dare a noi la vita». Dunque, ha proseguito, «l’amore è bello, amare è bello e nel cielo ci sarà soltanto l’amore, la carità: lo dice Paolo». E se l’amore «è bello, si fa sempre forte e cresce nel dono della propria vita: cresce nel dare se stesso agli altri».

Francesco ha riletto quindi un altro passo della lettera di Giovanni: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi». E ha rimarcato che «Dio ci ha amato per primo; lui ci ha dato la vita per amore, ha dato la vita e suo Figlio per amore». Perciò «quando noi troviamo Dio, c’è sempre una sorpresa: è lui che ci aspetta per primo; è lui che trova noi».

Facendo riferimento al passo liturgico tratto dal Vangelo di Marco (6, 34-44), che racconta l’episodio della moltiplicazione dei pani, il Papa ha invitato a guardare Gesù. «Quella gente — ha spiegato — lo seguiva per sentirlo, perché parlava come uno che ha autorità, non come gli scribi». Ma «lui guardava quella gente e andava oltre. Proprio perché amava, dice il Vangelo, “ebbe compassione di loro”, che non è lo stesso di avere pietà». La parola giusta è proprio «compassione: l’amore lo porta a “patire con” loro, a coinvolgersi nella vita della gente». E «il Signore sta sempre lì, amando per primo: lui ci aspetta, lui è la sorpresa».

È precisamente quello che accade, ha ricordato il Papa, ad «Andrea quando va da Pietro a dirgli: “Abbiamo trovato il Messia, vieni!”. Pietro va e Gesù lo guarda e gli dice: “Tu sei Simone? Sarai Pietro”. Lo aspettava con una missione. Lo aveva amato prima».

Lo stesso avviene «quando Zaccheo, che era piccolo, sale sull’albero per poter vedere meglio Gesù». Il quale «passa, alza gli occhi e dice: “Scendi Zaccheo, voglio andare a cena a casa tua”. E Zaccheo, che voleva incontrare Gesù, si accorse che Gesù lo aspettava».

Ancora, Francesco ha rammentato la storia di Natanaele che «va a vedere colui che gli dicono sia il messia, un po’ scettico». A lui Gesù dice: «Io ti ho visto sotto l’albero di fico». Dunque, «sempre Dio ama per primo». Lo ricorda anche la parabola del figliol prodigo: «Quando il figlio, che aveva speso tutti i soldi dell’eredità del padre in una vita di vizi, torna a casa, si accorge che il papà lo stava aspettando. Dio sempre per primo ci aspetta. Prima di noi, sempre. E quando l’altro figlio non vuole venire alla festa, perché non capisce l’atteggiamento del papà, va il babbo a cercarlo. E così fa Dio con noi: ci ama per primo, sempre».

Così, ha rilanciato il Papa, «possiamo vedere nel Vangelo come ama Dio: quando noi abbiamo qualcosa nel cuore e vogliamo chiedere perdono al Signore, è lui che ci aspetta per dare il perdono».

Quest’anno della misericordia, ha affermato Francesco, «un po’ è anche questo: che noi sappiamo che il Signore ci sta aspettando, ognuno di noi» E ci aspetta «per abbracciarci, niente di più, per dire: “Figlio, figlia, ti amo. Ho lasciato che crocefiggessero mio Figlio per te; questo è il prezzo del mio amore; questo è il regalo di amore”».

Il Papa ha suggerito di pensare sempre a questa verità: «Il Signore mi aspetta, il Signore vuole che io apra la porta del mio cuore, perché lui è lì che mi aspetta per entrare». Senza condizioni.

Certo, qualcuno potrebbe dire: «Ma, padre, no, no, io avrei voglia, ma ho tante cose brutte dentro!». Chiara, in proposito, la risposta di Francesco: «È meglio! Meglio! Perché lui ti aspetta, così come tu sei, non come ti dicono che “si deve fare”. Si deve essere come sei tu. Ti ama così, per abbracciarti, baciarti, perdonarti».

Ecco, quindi, l’esortazione conclusiva del Papa, che ha invitato ad andare senza indugi dal Signore e dire: «Ma tu sai Signore che io ti amo». Oppure, se proprio «non me la sento, di dirla così: “Tu sai Signore che io vorrei amarti, ma sono tanto peccatore, tanto peccatrice”». Con la certezza che lui farà come il padre «col figliol prodigo che ha speso tutti i soldi nei vizi. Non ti lascerà finire il tuo discorso, con un abbraccio ti farà tacere: l’abbraccio dell’amore di Dio».


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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Ven Gen 15, 2016 8:20 am

Cosa dice il Papa no 36

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Sconfitta e vittoria

Giovedì, 14 gennaio 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.010, 15/01/2016)

La forza della preghiera dell’uomo di fede è stata al centro dell’omelia di Papa Francesco durante la messa celebrata giovedì 14 gennaio a Santa Marta. Il Pontefice ha messo a confronto la prima lettura e il vangelo della liturgia del giorno, facendo notare come in questi testi si parli «di una vittoria e di una sconfitta». Nel brano tratto dal primo libro di Samuele (4, 1-11) si legge infatti del popolo di Dio che «è sconfitto in battaglia, in guerra contro i Filistei» mentre nel Vangelo di Marco (1, 40-45) si racconta, invece, della vittoria sulla malattia del lebbroso che si affida a Gesù. Due esiti opposti dovuti alla differente fede dei protagonisti.

Francesco ha cominciato soffermandosi sugli eventi che portarono al disastro per Israele, che «fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte di Israele caddero trentamila fanti. Trentamila! In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni e Fineès morirono». Il popolo, cioè, aveva «perso tutto. Anche la dignità...». Ma perché, si è chiesto il Papa, «è successo questo?». Il Signore era sempre stato con il suo popolo: «Cosa ha portato a questa sconfitta?». Il fatto è, ha spiegato, che il popolo «passo, passo, passo, lentamente si era allontanato dal Signore; viveva mondanamente», addirittura si era fatto degli idoli. È vero che gli israeliti andavano al santuario di Silo, ma lo facevano «in una maniera un po’... come se fosse una abitudine culturale: avevano perso il rapporto filiale con Dio». Ecco, quindi, il punto centrale: «non adoravano più Dio». Perciò «il Signore li lasciò da soli». Si allontanarono e Dio li lasciò fare.

Ma non è tutto. Il Pontefice ha infatti continuato la sua analisi del comportamento degli israeliti. Quando persero la prima battaglia, «gli anziani si chiesero: “Ma perché ci ha sconfitto oggi il Signore, di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l’arca dell’alleanza!”». In quel momento di difficoltà, cioè, «ricordarono il Signore», ma ancora una volta senza vera fede. Infatti, ha ribadito il Papa, «andarono a prendere l’arca dell’alleanza come se fosse una cosa — scusatemi la parola — un po’ “magica”». Dicevano: «Portiamo l’arca, ci salverà! Ci salverà!». Ma nell’arca — ha sottolineato Francesco — «c’era la legge», quella legge «che loro non osservavano e dalla quale si erano allontanati». Tutto questo significa che «non c’era più un rapporto personale con il Signore: avevano dimenticato il Dio che li aveva salvati».

Avvenne così che gli israeliti portarono l’arca e che i filistei dapprima si spaventarono, ma poi dissero: «Ma no! Siamo uomini, andiamo avanti!». E vinsero. La strage — ha commentato il Papa — «fu totale: trentamila fanti! E in più l’arca di Dio fu presa dai Filistei; i due figli di Eli, quei sacerdoti delinquenti che sfruttavano la gente nel Santuario di Silo, Ofni e Fineès, morirono». Un bilancio disastroso: «Il popolo senza fanti, senza giovani, senza Dio e senza sacerdoti. Una sconfitta totale!».

Nel salmo responsoriale (tratto dal salmo 43) si trova la reazione del popolo quando si accorge di quello che è accaduto: «Signore, ci hai respinti e coperti di vergogna». Il salmista prega: «Svegliati, destati, non respingerci per sempre! Perché nascondi il tuo volto? Dimentichi la nostra miseria ed oppressione?». Questa — ha concluso il Pontefice — «è la sconfitta: un popolo che si allontana da Dio finisce così». Ed è una lezione che vale per tutti. Anche oggi. Anche noi, apparentemente, siamo devoti, «abbiamo un santuario, abbiamo tante cose...». Ma, ha chiesto il Papa, «il tuo cuore è con Dio? Tu sai adorare Dio?». E se credi in Dio, ma «un Dio un po’ nebbioso, lontano, che non entra nel tuo cuore e tu non obbedisci ai suoi comandamenti», allora significa che sei di fronte a una «sconfitta».

D’altra parte il vangelo parla di una vittoria. Anche in questo caso Francesco ha voluto richiamare la scrittura, nella quale si narra che «venne da Gesù un lebbroso che lo supplicava in ginocchio — proprio in un gesto di adorazione — e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi”».

Il lebbroso, ha spiegato il Papa, in un certo senso «sfida il Signore dicendo: io sono uno sconfitto nella vita». Infatti «era uno sconfitto, perché non poteva fare vita comune; era sempre “scartato”, messo da parte». Ma lo incalza: «Tu puoi trasformare questa sconfitta in vittoria!». E «davanti a questo, Gesù ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Io lo voglio! Sii purificato!”». Un’altra battaglia, quindi: questa però «finita in due minuti con la vittoria», mentre quella degli israeliti durò «tutta la giornata» e finì con la sconfitta. La differenza sta nel fatto che «quell’uomo aveva qualcosa che lo spingeva ad andare da Gesù» e a lanciargli quella sfida. Insomma, «aveva fede!».

Per approfondire la riflessione, il Pontefice ha anche citato un passo del quinto capitolo della prima lettera di Giovanni, dove si legge: «È questa la vittoria nostra sul mondo: la nostra fede». La fede cioè, ha detto Francesco, «vince sempre. La fede è vittoria». Ed è proprio quanto è capitato al lebbroso: «Se vuoi, puoi farlo». Gli sconfitti descritti nella prima lettura, invece, «pregavano Dio, portavano l’arca, ma non avevano fede, l’avevano dimenticata».

