Meditazioni sulla Quaresima di p. Claudio Traverso (2009) (B)

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Meditazioni sulla Quaresima di p. Claudio Traverso (2009) (B)

Messaggio  Andrea il Mer Feb 25, 2009 6:01 am

Meditazione: L'attenzione spirituale.


Il Vangelo ci chiede di vegliare, ossia di essere sempre attenti a Dio e a noi stessi: dobbiamo sorvegliare in ogni momento le azioni della nostra vita quotidiana.
Per riuscirci piu' facilmente, avremmo bisogno che il nostro sguardo interiore fosse costantemente fissato sul Signore: recitare con costanza delle preghiere brevi puo' aiutarci ad imboccare questa strada.
Essa costituisce, su questa terra, il cammino delle persone che cercano con tutto il cuore di vivere abitualmente nella luce di Dio e che mostrano una totale docilita' nei confronti del soffio del suo Spirito.
Le nostre occupazioni abituali, non soltanto la preghiera, ma anche il lavoro e i momenti di svago, divengono, cosi', il punto di incontro con Dio.
In effetti, e' nell'ambito di queste occupazioni che si realizza l'unione della nostra volonta' a quella del Signore. Esse dunque possono diventare dei luoghi di amore e di intimita', dove la nostra volonta' si unisce il piu' intensamente possibile al disegno immediato di Dio riguardo al momento che viviamo.
Quale che sia la diversita' delle ore che si susseguono, dei compiti che si accavallano, questa piena adesione a Dio in ogni cosa diventa la nostra unica dimora, la preoccupazione essenziale delle nostre giornate, cio' che ne realizza l'unita'.
Sotto il soffio dello Spirito, tutta la nostra esistenza diventa una costante obbedienza a Dio e ad ogni disposizione della sua Provvidenza, nella gioia come nel dolore, in quello che ci viene imposto e nelle nostre decisioni libere.
Tale obbedienza non si estende solo ai compiti piu' importanti, ma anche ai piu' piccoli; come i compiti piu' grandi, infatti, anche quelli piu' piccoli costituiscono delle testimonianze di fedelta'; non a caso, il santo, l'amico di Dio, non vorrebbe peccare nemmeno nelle cose piccole, per quanto siano limitate, ma questo desiderio deve essere presente a poco a poco anche nel nostro cuore, man mano che cresce la nostra amicizia per il Signore.
Percio', possiamo iniziare offrendo al Signore le nostre giornate ogni mattina, con tutto il lavoro, il dolore, la sofferenza e la gioia che porteranno con se'.
Questo atto iniziale costituisce una sorta di avvio della nostra vita accanto a Dio. Se e' vissuto profondamente ed e' voluto con forza, conferisce a ciascuno dei nostri compiti un valore nuovo, il valore di un'offerta al Signore; cosi' facendo, beneficiamo del sostegno della sua grazia, anche se, durante la giornata, perdiamo la coscienza viva di questo gesto.
Risulta quindi evidente che e' molto meglio, molto piu' sicuro, compiere TUTTO in presenza del Signore, associandolo il piu' possibile ad ogni nostra occupazione.
Una cosa e' il coltivatore che ara il suo campo pensando unicamente al suo lavoro, un'altra e' colui che, in piu', lo fa per Dio e davanti a Dio.
Chi lavora il campo della sua vita senza pensare mai a Dio, porta da solo il peso della giornata e del caldo; deve affrontare le proprie passioni, le proprie debolezze e le abitudini che ha preso, senza potersi rivolgere al Signore dal quale soltanto puo' ricevere la forza... e se gli capita di agire contro coscienza, non percepisce chiaramente che sta andando contro la volonta' di Dio.
Ben altra e' la condizione di colui che semina e miete davanti a Dio. L'amore del Signore che custodisce in se', il rispetto che nutre nei confronti del suo Nome, il pensiero di cio' che accade dopo la morte, influiscono sul suo modo di vedere la vita, di decidere e di agire.
Entrano in gioco la grazia del suo battesimo, come pure le energie divine che ha ricevuto nei sacramenti: fede, speranza, carita' e doni dello Spirito.
Queste forze celesti non eliminano le difficolta' e le croci, ma permettono di affrontarle in una luce molto diversa; la presenza di Dio, infatti, illumina l'esistenza: le conferisce il suo vero significato.
Buon cammino....


