La Sindone: Esegetica e Vangelo

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La Sindone: Esegetica e Vangelo

Messaggio  Andrea il Gio Giu 11, 2009 9:15 am


La sindone Esegetica e Vangelo

L a Passione di Gesù Cristo ha inizio al giardino degli Ulivi a
Gethsemani ( in greco Gesthemani = Γεσθημανή)


Nell’ impero Romano il cruciario veniva sottoposto ad una flaggellazione alla presenza del magistrato. Denudato e legato ad un palo o ad una colonna, il detenuto veniva colpito con strumenti diversi a seconda della condizione sociale. Per gli schiavi e i provinciali c’ era il °flagrum°, formato da due o tre striscie di cuoio o corda terminanti o intrecciate con cubetti di legno od ossicini di pecora che producevano gravi lacerazioni ed abbondanto versamenti di sangue. La flaggellazione poteva essere una punizione fine a se stessa, seguita dalla liberazione, oppure mortale; poteva anche costituire il preambolo della cricifissione. In quest’ ultimo caso, il numero di colpi doveva essere limitato ad una ventina per non debilitare troppo il con-dannato, costretto successivamente a sopportare altri oltraggi. L’ uomo della Sindone è stato flaggellato abbondantemente su tutto il corpo: 120 colpi prodotti da un flagrum romano. Se ne deduce che, inizialmente questa flaggellazione è stata ordinata come una severa punizione a parte. Si supponeva che essa dovesse essere seguita dalla liberazione, invece l’ uomo fu crocifisso. Il condannato era in posizione curva fra due flaggellatori. Non era un cittadino romano, altrimenti non sarebbe stato flaggellato con un flagrum.

La flagellazione di Gesù fu molto più dura e pesante di quella riservata ai condannati alla crocifissione. Essa denota comunque, un accanimento particolare da parte dei carnegici. Lo strumento utilizzato era un flagrum romano che aveva tre corde, ciascuna con due piccoli pezzi d’ osso acuminati. Ogni colpo ha provocato sei ferite. Nella foto (vedi pagina precedente) possimo vede la zona dei polpacci. Ogni colpo mostra un rivolo di sangue che scende verso il basso. 120 colpi con sei pezzetti d’ osso cor-rispondono a 720 ferite.

Questa è la ricostruzione della schiena insanguinata dell’ Uomo della Sindone. Possiamo inoltre vedere le ferite dovute al succes-sivo trasporto del “patibulum”, il palo orizzontale della croce. I ca- pelli sono intrinsi di sangue a causa della corona di spine.Le trac-ce di sangue che la corona di spine ha provocato sono evidenti.

Fra la fronte ed il resto della testa c’ è una zona senza segni a causa di una piega della Sindone. Però c’ è tutta la calotta crani-ca insanguinata.I rivoli di sangue che bagnano tutto il capo e la fronte dell’ Uomo della Sindone, con la diversa morfologia del sangue venoso e di quello arterioso, sono chiari segni di una co-ronazione di spine, fatto singolare e al di fuori della normale procedura. La corona era un intreccio di spine,come un casco, che ha causato circa 50 ferite.Nonostante ciò il volto presenta un aspetto sereno malgrado i numerosi traumi: la fronte e gli zigomi gonfi, la cartilagine nasale rotta da un colpo di bastone che ha gonfiato la guancia destra, i baffi e la barba intrisi di sangue.



Dopo l’ Hecce Homo, Gesù è stato condannato alla croce. Riconosciuta la colpevolezza della vitima, il giudice faceva eseguire la sentenza pronunciando una formula equivalente a “sia messo in croce”. Egli poi dettava il titulus, cioè la motivazione della condanna, e indicava le modalità dell’e- secuzione. Il cruciario veniva rivestito e preparato per essere condotto al luogo del supplizio. Delle crocifissioni erano incari-catii carnefici, mentre nelle provincie se ne occupacano i soldati.

Oltre alle tracce della fragellazione, la schiena ha dei segni del patibulum. Ogni condannato portava il patibulum sulle sue spalle.

