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Re: Risponde il teologo

Messaggio  annaxel il Lun Feb 19, 2018 4:21 pm

Gesù aveva fratelli o sorelle?
Come va interpretata l'espressione contenuta nei Vangeli di «fratelli di Gesù»? Risponde padre Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura.


Percorsi: BIBBIA - SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
06/03/2013

In un passo del Vangelo si parla dei fratelli di Gesù, ma mi è stato detto che in quel caso la parola fratelli è da interpretare come cugini, parenti in senso generico. Perché si dice che Gesù non aveva fratelli? Ci sono notizie storiche? In fondo non farebbe parte della sua umanità il fatto di far parte di una famiglia numerosa, come credo a quei tempi fosse normale?

Rosario Guerriero

Risponde padre Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura
In effetti nel Nuovo Testamento si parla dei fratelli di Gesù - e delle sorelle a volte - in vario modo in più di un passo. In contesti diversi sono una decina i brani che li riguardano (Mt 12,46-50; Mt 13,55-56; Mc 3,31-35; Mc 6,3; Lc 8,19-21; Gv 2,12; Gv 7,3-5.9; At 1,14; 1Cor 9,5; Gal 1,19). A partire da questi passi si possono anche individuare i nomi dei cosiddetti fratelli del Signore: Giacomo, Joses (o Giuseppe); Giuda e Simone, tre dei quali sono anche stati ritenuti apostoli dalla tradizione.

Che cosa impedisce in effetti di considerarli realmente come fratelli di sangue di Gesù? In teoria nulla. Ma una serie di considerazioni di vario ordine hanno condotto la Chiesa, fin dagli inizi, a valutare questo dato del vangelo non in maniera diretta e immediata (veri fratelli dello stesso padre e della stessa madre), ma in maniera indiretta (cugini o fratellastri).

Innanzittutto ci sono i dati storici. Le pochissime informazioni che ci offrono i testi del NT fanno ritenere che la menzione di «fratelli» in rapporti a Gesù sia da intendere come parenti stretti. In particolare c’è il dato abbastanza attestato che la madre di due di questi supposti fratelli si chiamava Maria, ma era sorella (ovvero cognata) di Maria la madre di Gesù. Così ci fanno capire alcuni accenni nei testi della passione e risurrezione dei tre sinottici Matteo, Marco e Luca. Essi infatti affermano che presso la croce e poi il giorno di Pasqua al sepolcro era presente Maria, altrimenti chiamata «l’altra Maria», madre di Giacomo e di Giuseppe (cf. Mc 15,40.47 e 16,1; Mt 27,56.61 e 28,1; Lc 24,10). Giovanni in qualche modo conferma almeno il fatto che oltre la madre di Gesù ci fosse un’altra Maria sorella/cognata della madre di Gesù: Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala (Gv 19,25).

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La scena della croce poi che ci racconta Giovanni, contiene un significativo fatto a riguardo, ovvero Gesù affida Maria al Discepolo e viceversa: Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa (Gv 19,26-27). È così accennata da questo dato la mancanza di altri figli a cui affidare la madre.

Ci sono altre antiche fonti piuttosto attendibili che ci parlano dei «fratelli del Signore», soprattutto di Giacomo e di Simone che saranno i primi vescovi della Chiesa di Gerusalemme. Una di queste fonti - Esegippo che scrive attorno alla metà del II° secolo - chiaramente afferma che Giacomo e Simone erano cugini di Gesù in quanto figli di Maria di Cleofa che era fratello di Giuseppe. Il Protovangelo di Giacomo (meno attendibile storicamente ma che ebbe grande fortuna nella chiesa antica) considera i «fratelli» di Gesù come fratellastri, ovvero i figli del precedente matrimonio che Giuseppe avrebbe avuto prima di rimanere vedovo e sposare Maria. Ancora oggi le chiese orientali sono attestate su questa interpretazione.

Ci sono inoltre alcuni motivi linguistici che fanno propendere a non intendere in modo diretto l’espressione «fratelli» di Gesù. Innanzitutto l’uso generalizzato e comunissimo nelle lingue semitiche di indicare i cugini o altri parenti stretti con la menzione di «fratelli» (uso tra l’altro ancora in vigore in molte culture nel mondo). Ma anche il fatto che di Maria se ne parla solo ed esclusivamente come della madre di Gesù (e più spesso con il titolo «sua Madre»). Ovvero, il legame con Maria madre di Gesù e i cosidetti fratelli di Lui non è mai espressamente indicato nel NT. Maria è sempre e solo la madre di Gesù.

