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Messaggio  cassarà palma il Mar Lug 30, 2019 8:44 am

Ascoltiamo don Dolindo

La più grande carità è quella spirituale

Il mondo non intende la carità che come un soccorso materiale ed umano, ispirato dalla compassione e dal buon cuore. Non va più oltre, e perché non percepisce nella sua animalità ciò ch'è spirituale, crede persino vana ed oziosa la carità spirituale. È così che giunge a rinnegare il nome stesso della carità, e la chiama assistenza. L'assistenza è essenzialmente materiale, la carità è profondamente spirituale; l'assistenza è un ufficio burocratico sociale, la carità è invece una sorgente che scaturisce dal divino amore e si alimenta di amore nel sacrificio. L'assistenza non ha altra espansione ed altra attività che il denaro, la carità invece è tutta espansione di tenerezza fraterna, dalla quale viene anche il soccorso del denaro, ma come distillato dell'amore di Dio. Chi assiste è distante dal povero o gli si avvicina come ad un appestato di miseria; chi fa la carità è fuso all'anima del povero, lo ama, lo riguarda come Gesù Cristo sofferente, lo conforta, non ha ripugnanza dei suoi cenci, non rifugge dai con tatti che può avere con lui, ma se ne crede onorato, perché convinto che nella persona del povero serve Gesù.
L'assistenza è eminentemente sperperatrice, perché maneggia un danaro non guadagnato, di modo che lo dona dissipandolo, e spesso lo sciupa; la carità invece è amministratrice gelosa, e fa moltiplicare le sue risorse, dilatate, per così dire, dal caldo dell'amore. L'assistenza è mercenaria, e come tale non sa dividere le somme raccolte; la carità è materna e come tale ha il delicato intuito di saper moltiplicare quel che possiede, proprio come mamma che facendo le porzioni ha l'arte di renderle sufficienti e proporzionate a tutti. L'assistenza è... un poppatoio di gomma che dando, si esaurisce; la carità è come petto materno che dà anche il sangue delle sue vene, distillato attraverso il suo amore. Chi assiste ha la cassa dalla quale attinge, dona freddamente e rimane anche infastidito dalla miseria che invoca soccorso; chi fa la carità ha il cuore aperto, dona e diffonde calore, conforta, giunge all'anima, la migliora e la mette nelle mani della Divina Provvidenza. Chi è assistito può sentirsi spinto verso l'ozio, perché esige come un diritto ciò che ha; chi riceve la carità sente nel dono il profumo del sacrificio, e la stessa gratitudine che sente verso Dio spinge a non abusarne.
La più grande carità è quella spirituale, e da essa fluisce quella materiale come sovrappiù dato a chi cerca il regno di Dio e la sua giustizia. I Santi hanno curato principalmente le anime, ed hanno soccorso i corpi unicamente in vista della salvezza delle anime.
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Messaggio  cassarà palma il Lun Lug 29, 2019 9:34 am

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Le premure di Dio

Non parliamo del modo mirabile col quale veniamo all'esistenza, poiché per quanto lo si scruti, non lo si può valutare. Non parliamo della vigilanza amorosa di Dio che rifulge in ogni preveggenza del nostro organismo, tutelato, difeso, armonizzato nella sua stessa compagine. Non parliamo della stessa delicata fattura di ogni organo e di ogni più piccola cellula, della molteplicità delle funzioni di ogni nostro membro, della libertà che li domina e ne dispone; siamo egoisti, non sappiamo intendere altro che il mangiare, il bere e il vestirci; non sappiamo avere gratitudine che per coloro che ci danno benefici temporali; ci giova dunque vedere in quanti modi Dio ha preparato il nostro desco e le nostre bevande. Cominciamo almeno da questa considerazione per scuotere la nostra ingratitudine.
Se una mamma, avendo molti figli petulanti ed esigenti che le danno solo dolori, fingono di non conoscerla, la maledicono e la maltrattano, si mostra sempre vigilante per il loro bene, non la dirai tu una mamma amorosa? E se ha la dispensa piena di tutto ciò che può soddisfare i vari gusti di quei figli ingrati, se ha preparato le cose più delicate per contentarli, non la dirai una mamma premurosa, degna di amore? Ebbene, guarda Dio quanta varietà di cibi ha creato, quante varietà di frutti, di fiori, di aromi, di condimenti, da rendere il cibo adatto ai gusti più esigenti e più capricciosi.
È una cosa che dovrebbe farci piangere di commozione. Guarda quante specie di frutta in ogni stagione e quante ammirabili varietà! Quali insuperabili dolci, preparati dalla sua mano, offerti con tanta generosità, che se non si colgono, cadono da sé, quasi gareggiassero con la generosità di chi li ha creati per darli! In un sol giardino di modeste proporzioni si sono contate 360 specie di rose; pensa alla ricchezza delle famiglie delle cucurbitacee, alla frescura di un cocomero nel pieno dell'estate, alla roborante freschezza dei grappoli d'uva, ai vini svariati che se ne ricavano, i quali nell'Italia, tra i prelibati, raggiungono ben 173 specie. Pensa anche al granello di pepe, al cappero che fiorisce sulle dirute muraglie, alla cannella, alla vainiglia, al rosmarino, all'origano, a mille aromi diversi e poi ai grani, ai legumi, agli ortaggi, a tutta l'immensa varietà di quello che offre la terra. Pensa agli animali, la cui vita Dio ti cede perché te ne cibi, alla medesima provvidenza dell'uovo che la gallina ti fa, al latte che la mucca ti offre, ai grassi, alla varietà delle carni e dei pesci, a tante altre provvidenze che commuovono e fanno meravigliare.
Dovremmo stare in continua adorazione di ringraziamento per quello che Dio ci dà per ricoprirci: per le lane, le sete, i cotoni, i lini; dovremmo benedire il suo Nome per le sorgenti che scaturiscono con tanta varietà dalla brulla roccia e dalle profondità del suolo, per la diversità delle stagioni, per le provvidenze medesime del caldo, del freddo, delle piogge, delle notti, dei giorni, e non abbiamo forse un sol pensiero di riconoscenza per Dio! Come potresti mai supporre che non sia amore chi con tanto amore ti provvede? E come non ti abbandoni come figlio a chi tanto ti ama? Non senti la sua tenerezza lacrimare quasi nelle rugiade brillanti, sfavillare nei colori dei fiori, sorridere nei delicati profumi, effondersi nei doni meravigliosi della terra? Perché dubiti di un amore così documentato, ed esiti a slanciarti in Lui che ti tende le braccia in tanti modi?
Non lo senti quando solchi i mari immensi, quando voli nei cieli, quando attraversi le folte boscaglie, i campi ubertosi, i monti accesi di fiamme o imbiancati di neve? Non senti la divina generosità che ha riposto i suoi tesori anche nelle viscere della terra, che ti dona i metalli, le gemme, i marmi e le pietre per le tue dimore? Egli, intorno ad una vita fugace che innanzi all'eternità è meno di un attimo, ha costituito un servizio logistico, diciamo così, di primissimo ordine; ora tu hai fiducia nel generale che ordina i rifornimenti dell'esercito e le sue retrovie, quasi dovessero essere stabili, e non hai fiducia in Dio che ha ordinato con tanta premura la vita che passa in un lampo, e la retrovia del combattimento che deve darci la conquista eterna?
La terra è un amaro esilio, è un carcere, è una giostra, è un campo di guerra, è quanto di più penoso e scomodo possa supporsi nella vita, eppure è così arricchita, infiorata, ornata, comoda ed anche profumata di pace, ch'è difficile trovare chi voglia distaccarsene. La vita, che pure è fugacissima, è ricolma di tanti beni materiali da non essere opprimente. Le pene ci sono, ma c'è pure la notte che le fa dimenticare; le angustie sono assillanti, ma c'è pure la speranza che le rende sopportabili; le ore tristi sono molte, ma sul quadrante ci sono anche le ore luminose che fanno dimenticare le tristi.
C'è soprattutto il segreto di mutare tutte le ore tristi in ore liete, c'è l'unione alla Divina Volontà, la preghiera, l'aiuto celeste, il volto misericordioso di Maria SS., e quand'anche tutto mancasse, c'è la carità cristiana che ci sorride, la compassione degli altri che ci conforta, e il loro aiuto che ci sorregge. Insomma c'è una Provvidenza amorosissima che ci accompagna nella vita materiale, che ne tempera le prove, ne soccorre le miserie, ne allevia i dolori.
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Messaggio  cassarà palma il Sab Lug 27, 2019 4:12 pm