Vangelo Domenica 22 Febbraio

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Meditazioni sulla Quaresima di p. Claudio Traverso (2009) (B)

Messaggio  silvia il Mar Mar 03, 2009 2:06 am

Meditazione: Gesu' guarisce.

"Su venite e discutiamo - dice il Signore -.
Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto,
diventeranno bianchi come la neve.
Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana.
(Is 1,18 )
La forza del pentimento consiste nella lotta incessante per custodire con forza la nostra personale amicizia con Cristo Gesù che ci dà la capacità di lottare contro il peccato, sicuri che in forza della grazia noi saremo più che vincitori: "So infatti a chi ho creduto" (2 Tm 1,12).
Nella nostra vita di ogni giorno facciamo di tutto per non contrariare le persone che amiamo, e come credenti è normale farlo anche proprio con il Signore.
La Chiesa imita Cristo: tutto quello che Cristo ha fatto anche la comunità cristiana lo fa, perchè Egli possa diventare la sua vita.
La chiamata di Gesù rivolta a Matteo: "Seguimi!" significa in realtà: "Prendi per te la mia vita". Il Maestro infatti ci dice: "Io sono la vita, chi mi segue non cammina nelle tenebre".
Seguire Lui non è tanto una teoria intellettuale, quanto piuttosto il mettersi sulle sue tracce, imitare le sue opere e avere comunione con Lui nell'amore e nella sofferenza che la vita comporta.
Tutte le opere che compiamo nel nome di Cristo, per suo amore e a sua imitazione (pazienza, sopportazione dei pesi della vita, atti di culto, amore fino al sacrificio) sono frutto del desiderio di imitarlo e di rimanere uniti a Lui ("seguimi!"): esprimono comunione nello spirito, nel cuore e nell'intenzione.
Gli apostoli furono testimoni oculari e partecipi delle sue opere e delle sue azioni come parte e porzione di Lui. Cristo dimorava nei loro cuori per la fede quando ricevettero lo Spirito Santo, ed essi allora compirono, seconda la sua promessa, tutte le opere del Maestro, annunciando la Buona Novella e compiendo guarigioni nel suo nome; e la Chiesa ha ereditato questa esperienza viva degli apostoli.
Le opere non sono perciò delle azioni limitate, compiute dalla volontà umana per far risaltare il proprio io. L'importanza delle opere nel pensiero della Chiesa si basa sul fatto che ognuna di esse deve scaturire dalla volontà di Cristo che scopriamo nell’intimo del nostro cuore, ed essere portata a compimento dal suo potere: "Tutto posso in Colui che mi dà forza" (Fil 4,13).
Le opere dunque devono concludersi nella gloria di Dio Padre; in altre parole, devono rivelarlo e testimoniarlo: "... perchè vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli" (Mt 5,16).
Perciò il concetto di "fede ed opere" è inseparabile dalla persona viva di Cristo, che è la fonte sia della fede che delle buone opere nella vita umana.
Gesù viene quando prendiamo coscienza del nostro bisogno di essere guariti e Lo invochiamo con sincerità: quando prendiamo coscienza del nostro egoismo, dell'anarchia dei nostri desideri, di tutte le nostre paure, della nostra viltà e debolezza, del nostro bisogno di sicurezza umana che ci spinge a possedere e chiediamo con forza il Suo aiuto. A questo punto, partendo da questa consapevolezza, possiamo cominciare a crescere nello Spirito.
Dal punto di vista esclusivamente umano il messaggio di Gesù è follia. Ma le sue parole non sono per i "sapienti", per quelli che si illudono di essere "potenti"...
Il messaggio di Gesù è per i feriti nella loro interiorità, per i piccoli e i poveri, per coloro che attendono la buona notizia... Queste persone riconosceranno che la presenza di Cristo costituisce davvero la loro speranza.
Dio si rivela a ognuno di noi nella misura in cui ci accettiamo nella nostra precarietà. Ci libera dalla prigione dei nostri egoismi e delle convenienze che ci impediscono di vivere da uomini liberi e più ancora da figli di Dio (cf. 1 Cor 1,26-31).
In ogni situazione si deve invocare lo Spirito Santo con la preghiera, così che le opere siano purificate da ogni scoria della volontà propria e del pensiero umano, e possano essere esenti da ipocrisia, contraffazione, pregiudizio e amor proprio.
Tutte queste cose infatti rendono le opere inutili, prive di frutti.
Quando ci sforziamo di camminare lungo la "via stretta", dobbiamo essere sempre consapevoli di trovarci all'ombra della croce così da poter perseverare per quanto grandi possano essere le avversità.
Per raggiungere la perseveranza è essenziale che i sacrifici siano sempre offerti con amore.
La partecipazione sincera alla santa Eucaristia è l'accettazione volontaria di una vita di sacrificio da vivere in unione con Gesù, una preparazione per accettare le prove della vita con la piena fiducia che Lui ci sostiene sempre con amore. Ogni testimonianza di comunione con la morte e la risurrezione di Gesù ci permette di affrontare la vita quotidiana così com'è, con tutte le sue difficoltà e i suoi problemi, con la salda fiducia che stiamo percorrendo una via difficile e spesso dolorosa, ma che è l'unica che ci conduce alla Vita.
Perciò ogni volta che mangiamo il Corpo di Cristo siamo misticamente preparati ad annunciare la morte del Signore e a proclamarne la risurrezione.
Gesù non ci aspetta soltanto al termine del nostro cammino, ma è già al nostro fianco e ci accompagna con amore. Questa deve essere sempre la nostra fiducia, in qualsiasi condizione ci troviamo ad essere, perchè è proprio la sua Presenza nella nostra vita che ci permette di continuare il nostro cammino nonostante i problemi e le difficoltà di ogni genere.
"Io non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva !" – dice il Signore
(cf. Ez 18,24).
Buon cammino quaresimale !
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MEDITAZIONI SULLA QUARESIMA DI P.CLAUDIO TRAVERSO (2009) (B)

