Anno Paolino

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Messaggio  Andrea il Ven Set 19, 2008 3:47 pm

Anno Paolino nel deserto siriano: la testimonianza del padre gesuita Paolo Dall'Oglio


Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita, guida una comunità nel deserto siriano. E’ il monastero di Mar Musa el Habashi, 80 km a sud di Damasco. Collegato alle antiche vie del pellegrinaggio verso Gerusalemme, il monastero venne fondato da una comunità di monaci bizantini nel VI secolo. La comunità di Mar Musa prega e lavora per testimoniare, in terra islamica, la possibilità di una vita quotidiana comune tra cristianesimo e Islam. Luca Collodi ha chiesto a padre Paolo Dall’Oglio quanto è stato importante per la fede di San Paolo, del quale si celebrano quest’anno i 2mila anni dalla nascita, l’esperienza del deserto:

R. – Non era un uomo del deserto: Paolo era un uomo delle città. Ha incontrato Gesù sulla via di Damasco e poi, ci viene detto, è andato a stare con gli arabi, quindi forse ha avuto la sua esperienza di deserto, dove ha rimeditato tutta la sua conoscenza biblica alla luce dell’incontro con il Risorto e poi si è ri-immesso sulle strade. In questo senso è stato discepolo, perché Gesù è stato nel deserto con Giovanni Battista e dal deserto è partito nella sua missione tra la gente.

D. – Qual è l’importanza dell’Anno Paolino per un Paese come la Siria, a maggioranza musulmana?

R. – San Paolo era prima uno che viveva una relazione di esclusione, di negatività nei confronti dei non ebrei e di attitudine negativa nei confronti della Chiesa nascente all’interno del popolo ebraico. Diventato Paolo, con l’incontro con Gesù, è diventato un uomo innamorato delle genti. A me pare che nella Siria di oggi, la Chiesa che è plurale, che è una Chiesa di una ricchezza ecumenica straordinaria, può – nella sua pluralità – essere una Chiesa di armonie e anche una Chiesa innamorata dei non cristiani per mostrare questo Cristo che ama ciascuno e tutti. Quindi, in questo senso è proprio San Paolo del farsi tutto a tutti, questa grande chiamata a noi tutti, di saperci aprire con amore al pluralismo degli uomini: al pluralismo culturale e anche religioso.

D. – Il cristianesimo, secondo lei, è destinato a diventare una minoranza?

R. – No. Il cristianesimo non si rassegna ad essere minoranza, perché vuole che il Cristo crocifisso attiri tutti, che Dio sia tutto in tutti: in questo senso non si rassegna ad essere minoranza. Però, capisce sempre meglio che il modo di Gesù di attirare tutti a sé è quello di essere mite ed umile di cuore. E quindi, dobbiamo ritornare discepoli.

D. – In un Paese come la Siria, tollerante verso le religioni – il cristianesimo è una minoranza – come si può coniugare l’identità cristiana, l’identità cattolica con il dialogo tra le religioni?

R. – Dal Concilio Vaticano II in poi, l’identità cattolica implica un impegno di dialogo con le religioni. Non è un problema di “coniugare”, è un problema di esercitare il nostro cattolicesimo anche secondo il modulo del dialogo interreligioso.

D. – La Siria può essere un esempio?

R. – La Siria è un esempio che non deve diventare un’eccezione, quindi bisogna fare attenzione nella compagine internazionale a non entrare in logiche di conflitto che possono rendere questo secolo veramente drammatico e tragico.



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