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Ti amo, o mio Gesù

Ti amo, o mio Gesù, nell’atto di scendere dal Cielo per incarnarti.
Ti amo nell’atto in cui fosti concepito nel seno purissimo di Maria Vergine.
Ti amo nella prima goccia di sangue che si formò nella tua Umanità.
Ti amo nel primo palpito del tuo Cuore, e segno tutti i tuoi palpiti col mio Ti amo.
Ogni istante della tua vita voglio suggellare col mio Ti amo.
Ti amo nel tuo nascere.
Ti amo nel freddo che soffristi.
Ti amo in ogni stilla di latte che succhiasti dalla tua Mamma Santissima.
Il mio Ti amo in ogni tuo vagito, in tutte le tue lacrime e pene della tua infanzia.
Faccio scorrere il mio Ti amo in tutti i rapporti d'amore che avesti con la tua Immacolata Madre.
Ti amo nei suoi carissimi baci, in tutte le parole che dicesti, nel cibo che prendesti, nei passi che facesti, nell’acqua che bevesti.
Ti amo nel lavoro che facesti con le tue mani.
Ti amo in tutti gli atti che facesti in tutta la tua vita nascosta.
Suggello il mio Ti amo in ogni tuo atto interno e nelle pene che soffristi.
Stendo il mio Ti amo su quelle vie che percorresti, nell'aria che respirasti, in tutte le prediche che facesti nella tua Vita pubblica.
Il mio Ti amo scorre nella potenza dei miracoli che operasti, dei Sacramenti che istituisti. In tutto! o mio Gesù.
Anche nelle fibre più intime del tuo Cuore, imprimo il mio Ti amo per me e per tutti.
Il tuo Volere mi fa tutto presente ed io nulla voglio lasciare in cui non ci sia impresso il mio Ti amo.
Ti amo per tutto ciò che hai compiuto per me e per tutti.
Il mio Ti amo Ti segue in tutte le pene della tua Passione, in tutti gli sputi, disprezzi, insulti che ti fecero.
Il mio Ti amo suggella ogni goccia del tuo Sangue che versasti, ogni colpo che ricevesti, in ogni piaga che si formò nel tuo Corpo, in ogni spina che trafisse la tua testa, nei dolori acerbi della crocifissione, nelle parole che pronunziasti sulla Croce.
Fin nell’ultimo tuo respiro intendo imprimere il mio Ti amo.
Voglio chiudere tutta la tua Vita, tutti i tuoi atti, nel mio Ti amo.
Voglio che ovunque Tu tocchi, possa Tu vedere e sentire il mio continuo Ti amo.
Il mio Ti amo non Ti lascerà mai: il tuo stesso Volere è la vita del mio Ti amo.
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Messaggio  cassarà palma il Gio Giu 20, 2019 5:51 pm

La confessione

La Confessione è il Sacramento della resurrezione e della vita; esso è diretto alla debolezza umana, e quindi il suo grande valore sta proprio nel ferire radicalmente la debolezza umana, e nell'eliminarla dalle basi.
La debolezza umana sta nella irriflessione della mente, per la quale la volontà scambia l'oggetto vero del bene con l'oggetto del male. È la debolezza fondamentale che produce la rovina nell'ignoranza di se stesso.
La confessione, dovendosi fare ad un uomo, è un esame accurato e riflessivo, che fa conoscere all'uomo, di fronte alla legge di Dio, la deficienza della coscienza e l'orrore del male. È l'esame accurato che ricostruisce la colpa nello spirito, che la fa ponderare senza la veemenza della passione, che ne mostra la bruttura, che fa sorgere, logicamente, il desiderio di eliminarla.
La debolezza umana sta nella presunzione e nell'orgoglio. Una colpa viene sempre attenuata con una scusa, e l'uomo difficilmente riconosce il suo torto.
La miseria dell'uomo sta nella suggestione del male, che in lui si radica, e lo rende schiavo. Il male crea tutto un edificio fantastico, che pare saldo ed incrollabile, che fa rimanere l'uomo come un incantato.
La confessione sincera toglie il male dal fondo del cuore, sradica la pianta dalle radici, e, portandola all'aria aperta, la inaridisse miseramente ma salutarmente.
Allora l'incubo svanisce naturalmente, l'incanto si dissipa, e tolte le basi dell'edificio fantastico, tutto crolla per la salvezza dell'uomo.
Accusarsi del male significa riconoscerlo come tale, significa spezzare le sue catene. Presentarlo ad un uomo che lo rimprovera e lo giudica, significa annientarlo.
L'uomo non si decide facilmente; ha una grande pigrizia nello spirito, cagionata dalla sua medesima miseria. Parlare ad un altro significa risvegliarsi dal sonno, guardare la luce, ascoltare una parola salutare, che, vivificata dalla grazia, è capace di rompere l'incanto del male.
La miseria dell'uomo sta nel suo stesso avvilimento; una macchia non curata lo spinge al disprezzo dell'ordine, ed allora la medesima degradazione lo spinge ad una novella degradazione.
Quando l'uomo è risorto così, la grazia lo ha minutamente seguito nella natura gli dà la sicurezza del bene, la calma completa, e per questo, una confessione fatta bene lascia nell'anima una grande gioia e una grande pace.
Questa pace è frutto soprannaturale della grazia ed è frutto naturale anche del lavoro compiuto. Nessuno fa un lavoro faticoso senza provarne dopo una soddisfazione, senza riguardarlo con compiacenza. L'anima riguarda sé stessa nell'ordine, si sente libera, respira come chi è uscito fuori da un naufragio, prova la soddisfazione di chi si lava dopo essere stato sporco per lungo tempo, si sente come vigorosa e fresca, ed ha così la certezza della sua giustizia.
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Messaggio  cassarà palma il Mer Giu 05, 2019 11:25 am

Ascoltiamo don Dolindo
La direzione spirituale

Don Dolindo in tutte le sue lettere, e in molti altri scritti si esprime come se fosse Cristo Gesù e la Madonna a parlare: “Gesù dice”, “Maria Immacolata dice” sullo stile dell’Imitazione di Cristo.

"La direzione" è un termine trovato dall'uomo, figli miei; io ho detto esplicitamente: "Non vogliate chiamarvi direttori sopra la terra, poiché uno solo è il vostro direttore, e sono Io".
Voi intendete per direzione il criterio particolare di un uomo, e sbagliate, poiché la direzione non è che il dichiarare con molta umiltà la mia volontà secondo la legge comune, nella via ordinaria.
Voi la direzione l'avete già ed è la mia legge; anziché perdere tempo a voler conoscere idee e criteri arbitrari di perfezione, voi dovreste imparare la mia legge ed approfondirla.
La direzione è un umile servizio prestato all'anima, non è un dominio, una superiorità. È una luce, un aiuto, un servizio, prestato in nome di Dio. Tutto quello che sa di alterigia, di orgoglio, di imposizione, serve solo a squilibrare l'anima.
Voi avete la sorte di essere illuminati da me; attingete la mia luce, figli miei, datevi a me con umiltà, diffidate di voi e vedrete come io stesso saprò dirigervi.
La Chiesa è la vostra direzione, e voi non dovete pretendere di formare fuori della Chiesa un edificio nuovo e strano, che sarebbe un'illusione.
Amatemi: ecco la regola della direzione; attingete da me nel sacerdote i lumi della fede e della pietà: guardate in alto con molta libertà di spirito e con piena semplicità.
Voi non troverete lumi veri fuori di me, figli miei, poiché nessuno può giudicarmi senza vivere intimamente di me, nessuno può comprendermi senza avvicinarsi a me filialmente.
Io vi dico: non vi preoccupate di nulla, desiderate la mia gloria, compite il vostro dovere, vivete fortemente di fede, e la vostra via sarà così chiara, che voi vi sentirete guidati da me.
La pianta che è troppo maneggiata perché cresca dritta, è sempre sterile, e corre il rischio di inaridire.
Tante regole di falsa pietà date agli uomini, hanno generato la falsa devozione fra i miei fedeli.
Non sapete voi che ad ogni momento mutate?
Regolare l'anima vostra con un criterio umano significa pretendere di guidare la gioventù con le regole dell'infanzia.
Voi mutate nell'indole, negli apprezzamenti, nei desideri.
Ogni scintilla di grazia novella vi apre un orizzonte più vasto, per il quale sono vane le regole passate. Spesso un criterio, che sembra ottimo ora, è nocivo di qui a poco.
In tutta questa vita che si sviluppa, come si può presumere di avere una regola umana di direzione?
Chi segue me non cammina nelle tenebre, ma ha la luce e la vita, e la vera direzione consiste nel saper mettere l'anima pienamente nelle mani mie.
Bendatevi, come i fanciulli; sappiate ricorrere al sacerdote come a me stesso, non vi impiccolite però nello spirito in modo da immeschinirvi, e la vostra vita passerà sicura nelle vie del pellegrinaggio terreno.
Abbiate fede in me, figli miei cari, io non vi abbandonerò mai!
Questo che vi dico può farvi trepidare, ma io non vi abbandono al giudizio soggettivo vostro od a quello umano, io vi guido e vi dirigo con i lumi mirabili che emergono dalla mia Chiesa e dai mezzi umani della salvezza.
Non temete di me, poiché io so bene per quali vie debbo condurvi.
Sono padrone di operare, e quando io voglio, vinco tutti gli ostacoli, perché io so vincere l'intimo del cuore.
Ogni volta che io ho operato universalmente, ho trovato che l'uomo aveva sostituito la mia legge con i suoi meschini criteri ed ho cominciato da Me solo.
Oggi più che mai le povere anime sono completamente isterilite, perché oggi si vive di orgoglio, ed ognuno crede di poter formare le anime col suo criterio! Intanto i mezzi veri della salvezza sono disprezzati praticamente.
Io mi farò sentire nei vostri cuori, figli miei; sono in mezzo a voi come guida e come maestro; voi non potete dubitare di me dopo le ultime prove del mio amore.
Dunque raccoglietevi in questo ambiente santo dove spira la mia soavità ed il mio amore, e formate voi la mia famiglia prediletta.
Io vi darò novelle sorprese di amore e di sapienza, e quanto maggiore è il vostro abbandono in me, tanto più io mi farò sentire a voi.
Ricordate che non può comprendermi quegli che ancora non è chiamato da me, e che il giudizio fatto dall'orgoglio e dal risentimento è sempre fallace.
Vi benedico tutti, figli miei. Voi non avete ancora compreso quali doni io vi abbia fatto… Seguitemi, poiché io sono il vostro pastore".
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Messaggio  cassarà palma il Mar Giu 04, 2019 5:55 pm