Messaggio  silvia il Mar Mar 10, 2009 3:43 pm

Meditazione: La sofferenza di Gesu' e la nostra sofferenza.

Il Getzemani è il luogo in cui avvenne il grande incontro, in cui l'umanità si incontrò con Dio.
In quel giardino Gesù provò angoscia e turbamento e la sua anima fu afflitta a tal punto da provare sudore di sangue.
Ma proprio in tutto questo si rivela l'immenso amore di Dio che accetta di partecipare in pieno alla sofferenza degli uomini.
Il dolore, sia fisico che spirituale che ci opprime in questa vita, fu sondato in profondità dal nostro Redentore: "L'anima mia è triste fino alla morte" (Mt 26,38). E non c'è dolore che possa portare l'anima fino al punto di morire, se non il dolore dell'infamia e del peccato.
Al Getzemani Gesù acconsentì di andare incontro al suo martirio come bestemmiatore e malfattore, accusato dei due peccati che sono alla base di ogni peccato. Così come il Signore ha assunto la nostra natura e vi si è unito senza diminuzione nè mutamento della sua divinità, allo stesso modo ha acconsentito che al Getzemani il suo corpo assumesse la nostra colpa senza esserne macchiato.
"Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce" (1 Pt 2,24).
Come l'agnello sacrificale veniva caricato del peccato di una persona e con esso moriva al posto del peccatore, senza che per questo l'agnello fosse considerato colpevole di peccato, così il Figlio di Dio, "l'Agnello di Dio" (Gv 1,29) che porta e toglie il peccato del mondo intero, è diventato peccato per noi, rimanendo pero' assolutamente senza peccato (2 Cor 5,21).
Egli rimase esattamente com'era, "santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli" (Eb 7,26).
In ogni tempo il dolore e la tristezza che seguono ai disastri e alle ingiustizie, e la fatica, la malattia, l'umiliazione e l'avvilimento che li accompagnano, hanno costituito un interrogativo pesante nel cuore dell'uomo.
Inoltre, l'ingiusta distribuzione della sofferenza da sempre provoca angoscia, ansia e smarrimento.
Un bambino innocente può essere vittima del male, della sofferenza e della tortura quanto il più malvagio degli uomini. Può accadere che uomini buoni e umili soffrano più di altri, ostinati e depravati: non c'è mezzo per scoprire una legge o un principio che regoli la distribuzione della sofferenza.
Ci sono stati e ci sono uomini che hanno sofferto ingiustamente, ma allora che cosa dovremmo dire di Cristo ? Nella sua sofferenza sopportò ogni ingiustizia e con l'afflizione mortale della sua anima scontò tutti i peccati (Is 53,4-12).
Proprio accettando di soffrire in questo modo, diede al dolore un valore enorme: il dolore divenne un sacrificio di amore e un'opera di redenzione.
Così se noi siamo in Cristo, per quanto soffriamo e per quanto grande sia il nostro dolore, la nostra sofferenza non è in nessun rapporto col fatto che meritiamo o meno quel dolore. La sofferenza non è una pena per qualcosa e nemmeno un castigo per qualche colpa.
Scopriamo che qualsiasi sofferenza di qualsiasi tipo è intimamente legata a Cristo, e Lui solo ci dà la forza di accoglierla, sapendo che "come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione" (2 Cor 1,5).
Così non soffriamo più per il peccato, ma per Cristo (Col 1,24).
Se siamo in Cristo le nostre sofferenze ci rendono partecipi del suo sacrificio, e ci accompagnano verso la risurrezione e la vita senza fine.
Abbiamo bisogno di riconoscere che la fragilità, la precarietà, il dolore fanno parte della nostra umanità e nessuno può evitare di dover portare la sua croce, così come la vita ce la presenta, senza poterla assolutamente scegliere. Ma in tutto questo la fede ci fa scoprire un senso e una prospettiva di sicura speranza: ogni momento della nostra vita, e in particolare le difficoltà e le prove dolorose, possono essere offerte a Dio come partecipazione all'amore e alle sofferenze di Cristo durante la sua passione.
Questa possibilità, come per Cristo e grazie a Lui, ci permette di redimere i nostri peccati e i peccati dell'umanità. Solo così riceviamo consolazione perchè la nostra angoscia non giunge semplicemente alla morte come fine di tutto: nel dolore di Cristo è custodita per la risurrezione !
Buon cammino.
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Messaggio  silvia il Mar Mar 17, 2009 6:29 pm