A questo punto il Papa è entrato nel cuore della sua riflessione, sottolineando che «quando si chiede con fede, Gesù stesso ci ha detto che si muovono le montagne». E ha ricordato le parole del Vangelo: «Qualunque cosa che chiedete al Padre nel mio nome, vi sarà data. Chiedete e vi sarà dato; bussate e vi sarà aperto». Tutto è possibile, ma solo «con la fede. E questa è la nostra vittoria».

Perciò, ha detto Francesco chiudendo l’omelia, «chiediamo al Signore che la nostra preghiera sempre abbia quella radice di fede»: chiediamo «la grazia della fede». La fede, infatti, è un dono e «non si impara sui libri». Un dono del Signore che va chiesto. «“Dammi la fede!”. “Credo, Signore!” ha detto quell’uomo che chiedeva a Gesù di guarire suo figlio: “Credo Signore, aiuta la mia poca fede”». Dobbiamo quindi chiedere «al Signore la grazia di pregare con fede, di essere sicuri che ogni cosa che chiediamo a lui ci sarà data, con quella sicurezza che ci dà la fede. E questa è la nostra vittoria: la nostra fede».

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Cosa dice il Papa No 37

Messaggio  Andrea il Lun Feb 01, 2016 3:18 pm

Cosa dice il Papa No 37

PAPA FRANCESCO


MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Non c'è umiltà senza rassegnazione

Lunedì, 1° febbraio 2016

Non c’è umiltà e non c’è santità senza passare attraverso la strada dell’umiliazione: è questa la verità che Francesco ha rilanciato — richiamandosi alla storia di Davide — durante la messa celebrata lunedì mattina, 1° febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta.

«Nella prima lettura si continua con la storia del re Davide, il santo re Davide», ha notato subito il Papa, riferendosi al passo tratto dal secondo libro di Samuele (15, 13-14,30; 16, 5-13). È una storia, ha spiegato, «incominciata quando Samuele andò a casa di suo padre e Davide viene unto re», pur essendo ancora un ragazzino. Poi «è cresciuto, ha avuto le sue difficoltà, ma sempre era stato un uomo rispettoso del re che non gli voleva bene». Il sovrano, infatti, «sapeva che lui sarebbe stato il suo successore». E «alla fine Davide riuscì a unificare il regno d’Israele: tutti insieme a lui». Però «si sentì sicuro e incominciò a indebolirsi lo zelo per la casa del Signore».

Proprio «in quel momento — l’abbiamo sentito l’altro giorno — Davide è a un passo dall’entrare nella corruzione», ha continuato Francesco. Così «il santo re Davide, peccatore ma santo, diviene corrotto». Ma ecco che «il profeta Nathan, inviato da Dio», gli fa «capire che cosa brutta aveva fatto, cosa cattiva: perché un corrotto non se ne rende conto. Ci vuole una grazia speciale per cambiare il cuore di un corrotto». Così «Davide, che aveva ancora il cuore nobile», riconosce di aver peccato, «riconosce la sua colpa». E cosa dice Nathan?. Ecco le sue parole: «Il Signore perdona il tuo peccato, ma la corruzione che tu hai seminato crescerà. Tu hai ucciso un innocente per coprire un adulterio. La spada non si allontanerà mai dalla tua casa». Dunque, ha spiegato il Papa, «Dio perdona il peccato, Davide si converte ma le ferite di una corruzione difficilmente guariscono. Lo vediamo in tante parti del mondo».

È a questo punto della storia di Davide, ha affermato Francesco, che «arriviamo al brano di oggi: il figlio di Davide fa la guerra al padre. Vuole il potere: il figlio è già corrotto». Ma «cosa fa Davide? Con quella nobiltà che, dopo il suo peccato, ha riconquistato — anche la penitenza che aveva fatto per salvare il figlio che è morto, il figlio dell’adulterio — riunisce i suoi: “Lasciamo la città, perché non venga a Assalonne — il figlio — e faccia cadere su di noi e passi la città a fil di spada”, come era l’abitudine in quei tempi».

«Dio inflisse a Davide un duro castigo: “La spada non si allontanerà mai dalla tua casa”», ha ricordato il Pontefice. Ma «lui difende la casa e fugge, se ne va». È forse «un codardo? No, è un padre». E «lascia l’arca tornare», non si mette a «usare Dio, per difendersi». Insomma, Davide «se ne va per salvare il suo popolo: questa è la strada di santità che Davide, dopo quel momento in cui era entrato nella corruzione, incomincia a fare».

Il passo biblico, ha proseguito il Papa, ci presenta Davide mentre sale, piangendo, l’erta degli Ulivi. Aveva «il capo coperto», in segno di lutto, e camminava scalzo. Faceva penitenza. Pure «tutta la gente che era con lui, i più intimi, aveva il capo coperto e salendo piangeva: il pianto e la penitenza». La Scrittura ci fa sapere anche che «alcuni, che non gli volevano bene, incominciarono a seguirlo e a insultarlo». Tra questi, c’era Simei, che lo chiama «sanguinario», ricordandogli «il crimine che aveva fatto con Uria l’Ittita per coprire l’adulterio».

Abisài, una delle persone più vicine a Davide, «vuole difenderlo» e vorrebbe tagliare la testa a Simei per farlo tacere. Ma Davide fa «un passo in più: “Se quest’uomo maledice è perché il Signore gli ha detto: maledici Davide!”». E «poi dice ai suoi servi: “Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita”». Pensa, appunto, a suo figlio Assalonne. E per questo si rivolge ancora ai suoi servi: «Questo beniaminita lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore».

La questione, ha spiegato Francesco, è che «Davide sa vedere i segni: è il momento della sua umiliazione, è il momento nel quale lui sta pagando la sua colpa». Tanto che dice: «Forse il Signore guarderà alla mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». In sostanza «si affida nelle mani del Signore: questo è il percorso di Davide, dal momento della corruzione a questo affidamento nelle mani del Signore. E questa è santità. Questa è umiltà».

«Io penso — ha proseguito il Papa — che ognuno di noi, se qualcuno ci dice una cosa brutta», reagisce dicendo: «Ma no, io non l’ho fatto, questo non è vero, no!». In pratica noi «cerchiamo subito di dire che non è vero». Oppure «facciamo come Simei: diamo una risposta più brutta ancora». Ma «l’umiltà — ha affermato Francesco — può arrivare a un cuore soltanto tramite le umiliazioni: non c’è umiltà senza umiliazioni». E «se tu non sei capace di portare alcune umiliazioni nella tua vita, non sei umile. È così: io direi così matematico, così semplice!».

Perciò, ha rilanciato il Papa, «l’unica strada per l’umiltà è l’umiliazione». Dunque «il fine di Davide, che è la santità, viene tramite l’umiliazione». Anche «il fine della santità che Dio regala ai suoi figli, regala alla Chiesa, viene tramite l’umiliazione del suo Figlio che si lascia insultare, che si lascia portare sulla croce, ingiustamente», E «questo Figlio di Dio che si umilia, è la strada della santità: Davide, con il suo atteggiamento, profetizza questa umiliazione di Gesù».

Prima di riprendere la celebrazione eucaristica, Francesco ha chiesto «al Signore, per ognuno di noi, per tutta la Chiesa, la grazia dell’umiltà, ma anche la grazia di capire che non è possibile essere umili senza umiliazione».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Ven Feb 05, 2016 8:40 am

Cosa dice il Papa No 38

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La migliore eredità

Giovedì, 4 febbraio 2016


(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.028, 05/02/2016)

«La fede è la più grande eredità che un uomo possa lasciare». E proprio la fede ci invita a «non aver paura della morte», che è solo l’inizio di un’altra vita. È questo il punto centrale della riflessione proposta dal Papa nella messa celebrata giovedì mattina, 4 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta.

«In queste settimane la Chiesa, nella liturgia, ci ha fatto riflettere sul santo re Davide» ha fatto presente Francesco. E «oggi — ha proseguito — ci racconta la sua morte». Nel passo tratto dal primo libro dei Re (2,1-4.10-12) si legge infatti: «I giorni di Davide si erano avvicinati alla morte».

Nel ricordare che «in ogni vita c’è una fine», il Papa ha riproposto la regola che Davide lascia al figlio Salomone: «Io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra». Nonostante, ha aggiunto, sia «il cammino della vita», è anche «un pensiero che non ci piace tanto». In effetti, ha detto Francesco, tendiamo quasi ad allontanare il pensiero della morte — «Sono malato, sono un po’ anziano...», «Ma, sei forte, vai!» — e «abbiamo paura», anche se «è la realtà di tutti i giorni».

«In un villaggio del nord Italia» ha ricordato il Pontefice, proprio «all’entrata di un cimitero c’è scritto così: “Tu che passi, ferma il passo, e pensa dai tuoi passi all’ultimo passo”». Pensare, dunque: «questa è una luce che illumina la vita». E «la vita di Davide — ha spiegato — è stata una vita vissuta con intensità da quel ragazzino che portava a pascolare il gregge, con tante difficoltà; unto dal Signore, poi ha vissuto bene, come un uomo che amava il Signore; poi, quando si è sentito sicuro, ha incominciato a peccare e quasi, quasi, quasi è finito nella corruzione».

Ma Davide, ha proseguito Francesco, «si è poi pentito, ha pianto, ha peccato un’altra volta. È così. Ma ha imparato a chiedere perdono dei suoi peccati. E la Chiesa dice: il santo re Davide. Peccatore, ma santo». Dunque «questa vita così finisce: incomincia a sedici, diciassette anni e finisce». Inoltre, «la durata del suo potere, del regno, fu di quarant’anni». Ma «anche quarant’anni passano».

«Questa è una realtà che dobbiamo avere sempre davanti a noi» ha ribadito il Pontefice. «In una delle udienze del mercoledì — ha confidato — c’era tra gli ammalati una suorina anziana, ma con una faccia pacifica, uno sguardo luminoso». Francesco le ha chiesto quanti anni avesse. E la religiosa, con un sorriso: «Ottantatrè, ma sto finendo il mio percorso in questa vita per cominciare l’altro percorso col Signore, perché ho un cancro al pancreas». E «così in pace — ha detto il Papa — quella donna aveva vissuto con intensità la sua vita consacrata. Non aveva paura della morte», tanto da dire: «Sto finendo il mio percorso di vita, per incominciare l’altro». Perché la morte, ha rimarcato il Papa, «è un passaggio» e «queste testimonianze ci fanno bene».