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La carità segreto di pace

Ammonire con carità i neghittosi, quelli che decadono nei loro doveri, e questo spetta particolarmente a chi sta a capo. Confortare i pusillanimi, cioè incoraggiare con la parola e con l’esempio, quelli che si scoraggiano nelle vie della virtù. Sostenere i deboli, aiutandoli, quando sono tentati dal demonio. Avere pazienza con tutti, sopportando le loro miserie e le loro debolezze. Badare di non rendere ad alcuno male per male con i risentimenti, le vendette, i dispetti, le insidie, ma fare sempre del bene l’uno all’altro e a tutti, perché la bontà vince la malevolenza altrui, e mantiene la carità.
Nelle dissensioni, perciò, bisogna essere facili alla condiscendenza ed al perdono. La carità è un grande segreto di pace e di armonia; è, diremmo, una C maiuscola e bella, che fiorisce da tante C, che sono come i petali di un grande e profumato fiore: Cedere, Concedere, Compatire, Comprendersi, Consolare, Confortare, diremmo, Coccolare chi soffre, come una mamma che fa col piccolo che piange, con grande tenerezza, riguardando Gesù paziente in chi soffre. Condurre quasi per mano con dolcezza chi… sgambetta nelle vie di Dio e non sa sostenersi; Combattere con la preghiera chi è assalito da satana; Consigliare chi è agitato da pensieri stolti che gli tolgono la pace; Carezzare le piaghe del cuore con la dolcezza di una santa letizia, con un sorriso, con un piccolo dono. Da queste C fiorisce la Carità. Essere sempre allegri santamente, per non rendere gravosa la vita comune e molto più la via della santità. L’allegrezza gioviale è un segreto di carità che può confortare quelli che sono turbati ed essere loro di sostegno nelle pene che soffrono.
Fra i mezzi per mantenersi fedeli a Dio: la preghiera.
Non cessate di pregare. La preghiera è la grande forza dell’anima, perché le attira la grazia che la sostiene. È la grande arma per combattere satana, il mondo e la carne. L’Apostolo ama rappresentare il cristiano come un combattente, difeso dalla corazza della fede e della carità, tutelato nel capo, come da un elmo, dalla speranza dei beni eterni, e già lo dicemmo. Aggiunge le armi per vincere, e queste sono le nostre armi, come cristiani, e come creature consacrate a Dio, esercito della Chiesa: Non cessare di pregare, e di pregare ringraziando Dio, cioè col supremo atto di preghiera, il sacrificio della Messa e la Comunione. Pregare, non tenendo in non cale le particolari effusioni dello Spirito Santo, che guidano, formano ed elevano l’anima.
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Messaggio  cassarà palma il Lun Mag 27, 2019 9:45 am

Non è un giudizio di tribunale

La inettezza umana ha reso tante volte un tormento questo Sacramento di pace e di amore, di pietà e di fratellanza vera, e per questo tanti ne vivono lontani!
Esso è un giudizio paterno, non è un giudizio di tribunale nel senso umano della parola, e per conseguenza deve avere come base non già l'indagine rigorosa e petulante della vita, ma l'abbandono filiale nelle mani di Dio, per mezzo del confessore.
L'esame è diretto a dare al peccatore il concetto della sua miseria, e questo non nasce dalla preoccupazione, ma dallo sguardo semplice alla propria degradazione, sguardo illuminato dalla grandezza di Dio.
La confessione delle colpe è diretta a dare al confessore il concetto della miseria del penitente, concetto che deve spingerlo a gettarlo nelle braccia del Padre celeste.
Il fondamento quindi di questa confessione è il riconoscersi lealmente peccatore, il ponderare il male fatto, a lume di logica ed a lume di fede. Quando l'anima non è persuasa del male suo, lo ripone sempre imperfettamente ai piedi del confessore e non risorge. La base quindi della confessione non è tanto il ricercare il peccato, quanto il ponderarne la miseria.
Nella parabola del figliol prodigo il giovane prima di tutto pondera la sua rovina, poi guarda la prosperità della casa paterna, e da questo paragone capisce di aver offeso il padre suo, e meglio comprende la sua grande miseria. La riflessione logica di fatto nella sua estrema povertà, gli fa comprendere la colpa commessa e lo spinge verso il padre.
È un'opera di grande misericordia far conoscere ai peccatori gli effetti deleteri di ciascuna colpa commessa, perché è solo così che lo spirito si riordina naturalmente e si dispone alla grazia. La persuasione logica è il mezzo diretto per togliere l'uomo dal male, nel quale si è gettato per una illusione di bene falso. Con questo criterio fondamentale l'anima peccatrice deve accostarsi a questo grande Sacramento.
Voi domandate: quali peccati debbono accusarsi? Fatevi guidare dal criterio del bene e dell'interesse vostro, e lo vedrete subito. Le miserie deposte si annullano, sono come delle bolle d'aria, che nel rompersi si disperdono nell’atmosfera. Sicché le colpe gravi debbono accusarsi per averne la remissione; ma le colpe leggere sono anche un male e si debbono accusare, quando il penitente non le raccoglie in un riconoscimento generale della propria miseria, che è, per queste colpe, anche una buona confessione.
Il sacerdote non deve capire come è stato fatto il peccato, ma deve ponderarne la miseria; sicché l’accusa è più diretta a questa ponderazione, che alla conoscenza del fatto specifico.
Pretendere di scendere in certe minuzie di circostanze è un errore che spesso frastorna l'anima, e le rende difficile quel profondo raccoglimento di umiliazione che deve avere.
Il confessore non deve quindi sapere quello che è estraneo all’interesse dell'anima ed agli interessi di Dio. Egli non deve presumere di avere un dominio sul penitente, ma deve stare là come un rappresentante del Signore, come un padre che accoglie il figliolo smarrito. Ogni sentimento umano, sia pure minimo, toglie a questo Sacramento quella soave intimità che restaura un cuore. Se il confessore esce fuori dal suo mandato, non rappresenta altro che la curiosità umana, ed il penitente non ha il dovere di rispondergli.
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Messaggio  cassarà palma il Ven Apr 19, 2019 6:17 am