LA PASSIONE DI CRISTO NELLA NOSTRA VITA.
Per Cristo il mistero della croce è il mistero della sua gloria.
L'opprimente sofferenza che il Signore sopportò, il tormento interiore di fronte all'ingiustizia e all'aberrazione del suo processo, l'abbandono dei suoi discepoli, il tradimento di Giuda e la consapevolezza che i sommi sacerdoti si erano messi d'accordo con uno dei suoi discepoli per valutare la sua vita solo trenta monete d'argento, tutto questo era una via attraverso la quale Cristo potè abbandonare il mondo delle vanità passeggere per entrare nella gloria del Padre.
E l'uomo, in ogni tempo e in ogni luogo, deve percorrere la stessa via.
La croce non fu un caso nella vita del Signore dal momento che era nato per essa: "Per questo sono giunto a quest'ora" (Gv 12,27).
Così la sofferenza è inevitabile nella vita dell'uomo.
La realtà del dolore è una grande pietra d'inciampo per la mente umana, che non può accettarlo come un mezzo per acquisire qualcosa di buono. Ma se comprendiamo che la croce è la più grande manifestazione dell'azione di Dio nelle realtà visibili, allora possiamo e dobbiamo trovare un senso in tutto quello che viviamo che comunque costituisce, indipendentemente dalla nostra diretta responsabilità, qualcosa di molto pesante e faticoso da vivere.
La sofferenza porta l'uomo all'interno del mistero della croce, cosicchè egli non resta più come un morto, come uno sconfitto senza speranza, ma è condotto a Cristo, guidato e trascinato di sofferenza in sofferenza fino a raggiungere il Padre, appoggiandosi alla croce, seguendo le orme di Cristo.
E' impossibile per l'uomo avvicinarsi a Dio semplicemente con uno sforzo mentale, perchè la mente, per quanto lontano si spinga nella meditazione, può al massimo accorgersi di Dio, della sua luce e del suo amore.
Questo rende felice la mente, ma è una felicità che subito svanisce di fronte alle vicende amare e dolorose dell'esperienza quotidiana.
Il vero movimento verso Dio è in Cristo, poichè egli è il Figlio di Dio che viene a noi sulla croce, e sulla croce noi lo seguiamo per tornare al Padre.
Cristo dice: "Senza di me non potete far nulla" (Gv 15,5).
Dice questo perchè egli solo, come Figlio, ha in se stesso il potere di dirigersi verso Dio Padre. Egli infatti è sempre nel seno del Padre e rivolto verso di Lui.
Così Cristo ci ha ricolmato del mistero di due fondamentali situazioni umane: il mistero dell'amore e della croce, cioè della sofferenza. Quando accogliamo con coraggio queste due realtà nella nostra vita, Cristo lavora in noi misticamente, affinchè possiamo progredire per lui e con lui fino a raggiungere il Padre: a quel punto si realizza il grande mistero dell'unione con Dio.
Si può affermare che Cristo, attraverso la croce, ha acquistato per noi un potere in vista del nostro bene, il potere cioè di portare al Padre l'umanità peccatrice (cf. Eb 2,10).
Abbiamo davanti a noi la Settimana di Passione:
il termine Pascha significa passaggio e indica l'antico rito dell'agnello pasquale, grazie al cui sangue l'angelo distruttore passò oltre le case degli ebrei e non fece loro alcun male (cf. Es 12).
Ogni volta che celebriamo gli eventi della Passione, dobbiamo viverli come occasioni irripetibili che ci vengono offerte per giungere a una vita più ricca di energie spirituali. Durante la santa settimana ascolteremo come il Signore rivelò ai suoi discepoli il segreto disegno che volutamente aveva deciso di portare a compimento nella sua persona, come espressione di un amore senza limiti.
In questa settimana manteniamo il nostro cuore e la nostra mente rivolti a Cristo in cammino verso Gerusalemme, assolutamente deciso a portare a compimento il disegno di salvezza; ha presentato il volto agli insulti e il dorso ai flagelli; non ha avuto mai alcuna esitazione nell'andare avanti, fino alla morte in croce che è stata il preludio alla Risurrezione.
Così Egli ha aperto una prospettiva anche per noi, per la nostra personale sofferenza che la vita ci presenta: solo continuando il nostro cammino uniti a Cristo risplende davanti a noi una sicura speranza e la nostra croce, come la croce di Cristo diventa un albero di vita che ci accompagna verso la vita senza fine.
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Messaggio  silvia il Ven Mar 27, 2009 7:13 pm