Detto questo, è chiaro che la questione dei fratelli di Gesù non è una semplice questione marginale, o almeno così non è stata sentita fin dall’antichità ed è stata motivo di discussione e di riflessione. In effetti essa tocca un punto fondamentale della dottrina della Chiesa, ovvero la perpetua verginità di Maria, affermata e dichiarata dogmaticamente dal Concilio di Costantinopoli II nel 553 con la formula «Maria sempre vergine» che ritroviamo spesso ancora nelle liturgie orientali e occidentali. La perpetua - cioè prima, durante e dopo il parto - verginità di Maria, quindi, obbliga, per così dire, a intendere in senso indiretto l’espressione «fratelli» di Gesù (vuoi cugini o parenti o fratellastri secondo le diverse interpretazioni).

Afferma il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum 9: La sacra Tradizione dunque e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine. [...]ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura. La Chiesa nel suo cammino di comprensione della rivelazione di Dio in Gesù Cristo ha acquisito a un certo momento di tale cammino la certezza necessaria, a partire dalle scritture e dalla Tradizione, per affermare la perpetua verginità di Maria. Da quel momento anche la questione dei fratelli di Gesù, è illuminato da ciò che la Chiesa crede.
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annaxel

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Re: Risponde il teologo

Messaggio  annaxel il Lun Feb 19, 2018 4:05 pm

Gesù nel Vangelo dice: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna». Mi ha colpito il riferimento ai figli: è davvero possibile che Gesù chieda a un genitore di lasciare i figli per seguirlo? Come vanno interpretate quelle parole?

Lettera firmata
Perché Gesù dice «Chi ha lasciato i figli per il mio nome avrà la vita eterna?
Una domanda su un celebre versetto del Vangelo di Matteo sulle condizioni per seguire Gesù. Risponde don Stefano Tarocchi, preside della Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

Il lettore fa riferimento alla versione di Matteo di un celebre detto evangelico che nella sua versione integrale va completato così: «Gesù allora disse ai suoi discepoli: “In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: “Allora, chi può essere salvato?”. Gesù li guardò e disse: “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”. Pietro gli rispose: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?”. E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna”» (Mt 19,23-29).

La stessa premessa si trova nel racconto parallelo del vangelo di Marco, che fra l’altro è la fonte anche del testo di Matteo (e di quello di Luca): «Pietro allora prese a dirgli: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Gesù gli rispose: “In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà”» (Mc 10,28-30). In Luca poi leggiamo: «Pietro allora disse: “Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito”. Ed egli rispose: “In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà”» (Lc 18,28-30).

Quest’insegnamento di Gesù che appartiene alla «triplice tradizione», che è alla base della formazione dei tre Vangeli sinottici, dice in sostanza la stessa cosa. Di fronte alla certezza che solo l’Onnipotenza divina rende possibile la salvezza che è impossibile all’uomo, la sequela totale dei discepoli avrà una ricompensa capace di moltiplicare per cento quanto è stato lasciato, e in aggiunta avrà la vita eterna.

Matteo è il più conciso: parla solo di «case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi»; Marco rimane negli stessi termini, precisando però che quest’azione di sequela si compie «per causa mia e per causa del Vangelo». Luca parla addirittura di «casa o moglie o fratelli o genitori o figli», e specifica: «per il regno di Dio».

Per completare il quadro, nei primi tre Vangeli troviamo anche un’altra versione dello stesso detto di Gesù. Nei soli Matteo e Luca leggiamo: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,37-38); «se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami [letteralmente «non odia»] suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). Questo solo per accennare ad altri insegnamenti relativi al portare la croce: non c’è spazio per affrontarli in questa occasione.

Tornando al problema posto dal lettore, si va oltre la singola questione dei figli: seguire il Cristo, con tutto quello che implica, comporta un nuovo modo di essere in cui ognuna delle relazioni più sacre, da quella filiale a quelle sponsale e genitoriale.
Gesù non comanda nessuna fuga ma semmai un amore ancora più grande di quelli umani, perfino riguardo la propria stessa vita, che pure sono parte della stessa creazione. San Benedetto nella sua Regola dirà: «Nulla anteporre all’amore di Cristo» (Regola 4,21).