I condannati camminavano legati insieme, mani e piedi, in modo da non poter fuggire. Il cartello chiamato titulus, appeso al collo del condannato o portato un banditore, aveva funzione di informare i passanti sulle generalità del cruciario, sul delitto, sulla sentenza. Lungo il cammino, il condannato veniva oltraggiato e maltrattato.

Gesù cadeva facilmente e non poteva attenuare la caduta con le mani perchè erano legate nella trave, cosi ogni volta che cadeva il suo volto batteva a terra. Evidenti sulla sindone sono la ferita al ginocchio sinistro, il segno di un colpo di bastone sulla guancia destra, la tumefazione ed escoriazione del naso, i gonfiori sul viso. A conferma di queste cadute, sulla sindona sono state trovate tracce di terriccio al naso, alle ginocchia ed ai talloni.

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Re: La Sindone: Esegetica e Vangelo

Messaggio  Andrea il Mar Giu 30, 2009 9:40 am

La tecnica della crocifissione era molto diffusa presso le civiltà antiche, anche se non è noto chi l’ abbia inventata. Il più vecchio documento che vi fa riferimento si trova nella letteratura sumerica. A Roma questo supplizio appare attorno al 200 a.C. questa forma di pena capitale si distingue per l’atrocità della sofferenza provocata ed il villipendio che vi è associato; i Romani punivano con questa esecuzione il brigantaggio, la ribel- lione e, per gli schiavi, ogni loro mancanza. La crocifissione era molto usata, ma parecchi particolari ancora ci sfuggono, perchè le testimonianze iconografiche e i reperti archeologici sono relati- vamente scarsi. Inoltre, data l’ estensione dell’ Impero, le modalità potevano variare da zona in zona e in relazione al delitto, al personaggio, all’ ammonimento che si voleva dare. Il luogo dell’ esecuzione era situato sempre fuori le mura; là era già posta la croce o il solo palo verticale. Il cruciario veniva spogliato e tutti i suoi oggetti diventavano proprietà dei carnefici, come prezzo per la loro prestazione. Gli rimaneva addosso solo uno straccio attorno ai fianchi legato ad una corda. Veniva appeso alla croce mediante chiodi o anelli di ferro o chiodi e corde insieme, posti diversamente a seconda dalle circostanze partico-lari. I piedi erano lasciati liberi i erano stretti con corde oppure trafitti, unitamente o separatamente.

Osservando attentamente il lenzuolo torinese, appare evidente che l’ Uomo che vi fu avvolto subì ferite imputabili ad una crocifissione romana del I° secolo d.C. il crocifisso della Sindone è stato inchiodato al patibulum mentre giaceva a terra, poi è stato sollevato ed il patibulum è stato incastrato al palo verticale per formare l’ intera croce.
I chiodi per la crocifissione sono stati messi nel polso, non nella palma della mano, pochè dovevano sostenere il peso del corpo, senza il poggiapiedi che alcune rappresentazioni artistiche mos-trano. Durante il I secolo il metodo di crocifissione fu modificato per essere applicato nei circhi. I piedi erano posti su uno sgabello ed invece dei chiodi si usavano le corde Il poggiapiedi è stato introdotto nelle crocifissioni nella seconda metà del primo secolo, perciò questa è una crocifissione romana eseguita prima del 50 d.C. Nei polsi, i chiodi sono penertati nello spazio di Destot, fra gli otto ossicini del carpo.

In questa fotografia all’ ultravioletto è chiara l’ assenza dei pollici, che sono ripiegati nella palma della mano. Infatti il chiodo nel polso provoca un danno al nervo mediano e la comseguente paralisi del pollice. Inoltre si nota che la parte dorsale della mano e le nocche delle dita sono escoriate per lo strofinio contro la croce ruvida.