Spiritualità del digiuno

Il digiuno si traduce in una esperienza religiosa quando non si limita a influire sul fisico, ma agisce anche positivamente sullo spirito.

Nella Bibbia troviamo moltissimi passi di riferimento.
Esemplare è il brano del profeta Isaia (58,1ss): sottolinea che il digiuno gradito a Dio deve essere accompagnato da uno spirito di vera penitenza e dall'osservanza della giustizia e della carità.
Fondamentale non è quindi il digiuno, ma la conversione cui esso conduce.
La tradizione della Chiesa, oltre a far riferimento all'Antico Testamento, si richiama all'esempio di Gesù, che digiuna quaranta giorni e quaranta notti nel deserto (Mt 4,2; Mc 1,13; Lc 4,2).
Quantunque Cristo non abbia imposto il precetto del digiuno, tuttavia annunzia ai discepoli che avrebbero digiunato (Mt 9,14-15) in attesa del suo ritorno e del digiuno prescrive il modo, dicendo di evitare l'ostentazione e l'ipocrisia (Mt 6,16-18).
Dunque anche gli apostoli hanno digiunato, soprattutto nei momenti dell'elezione dei ministeri (At 13,3-2).

Secondo la concorde tradizione cristiana la pratica del digiuno appare strettamente connessa alla conversione e alla purificazione interiore.
Tale pratica nell'arco della storia della Chiesa non è mai venuta meno sia pure in mezzo a eccessi o a rilassatezze.

Gli aspetti più importanti del digiuno sono i seguenti:

- è considerato come un momento di grazia, capace di fortificare le virtù, generare la preghiera, essere fonte di serenità, facilitatore di tutte le buone qualità; ma soprattutto consente all'uomo di aprirsi a un altro cibo: la volontà di Dio (Gv 4,31-34).

- ha uno stretto legame con la preghiera: non si conta che su Dio (Tb 12,8; Gdc 20,26; Sal 34,13); è gesto visibile con cui si chiede perdono e misericordia (Gl 1,14; 2, 17; Gdt 4,13; Mt 17,21; Mc 9,29); è segno di amore per gli altri (Est 4,16; Sal 34,13; Didachè 1,3); dispone a un'impresa difficile (Mt 4,2; At 14, 23; Es 34,28; 1 Re 19,8; Dn 9,3.27; 10,12).