La Passione di Gesù

Gesù Cristo innanzi a Pilato

I Romani erano soliti amministrare la giustizia per le cause criminali allo spuntare del giorno, e i principi dei sacerdoti, dopo aver condannato il Redentore, lo condussero a Pilato per la ratifica della sentenza. Accortisi però che il preside romano non era per nulla disposto a sottostare alle loro pressioni – come si rileva dal Vangelo di san Giovanni –, presentarono la causa sotto l’aspetto politico e accusarono il Redentore di sedizione, come colui che si era dichiarato Re.
Gesù era tutto sfigurato dai maltrattamenti della notte, ma il suo aspetto aveva una singolare maestà che incuteva rispetto; Pilato, vedendolo credé di avere davvero, davanti a sé, il Re spodestato dai Giudei, e glielo domandò. Dal modo come lo aveva interrogato, i principi dei sacerdoti capirono che era stato favorevolmente impressionato da Lui, e perciò cominciarono ad accusarlo in tutti i modi, per distruggere quella buona impressione. A quelle accuse, Gesù non rispose nulla.
Che cosa avrebbe potuto rispondere a calunnie architettate appositamente per condannarlo?
Avrebbe dovuto spiegare innumerevoli cose, delle quali nessuno avrebbe potuto intendere il vero significato, avrebbe parlato invano, perché i suoi nemici erano già decisi a sopprimerlo; Egli, dunque, tacque. Ma nel suo silenzio, quanta dignità, quanta maestà, quanta eloquenza d’amore che non sfuggì, inconsciamente, al preside, e suscitò in lui una grande meraviglia.
Egli era abituato ai clamorosi dibattiti dei processi criminali e, specie quando gli si portava a ratificare una sentenza di morte, sapeva, per esperienza, quanto il condannato gridasse e cercasse difendersi con tutte le sue forze; ora, invece, si trovava di fronte ad una calma maestosa, serena, amorosa e paziente che gli suscitava stupore grandissimo.
Quel silenzio, poi, era la più eloquente affermazione d’innocenza, e faceva un contrasto vivo con l’irruente odio dei sacerdoti, i quali, nel loro stesso modo di parlare, si svelavano, e manifestavano l’invidia che li ossessionava.
Il popolo assisteva con grande curiosità, come suole avvenire in simili circostanze, ma taceva; Pilato credé di capire che non c’era identità di vedute tra la moltitudine e i sacerdoti, e pensò di rendere vana la trama della congiura, appellandosi al popolo, e liberando il prigioniero con un atto di clemenza che di per sé avrebbe troncato il processo.
Durante le feste di Pasqua, in memoria della liberazione del popolo dalla schiavitù, si soleva liberare un carcerato, a richiesta di popolo; i Romani avevano mantenuto questa antichissima usanza. Ora si trovava imprigionato un pessimo soggetto, chiamato Barabba che significa: figlio del padre e, secondo alcuni codici, Gesù Barabba; era un delinquente pericoloso e prepotente che in una sedizione aveva commesso un omicidio, ed era in attesa della condanna capitale. Pilato pensò che per far liberare Gesù, da lui già conosciuto come benefattore del popolo, e che era tutto mansuetudine e carità, sarebbe bastato proporlo alla moltitudine, per la rituale liberazione, di fronte a Barabba, ladrone, sedizioso e omicida.


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Messaggio  cassarà palma il Mer Apr 17, 2019 9:42 am

La Passione di Gesù

La cattura di Gesù

Mentre Gesù ancora parlava ai suoi apostoli, Giuda si avanzò, e con lui, ad una certa distanza, una gran turba armata di spade e di bastoni, mandata dal sinedrio. Il traditore si avanzò verso Gesù e secondo il segnale che aveva dato, lo baciò per additarlo con sicurezza agli sgherri. Quel bacio fu per il Redentore un dolore inconcepibile, non solo perché menzogna spaventosamente crudele, ma perché fu come il bacio datogli dal peccato stesso. Non si può misurare che cosa sia stato il contatto della menzogna con l'eterna verità e del peccato con l'infinita santità!
Gesù Cristo non rifiutò il bacio di Giuda, anzi chiamò questi amico, in segno di misericordia, e gli domandò perché fosse venuto, per fargli ponderare il passo che aveva dato. Forse al contatto del volto divino di Gesù ed alle sue parole dolcissime, cominciò in Giuda il sentimento di profondo rimorso, che avrebbe potuto essere pentimento, e per sua colpa divenne disperazione. Egli non resistette all'interrogazione soavissima del Maestro, e poiché gli sgherri si avanzarono per catturare la vittima designata, fuggì errando per le valli in preda ad un'agitazione spaventosa.
Nel vedere i manigoldi stringersi minacciosi intorno al Signore, Pietro sfoderò una spada che aveva portato con sé proprio in previsione di un pericolo notturno, ed amputò l'orecchio destro di un servo del principe dei sacerdoti. Non aveva saputo dargli amore vigilando nella preghiera, e pretese dargli aiuto difendendolo. L'impeto che ebbe fu una vera tentazione di satana, il quale, astutissimo com'è, volle metterlo nella condizione di compromettersi con l'autorità e di essere più facilmente spinto a rinnegare il Maestro.
Satana con quell'atto inconsulto di coraggio e di zelo, lo predispose al peccato che stava per commettere, gli dette coraggio per ferire il servo, e gli tolse il coraggio per confessare il Signore! Certo l'aver ferito il servo del principe dei sacerdoti importava per lui una compromissione penale, ed egli, quando si trovò di fronte alle serve ed ai circostanti che asserivano essere lui uno dei discepoli del Redentore, negò ripetutamente perché temette di essere coinvolto con Gesù Cristo, e di poter pagare la pena della ferita fatta al servo del sacerdote. Gesù Cristo fece capire a Pietro prima, e poi a tutti quelli che lo circondavano, che quello che avveniva era precisamente il compimento delle Scritture. Se Egli avesse voluto impedirlo, lo avrebbe potuto, domandando al Padre, più che dodici uomini, dodici legioni di angeli; ma doveva svolgersi ciò che era stato predetto. Egli lasciava il corso alle libere volontà umane, dominandole non già con la forza ma utilizzando la loro stessa perversità al compimento dei disegni del suo amore. Gesù Cristo non volle dire che ciò che succedeva era fatale, ma che era stato già predetto, e che costituiva perciò una parte del disegno divino che si sviluppava fra le libere volontà degli uomini.
La fuga degli apostoli
I discepoli, che frattanto si erano radunati intorno a Gesù, attratti dall'insolito fragore delle armi, visto che Gesù non s'era difeso, né aveva permesso di difenderlo, presi dal panico, lo abbandonarono e fuggirono. Fuggirono tutti, senza eccezione; solo Giovanni poi ritornò sui suoi passi e lo seguì, e Pietro, dopo il primo sgomento, si mise appresso a Lui da lontano, per vedere dove andassero a finire quelle violenze. Lo seguiva da lontano perché il suo cuore e la sua fede erano già lontani dal suo Signore; lo seguì da lontano, proprio come quei cattolici senza vita e senza coraggio, che non sanno rendere testimonianza della loro fede, e vogliono seguire il Re divino senza compromissioni! Tutto l'amore dunque che Pietro aveva detto di avere per Gesù, s'era ridotto a questo! Ma dal seguire il Signore da lontano e rinnegarlo il passo fu breve, e Pietro dopo poco giurò di non averlo mai conosciuto, proprio quando il Maestro divino si appellava alla testimonianza dei suoi discepoli!


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Messaggio  cassarà palma il Mar Apr 16, 2019 10:40 am

La Passione di Gesù

L'istituzione dell'eucaristia

Gesù era al centro della tavola, aveva un aspetto trasumanato, divino. Il bellissimo volto era soffuso di maestà, di amore, di bontà, di pace e di una soave profonda tristezza, che era come l'ombra di quel quadro meraviglioso e lo rendeva più bello. La Divinità nascosta dalla Umanità santissima affiorava da quei lineamenti arcanamente scultorei e bellissimi; gli occhi gli rifulgevano ed in essi si rispecchiava il Cielo. Era lo Sposo dei Cantici che in quel momento si donava, apriva le porte della sua carità e stillava profumi di amore. Egli abbracciava le anime dei secoli tutti; abbracciava la sua Chiesa e le donava la sua vita. Guardò in giro i suoi discepoli ed il suo sguardo li avvolse tutti di amore, com'è avvolta dal sole nascente una brulla ed umida roccia. Essi erano meschini e poveri di spirito, non intendevano neppure quello che Egli stava per fare, ma erano suoi, e li amava immensamente. Era venuto in terra per sorreggere l'umana infermità, si donava per darle la sua vita; la stessa meschinità dei suoi Apostoli accrebbe la sua tenerezza ed Egli esclamò: "Ardentemente ho bramato di mangiare questa Pasqua con voi prima di partire". Il momento era solenne, e gli Angeli discesero dal Cielo per contemplarlo. Si compiva in quel momento il miracolo più grande di Dio, e si compiva in un momento, ad una sola parola del Verbo Umanato. Era già come trasfigurato, ma si trasfigurò ancora di più. Il suo volto era come il volto di Dio: Potenza, Sapienza ed Amore. Aveva la sicurezza di chi può tutto, la luminosità di chi tutto conosce, e tutto compie con sapienza, e la soavità di chi dona per purissimo amore. Gli Angeli trattenevano quasi la vita, e i Cieli quasi fermarono la loro armonia. Prese il pane, elevò gli occhi al Cielo, rese le grazie, cioè pregò ardentemente e ringraziò il Padre per il dono grande che dava agli uomini, spezzò il pane distribuendolo ai suoi Apostoli ed esclamò con voce di placido amore, dinanzi al quale le leggi del creato si arrestarono adoranti ed obbedirono, quasi sparendo al suo cospetto: “Questo è il mio Corpo che a voi è dato, fate questo in memoria di me”. La sostanza del pane fu come colpita dall'onnipotente parola e si dileguò, dando luogo alla sostanza del Corpo del Redentore; e poiché Egli non aveva pronunziato la sua onnipotente parola sulla quantità del pane, essa, insieme agli accidenti, rimase sospesa come velo di quella sostanza divina.
Non fu pago. S'era dato come cibo, voleva darsi anche come bevanda; aveva dato il suo Corpo intero e voleva dare, immolandosi per amore, il suo Sangue. Voleva dividerlo ad ogni costo dal Corpo, anticiparne l'effusione e perpetuarla per i secoli sino alla fine del mondo. Perciò prese il calice pieno di vino, e, dandolo ai suoi cari esclamò con la stessa parola onnipotente e transustanziante: “Questo calice è il Nuovo Testamento del Sangue mio che sarà sparso per voi”. Egli non lo spargeva: lo dava, e, dandolo sacramentalmente separato dal Corpo, lo dava come sacrificio di amore. Era proprio il suo Sangue, non un simbolo; era lo stesso che sarebbe stato sparso, non una figura. Era il Sangue del sacrificio stesso della Croce che sarebbe stato consumato tra breve per il tradimento di Giuda; e per questo, Gesù, ad eliminare ogni dubbio, soggiunse: “Del resto, ecco che la mano di chi mi tradisce e qui con me a tavola”.