Il discepolo del Vangelo sa quindi inquadrare ogni cosa in un ordine più grande: dovunque sia chiamato a vivere la sua adesione a Cristo, qualunque sia lo stato di vita del discepolo del Vangelo, il Cristo è avanti a tutto.
Non si tratta perciò di lasciare ma di trovare, «per causa del Cristo e per causa del Vangelo» (Marco), o «per il regno di Dio» (Luca). Chi è capace di lasciare «riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Matteo).

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Messaggio  annaxel il Sab Feb 03, 2018 2:30 pm

La Bibbia: se è scritta dall'uomo come può essere «Parola di Dio»?

Risponde don Stefano Tarocchi, preside della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale
La domanda che pone il lettore è alla radice stessa del rapporto fra il credente e la rivelazione divina. Il Concilio Vaticano II, nello splendido documento sulla Rivelazione divina chiamato significativamente Dei Verbum, cioè «Parola di Dio», scrive: «piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà». E aggiunge: «con questa rivelazione, Dio invisibile per il suo immenso amore parla agli uomini come amici e si intrattiene con essi, per invitarli ed ammetterli alla comunione con sé» (Dei Verbum 2).

Questo fatto apre la strada ad una comprensione totalmente nuova del rapporto fra Dio e gli uomini, così che possiamo dire, insieme alla lettera agli Ebrei, che «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente,  in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Ebrei 1,1-2).

Aggiunge ancora il Concilio che «le realtà divinamente rivelate, furono messe per iscritto per ispirazione dello Spirito Santo», così che «tutti i libri sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, essendo scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore  e come tali sono stati consegnati alla Chiesa» (DV 11). Le scritture divine sono così rilevanti per noi, che, dicono i Padri del Concilio, a «Dio che si rivela è dovuta l'obbedienza della fede, per la quale l'uomo si abbandona a Dio tutto intero liberamente» (DV 5).



Del resto, anche l'apostolo Paolo scriveva al discepolo Timoteo: «fin dall'infanzia tu conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù.  Tutta la Scrittura, infatti, è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia» (2 Timoteo 3,15-16). In quella fede, ricorda ancora l'apostolo, Timoteo era stato istruito dalle donne della sua famiglia, la madre e la nonna: «mi ricordo, infatti, della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te» (2 Timoteo 1,5).

Se questo pensiero è centrale alla fede cristiana, nessuno può pensare a libri che arrivano all'uomo direttamente dal cielo, oppure ad una ispirazione che sorprenda lo scrittore sacro in uno stato di coscienza modificato o alterato, rispetto a quello suo solito. O ancora, in grado di superare la sua naturale conoscenza, mettiamo dei fatti storici o geografici, oppure la sua stessa lingua e il mondo che le appartiene.

Scrivono infatti i Padri del Concilio che, «per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e impiegò uomini in possesso delle loro facoltà e capacità, e agì in essi e per mezzo di essi, affinché scrivessero come veri autori tutte le cose e soltanto quelle che egli voleva» (DV 11).

È la prima volta che un testo del Magistero usa l'espressione «veri autori» per gli scrittori sacri, dopo aver affermato che gli Scritti sacri «hanno Dio per autore». Va notato che la parola «autore» ha due significati. Riferita a Dio, indica l'Autore nel suo senso più profondo, riferito all'origine della parola: «colui che suscita, fa crescere» i libri delle Sacre Scritture. Riferita agli uomini, indica coloro che materialmente hanno steso i Libri sacri, così che con sant'Agostino il Concilio può dire che «Dio ha parlato per mezzo di uomini nella maniera umana» (DV 12).

In questa maniera, gli Scritti di uomini, di tempi e luoghi diversi, guidati dallo Spirito Santo custodiscono la Rivelazione con cui Dio si è manifestato a noi. Così i libri dell'Antico e del Nuovo Testamento sono senz'altro Parola di Dio, il lettore stia tranquillo. Sono come una lettera a più voci con cui Dio parla ancora oggi a noi, in quell'«alleanza nuova e definitiva» tra noi e Lui che «non passerà mai». Questo comporta, fra l'altro, e non è cosa di poco conto, che non c'è bisogno di attendere «alcuna nuova rivelazione pubblica, prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo» (DV 4).
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