«Quando si sta per morire — ha proseguito Francesco — è consuetudine lasciare un testamento». Così fa anche Davide chiamando «il figlio Salomone». E «cosa gli consiglia, cosa dà in eredità al figlio?». Gli dice: «Tu sii forte e mostrati uomo». In sostanza, Davide «riprende quello che il Signore ha detto a Mosè, a Giosuè: sii forte, sii uomo; osserva la legge del Signore tuo Dio, procedendo nelle sue vie ed eseguendo le leggi, i suoi comandi, le sue norme, l’istruzione, come sta scritto nella legge di Mosè».

Anche Davide «consiglia questo» a Salomone. E «cosa gli lascia in eredità? Gli lascia il regno, un regno forte». Ma «lascia anche un’altra cosa, che è l’eredità più bella e più grande che un uomo o una donna possa lasciare ai figli: lascia la fede». Nel passo biblico odierno si leggono le parole di Davide: «Perché il Signore compia la promessa che mi ha fatto dicendo: “Se i tuoi figli nella loro condotta si cureranno di camminare davanti a me con fedeltà, con tutto il loro cuore, con tutta la loro anima, non ti sarà tolto un discendente dal trono d’Israele”». È proprio «la fede nella promessa a Dio: lasciare la fede come grande eredità», ha spiegato Francesco.

«Quando si fa testamento — ha aggiunto il Pontefice — la gente dispone: “Questo lo lascio a questo, quest’altro a quest’altro...”». Ma «la più bella eredità, la più grande eredità che un uomo, una donna, può lasciare ai suoi figli è la fede» ha ribadito. E «Davide fa memoria delle promesse di Dio, fa memoria della propria fede in queste promesse e le ricorda al figlio: lasciare la fede in eredità».

In proposito il Papa ha fatto notare: «Quando, nel rito del battesimo, diamo — i genitori — la candela accesa, la luce della fede, stiamo dicendo: “Custodiscila, conservala, falla crescere in tuo figlio e in tua figlia, e lasciala come eredità”». Dunque, «lasciare la fede come eredità: questo ci insegna Davide. E muore così, semplicemente come ogni uomo». Ma «sa bene cosa consigliare al figlio e quale sia la migliore eredità che gli lascia: non il regno, ma la fede. E recita a memoria quello che il Signore aveva promesso».

«Tutti noi andremo sulla strada dei nostri padri — ha affermato Francesco — ma quando lo sa lui». E così «ci farà bene» chiederci: «Qual è l’eredità che io lascio con la mia vita? Lascio l’eredità di un uomo, una donna di fede? Ai miei lascio questa eredità?».

In questa prospettiva, ha concluso, «chiediamo al Signore due cose». Anzitutto «non avere paura di quest’ultimo passo, come la sorella dell’udienza di mercoledì» che confida: «Sto finendo il mio percorso e incomincio l’altro». E la seconda cosa da chiedere al Signore è «che tutti noi possiamo lasciare con la nostra vita, come migliore eredità, la fede: la fede in questo Dio fedele, questo Dio che è accanto a noi sempre, questo Dio che è Padre e non delude mai».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Ven Feb 12, 2016 8:42 am

Cosa dice il Papa No 39

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 febbraio 2016

[Multimedia]

7. Il Giubileo nella Bibbia. Giustizia e condivisione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buon cammino di Quaresima!

È bello e anche significativo avere questa udienza proprio in questo Mercoledì delle Ceneri. Incominciamo il cammino della Quaresima, e oggi ci soffermiamo sull’antica istituzione del “giubileo”; è una cosa antica, attestata nella Sacra Scrittura. La troviamo in particolare nel Libro del Levitico, che la presenta come un momento culminante della vita religiosa e sociale del popolo d’Israele.

Ogni 50 anni, «nel giorno dell’espiazione» (Lv 25,9), quando la misericordia del Signore veniva invocata su tutto il popolo, il suono del corno annunciava un grande evento di liberazione. Leggiamo infatti nel libro del Levitico: «Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia […] In quest’anno del giubileo ciascuno tornerà nella sua proprietà» (25,10.13). Secondo queste disposizioni, se qualcuno era stato costretto a vendere la sua terra o la sua casa, nel giubileo poteva rientrarne in possesso; e se qualcuno aveva contratto debiti e, impossibilitato a pagarli, fosse stato costretto a mettersi al servizio del creditore, poteva tornarsene libero alla sua famiglia e riavere tutte le proprietà.

Era una specie di “condono generale”, con cui si permetteva a tutti di tornare nella situazione originaria, con la cancellazione di ogni debito, la restituzione della terra, e la possibilità di godere di nuovo della libertà propria dei membri del popolo di Dio. Un popolo “santo”, dove prescrizioni come quella del giubileo servivano a combattere la povertà e la disuguaglianza, garantendo una vita dignitosa per tutti e un’equa distribuzione della terra su cui abitare e da cui trarre sostentamento. L’idea centrale è che la terra appartiene originariamente a Dio ed è stata affidata agli uomini (cfr Gen 1,28-29), e perciò nessuno può arrogarsene il possesso esclusivo, creando situazioni di disuguaglianza. Questo, oggi, possiamo pensarlo e ripensarlo; ognuno nel suo cuore pensi se ha troppe cose. Ma perché non lasciare a quelli che non hanno niente? Il dieci per cento, il cinquanta per cento… Io dico: che lo Spirito Santo ispiri ognuno di voi.

Con il giubileo, chi era diventato povero ritornava ad avere il necessario per vivere, e chi era diventato ricco restituiva al povero ciò che gli aveva preso. Il fine era una società basata sull’uguaglianza e la solidarietà, dove la libertà, la terra e il denaro ridiventassero un bene per tutti e non solo per alcuni, come accade adesso, se non sbaglio… Più o meno, le cifre non sono sicure, ma l’ottanta per cento delle ricchezze dell’umanità sono nelle mani di meno del venti per cento della popolazione. È un giubileo – e questo lo dico ricordando la nostra storia di salvezza – per convertirsi, perché il nostro cuore diventi più grande, più generoso, più figlio di Dio, con più amore. Vi dico una cosa: se questo desiderio, se il giubileo non arriva alle tasche, non è un vero giubileo. Avete capito? E questo è nella Bibbia! Non lo inventa questo Papa: è nella Bibbia. Il fine – come ho detto – era una società basata sull’uguaglianza e la solidarietà, dove la libertà, la terra e il denaro diventassero un bene per tutti e non per alcuni. Infatti il giubileo aveva la funzione di aiutare il popolo a vivere una fraternità concreta, fatta di aiuto reciproco. Possiamo dire che il giubileo biblico era un “giubileo di misericordia”, perché vissuto nella ricerca sincera del bene del fratello bisognoso.

Nella stessa linea, anche altre istituzioni e altre leggi governavano la vita del popolo di Dio, perché si potesse sperimentare la misericordia del Signore attraverso quella degli uomini. In quelle norme troviamo indicazioni valide anche oggi, che fanno riflettere. Ad esempio, la legge biblica prescriveva il versamento delle “decime” che venivano destinate ai Leviti, incaricati del culto, i quali erano senza terra, e ai poveri, agli orfani, alle vedove (cfr Dt 14,22-29). Si prevedeva cioè che la decima parte del raccolto, o dei proventi di altre attività, venisse data a coloro che erano senza protezione e in stato di necessità, così da favorire condizioni di relativa uguaglianza all’interno di un popolo in cui tutti dovevano comportarsi da fratelli.

C’era anche la legge concernente le “primizie”. Che cos’è questo? La prima parte del raccolto, la parte più preziosa, doveva essere condivisa con i Leviti e gli stranieri (cfr Dt 18,4-5; 26,1-11), che non possedevano campi, così che anche per loro la terra fosse fonte di nutrimento e di vita. «La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti», dice il Signore (Lv 25,23). Siamo tutti ospiti del Signore, in attesa della patria celeste (cfr Eb 11,13-16; 1Pt 2,11), chiamati a rendere abitabile e umano il mondo che ci accoglie. E quante “primizie” chi è più fortunato potrebbe donare a chi è in difficoltà! Quante primizie! Primizie non solo dei frutti dei campi, ma di ogni altro prodotto del lavoro, degli stipendi, dei risparmi, di tante cose che si possiedono e che a volte si sprecano. Questo succede anche oggi. Nell’Elemosineria apostolica arrivano tante lettere con un po’ di denaro: “Questa è una parte del mio stipendio per aiutare altri”. E questo è bello; aiutare gli altri, le istituzioni di beneficenza, gli ospedali, le case di riposo…; dare anche ai forestieri, quelli che sono stranieri e sono di passaggio. Gesù è stato di passaggio in Egitto.

E proprio pensando a questo, la Sacra Scrittura esorta con insistenza a rispondere generosamente alle richieste di prestiti, senza fare calcoli meschini e senza pretendere interessi impossibili: «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e ospite, perché possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto ad usura» (Lv 25,35-37). Questo insegnamento è sempre attuale. Quante famiglie sono sulla strada, vittime dell’usura! Per favore preghiamo, perché in questo giubileo il Signore tolga dal cuore di tutti noi questa voglia di avere di più, l’usura. Che si ritorni ad essere generosi, grandi. Quante situazioni di usura siamo costretti a vedere e quanta sofferenza e angoscia portano alle famiglie! E tante volte, nella disperazione, quanti uomini finiscono nel suicidio perché non ce la fanno e non hanno la speranza, non hanno la mano tesa che li aiuti; soltanto la mano che viene a fargli pagare gli interessi. È un grave peccato l’usura, è un peccato che grida al cospetto di Dio. Il Signore invece ha promesso la sua benedizione a chi apre la mano per dare con larghezza (cfr Dt 15,10). Lui ti darà il doppio, forse non in soldi ma in altre cose, ma il Signore ti darà sempre il doppio.

Cari fratelli e sorelle, il messaggio biblico è molto chiaro: aprirsi con coraggio alla condivisione, e questo è misericordia! E se noi vogliamo misericordia da Dio incominciamo a farla noi. È questo: incominciamo a farla noi tra concittadini, tra famiglie, tra popoli, tra continenti. Contribuire a realizzare una terra senza poveri vuol dire costruire società senza discriminazioni, basate sulla solidarietà che porta a condividere quanto si possiede, in una ripartizione delle risorse fondata sulla fratellanza e sulla giustizia. Grazie.