Successivame i piedi sono stati inchiodati insieme. Il sinistro sopra il destro. Direttamente sulla croce, senza un suppedaneo. Nella rigidità della morte sono rimasti nella stessa posizione, con le punte convergenti: ciò, oltre al sangue post-mortale uscito dal costato, dimostra una vera morte, non uno stato comatoso come alcuni dichiarano. Quando è stato sepolto, l’ Uomo della Sindone era certamente morto.
I romani volevano, con la crocifissione, provocare una morte lenta, dolorosa, terrificante sopratutto per chi vi assisteva. Per questo adottavano una serie di accorgimenti ritardanti la morte che permettevano al cruciario di vivere fino a circa due giorni: per esempio, un sedile o un corno posto nel centro del palo verticale dava la possibilità al condannato di °riposarsi°. Le bevande drogate (mirra e vino) e la posca (miscela di acqua e aceto) avevano il compito di dissetare, tamponare le emorragie, far riprendere i sensi, attenuare la sofferenza, mantenere sveglio il cruciario perchè gridasse e confessasse le sue colpe. Rara-mente la morte veniva accelerata; se ciò capitava era per motivi di ordine pubblico, per intervento di amici del condannato o per usanze locali. Si conoscono due metodi: il colpo di lancia al cuore e il crurifragium, cioè la rottura delle gambe. La vigilanza presso la croce era severa per scongiurare interventi di parenti o amici; l’ incarico era affidato ai soldati fino alla consegna del ca-davere o alla sua decomposizione.

E’ inconsueta la trafittura al fianco prodotta dopo la morte del condannato, anzicchè prima per provocarla: questo fatto può interpretarsi come una prova di morte avvenuta. La lancia che ha colpito fra la quinta e la sesta costola, a morte avvenuta, ha provocato là immediata fuoruscita del sangue e del siero. Pensiamo a Giovanni che dice: “ e subito ne uscì sangue e acqua °Gv 19,34).

Numerosi medici si sono interrogati sulle cause della morte del-
l’ Uomo della Sindone, la cui immagine mostra un cadavere in stato di rigor mortis. E’ sorprendente, per una ferita inflitta ad un cadavere, l’ aspetto di getto e non di colata.Infatti la macchia diverge dalla ferita e il liquida sparso non appare omogeneo, ma sembra costituito da grosse chiazze che scendono con decorso ondulato e in parte si sovrappongono; esse sono intervallate da aree di colore più chiaro: dopo la parte più densa è fuoruscita più lentamente l’ altra sostanza, il siero. E` da escludere che tale fenomeno possa essere avvenuto in un corpo ancora vivo ed è necessario analizzare le cause che possano produrre in un cada-vere un’ abbondante raccolta di sangue, sottoposta a una pressione tale da produrre una violenta fuoruscita non appena si sia provocata la lacerazione della parete del sacco che la contiene. Un’ emissione cosi abbondante di sangue e di siero in un cadavere è possibile soltanto con una morte causata dalla rottura del cuore. Attualmente i medici concordano sull’ ipotesi che l’ Uomo della Sindone sia morto per emopericardio, considerando pure che, nella grande maggioranza dei casi, l’ emoperocardio è il momento terminale di un infarto miocardico. Questo può avvenire anche in età molto giovane e in soggetti perfettamente sani. Ciò è dovuto a meccanismi biochimici che provocano spasmi più o meno prolungati in rami coronarici, sotto la spinta di violenti stress psicofisici. La migliore spiegazione per l’ abbondante fuoruscita di sangue raggrumato e siero dalla ferita del costato, visibile sulla Sindone sopratutto in fluorescenza all’ ultravioletto, si accorda dunque con l’ ipotesi dell’ emopericardio postnfartuale, come causa della morte dell’ Uomo della Sindone.

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Re: La Sindone: Esegetica e Vangelo

Messaggio  Andrea il Gio Lug 09, 2009 3:09 pm

Sepoltura

Nell’ antico testamento si dà una grande importanza alla sepol-tura. Si era tenuti a sepellire anche gli stranieri e i nemici; non
farlo era segno di una grande malvagità. Questo avveniva il più presto possibile dopo la morte, e preferibilmente il giorno stesso e questo valeva persino per i cadaveri dei criminali.