- comporta il cambiamento della vita; infatti non ha validità in se stesso, ma solo se connesso alla conversione (Mt 9,13; 6,16-18) secondo una duplice direzione: l'autodisciplina, e l'esercizio della carità spirituale e materiale.

Beato chi custodisce se stesso come si conviene, confidando in Dio e offrendo preghiere e digiuni.
Infatti, anche se gli accade di peccare, dato che è un essere umano, per debolezza o per negligenza, Dio gli ha offerto questa possibilità per pensare alla propria anima, vigilare umilmente su di sè, fare penitenza ed essere così purificato dai suoi peccati.
Divenuto uomo nuovo grazie alla penitenza dei santi digiuni, partecipa ai santi misteri senza riceverne condanna, dimora nella gioia e nella letizia spirituale.
Chiunque vuol essere purificato dai suoi peccati, deve anzitutto guardarsi dalla mancanza di discrezione nel mangiare.
La mancanza di discrezione nel cibo, infatti, è fonte di ogni male nell'uomo.
Chi vuole purificarsi dai suoi peccati deve vigilare attentamente ed evitare queste cose.
Non si mangia infatti per un bisogno del corpo, ma si esagera per una passione e se si accondiscende a questa passione si pecca.
E come digiuniamo con il ventre, digiuniamo anche con la lingua, tenendoci lontani dalla maldicenza, dalla menzogna, dalle chiacchiere, dalle offese, dalla collera, insomma da ogni peccato che si compie con la lingua.
Dobbiamo far digiunare allo stesso modo anche gli occhi, non guardare cose vane, non essere sfacciati, non osservare sfrontatamente gli altri e dobbiamo impedire ogni azione malvagia anche alle mani e ai piedi.
Praticando così un digiuno gradito a Dio, come dice San Basilio, ci è possibile partecipare meglio ai santi misteri come uomini nuovi, purificati e più vicini al Signore.

Si arriva all'unione profonda con Dio attraverso l'esercizio costante della sobrietà e del ricordo di Dio.
La sobrietà puo' essere definita come l'atteggiamento di uno spirito presente a se stesso, vigilante, attento a non lasciarsi sorprendere dalle tentazioni che cercano di insinuarsi nel nostro cuore tramite i pensieri, pronto a respingerli drasticamente fin dal loro primo apparire.
In questo consiste essenzialmente la custodia del cuore.
Riguardo al significato originario della parola "sobrietà" (sobrio = non ubriaco), di per sè il termine sottolinea la capacità dello spirito di vedere chiaro, di distinguere rettamente, al contrario dell'ubriachezza che comporta una vista annebbiata.

Per questo scopo il digiuno costituisce un grande aiuto, attraverso la moderazione nel prendere cibo, alla rinuncia volontaria, che mantiene le facoltà più pronte all'azione della grazia favorendo lo spirito di preghiera.
Infatti dobbiamo ricordarci sempre la ragione per cui offriamo il digiuno, perchè svuotandoci di noi stessi, rinunciando alla piena soddisfazione, facciamo più spazio a Lui nel nostro cuore e nella nostra vita.

Il ricordo di Dio è l'invocazione "incessante" del Signore perchè intervenga in nostro aiuto. Va unito strettamente alla sobrietà perchè non siamo noi a combattere il nemico, ma il Signore costantemente invocato.

La sobrietà, la moderazione, unita alla preghiera umile, è strada che conduce al Regno, al Regno di Dio che è dentro di noi e al Regno futuro, come opera spirituale, in quanto modella e purifica lo spirito, facendolo giungere a una sufficiente pace interiore.
Si potrebbe ancora paragonare la sobrietà ad una finestrella luminosa alla quale Dio si affaccia per rivelarsi al nostro spirito (cf. Cantico dei cantici 2,9).

Là dove sono riuniti umiltà, ricordo di Dio associato alla sobrietà e all'attenzione interiore, preghiera costante a sostegno della vigilanza contro le tentazioni, là è in realtà il luogo di Dio (cf. Gen 28,16-17); è il cielo del cuore dove dimora Dio.
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Re: Meditazioni sulla Quaresima di p. Claudio Traverso (2009) (B)

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