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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Lun Feb 22, 2016 2:22 pm

COSA DICE IL PAPA No 40

GIUBILEO STRAORDINARIO DELLA MISERICORDIA


GIUBILEO DELLA CURIA ROMANA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Cattedra di San Pietro Apostolo
Basilica Vaticana
Lunedì, 22 febbraio 201

La festa liturgica della Cattedra di san Pietro ci vede raccolti per celebrare il Giubileo della Misericordia come comunità di servizio della Curia Romana, del Governatorato e delle Istituzioni collegate con la Santa Sede. Abbiamo attraversato la Porta Santa e siamo giunti alla tomba dell’Apostolo Pietro per fare la nostra professione di fede; e oggi la Parola di Dio illumina in modo speciale i nostri gesti.

In questo momento, ad ognuno di noi il Signore Gesù ripete la sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15). Una domanda chiara e diretta, di fronte alla quale non è possibile sfuggire o rimanere neutrali, né rimandare la risposta o delegarla a qualcun altro. Ma in essa non c’è nulla di inquisitorio, anzi, è piena di amore! L’amore del nostro unico Maestro, che oggi ci chiama a rinnovare la fede in Lui, riconoscendolo quale Figlio di Dio e Signore della nostra vita. E il primo chiamato a rinnovare la sua professione di fede è il Successore di Pietro, che porta con sé la responsabilità di confermare i fratelli (cfr Lc 22,32).

Lasciamo che la grazia plasmi di nuovo il nostro cuore per credere,  e apra la nostra bocca per compiere la professione di fede e ottenere la salvezza (cfr Rm 10,10). Facciamo nostre, dunque, le parole di Pietro: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Il nostro pensiero e il nostro sguardo siano fissi su Gesù Cristo, inizio e fine di ogni azione della Chiesa. Lui è il fondamento e nessuno ne può porre uno diverso (1 Cor 3,11). Lui è la “pietra” su cui dobbiamo costruire. Lo ricorda con parole espressive sant’Agostino quando scrive che la Chiesa, pur agitata e scossa per le vicende della storia, «non crolla, perché è fondata sulla pietra, da cui Pietro deriva il suo nome. Non è la pietra che trae il suo nome da Pietro, ma è Pietro che lo trae dalla pietra; così come non è il nome Cristo che deriva da cristiano, ma il nome cristiano che deriva da Cristo. […] La pietra è Cristo, sul fondamento del quale anche Pietro è stato edificato» (In Joh 124, 5: PL 35, 1972).

Da questa professione di fede deriva per ciascuno di noi il compito di corrispondere alla chiamata di Dio. Ai Pastori, anzitutto, viene richiesto di avere come modello Dio stesso che si prende cura del suo gregge. Il profeta Ezechiele ha descritto il modo di agire di Dio: Egli va in cerca della pecora perduta, riconduce all’ovile quella smarrita, fascia quella ferita e cura quella malata (34,16). Un comportamento che è segno dell’amore che non conosce confini. È una dedizione fedele, costante, incondizionata, perché a tutti i più deboli possa giungere la sua misericordia. E, tuttavia, non dobbiamo dimenticare che la profezia di Ezechiele prende le mosse dalla constatazione delle mancanze dei pastori d’Israele. Pertanto fa bene anche a noi, chiamati ad essere Pastori nella Chiesa, lasciare che il volto di Dio Buon Pastore ci illumini, ci purifichi, ci trasformi e ci restituisca pienamente rinnovati alla nostra missione. Che anche nei nostri ambienti di lavoro possiamo sentire, coltivare e praticare un forte senso pastorale, anzitutto verso le persone che incontriamo tutti i giorni. Che nessuno si senta trascurato o maltrattato, ma ognuno possa sperimentare, prima di tutto qui, la cura premurosa del Buon Pastore.

Siamo chiamati ad essere i collaboratori di Dio in un’impresa così fondamentale e unica come quella di testimoniare con la nostra esistenza la forza della grazia che trasforma e la potenza dello Spirito che rinnova. Lasciamo che il Signore ci liberi da ogni tentazione che allontana dall’essenziale della nostra missione, e riscopriamo la bellezza di professare la fede nel Signore Gesù. La fedeltà al ministero bene si coniuga con la misericordia di cui vogliamo fare esperienza. Nella Sacra Scrittura, d’altronde, fedeltà e misericordia sono un binomio inseparabile. Dove c’è l’una, là si trova anche l’altra, e proprio nella loro reciprocità e complementarietà si può vedere la presenza stessa del Buon Pastore. La fedeltà che ci è richiesta è quella di agire secondo il cuore di Cristo. Come abbiamo ascoltato dalle parole dell’apostolo Pietro, dobbiamo pascere il gregge con “animo generoso” e diventare un “modello” per tutti. In questo modo, «quando apparirà il Pastore supremo» potremo ricevere la «corona della gloria che non appassisce» (1 Pt 5,14).

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Ven Feb 26, 2016 9:58 am

Cosa dice il Papa No 41

PAPA FRANCESCO [/size]

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il nome e l'aggettivo

Giovedì, 25 febbraio 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.046, 26/02/2016)

Siamo aperti agli altri e capaci di misericordia o viviamo chiusi in noi stessi schiavi del nostro egoismo? La parabola evangelica di Lazzaro e dell’uomo ricco, presentata dalla liturgia, ha guidato Papa Francesco — nella messa celebrata giovedì 25 febbraio a Santa Marta — in una riflessione sulla qualità della vita cristiana. Richiamando l’antifona d’ingresso tratta dal salmo 139 (23-24), il Pontefice ha sottolineato l’importanza di chiedere al Signore «la grazia di conoscere» se percorriamo «una via di menzogna» o quella «della vita».

Siamo, ha spiegato Francesco, sul tracciato della riflessione portata avanti nei giorni precedenti quando si parlava della «religione del fare» e della «religione del dire». Lo spunto viene dato dai due personaggi evangelici: l’uomo ricco, descritto come uno «che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo» e che «ogni giorno si dava a lauti banchetti». Una caratterizzazione anche un po’ forzata che vuole, cioè, mostrarci una persona che «aveva tutto, tutte le possibilità». Di fronte a lui c’è «un povero, di nome Lazzaro» che «stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe».

Il Papa ha analizzato la descrizione dei personaggi e ha evidenziato come il ricco — lo «si vede proprio nel dialogo finale col padre Abramo» — fosse «un uomo di fede», che «aveva studiato la legge, conosceva i comandamenti» e che «sicuramente tutti i sabati andava in sinagoga e una volta all’anno al tempio»; insomma: «proprio un uomo che aveva una certa religiosità». Allo stesso tempo dal racconto evangelico emerge come egli fosse anche «un uomo chiuso, chiuso nel suo piccolo mondo, il mondo dei banchetti, dei vestiti, della vanità, degli amici». Chiuso nella sua «bolla di vanità», costui «non aveva capacità di guardare oltre» e non si «accorgeva di cosa accadesse fuori del suo mondo chiuso». Ad esempio, «non pensava ai bisogni di tanta gente o alla necessità di compagnia degli ammalati», pensava invece solo a se stesso, «alle sue ricchezze, alla sua buona vita: si dava alla buona vita». Era — ha concluso così la sua analisi il Pontefice — un uomo «religioso, apparente». Di fatto, un perfetto esempio «della religione del dire».

Il ricco epulone «non conosceva alcuna periferia, era tutto chiuso in se stesso». Eppure «proprio la periferia» era «vicina alla porta della sua casa», ma lui «non la conosceva». Questa, ha spiegato Francesco, «è la via della menzogna» dalla quale nell’antifona si chiede al Signore di liberarci.

Di fronte a tale descrizione, il Pontefice si è addentrato nell’analisi interiore dell’uomo ricco, una persona che «si fidava soltanto di se stesso, delle sue cose», e «non si fidava di Dio»; assolutamente lontano dall’«uomo beato che confida nel Signore» che gli viene contrapposto nel salmo responsoriale tratto dal salmo 1. «Quale eredità — si è chiesto allora il Papa — ha lasciato quest’uomo?». Sicuramente, ha detto citando ancora il salmo responsoriale, «non è come un albero piantato lungo i corsi d’acqua», ma «come pula che il vento disperde».

Quest’uomo aveva una famiglia, dei fratelli, nel racconto evangelico si legge che egli chiede al padre Abramo di inviare loro qualcuno per avvisarli: «Fermatevi che questa non è la strada!». Ma lui morendo, ha spiegato Francesco, «non ha lasciato eredità, non ha lasciato vita, perché soltanto era chiuso in se stesso».

Un’aridità di vita sottolineata, ha puntualizzato il Pontefice, da un particolare: parlando di quest’uomo il Vangelo «non dice come si chiamava, soltanto dice che era un uomo ricco». Dettaglio significativo, perché «quando il tuo nome è soltanto un aggettivo, è perché hai perso: hai perso sostanza, hai perso forza». Allora di qualcuno si dice: «questo è ricco, questo è potente, questo può fare tutto, questo è un prete di carriera, un vescovo di carriera...». Succede spesso, ha spiegato il Papa, che siamo portati a «nominare la gente con aggettivi, non con nomi, perché non hanno sostanza». Questa era la realtà del ricco del racconto odierno.

A questo punto Francesco si è posto una domanda: «Dio che è Padre, non ha avuto misericordia di questo uomo? Non ha bussato al suo cuore per commuoverlo?». E la risposta è stata immediata: «Ma sì, era alla porta, era alla porta, nella persona di quel Lazzaro». Lazzaro, lui sì che aveva un nome. «Quel Lazzaro — ha aggiunto il Papa — con i suoi bisogni e le sue miserie, le sue malattie, era proprio il Signore che bussava alla porta, perché quest’uomo aprisse il cuore e la misericordia potesse entrare». E invece il ricco «non vedeva», «era chiuso» e «per lui oltre la porta non c’era niente».

Il brano evangelico, ha commentato il Pontefice, è utile a tutti noi, a metà del cammino quaresimale, per sollecitarci alcune domande: «Io sono sulla strada della vita o sulla strada della menzogna? Quante chiusure ho nel mio cuore ancora? Dove è la mia gioia: nel fare o nel dire?», e ancora: la mia gioia è «nell’uscire da me stesso per andare incontro agli altri, per aiutare», oppure «la mia gioia è avere tutto sistemato, chiuso in me stesso?».