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Messaggio  cassarà palma il Lun Apr 15, 2019 11:05 am

La Passione di Gesù

L'orazione nell'orto

Finita la cena, Gesù si avviò verso un orto chiamato Getsemani, cioè strettoio di olio, dove soleva raccogliersi per pregare. Doveva essere di proprietà di qualche amico o discepolo, avendovi Egli libertà di entrare. Per non contristare i suoi cari, li lasciò all'entrata dell'orto e prese con sé soltanto Pietro, Giacomo e Giovanni, raccomandando loro di vegliare con Lui, che aveva l'anima triste sino alla morte. Il testo evangelico è di una semplicità e laconicità impressionante, ma quello che ci dice dell'agonia del Signore lascia nell'animo un profondo senso di compassione, e ci concentra nel mistero della ineffabile angoscia che Egli soffrì. In quel momento si sentì gravato dai peccati passati, presenti e futuri di tutto il mondo, e ne ponderò l'orrore. Tre volte si sentì venire meno, e pregò il Padre che avesse allontanato da lui, se possibile, quel calice amaro; tre volte perché tre volte fu oppresso mortalmente: fu schiacciato sotto il peso dei peccati degli uomini, sotto il peso delle agonie e dei dolori della sua Chiesa, e sotto l'angoscia dei suoi imminenti tormenti. Quello che soprattutto lo fece agonizzare fu l'offesa di Dio, della quale ponderava tutto l'orrore, e l'ingratitudine umana verso tutte le grazie che Egli stava per versare sulla terra. La ripugnanza poi della sua umanità alla morte fu come la sintesi e il concentrato di tutta la ripugnanza umana al dolore ed alla morte, ed Egli sentì tale agonia, che, come dice san Luca (22,44), sudò vivo sangue.
La stessa agonia che soffrì gli fece fare il sacrificio di sé stesso al Padre, in un abbandono pieno alla volontà di Lui, di modo che la sua offerta fu tale sublime immolazione, che la povera mente umana non può comprenderla. Egli fu veramente carne stretta nel torchio; si sentì come stirare e spezzare i nervi ed il cuore, si sentì oppresso da tenebre interiori spaventose, accresciute in Lui, come ci dicono i santi mistici, dalle violente incursioni di satana, che tentava distoglierlo col terrore dal suo sacrificio. In quest'agonia Egli si sentì solo, poiché i suoi apostoli, presi dalla tristezza, e forse per l'umidità stessa della notte, si addormentarono. Gesù se ne lamentò specialmente con Pietro, che pur gli aveva fatto tante proteste di amore, ma essi lungi dal vigilare erano sempre più aggravati dal sonno. La terza volta che andò a svegliarli, Gesù disse loro in tono di grande amarezza: Dormite pure e riposatevi, ecco è vicina l'ora […] alzatevi andiamo: Egli volle dire loro che oramai era inutile ogni ulteriore vigilanza e non c'era più tempo per la preghiera; il pericolo era imminente, il traditore veniva già, non gli rimaneva che andare incontro alla morte.
Gesù Cristo sta nell'Orto della sua Chiesa e, nascosto nel suo Tabernacolo di amore, prega e si offre al Padre. Là Egli continua la sua agonia misticamente, e là vuole i suoi figli, perché veglino e preghino con Lui. Quale dolore per Gesù il vedere che i suoi figli dormono nella notte dei loro peccati, e sognando le chimere del mondo, lo dimenticano. Le grazie particolari che il Redentore dona a quelli che vegliano con Lui intorno ai tabernacoli santi, ed a quelli che gli fanno compagnia nell'agonia del giovedì, mostra quanto Egli abbia cara la nostra veglia amorosa.
Il mondo congiura sempre contro di Lui, l'ingratitudine umana lo tradisce, ed Egli cerca i cuori che possono consolarlo. Oh se vigilassimo con Lui, quante tentazioni vinceremmo, ed a quali altezze di perfezioni saliremmo! Noi crediamo cosa da nulla il poltrire nella nostra accidia spirituale, eppure è proprio essa la causa del nostro decadimento spirituale! Vigiliamo e preghiamo per contrapporci al mondo che vigila per tramare insidie alla Chiesa, e siamo i suoi difensori non con semplici promesse, ma con l'attività di un profondissimo amore e di un ardente apostolato.
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Messaggio  cassarà palma il Dom Apr 14, 2019 9:49 pm

La Passione di Gesù

[color=#003399]Gesù lava i piedi agli Apostoli[/color]

San Giovanni descrive ora l’amore col quale Gesù preparò la dedizione sua agli Apostoli, desideroso di purificarli per poterli vivificare.
Essi erano in grazia di Dio, eccetto Giuda traditore, ma avevano tante imperfezioni nell’anima, e poco prima, come riferisce S. Luca (22,24), avevano questionato su chi di loro sarebbe stato il più grande.
Gesù volle purificarli di quest’orgoglio con un profondo atto di umiltà, e volle correggerlo di quell’emulazione che era trascesa nell’alterco, con un atto di amorosissima carità.
Lavò loro i piedi, e certo non fece questo solo materialmente, ma nel lavarli comunicò loro una grazia interiore e li purificò. Essi che lo amavano, vedendolo umiliato ai loro piedi come un servo, si umiliarono profondamente, e furono purificati dalla loro miseria.
Fatta dunque la cena, o, come indica il testo greco di codici autorevoli, durante la cena, Gesù si raccolse tutto in Sé stesso ed apparve come trasfigurato dall’amore e dal dolore. Giuda, infatti istigato da Satana, aveva già stabilito di tradirlo, e Gesù, addoloratissimo tentò nella sua misericordia l’ultimo assalto per conquiderlo. Fu questo il primo pensiero che ebbe nel determinarsi a lavare i piedi ai suoi discepoli, e l’Evangelista a bella posta lo fa notare.
Sull’umiltà che devono avere i Capi
Giuda lo avversava perché gli pesava il suo giogo soavissimo, si urtava nel sentirlo chiamare Maestro, si ribellava al solo pensiero d’essergli sottomesso, e Gesù volle mostrarsi Egli sottomesso a lui, umiliandosi persino ai suoi piedi.
L’atto di umiltà che si accinse a fare, era tanto più meraviglioso, in quanto che Egli sapeva bene d’essere il Figliuolo di Dio, e sapeva d’andare incontro alla morte proprio per il tradimento dell’Apostolo infedele. S. Giovanni fa notare questa circostanza in modo enfatico: sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola. Lezione stupenda di misericordia e di carità a quei superiori che hanno sudditi ingrati e ribelli, ed in nome della propria dignità credono di doverli trattare con inesorabile severità. Gesù Cristo, Figliuolo di Dio, nelle cui mani era ogni potere, pur sapendo che Giuda non avrebbe corrisposto alla sua bontà, si umiliò fino a lavargli i piedi, e si umiliò innanzi a tutti i suoi Apostoli per migliorarli, e liberarli dalle loro miserie. Chi sta in alto non può sempre fare uso della sua potestà, deve sapere anche umiliarsi, e deve saper curare con la bontà l’ostinazione dei cuori che gli sono affidati.
La forza non corregge mai l’anima, benché possa disciplinare esternamente la vita, l’umiltà invece può correggere l’anima, e in ogni caso ne diminuisce sempre la perversità. Forse quando Giuda vide condannato Gesù e fu preso da un pentimento disperato del male che gli aveva fatto, il ricordo della sua umiliazione nel lavargli i piedi concorse, anzi determinò in lui quel sentimento di compassione e di sgomento, che, certo, fu l’unica nota attenuante del delitto commesso.
Giuda non si penti soprannaturalmente in modo da meritare il perdono, non confessò Gesù come Figlio di Dio, ma per lo meno lo confessò giusto ed innocente, e questo attenuò l’orrore del suo peccato. Levatosi da tavola, Gesù depose le vesti, cioè il pallio e la sopravveste che potevano essergli d’impaccio, prese un asciugatoio e se ne cinse, e, versata l’acqua in una bacinella, cominciò a lavare i piedi dei suoi Apostoli, asciugandoli col panno del quale era cinto. Com’è chiaro dal contesto, Egli andò prima da Pietro. L’Evangelista, infatti, dopo aver accennato in generale alla lavanda, scende ad un particolare che era interessante, riguardando il capo degli Apostoli.
Pietro, nel vedere ai suoi piedi Gesù, scorgendo in quell’atto stesso di umiltà la maestà divina che in Lui rifulgeva e l’amore che lo moveva, ritirando con un gesto improvviso le estremità, disse con accento di stupore e di amore: Signore, tu lavi i piedi a me? E voleva dire: Tu Maestro mio, tu pieno di maestà abbassarti fino a me, povero pescatore e povero peccatore? Il gesto di Pietro fu reciso ed energico, e Gesù lo controbilanciò con un atto di tenera persuasione dicendogli: Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo; e dovette stendere le mani per prendergli i piedi e metterli nella bacinella. Ma Pietro più energicamente li ritrasse, e col suo modo affettuosamente irruente, a troncare la questione disse: Tu non mi laverai i piedi in eterno! Gesù gli aveva detto che in appresso avrebbe capito il significato e il valore di quell’atto, cioè che dopo gliene avrebbe dato la ragione; ma Pietro, come del resto tutti gli Apostoli, voleva veder chiaro, ed in quel momento la sua ragione pretendeva imporsi al comando amoroso di Gesù. Gli Apostoli, nella loro semplicità volevano ragionare, e Pietro non ammetteva un ragionamento postumo in una degnazione che ripugnava all’amore che portava al Maestro.
Era un atto di affetto, senza dubbio, ma era anche un atto di ostinazione contro un disegno di amore, e perciò Gesù gli disse: Se non ti laverò, non avrai parte con me; e voleva dire: Se non ti purificherò cosi, non potrai partecipare al Sacramento che sto per istituire, per il quale occorre una purità piena di coscienza. Pietro però capì che se non gli avesse permesso di lavarlo, non avrebbe avuto parte nel suo regno, e sarebbe stato allontanato da Lui. Lo stesso amore lo fece cadere all’eccesso opposto, e gridò porgendogli i piedi: Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!
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Messaggio  cassarà palma il Ven Apr 12, 2019 6:11 pm