Gli ebrei consideravano contaminato tutto ciò che veniva in contatto con il cadavere. La tradizione giudaica (all’ epoca posteriore all’ esilio), manifesta una grande cura per la sepoltura. E questo pro-babilmente in base alla concezione di unà esistenza oltre la morte! Per quel che riguarda i condannati alla croce, si procedeva secondo quanto veniva stabilito dal Deuteronomio (21, 22-23): “Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu avrai messo a morte appesa ad un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere sull’ albero tutta la notte, ma lo seppelirai lo stesso giorno, perchè l’ appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il signor tuo Dio ti dà in eredità.” Giuseppe Flavio e Filone Alessandrino (I secolo) confer-mano la validità di questa regola ancora nella loto ecoca.
Per la sepoltura, secondo la Mishnah, si cominciava a lavare e ungere il corpo. I potenti erano seppelliti con le loro vesti di tela. Secondo il Talmud, anche i condannati alla pena capitale avevano l’ omaggio di un sepolcro. Si può quindi affermare che le legislazioni romana e giudaica consentivano la sepoltura dei giustiziati. Le eccezioni sono da attribuirsi a circostanze particolari o ad abusi di potere. E’ evidente che, nel periodo della dominazione romana, data la concordanza di prassi, generalmente osservata, non ci furono cambiamenti. Mosè, Mai-monide, filosofo e giurista ebreo vissuto nel XII secolo, nella sua opera dal titolo Ricapitolazione della Legge, ci dà un’ ampia do-cumentazione sugli usi funerari della sua gente a quell’ epoca. Al defunto si chiudevano gli occhi, se la bocca era rimasta aperta si utilizzava un fazzoletto, che passando sotto le mascelle e legato sopra la testa, teneva la bocca serrata; tutti gli orifizi dovevano essere otturati. Il cadavere era lavato, unto con diverse specie di aromi: capelli e peli in genere dovevano essere tagliati, quidi la salma era avvolta in una tela bianca cucita con filo di lino. I cadaveri dovevano essere integri. Secondo il codice di Legge Ebraica Kizzur Schulchan Aruch del XVI secolo, redato da Rabbi Salomone Ganzfried, chi moriva di morte violenta non veniva però lavato prima di essere sepolto nei teli di lino bianchi. Deposto dalla croce, il corpo del crocifisso è avvolto nella sindone ed è stretto esternamente con la fasciatura. Cosi preparato il corpo viene messo nella tomba.

ll lenzuolo funerario stesso mostra chiaramente la consegna immediata del cadavere ai parenti; l’ assenza di qualsiasi segno di decomposizione conferma il fatto che il contatto del corpo con il telo durò solo per un breve periodo di tempo. La presenza del sangue prova il mancato lavaggio del cadavere, giustificabile solo nel caso di una sepoltura nel contesto culturale giudaico, prima della distruzione di Gerusalemme (70 d.C.). Cosi il corpo rimase nella toma per circa 36 ore, il tempo necessario affincchè il sangue coagulato si sciolgiesse per il contatto con il panno imbevuto di aloe e la mirra. Ma questo contatto si è concluso, senza traccia di spostamento, prima che cominciasse la decomposizione del corpo.
Pietro e Giovanni corsero alla tomba dove trovarono la sindone afflosciata e svuotata. Giovanni “vide e credette” (Gv 28, 20). Per i seguaci di s. Tommaso la sindone è un testimone. Nel buio della tomba si è impressa su questo panno un’ immagine indelebile di sofferenza e di amore. Una luce di resurrezione.

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Re: La Sindone: Esegetica e Vangelo

Messaggio  chiarotta91 il Ven Lug 10, 2009 1:39 pm

Le parole di Andrea e il Vangelo di Giovanni. Una corrispondenza biunivoca non c'è altro da dire.
Il prossimo anno ci sarà l'ostensione a Torino, sarebbe una bella cosa se ci dessimo appuntamento lì................
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