E mentre pensiamo a tutto questo, ha concluso Papa Francesco, «chiediamo al Signore» la grazia «di vedere sempre i Lazzari che sono alla nostra porta, i Lazzari che bussano al cuore» e quella di «uscire da noi stessi con generosità, con atteggiamento di misericordia, perché la misericordia di Dio possa entrare nel nostro cuore».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Mar Mar 01, 2016 8:49 am

Cosa dice il Papa No 42

PAPA FRANCESCO


MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La salvezza viene dal piccolo

Lunedì, 29 febbraio 2016


(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.049, 01/03/2016)

La salvezza di Dio non viene dalle cose grandi, dal potere o dai soldi, dalle cordate clericali o politiche, ma dalle cose piccole e semplici che, alle volte, suscitano persino sdegno. È la meditazione proposta da Francesco durante la messa celebrata lunedì mattina, 29 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta.

«La Chiesa ci prepara alla Pasqua e oggi ci fa riflettere sulla salvezza: come noi pensiamo che sia la salvezza, quella salvezza che tutti noi vogliamo» ha affermato Francesco. E proprio la storia «della malattia di Naamàn», narrata dal secondo libro dei Re (5, 1-15), «ci avvicina al fatto della morte: e dopo?». Infatti «quando c’è la malattia, sempre ci rimanda a quel pensiero: la salvezza». Ma, si è chiesto il Pontefice, «come viene questa salvezza? Qual è la strada per la salvezza? Qual è la rivelazione di Dio a noi cristiani sulla salvezza?».

Per il Papa «la parola chiave per capire il messaggio di oggi della Chiesa è sdegno». Quando «Naamàn, arrivato da Eliseo, chiede la guarigione, Eliseo manda il ragazzo a dirgli di bagnarsi sette volte nel Giordano. Una cosa semplice». Forse proprio per questo «Naamàn si sdegnò» esclamando: «Ho fatto un viaggio così, con tanti doni...»: tutto invece si risolve con un semplice bagno nel fiume. Oltretutto, rincara Naamàn, «noi abbiamo fiumi più belli di questo».

Anche «gli abitanti di Nazareth — ha fatto notare Francesco riferendosi al passo evangelico di Luca (4, 24-30) — si sdegnarono dopo aver sentito la lettura del profeta Isaia, che ha fatto Gesù quel sabato in sinagoga dicendo “oggi è successo questo”, che parla della liberazione, di come il popolo sarà liberato». E commentavano: «Ma questo cosa si crede? Questo è uno di noi, l’abbiamo visto crescere da ragazzo, mai ha studiato». E «si sdegnarono» tanto che «volevano ucciderlo».

Ancora, la proseguito il Papa, «più avanti Gesù ha sentito questo disprezzo da parte dei dirigenti, i dottori della legge che cercavano la salvezza nella casistica della morale — “questo si può fino a qui, fino a là...” — e così avevano non so quanti comandamenti e il povero popolo...». Proprio per questo la gente non aveva fiducia in loro. Lo stesso capitava con «i sadducei, che cercavano la salvezza nei compromessi con i poteri del mondo, con l’impero: gli uni con le cordate clericali, gli altri con le cordate politiche cercavano la salvezza così». Ma «il popolo aveva fiuto e non credeva» in loro. Invece «credeva a Gesù perché parlava con autorità».

«Ma perché questo sdegno?» è la questione posta dal Pontefice. «Perché — ha sottolineato — nel nostro immaginario la salvezza deve venire da qualcosa di grande, da qualcosa di maestoso: ci salvano solo i potenti, quelli che hanno forza, che hanno soldi, che hanno potere, questi possono salvarci». Invece «il piano di Dio è un altro». E così «si sdegnano perché non possono capire che la salvezza viene soltanto dal piccolo, dalla semplicità delle cose di Dio». E «quando Gesù fa la proposta della via di salvezza, mai parla di cose grandi», solo «di cose piccole».

In questa prospettiva Francesco ha suggerito di rileggere le beatitudini evangeliche — «Tu sarai salvo se farai questo» — e il capitolo 25 di Matteo. Sono «i due pilastri del Vangelo: “Vieni, vieni con me perché hai fatto questo”». E si tratta di «cose semplici: tu non hai cercato la salvezza o la tua speranza nel potere, nelle cordate, nei negoziati, no; hai fatto semplicemente questo». Ma proprio «questo sdegna tanti».

«Come preparazione alla Pasqua — ha proposto il Papa — io vi invito, anche io lo farò, a leggere le beatitudini e a leggere Matteo 25, e pensare e vedere se qualcosa di questo mi sdegna, mi toglie la pace». Perché «lo sdegno è un lusso che possono permettersi soltanto i vanitosi, gli orgogliosi».

Proprio «alla fine delle beatitudini — ha spiegato Francesco — Gesù dice una parola» forte: «Beato colui che non si scandalizza di me», cioè «che non ha sdegno di questo, che non sente sdegno». E riflettendo sulle ragioni di queste parole, il Papa ha ripetuto che «ci farà bene prendere un po’ di tempo — oggi, domani — e leggere le beatitudini, leggere Matteo e stare attenti a cosa succede nel nostro cuore: se c’è qualcosa di sdegno». E «chiedere la grazia al Signore di capire che l’unica via della salvezza è la pazzia della croce, cioè l’annientamento del Figlio di Dio, del farsi piccolo». Nella liturgia di oggi, ha concluso, «il piccolo» è appunto «rappresentato dal bagno nel Giordano e dal piccolo villaggio di Nazareth».


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Cosa dice il Papa No 43

Messaggio  Andrea il Sab Mar 05, 2016 6:29 pm

Cosa dice il Papa No 43

CELEBRAZIONE DELLA PENITENZA
RITO PER LA RICONCILIAZIONE DI PIÙ PENITENTI
CON LA CONFESSIONE E L'ASSOLUZIONE INDIVIDUALE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Venerdì, 4 marzo 2016


«Che io veda di nuovo» (Mc 10,51). È questa la richiesta che oggi vogliamo rivolgere al Signore. Vedere di nuovo, dopo che i nostri peccati ci hanno fatto perdere di vista il bene e ci hanno distolto dalla bellezza della nostra chiamata, facendoci invece errare lontano dalla meta.

Questo brano di Vangelo ha un grande valore simbolico, perché ognuno di noi si trova nella situazione di Bartimeo. La sua cecità lo aveva portato alla povertà e a vivere ai margini della città, dipendendo dagli altri in tutto. Anche il peccato ha questo effetto: ci impoverisce e ci isola. E’ una cecità dello spirito, che impedisce di vedere l’essenziale, di fissare lo sguardo sull’amore che dà la vita; e conduce poco alla volta a soffermarsi su ciò che è superficiale, fino a rendere insensibili agli altri e al bene. Quante tentazioni hanno la forza di annebbiare la vista del cuore e di renderlo miope! Quanto è facile e sbagliato credere che la vita dipenda da quello che si ha, dal successo o dall’ammirazione che si riceve; che l’economia sia fatta solo di profitto e di consumo; che le proprie voglie individuali debbano prevalere sulla responsabilità sociale! Guardando solo al nostro io, diventiamo ciechi, spenti e ripiegati su noi stessi, privi di gioia e privi di libertà. E’ così brutto!

Ma Gesù passa; passa e non va oltre: «si fermò», dice il Vangelo (v. 49). Allora un fremito attraversa il cuore, perché ci si accorge di essere guardati dalla Luce, da quella Luce gentile che ci invita a non rimanere rinchiusi nelle nostre scure cecità. La presenza vicina di Gesù fa sentire che lontani da Lui ci manca qualcosa di importante. Ci fa sentire bisognosi di salvezza, e questo è l’inizio della guarigione del cuore. Poi, quando il desiderio di essere guariti si fa audace, conduce alla preghiera, a gridare con forza e insistenza aiuto, come ha fatto Bartimeo: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (v. 47).

Purtroppo, come quei «molti» del Vangelo, c’è sempre qualcuno che non vuole fermarsi, che non vuole essere disturbato da chi grida il proprio dolore, preferendo far tacere e rimproverare il povero che dà fastidio (cfr v. 48). È la tentazione di andare avanti come se nulla fosse, ma in questo modo si rimane distanti dal Signore e si tengono lontani da Gesù anche gli altri. Riconosciamo di essere tutti mendicanti dell’amore di Dio, e non lasciamoci sfuggire il Signore che passa. «Ho paura del Signore che passa», diceva sant’Agostino. Paura che passi e io lo lasci passare. Diamo voce al nostro desiderio più vero: «[Gesù], che io veda di nuovo!» (v. 51). Questo Giubileo della Misericordia è tempo favorevole per accogliere la presenza di Dio, per sperimentare il suo amore e ritornare a Lui con tutto il cuore. Come Bartimeo, gettiamo via il mantello e alziamoci in piedi (cfr v. 50): buttiamo via, cioè, quello che impedisce di essere spediti nel cammino verso di Lui, senza paura di lasciare ciò che ci dà sicurezza e a cui siamo attaccati; non rimaniamo seduti, rialziamoci, ritroviamo la nostra statura spirituale - in piedi - la dignità di figli amati che stanno davanti al Signore per essere da Lui guardati negli occhi, perdonati e ricreati. E la parola forse che oggi arriva nel nostro cuore, è la stessa della creazione dell’uomo: “Alzati!”. Dio ci ha creati in piedi: “Alzati!”.

Oggi più che mai, soprattutto noi Pastori siamo anche chiamati ad ascoltare il grido, forse nascosto, di quanti desiderano incontrare il Signore. Siamo tenuti a rivedere quei comportamenti che a volte non aiutano gli altri ad avvicinarsi a Gesù; gli orari e i programmi che non incontrano i reali bisogni di quanti si potrebbero accostare al confessionale; le regole umane, se valgono più del desiderio di perdono; le nostre rigidità che potrebbero tenere lontano dalla tenerezza di Dio. Non dobbiamo certo sminuire le esigenze del Vangelo, ma non possiamo rischiare di rendere vano il desiderio del peccatore di riconciliarsi con il Padre, perché il ritorno a casa del figlio è ciò che il Padre attende prima di tutto (cfr Lc 15,20-32).