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Che cosa significa schiavitù e libertà

Chi può esprimere che cosa significhi schiavitù e libertà delle anime? Sembra una cosa facile eppure non lo è, perché in questo campo gli schiavi si credono liberi, ed i liberi sono creduti schiavi. I primi credono di essere padroni della loro volontà quando la cedono nella maniera più stolta; i secondi sono stimati avvinti dalla Volontà Divina quando Essa li lancia a volo nella libertà vera della perfezione e dell'amore soprannaturale. I cattivi dicono con orgogliosa iattanza: Faccio quello che voglio, ed in realtà sottostanno; i buoni dicono con amore: Faccio la Divina Volontà, ed in realtà sono sciolti da ogni laccio. Chi è schiavo di una passione è come un animale tra gli artigli di una belva, tenuto saldamente nell'impossibilità di muoversi e di reagire, preda della morte. La belva fa festa, ed avvinghiando la preda fa il suo banchetto; chi guardasse solo la belva, e sentisse il suo mugolare di gioia non direbbe che quello è un momento di felicità? Eppure è morte! Così è l'anima fra le false gioie delle passioni: è una preda avvinghiata, soffocata, stretta tra le zanne e divorata!
Chi si lascia attrarre dall'oggetto delle passioni crede di estasiarsi innanzi ad un oggetto di bellezza, ed è invece come una colomba ipnotizzata dal serpente. Guarda, guarda e non si accorge che la bellezza sensuale ha le fauci spalancate per divorare il candore della bellezza spirituale. Non è libero nel guardare libertinamente, è schiavo, è trascinato dalla curiosità, mentre è libero chi chiude gli occhi, lacera il libro cattivo, fugge dallo spettacolo immondo e riprende il suo volo.
La colomba sembra pavida, sta in timore dovunque si posa, e non osa beccare un granello se non frettolosamente, risollevando il capo e guardandosi intorno. Quel timore non è piccolezza, è vigilanza, non è inceppantento, è prontezza al volo liberatore. Il suo corpo snello, le sue ali artisticamente tagliate, i suoi movimenti leggeri, tutto indica che la sua dimora sulla terra è provvisoria, e che la sua vita è libertà. Plana dall'alto, si ferma, si guarda attorno, vigila, cammina come se non toccasse la terra, becca il granello e se scorge solo un'ombra che la minaccia, spicca il volo nei cieli. Così è l'anima libera della libertà dei figli di Dio, così vive nella terra; la tocca ma non ne è schiava, ci dimora ma non ne è avvinta perché non sente il peso del suo corpo: è sempre pronta al volo nelle altezze celesti, e quando spiega le ali dello spirito, nessuno può prenderla al laccio. Il quadrante di un orologio, coperto dal duro cristallo, sembra esposto all'aria libera eppure è chiuso; se lo tocco m'accorgo ch'è difeso, non imprigionato, traspare tutto, potrebbe dirsi che trasparendo sta tutto al di fuori, eppure è tutto chiuso, anzi è difeso fin dalla polvere. Che cosa diventerebbe un orologio senza cristallo, posto in tasca da chiunque? Cadrebbero contorti gl'indici e non segnerebbe più l'ora. La Legge di Dio non opprime, ma tutela, ed impedisce la manomissione dell'anima: questa è libera, traspare tutta com'è, perché la Legge non la oscura, ma la tutela, e la fa essere come quadrante luminoso che segna nella vita mortale le ore di Dio, il tempo che gli appartiene. Può dirsi in un altro senso che l'anima schiava di falsi ideali, è come chiusa in una prigione di cristallo sembra nella libera luce ed è chiusa da ogni parte; i suoi ideali sono sogni, poiché quando vorrebbe volare urta nella dura realtà della prigionia di tutte le sue potenze, strette da un velo che sembra evanescente ed è più duro del sasso. L'anima libera in Dio, guarda con pace le tempeste della vita, poiché è custodita: l'anima schiava di falsi ideali guarda con invidia i voli veri dello spirito, perché è prigioniera.
O Gesù, che morendo ci hai ridonati alla libertà dei figli di Dio, abbi pietà dei poveri schiavi delle passioni, ed accetta ogni preghiera del Santo Sacrificio come supplica di liberazione. Qui, sull'Altare, Tu rinnovi cruentemente il tuo olocausto di amore, e qui rinnova in noi la tua vittoria sui vincoli della morte che ci tengono ancora schiavi!
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Messaggio  cassarà palma il Gio Apr 11, 2019 12:47 pm

Le restrizioni nel cibo nei tempi di penitenza

Chi mangia un cibo proibito dalla legge positiva non lo mangia come un alimento qualunque, ma disprezza un precetto della suprema autorità stabilita da Dio sulla terra, e fa uscire, precisamente dal suo cuore, le mortali esalazioni della colpa che contamina l’uomo. La sua ribellione è per il cibo come un veleno mortale che lo rende dolorosamente nocivo per l’anima. Chi mangia ciò che la Legge proibisce, poi, lo fa per ingordigia, e con ciò stesso si contamina, benché il cibo, moderatamente preso, di per sé non possa macchiare il cuore; non lo macchia il cibo ma la sua cattiva volontà.
Solo gli animali non hanno legge di restrizioni nel cibarsi all’infuori di quelle che impone loro la particolare natura che hanno; così un ruminante non sarà mai un carnivoro né un carnivoro un ruminante. La Chiesa, imponendoci delle restrizioni nel cibo in determinati tempi di penitenza, non ci dà una legge di oppressione, ma ci eleva in alto e, in quelle piccole privazioni, rende angelica, per così dire, la nostra povera natura. È allora che l’uomo, dominando i suoi sensi, si ricorda efficacemente di avere un’anima immortale e di tendere alla vita immortale.
È penoso pensare che, nel mangiare a capriccio qualunque cibo, si credono immuni dalle macchie proprio quelli che ingeriscono con facilità qualunque peccato, cioè gli adulteri, gli omicidi, i ladri, quelli che nutrono cattivi pensieri e i bestemmiatori; è logico che sembri loro innocente la trasgressione di una legge positiva, di fronte alle trasgressioni delle più sacre leggi divine, delle quali fanno scempio.
Ridotti al disotto del livello dei bruti non sanno intendere il valore di certe penitenze. Se non mangi carne il venerdì lo fai per gratitudine a Gesù immolato per te; rifuggi anche dall’ombra del sangue in quel giorno che ricorda l’effusione del Sangue divino per amore, e rendi amore per amore, ingentilendo l’anima tua. Se digiuni nella vigilia, lo fai per essere più vigilante nell’anima quasi volessi trasumanarti per partecipare alla festa che segue con l’anima più pura e più capace delle gioie celesti. Se digiuni in Quaresima, ti unisci al digiuno del Redentore, e nei momenti di penitenza ti senti quasi liberato dal peso del corpo, mentre l’anima si eleva a Dio. Come avrebbe potuto, Gesù Cristo, parlare contro il digiuno se Egli stesso ne diede l’esempio? E come può l’anima pretendere di non essere macchiata dal cibo, quando si ribella alla Chiesa e osa manometterne l’autorità? Invece di ricordare a modo proprio le parole di Gesù Cristo sul cibo, i fautori dell’ingordigia dovrebbero ricordare quelle altre parole: Se non farete penitenza, perirete.
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Messaggio  cassarà palma il Mar Apr 09, 2019 10:54 am

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Noi siamo dei grandi infelici

Noi siamo dei grandi infelici; ci fabbrichiamo le case eleganti con tutte le comodità più raffinate, ci formiamo gl’idoli per riempire la vita, e siamo pronti innanzi ad una creatura, ad un obbrobrio d’impurità, ad un divertimento materiale e disordinato, ad un desco succulento, per trarne una stilla sola di felicità, e non ne ricaviamo che torrenti di assenzio. Le sventure si accumulano sulle sventure, il vuoto spaventoso si forma in noi, un vuoto che giunge fino a farci riguardare l’eternità come un abisso oscuro, e la nostra ultima meta come un’incognita desolante.
Siamo nelle case eleganti come staremmo in una prigione tormentosa; non ci dice più nulla la creazione con tutte le sue bellezze inestimabili; siamo degli annoiati, nervosi, eccitabili, di tormento a noi e agli altri: erriamo come ubbriachi per le vie del mondo, perché siamo peccatori e ci manca la vita.
Dio ci richiama alla realtà in tanti modi, ma noi non lo ascoltiamo, e cerchiamo la felicità in sempre nuove e raffinate risorse di materia e di senso che accrescono la nostra infelicità. Abbiamo i termosifoni e non ci riscaldiamo, ma soffochiamo perché in quel caldo l’anima è agghiacciata; abbiamo le verande e i panorami, ma non vediamo nulla, perché l’anima è accecata; abbiamo i cibi ricercati ma non ci satolliamo, perché l’anima manca del pane di vita; siamo immersi nelle armonie della musica, ma non ce ne sentiamo penetrare il cuore perché esso è disarmonizzato dal peccato; quelle musiche sono frastuoni perché ci assordano e non ci trasportano sulle loro delicate vibrazioni fino al trono di Dio.
Siamo peccatori, ed il peccato è il più spaventoso deformatore della nostra vita, è la terribile forza dissolvitrice che ci porterà sino al completo sfasciamento della vita della terra, e sino all’eterna rovina.
Il Signore non potrà tollerare indefinitamente la nostra scelleratezza, e verrà Lui stesso a giudicarci. Egli sarà testimone contro di noi, e lo sarà dal Tempio santo della sua gloria quando verrà a giudicarci. Prima scenderà a noi con le ultime tribolazioni che colpiranno la terra, e allora veramente le montagne si dissolveranno sotto di Lui, e le valli si consumeranno come cera innanzi al fuoco e come acque che scorrono per un declivio. Le città più superbe si dissolveranno, tutto sarà ridotto come un mucchio di pietre fumanti, e sulla rovina universale si eleverà il Signore come giudice di tutti, per dare a ciascuno quello che si sarà meritato.
Umiliamoci innanzi a Dio e domandiamogli perdono dei nostri peccati; facciamo penitenza e non siamo sordi ai richiami che Egli continuamente ci fa; volgiamo gli occhi al Redentore, usufruiamo dei doni immensi che ci ha fatti, e cerchiamo in Lui e per Lui le vie della felicità e della vita.


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Messaggio  cassarà palma il Mer Apr 03, 2019 10:13 am

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Tutto è misericordia, bontà, pace!

Come fa l'agricoltore quando vuole che una pianta inferma e sterile rinasca? Egli non la percuote, non la maltratta, non la sradica dal terreno, ma dopo averla concimata, dopo averla aspersa del suo sudore, innesta la pianta ad un germe vivo, e congiunge questo germe alla pianta con l'acqua.
È un battesimo di misericordia anche questo, perché quell'acqua congiunge l'innesto alla pianta, la pianta all'innesto e la rende novellamente viva, fruttifera, buona, e la ridona alla vita che si era fatta selvaggia.
Voi non vedete ora quale armonia mirabile c'è in ogni fonte dalla quale viene a voi la grazia e la misericordia, ma nel Cielo rimarrete stupefatti di tanto amore, che è tutto misericordia, bontà, pace!
Quando Gesù ha innestato a Sé la pianta inselvatichita e sterile, la fortifica. Egli che si rese come acqua di vita eterna, si diffonde come olio nella sua creatura e la conferma, la profuma di Sé stesso col balsamo suo.
Le rinfaccia forse la debolezza che questa povera creatura ha nella carne e nello spirito? Egli invece la nobilita adornandola sulla fronte della Croce sua, fecondandola con la grazia dello Spirito Santo, profumandola di Sé stesso. Così la schiava si è fatta regina, e la misericordia annulla la miseria, ed il piccolo atomo si congiunge alla vita di Dio, stabilendo con Lui un sublime commercio: la grazia discende nella creatura, lo Spirito Santo la feconda, ed essa fiorisce, ed il suo nardo manda il suo profumo.
Per la Cresima la creatura diventa attiva nei piani della Provvidenza di Dio, e, pellegrina in un campo di prova, diventa forte, combatte nel nome di Dio, lo glorifica col coraggio cristiano, lo adora e lo ama con la vita interiore.
Gesù non si contenta di questo, ma Egli stesso discende nella sua creatura per alimentarla, per renderla tutta vivente in Lui! Si fa suo cibo e sua bevanda, perché tutta la vita di questo piccolo atomo sia nobilitata in Lui! Egli non può alimentarvi senza possedervi, ed allora la misericordia trionfa, perché nella carne vive lo spirito, nell'uomo vive Dio, nella miseria trionfa la grandezza, nella povertà l'infinita ricchezza. Un'anima che riceve Gesù vivo e vero è un'armonia ammirabile; diventa tutta un cuore, dirò così, tutta una fiamma d'amore non per lei stessa, ma perché la vita di Gesù la trasforma tutta. Così la natura fiacca, incapace di fare germinare in sé la grazia di Dio, incapace di rispondere coll'amore di Dio, vive in Gesù, vive di Gesù, e per Lui parla, per Lui ringrazia, per Lui supplica, per Lui ama!
Gesù buono vi tiene forse in distanza da Sé? Si mostra nella sua maestà? Regna nello splendore dell'oro, delle gemme, della potenza, del timore?
Egli invece si fa cibo, ed il segreto del suo dominio non sta nello schiacciare, ma nell'elevare; non sta nel far comparire la piccolezza vostra, ma nell'annientarla; non sta nel guardarvi a distanza, ma nel penetrarvi, nell'amarvi, nel baciarvi col bacio della misericordia!  v


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Messaggio  cassarà palma il Lun Apr 01, 2019 7:30 pm

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Che cosa significa schiavitù e libertà