Le nostre parole siano quelle dei discepoli che, ripetendo le stesse espressioni di Gesù, dicono a Bartimeo: «Coraggio! Alzati, ti chiama» (v. 49). Siamo mandati ad infondere coraggio, a sostenere e condurre a Gesù. Il nostro è il ministero dell’accompagnamento, perché l’incontro con il Signore sia personale, intimo, e il cuore si possa aprire sinceramente e senza timore al Salvatore. Non dimentichiamo: è solo Dio che agisce in ogni persona. Nel Vangelo è Lui che si ferma e chiede del cieco; è Lui a ordinare che glielo portino; è Lui che lo ascolta e lo guarisce. Noi siamo stati scelti – noi pastori – per suscitare il desiderio della conversione, per essere strumenti che facilitano l’incontro, per tendere la mano e assolvere, rendendo visibile e operante la sua misericordia. Che ogni uomo e donna che si accosta al confessionale trovi un padre; trovi un padre che l’aspetta; trovi il Padre che perdona.

La conclusione del racconto evangelico è carica di significato: Bartimeo «subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada» (v. 52). Anche noi, quando ci accostiamo a Gesù, rivediamo la luce per guardare al futuro con fiducia, ritroviamo la forza e il coraggio per metterci in cammino. Infatti «chi crede, vede» (Lett. enc. Lumen fidei, 1) e va avanti con speranza, perché sa che il Signore è presente, sostiene e guida. Seguiamolo, come discepoli fedeli, per fare partecipi quanti incontriamo sul nostro cammino della gioia del suo amore. E dopo l’abbraccio del Padre, il perdono del Padre, facciamo festa nel nostro cuore! Perché Lui fa festa!




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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Sab Mar 12, 2016 6:33 pm

Cosa dice il Papa No 44


GIUBILEO STRAORDINARIO DELLA MISERICORDIA

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GIUBILARE

Sabato, 12 marzo 2016

Misericordia e Servizio

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ci stiamo avvicinando alla festa di Pasqua, mistero centrale della nostra fede. Il Vangelo di Giovanni – come abbiamo ascoltato – narra che prima di morire e risorgere per noi, Gesù ha compiuto un gesto che si è scolpito nella memoria dei discepoli: la lavanda dei piedi. Un gesto inatteso e sconvolgente, al punto che Pietro non voleva accettarlo. Vorrei soffermarmi sulle parole finali di Gesù: «Capite quello che ho fatto per voi? [...] Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri» (13,12.14). In questo modo Gesù indica ai suoi discepoli il servizio come la via da percorrere per vivere la fede in Lui e dare testimonianza del suo amore. Gesù stesso ha applicato a sé l’immagine del “Servo di Dio” utilizzata dal profeta Isaia. Lui, che è il Signore, si fa servo!

Lavando i piedi agli apostoli, Gesù ha voluto rivelare il modo di agire di Dio nei nostri confronti, e dare l’esempio del suo «comandamento nuovo» (Gv 13,34) di amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amato, cioè dando la vita per noi. Lo stesso Giovanni lo scrive nella sua Prima Lettera: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli […] Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (3,16.18).

L’amore, quindi, è il servizio concreto che rendiamo gli uni agli altri. L’amore non sono parole, sono opere e servizio; un servizio umile, fatto nel silenzio e nel nascondimento, come Gesù stesso ha detto: «non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» (Mt 6,3). Esso comporta mettere a disposizione i doni che lo Spirito Santo ci ha elargito, perché la comunità possa crescere (cfr 1Cor 12,4-11). Inoltre, si esprime nella condivisione dei beni materiali, perché nessuno sia nel bisogno. Questo della condivisione e della dedizione a chi è nel bisogno è uno stile di vita che Dio suggerisce anche a molti non cristiani, come via di autentica umanità.

Da ultimo, non dimentichiamo che lavando i piedi dei discepoli e chiedendo loro di fare altrettanto, Gesù ci ha invitato anche a confessare a vicenda le nostre mancanze e a pregare gli uni per gli altri per saperci perdonare di cuore. In questo senso, ricordiamo le parole del santo vescovo Agostino quando scriveva: «Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo. Perché quando il corpo si piega fino ai piedi del fratello, anche nel cuore si accende, o se già c’era si alimenta, il sentimento di umiltà […] Perdoniamoci a vicenda i nostri torti e preghiamo a vicenda per le nostre colpe e così in qualche modo ci laveremo i piedi a vicenda» (In Joh 58,4-5). L’amore, la carità è il servizio, aiutare gli altri, servire gli altri. C’è tanta gente che passa la vita così, nel servizio degli altri. La settimana scorsa ho ricevuto una lettera di una persona che mi ringraziava per l’Anno della Misericordia; mi chiedeva di pregare per lei, perché potesse essere più vicina al Signore. La vita di questa persona è curare la mamma e il fratello: la mamma a letto, anziana, lucida ma non si può muovere e il fratello disabile, sulla sedia a rotelle. Questa persona, la sua vita, è servire, aiutare. E questo è amore! Quando tu ti dimentichi di te stesso e pensi agli altri, questo è amore! E con la lavanda dei piedi il Signore ci insegna ad essere servitori, di più: servi, come Lui è stato servo per noi, per ognuno di noi.

Dunque, cari fratelli e sorelle, essere misericordiosi come il Padre significa seguire Gesù sulla via del servizio. Grazie.

* * *

Porgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Sono lieto di accogliere con affetto e una certa nostalgia i fedeli dell’Arcidiocesi di Napoli - che la Madonna vi accompagni! - con il Cardinale Crescenzio Sepe; quelli di Lecce, Piacenza-Bobbio e delle Diocesi della Romagna, accompagnati dai rispettivi Pastori. Saluto le Suore Salesiane dei Sacri Cuori, che ricordano il decimo anniversario della canonizzazione del fondatore San Filippo Smaldone, apostolo dei sordomuti; e il gruppo Amici del Cardinale Pironio. Saluto i giovani partecipanti all’Incontro dei volontari del Servizio Civile; i ragazzi dell’esperienza Cavalieri e l’Associazione dei Maestri Cattolici, in occasione del settantesimo anno di fondazione, come pure l’Adiconsum e l’OFTAL di Vercelli. Invito a vivere quest’Anno Santo come esperienza forte di riscoperta delle opere di misericordia verso i fratelli, sull’esempio del gesuita San Bernardino Realino, apostolo della carità, di cui quest’anno ricordiamo il IV centenario della morte.

Saluto i giovani, i malati e gli sposi novelli. Oggi ricorre la memoria liturgica di San Massimiliano di Tebessa, martire per obiezione di coscienza durante l’impero romano. Cari giovani, imparate da lui a difendere i valori in cui credete; cari ammalati, offrite le vostre sofferenze per quanti ancora oggi subiscono persecuzioni a causa della fede; e voi, cari sposi novelli, siate collaboratori di Dio nell’impegno di educatori dei vostri figli.

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Dom Mar 13, 2016 3:01 pm

Cosa dice il Papa No 45

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
V Domenica di Quaresima, 13 marzo 2016

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa Quinta Domenica di Quaresima (cfr Gv 8,1-11) è tanto bello, a me piace tanto leggerlo e rileggerlo. Presenta l’episodio della donna adultera, mettendo in luce il tema della misericordia di Dio, che non vuole mai la morte del peccatore, ma che si converta e viva. La scena si svolge nella spianata del tempio. Immaginatela lì, sul sagrato [della Basilica San Pietro]. Gesù sta insegnando alla gente, ed ecco arrivare alcuni scribi e farisei che trascinano davanti a Lui una donna sorpresa in adulterio. Quella donna si trova così in mezzo tra Gesù e la folla (cfr v. 3), tra la misericordia del Figlio di Dio e la violenza, la rabbia dei suoi accusatori. In realtà, essi non sono venuti dal Maestro per chiedere il suo parere – era gente cattiva –, ma per tendergli un tranello. Infatti, se Gesù seguirà la severità della legge, approvando la lapidazione della donna, perderà la sua fama di mitezza e di bontà che tanto affascina il popolo; se invece vorrà essere misericordioso, dovrà andare contro la legge, che Egli stesso ha detto di non voler abolire ma compiere (cfr Mt 5,17). E Gesù è messo in questa situazione.

Questa cattiva intenzione si nasconde sotto la domanda che pongono a Gesù: «Tu che ne dici?» (v. 5). Gesù non risponde, tace e compie un gesto misterioso: «Si chinò e si mise a scrivere con il dito per terra» (v. 7). Forse faceva disegni, alcuni dicono che scriveva i peccati dei farisei… comunque, scriveva, era come da un’altra parte. In questo modo invita tutti alla calma, a non agire sull’onda dell’impulsività, e a cercare la giustizia di Dio. Ma quelli, cattivi, insistono e aspettano da Lui una risposta. Sembrava che avessero sete di sangue. Allora Gesù alza lo sguardo e dice: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (v. 7). Questa risposta spiazza gli accusatori, disarmandoli tutti nel vero senso della parola: tutti deposero le “armi”, cioè le pietre pronte ad essere scagliate, sia quelle visibili contro la donna, sia quelle nascoste contro Gesù. E mentre il Signore continua a scrivere per terra, a fare disegni, non so…, gli accusatori se ne vanno uno dopo l’altro, a testa bassa, incominciando dai più anziani, più consapevoli di non essere senza peccato. Quanto bene ci fa essere consapevoli che anche noi siamo peccatori! Quando sparliamo degli altri - tutte cose che conosciamo bene -, quanto bene ci farà avere il coraggio di far cadere a terra le pietre che abbiamo per scagliarle contro gli altri, e pensare un po’ ai nostri peccati!

Rimasero lì solo la donna e Gesù: la miseria e la misericordia, una di fronte all’altra. E questo, quante volte accade a noi quando ci fermiamo davanti al confessionale, con vergogna, per far vedere la nostra miseria e chiedere il perdono! «Donna, dove sono?» (v. 10), le dice Gesù. E basta questa constatazione, e il suo sguardo pieno di misericordia, pieno di amore, per far sentire a quella persona – forse per la prima volta – che ha una dignità, che lei non è il suo peccato, lei ha una dignità di persona; che può cambiare vita, può uscire dalle sue schiavitù e camminare in una strada nuova.

Cari fratelli e sorelle, quella donna rappresenta tutti noi, che siamo peccatori, cioè adulteri davanti a Dio, traditori della sua fedeltà. E la sua esperienza rappresenta la volontà di Dio per ognuno di noi: non la nostra condanna, ma la nostra salvezza attraverso Gesù. Lui è la grazia, che salva dal peccato e dalla morte. Lui ha scritto nella terra, nella polvere di cui è fatto ogni essere umano (cfr Gen 2,7), la sentenza di Dio: “Non voglio che tu muoia, ma che tu viva”. Dio non ci inchioda al nostro peccato, non ci identifica con il male che abbiamo commesso. Abbiamo un nome, e Dio non identifica questo nome con il peccato che abbiamo commesso. Ci vuole liberare, e vuole che anche noi lo vogliamo insieme con Lui. Vuole che la nostra libertà si converta dal male al bene, e questo è possibile – è possibile! – con la sua grazia.

La Vergine Maria ci aiuti ad affidarci completamente alla misericordia di Dio, per diventare creature nuove.

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Gio Mar 24, 2016 10:25 am

Cosa dice il Papa No 46

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 23 marzo 2016


11. Il Triduo Pasquale nel Giubileo della Misericordia

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La nostra riflessione sulla misericordia di Dio ci introduce oggi al Triduo Pasquale. Vivremo il Giovedì, il Venerdì e il Sabato santo come momenti forti che ci permettono di entrare sempre più nel grande mistero della nostra fede: la Risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo. Tutto, in questi tre giorni, parla di misericordia, perché rende visibile fino a dove può giungere l’amore di Dio. Ascolteremo il racconto degli ultimi giorni di vita di Gesù. L’evangelista Giovanni ci offre la chiave per comprenderne il senso profondo: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). L’amore di Dio non ha limiti. Come ripeteva spesso sant’Agostino, è un amore che va “fino alla fine senza fine”. Dio si offre veramente tutto per ciascuno di noi e non si risparmia in nulla. Il Mistero che adoriamo in questa Settimana Santa è una grande storia d’amore che non conosce ostacoli. La Passione di Gesù dura fino alla fine del mondo, perché è una storia di condivisione con le sofferenze di tutta l’umanità e una permanente presenza nelle vicende della vita personale di ognuno di noi. Insomma, il Triduo Pasquale è memoriale di un dramma d’amore che ci dona la certezza che non saremo mai abbandonati nelle prove della vita.

Il Giovedì santo Gesù istituisce l’Eucaristia, anticipando nel banchetto pasquale il suo sacrificio sul Golgota. Per far comprendere ai discepoli l’amore che lo anima, lava loro i piedi, offrendo ancora una volta l’esempio in prima persona di come loro stessi dovranno agire. L’Eucaristia è l’amore che si fa servizio. È la presenza sublime di Cristo che desidera sfamare ogni uomo, soprattutto i più deboli, per renderli capaci di un cammino di testimonianza tra le difficoltà del mondo. Non solo. Nel darsi a noi come cibo, Gesù attesta che dobbiamo imparare a spezzare con altri questo nutrimento perché diventi una vera comunione di vita con quanti sono nel bisogno. Lui si dona a noi e ci chiede di rimanere in Lui per fare altrettanto.

Il Venerdì santo è il momento culminante dell’amore. La morte di Gesù, che sulla croce si abbandona al Padre per offrire la salvezza al mondo intero, esprime l’amore donato sino alla fine, senza fine. Un amore che intende abbracciare tutti, nessuno escluso. Un amore che si estende ad ogni tempo e ad ogni luogo: una sorgente inesauribile di salvezza a cui ognuno di noi, peccatori, può attingere. Se Dio ci ha dimostrato il suo amore supremo nella morte di Gesù, allora anche noi, rigenerati dallo Spirito Santo, possiamo e dobbiamo amarci gli uni gli altri.

E, infine, il Sabato santo è il giorno del silenzio di Dio. Deve essere un giorno di silenzio, e noi dobbiamo fare di tutto perché per noi sia proprio una giornata di silenzio, come è stato in quel tempo: il giorno del silenzio di Dio. Gesù deposto nel sepolcro condivide con tutta l’umanità il dramma della morte. È un silenzio che parla ed esprime l’amore come solidarietà con gli abbandonati da sempre, che il Figlio di Dio raggiunge colmando il vuoto che solo la misericordia infinita del Padre Dio può riempire. Dio tace, ma per amore. In questo giorno l’amore – quell’amore silenzioso – diventa attesa della vita nella risurrezione. Pensiamo, il Sabato Santo: ci farà bene pensare al silenzio della Madonna, “la Credente”, che in silenzio era in attesa della Resurrezione. La Madonna dovrà essere l’icona, per noi, di quel Sabato Santo. Pensare tanto come la Madonna ha vissuto quel Sabato Santo; in attesa. È l’amore che non dubita, ma che spera nella parola del Signore, perché diventi manifesta e splendente il giorno di Pasqua.

È tutto un grande mistero d’amore e di misericordia. Le nostre parole sono povere e insufficienti per esprimerlo in pienezza. Ci può venire in aiuto l’esperienza di una ragazza, non molto conosciuta, che ha scritto pagine sublimi sull’amore di Cristo. Si chiamava Giuliana di Norwich; era analfabeta, questa ragazza che ebbe delle visioni della passione di Gesù e che poi, divenuta una reclusa, ha descritto, con linguaggio semplice, ma profondo ed intenso, il senso dell’amore misericordioso. Diceva così: «Allora il nostro buon Signore mi domandò: “Sei contenta che io abbia sofferto per te?” Io dissi: “Sì, buon Signore, e ti ringrazio moltissimo; sì, buon Signore, che Tu sia benedetto”. Allora Gesù, il nostro buon Signore, disse: “Se tu sei contenta, anch’io lo sono. L’aver sofferto la passione per te è per me una gioia, una felicità, un gaudio eterno; e se potessi soffrire di più lo farei”». Questo è il nostro Gesù, che a ognuno di noi dice: “Se potessi soffrire di più per te, lo farei”.

Come sono belle queste parole! Ci permettono di capire davvero l’amore immenso e senza confini che il Signore ha per ognuno di noi. Lasciamoci avvolgere da questa misericordia che ci viene incontro; e in questi giorni, mentre teniamo fisso lo sguardo sulla passione e la morte del Signore, accogliamo nel nostro cuore la grandezza del suo amore e, come la Madonna il Sabato, in silenzio, nell’attesa della Risurrezione.

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Cosa dice il Papa No 47

Messaggio  Andrea il Lun Mar 28, 2016 4:12 pm

Cosa dice il Papa No 47

MESSAGGIO URBI ET ORBI
DEL SANTO PADRE FRANCESCO


PASQUA 2016

Loggia centrale della Basilica Vaticana
Domenica, 27 marzo 2016

«Lodate il Signore perché è buono:
perché eterna è la sua misericordia» (Sal 135,1).


Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua!

Gesù Cristo, incarnazione della misericordia di Dio, per amore è morto sulla croce e per amore è risorto. Per questo oggi proclamiamo: Gesù è il Signore!

La sua Risurrezione realizza pienamente la profezia del Salmo: la misericordia di Dio è eterna, il suo amore è per sempre, non muore mai. Possiamo confidare totalmente in Lui, e gli rendiamo grazie perché per noi è disceso fino in fondo all’abisso.

Di fronte alle voragini spirituali e morali dell’umanità, di fronte ai vuoti che si aprono nei cuori e che provocano odio e morte, solo un’infinita misericordia può darci salvezza. Solo Dio può riempire col suo amore questi vuoti, questi abissi, e permetterci di non sprofondare ma di continuare a camminare insieme verso la Terra della libertà e della vita.

L’annuncio gioioso della Pasqua: Gesù, il crocifisso, non è qui, è risorto (cfr Mt 28,5-6) ci offre la consolante certezza che l’abisso della morte è stato varcato e, con esso, sono stati sconfitti il lutto, il lamento e l’affanno (cfr Ap 21,4). Il Signore, che ha patito l’abbandono dei suoi discepoli, il peso di una ingiusta condanna e la vergogna di una morte infame, ci rende ora partecipi della sua vita immortale e ci dona il suo sguardo di tenerezza e di compassione verso gli affamati e gli assetati, i forestieri e i carcerati, gli emarginati e gli scartati, le vittime del sopruso e della violenza. Il mondo è pieno di persone che soffrono nel corpo e nello spirito, mentre le cronache giornaliere si riempiono di notizie di efferati delitti, che non di rado si consumano tra le mura domestiche, e di conflitti armati su larga scala che sottomettono intere popolazioni a indicibili prove.

Cristo risorto indica sentieri di speranza alla cara Siria, Paese dilaniato da un lungo conflitto, con il suo triste corteo di distruzione, morte, disprezzo del diritto umanitario e disfacimento della convivenza civile. Alla potenza del Signore risorto affidiamo i colloqui in corso, affinché con la buona volontà e la collaborazione di tutti si possano raccogliere frutti di pace e avviare la costruzione di una società fraterna, rispettosa della dignità e dei diritti di ogni cittadino. Il messaggio di vita, risuonato per bocca dell’Angelo presso la pietra ribaltata nel sepolcro, sconfigga la durezza dei cuori e promuova un incontro fecondo di popoli e di culture nelle altre zone del bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente, in particolare in Iraq, nello Yemen e in Libia.

L’immagine dell’uomo nuovo, che splende sul volto di Cristo, favorisca in Terrasanta la convivenza fra Israeliani e Palestinesi, come anche la paziente disponibilità e il quotidiano impegno ad adoperarsi per edificare le basi di una pace giusta e duratura tramite un negoziato diretto e sincero. Il Signore della vita accompagni pure gli sforzi intesi a raggiungere una soluzione definitiva alla guerra in Ucraina, ispirando e sostenendo anche le iniziative di aiuto umanitario, tra cui la liberazione di persone detenute.

Il Signore Gesù, nostra Pace (Ef 2,14), che risorgendo ha vinto il male e il peccato, stimoli in questa festa di Pasqua la nostra vicinanza alle vittime del terrorismo, forma cieca ed efferata di violenza che non cessa di spargere sangue innocente in diverse parti del mondo, come è avvenuto nei recenti attentati in Belgio, Turchia, Nigeria, Ciad, Camerun, Costa d’Avorio e Iraq; volga a buon esito i fermenti di speranza e le prospettive di pace dell’Africa; penso in particolare al Burundi, al Mozambico, alla Repubblica Democratica del Congo e al Sud Sudan, segnati da tensioni politiche e sociali.

Con le armi dell’amore, Dio ha sconfitto l’egoismo e la morte; il suo Figlio Gesù è la porta della misericordia spalancata per tutti. Il suo messaggio pasquale si proietti sempre più sul popolo venezuelano nelle difficili condizioni in cui si trova a vivere e su quanti hanno in mano i destini del Paese, affinché si possa lavorare in vista del bene comune, cercando spazi di dialogo e collaborazione con tutti. Ovunque ci si adoperi per favorire la cultura dell’incontro, la giustizia e il rispetto reciproco, che soli possono garantire il benessere spirituale e materiale dei cittadini.

Il Cristo risorto, annuncio di vita per l’intera umanità, si riverbera nei secoli e ci invita a non dimenticare gli uomini e le donne in cammino alla ricerca di un futuro migliore, schiera sempre più numerosa di migranti e di rifugiati – tra cui molti bambini –  in fuga dalla guerra, dalla fame, dalla povertà e dall’ingiustizia sociale. Questi nostri fratelli e sorelle, sulla loro strada incontrano troppo spesso la morte o comunque il rifiuto di chi potrebbe offrire loro accoglienza e aiuto. L’appuntamento del prossimo Vertice Umanitario Mondiale non tralasci di mettere al centro la persona umana con la sua dignità e di elaborare politiche capaci di assistere e proteggere le vittime di conflitti e di altre emergenze, soprattutto i più vulnerabili e quanti sono perseguitati per motivi etnici e religiosi.

In questo giorno glorioso, “gioisca la terra inondata da così grande splendore” (cfr Preconio pasquale), eppure tanto maltrattata e vilipesa da uno sfruttamento avido di guadagno, che altera gli equilibri della natura. Penso specialmente a quelle aree colpite dagli effetti dei cambiamenti climatici, che non di rado provocano siccità o violente inondazioni, con conseguenti crisi alimentari in diverse parti del pianeta.

Con i nostri fratelli e sorelle che sono perseguitati per la fede e per la loro fedeltà al nome di Cristo e dinanzi al male che sembra avere la meglio nella vita di tante persone, riascoltiamo la consolante parola del Signore: “Non abbiate paura! Io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33). Oggi è il giorno fulgido di questa vittoria, perché Cristo ha calpestato la morte e con la sua risurrezione ha fatto risplendere la vita e l’immortalità (cfr 2Tim 1,10). “Egli ci ha fatto passare dalla schiavitù alla libertà, dalla tristezza alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla redenzione. Perciò diciamo davanti a Lui: Alleluja!” (Melitone di Sardi, Omelia Pasquale).

A quanti nelle nostre società hanno perso ogni speranza e gusto di vivere, agli anziani sopraffatti che nella solitudine sentono venire meno le forze, ai giovani a cui sembra mancare il futuro, a tutti rivolgo ancora una volta le parole del Risorto: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose … A colui che ha sete darò gratuitamente acqua dalla fonte della vita” (Ap 21,5-6). Questo rassicurante messaggio di Gesù, aiuti ciascuno di noi a ripartire con più coraggio e speranza per costruire strade di riconciliazione con Dio e con i fratelli. Ne abbiamo tanto bisogno!

Cari fratelli e sorelle,

desidero rinnovare i miei auguri di Buona Pasqua a tutti voi, venuti da Roma e da diversi Paesi, come pure a quanti sono collegati attraverso la televisione, la radio e gli altri mezzi di comunicazione. Possa risuonare nei vostri cuori, nelle vostre famiglie e comunità l’annuncio della Risurrezione, accompagnata dalla calda luce della presenza di Gesù Vivo: presenza che rischiara, conforta, perdona, rasserena… Cristo ha vinto il male alla radice: è la Porta della salvezza, spalancata perché ognuno possa trovare misericordia.

Vi ringrazio per la vostra presenza e la vostra gioia in questo giorno di festa. Un ringraziamento particolare per il dono dei fiori, che anche quest’anno provengono dai Paesi Bassi.

Portate a tutti la gioia e la speranza di Cristo Risorto. E per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo pasquale e arrivederci!

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Mar Mar 29, 2016 3:06 pm

Cosa dice il Papa No 48

Il Testo che segue (Preghiera del S. Padre del Venerdi Snto) l'ho trovarta solo oggi.Chiedo scusa per questa mia mancanza dovuta, anche , alle interferenze nella ricezione.

VIA CRUCIS AL COLOSSEO

PAROLE DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Palatino
Venerdì Santo, 25 marzo 2016


O Croce di Cristo !

O Croce di Cristo, simbolo dell’amore divino e dell’ingiustizia umana, icona del sacrificio supremo per amore e dell’egoismo estremo per stoltezza, strumento di morte e via di risurrezione, segno dell’obbedienza ed emblema del tradimento, patibolo della persecuzione e vessillo della vittoria.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo eretta nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei dottori della lettera e non dello spirito, della morte e non della vita, che invece di insegnare la misericordia e la vita, minacciano la punizione e la morte e condannano il giusto.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei cuori impietriti di coloro che giudicano comodamente gli altri, cuori pronti a condannarli perfino alla lapidazione, senza mai accorgersi dei propri peccati e colpe.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi in coloro che vogliono toglierti dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei potenti e nei venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli e danno ai loro figli da mangiare il pane insanguinato.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei traditori che per trenta denari consegnano alla morte chiunque.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei ladroni e nei corrotti che invece di salvaguardare il bene comune e l’etica si vendono nel misero mercato dell’immoralità.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi negli stolti che costruiscono depositi per conservare tesori che periscono, lasciando Lazzaro morire di fame alle loro porte.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei distruttori della nostra “casa comune” che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi negli anziani abbandonati dai propri famigliari, nei disabili e nei bambini denutriti e scartati dalla nostra egoista e ipocrita società.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata.

O Croce di Cristo, immagine dell’amore senza fine e via della Risurrezione, ti vediamo ancora oggi nelle persone buone e giuste che fanno il bene senza cercare gli applausi o l’ammirazione degli altri.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei ministri fedeli e umili che illuminano il buio della nostra vita come candele che si consumano gratuitamente per illuminare la vita degli ultimi.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei volti delle suore e dei consacrati - i buoni samaritani - che abbandonano tutto per bendare, nel silenzio evangelico, le ferite delle povertà e dell’ingiustizia.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei misericordiosi che trovano nella misericordia l’espressione massima della giustizia e della fede.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nelle persone semplici che vivono gioiosamente la loro fede nella quotidianità e nell’osservanza filiale dei comandamenti.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei pentiti che sanno, dalla profondità della miseria dei loro peccati, gridare: Signore ricordati di me nel Tuo regno!

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei beati e nei santi che sanno attraversare il buio della notte della fede senza perdere la fiducia in te e senza pretendere di capire il Tuo silenzio misterioso.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nelle famiglie che vivono con fedeltà e fecondità la loro vocazione matrimoniale.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei volontari che soccorrono generosamente i bisognosi e i percossi.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei perseguitati per la loro fede che nella sofferenza continuano a dare testimonianza autentica a Gesù e al Vangelo.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei sognatori che vivono con il cuore dei bambini e che lavorano ogni giorno per rendere il mondo un posto migliore, più umano e più giusto.

In te Santa Croce vediamo Dio che ama fino alla fine, e vediamo l’odio che spadroneggia e acceca i cuori e le menti di coloro preferiscono le tenebre alla luce.

O Croce di Cristo, Arca di Noè che salvò l’umanità dal diluvio del peccato, salvaci dal male e dal maligno! O Trono di Davide e sigillo dell’Alleanza divina ed eterna, svegliaci dalle seduzioni della vanità! O grido di amore, suscita in noi il desiderio di Dio, del bene e della luce.

O Croce di Cristo, insegnaci che l’alba del sole è più forte dell’oscurità della notte. O Croce di Cristo, insegnaci che l’apparente vittoria del male si dissipa davanti alla tomba vuota e di fronte alla certezza della Risurrezione e dell’amore di Dio che nulla può sconfiggere od oscurare o indebolire. Amen!


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Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Lun Apr 04, 2016 8:29 am

Cosa dice il Papa no 49

PAPA FRANCESCO

REGINA COELI



Piazza San Pietro
Domenica, 3 aprile 2016

In questo giorno, che è come il cuore dell’Anno Santo della Misericordia, il mio pensiero va a tutte le popolazioni che più hanno sete di riconciliazione e di pace. Penso, in particolare, qui in Europa, al dramma di chi patisce le conseguenze della violenza in Ucraina: di quanti rimangono nelle terre sconvolte dalle ostilità che hanno causato già varie migliaia di morti, e di quanti – più di un milione – sono stati spinti a lasciarle dalla grave situazione che perdura. Ad essere coinvolti sono soprattutto anziani e bambini. Oltre ad accompagnarli con il mio costante pensiero e con la mia preghiera, ho sentito di decidere di promuovere un sostegno umanitario in loro favore. A tale scopo, avrà luogo una speciale colletta in tutte le chiese cattoliche d’Europa domenica 24 aprile prossimo. Invito i fedeli ad unirsi a questa iniziativa con un generoso contributo. Questo gesto di carità, oltre ad alleviare le sofferenze materiali, vuole esprimere la vicinanza e la solidarietà mia personale e dell’intera Chiesa. Auspico vivamente che esso possa aiutare a promuovere senza ulteriori indugi la pace e il rispetto del diritto in quella terra tanto provata.

E mentre preghiamo per la pace, ricordiamo che domani ricorre la Giornata Mondiale contro le mine antiuomo. Troppe persone continuano ad essere uccise o mutilate da queste terribili armi, e uomini e donne coraggiosi rischiano la vita per bonificare i terreni minati. Rinnoviamo, per favore, l’impegno per un mondo senza mine!

Infine, rivolgo il mio saluto a tutti voi che avete partecipato a questa celebrazione, in particolare ai gruppi che coltivano la spiritualità della Divina Misericordia.

Tutti insieme ci rivolgiamo in preghiera alla nostra Madre. [/b]

Tutti insieme ci rivolgiamo in preghiera alla nostra Madre.

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