Chi può esprimere che cosa significhi schiavitù e libertà delle anime? Sembra una cosa facile eppure non lo è, perché in questo campo gli schiavi si credono liberi, ed i liberi sono creduti schiavi. I primi credono di essere padroni della loro volontà quando la cedono nella maniera più stolta; i secondi sono stimati avvinti dalla Volontà Divina quando Essa li lancia a volo nella libertà vera della perfezione e dell'amore soprannaturale. I cattivi dicono con orgogliosa iattanza: Faccio quello che voglio, ed in realtà sottostanno; i buoni dicono con amore: Faccio la Divina Volontà, ed in realtà sono sciolti da ogni laccio. Chi è schiavo di una passione è come un animale tra gli artigli di una belva, tenuto saldamente nell'impossibilità di muoversi e di reagire, preda della morte. La belva fa festa, ed avvinghiando la preda fa il suo banchetto; chi guardasse solo la belva, e sentisse il suo mugolare di gioia non direbbe che quello è un momento di felicità? Eppure è morte! Così è l'anima fra le false gioie delle passioni: è una preda avvinghiata, soffocata, stretta tra le zanne e divorata!
Chi si lascia attrarre dall'oggetto delle passioni crede di estasiarsi innanzi ad un oggetto di bellezza, ed è invece come una colomba ipnotizzata dal serpente. Guarda, guarda e non si accorge che la bellezza sensuale ha le fauci spalancate per divorare il candore della bellezza spirituale. Non è libero nel guardare libertinamente, è schiavo, è trascinato dalla curiosità, mentre è libero chi chiude gli occhi, lacera il libro cattivo, fugge dallo spettacolo immondo e riprende il suo volo.
La colomba sembra pavida, sta in timore dovunque si posa, e non osa beccare un granello se non frettolosamente, risollevando il capo e guardandosi intorno. Quel timore non è piccolezza, è vigilanza, non è inceppantento, è prontezza al volo liberatore. Il suo corpo snello, le sue ali artisticamente tagliate, i suoi movimenti leggeri, tutto indica che la sua dimora sulla terra è provvisoria, e che la sua vita è libertà. Plana dall'alto, si ferma, si guarda attorno, vigila, cammina come se non toccasse la terra, becca il granello e se scorge solo un'ombra che la minaccia, spicca il volo nei cieli. Così è l'anima libera della libertà dei figli di Dio, così vive nella terra; la tocca ma non ne è schiava, ci dimora ma non ne è avvinta perché non sente il peso del suo corpo: è sempre pronta al volo nelle altezze celesti, e quando spiega le ali dello spirito, nessuno può prenderla al laccio. Il quadrante di un orologio, coperto dal duro cristallo, sembra esposto all'aria libera eppure è chiuso; se lo tocco m'accorgo ch'è difeso, non imprigionato, traspare tutto, potrebbe dirsi che trasparendo sta tutto al di fuori, eppure è tutto chiuso, anzi è difeso fin dalla polvere. Che cosa diventerebbe un orologio senza cristallo, posto in tasca da chiunque? Cadrebbero contorti gl'indici e non segnerebbe più l'ora. La Legge di Dio non opprime, ma tutela, ed impedisce la manomissione dell'anima: questa è libera, traspare tutta com'è, perché la Legge non la oscura, ma la tutela, e la fa essere come quadrante luminoso che segna nella vita mortale le ore di Dio, il tempo che gli appartiene. Può dirsi in un altro senso che l'anima schiava di falsi ideali, è come chiusa in una prigione di cristallo sembra nella libera luce ed è chiusa da ogni parte; i suoi ideali sono sogni, poiché quando vorrebbe volare urta nella dura realtà della prigionia di tutte le sue potenze, strette da un velo che sembra evanescente ed è più duro del sasso. L'anima libera in Dio, guarda con pace le tempeste della vita, poiché è custodita: l'anima schiava di falsi ideali guarda con invidia i voli veri dello spirito, perché è prigioniera.
O Gesù, che morendo ci hai ridonati alla libertà dei figli di Dio, abbi pietà dei poveri schiavi delle passioni, ed accetta ogni preghiera del Santo Sacrificio come supplica di liberazione. Qui, sull'Altare, Tu rinnovi cruentemente il tuo olocausto di amore, e qui rinnova in noi la tua vittoria sui vincoli della morte che ci tengono ancora schiavi!


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Messaggio  cassarà palma il Sab Mar 30, 2019 9:34 am

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L’ascolto della parola di Dio, fonte di salvezza

Il Signore ci manda nella vita assegnando a ciascuno una missione per la sua gloria. Noi, dolorosamente fuggiamo dal suo cospetto rifiutando di fare la sua Volontà, corriamo verso il piacere, ed incorriamo nelle tempeste della vita. Il contrasto della nostra volontà con quella di Dio produce il peccato, il peccato cagiona le sventure, e queste non cessano se non quando l’anima si getta in pieno nel mare della divina misericordia, accettando l’espiazione dei propri falli.

Giona fu inghiottito da un mostro, e questo che sembrò per lui l’estrema sciagura, lo condusse invece al compimento della Divina Volontà. Così avviene a noi: le tribolazioni, quasi mostri del mare della vita, c’inghiottono non per rovinarci, ma per ridonarci alla riva dell’eterna pace, dove è piena la felicità perché è pieno l’abbandono nella Divina Volontà, che ci dà il godimento del suo Amore.

Ascoltiamo la voce di Dio, e persuadiamoci che senza la penitenza dei nostri peccati noi periamo. Discendiamo dal trono del nostro orgoglio, deponiamo gli abiti della nostra depravazione, digiuniamo mortificando i nostri sensi, e supplichiamo così l’infinita misericordia di Dio a perdonarci ed a salvarci. Oggi l’umanità rifugge dalla penitenza, eppure essa è e rimane sempre un grande segreto di vita soprannaturale, ed un grande segreto di celesti benedizioni.

Guardiamo Gesù Cristo; Egli, mandato dal Padre, obbedì sino alla morte; per salvarci si fece sommergere nel mare della dolorosa Passione; per ridonarci la vita e la resurrezione morì e stette tre giorni nel seno della terra; per illuminarci mandò gli Apostoli a predicare la sua parola, e ne diede alla Chiesa il deposito; per risanarci ci dona il suo Sangue prezioso, nel quale ci monda, facendoci scampare all’eterna perdizione.

Viviamo con Gesù, di Gesù e per Gesù, e raccogliamo i tesori che Egli ci ha dati con la Redenzione; viviamo come Lui, amando Dio sopra tutte le cose e sospiriamo per Lui all’eterno riposo. Confidiamo in Dio che è clemente nel compatirci, misericordioso nel perdonarci, paziente nel tollerare le nostre miserie, compassionevole nel risanarle e generoso nel perdonare le nostre trasgressioni. Impariamo dalla sua misericordia ad essere clementi e misericordiosi verso i peccatori e non pretendiamo di voler risanare il mondo coi fulmini dell’ira nostra. Siamo tutti peccatori, ma per tutti è morto Gesù Cristo, e se Egli ha usato misericordia a tutti, anche noi dobbiamo essere misericordiosi e pazienti. Sospiriamo al regno di Dio, e viviamo in modo da conquistarlo con le nostre medesime pene, poiché questa è la nostra ultima meta: l’eterna felicità.





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Messaggio  cassarà palma il Gio Mar 28, 2019 11:40 am

Confidiamo nella potenza della Croce

Annientatevi, umiliatevi, riconoscendovi nullità e peccato, ai piedi della Croce, poiché voi l'avete fabbricata con i vostri peccati. Non aspirate a grandezze spirituali, ai privilegi, ai primi posti, ma umiliatevi, poiché lo sguardo divino non si ferma che sulla umiltà. Confidate, soprattutto confidate nella potenza della Croce e pigliatela come arma, come ricchezza, come forza. Se non diventate figliuole della Croce voi non farete mai nulla di bene e sarete sempre anime sterili e vuote. Dovete immedesimarvi con la Croce – dirò così – dovete gloriarvi solo del Crocifisso Gesù. Rimanete perciò ai piedi della Croce con la meditazione della Passione.
Quando il demonio penetra nella vostra fantasia per turbarla, fugge quando vi trova l'immagine della Croce, e ve la trova quando voi, meditando la Passione, ve la raffigurate con i fantasmi della morte.
Quando il demonio penetra nel cuore per suscitarvi l'amore delle creature, fugge se vi trova piantata la Croce, e ve la trova quando il cuore geme di compassione per Gesù sofferente!
Quando il demonio penetra nella mente per turbarla con tentazioni intellettive, con errori, fugge se vi trova la Croce, e ve la trova quando voi vivete della sapienza della Croce che è stoltezza innanzi agli uomini.
Quando il demonio cerca di turbare il corpo, i sensi, fugge se lo trova segnato dalla Croce, se lo trova tinto del Sangue di Gesù. Dalla Croce sua Gesù vi ammanta del suo Sangue, Gesù vi arricchisce con i meriti suoi e tutta l'anima vostra diventa un cantico di amore a Dio solo!
Persuadetevi che senza una devozione grande, continua, tenera alla Passione di Gesù non è possibile camminare per la via di Dio, ed ogni dono celeste isterilisce nel cuore dove non vi è piantata la Croce! La vostra missione cristiana anche oggi deve essere quella di piantare dovunque la Croce di Gesù, affinché le creature sentano fame di Lui e se ne cibino, sentano il suo amore e lo glorifichino.


 


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Messaggio  cassarà palma il Mar Mar 26, 2019 8:52 am

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Nella vita non è possibile una vera felicità

Noi aspiriamo ad una felicità che nel mondo non arriviamo mai a conseguire, perché qui non c’è gioia che non sia mescolata ad una amarezza. Voi andate in campagna e siete tutti allegri? Ecco che vi si versa addosso il vino, si rompe un piatto, avete una sgridata, e la contentezza è finita! Voi avete un vestito nuovo, e vi pare di essere un professore con quell’abito; ...vi cade addosso l’inchiostro e la felicità del vestito è finita. Voi ottenete di andare a vedere il cinematografo, e saltate per la casa dalla gioia. Ci andate e vi viene il sonno perché è sera.
Anche nelle più piccole cose la felicità terrena viene sempre intorbidata da un dolore: voi avete appetito, la mamma vi ha dato il bel piatto fumante; lo mangiate avidamente e vi scottate la lingua! Chi è che ha trovata la sua felicità sulla terra?
Sentite questo fatto: c’era una volta un re che voleva trovare il segreto per essere felice; con tutte le ricchezze che aveva, con tutti gli onori si reputava sempre un infelice e non trovava pace. “Maestà – gli disse un sapiente – andate girando per il vostro regno da sconosciuto e se trovate un uomo felice, fatevi dare la sua camicia ed indossatela!”. Il re partì vestito da pellegrino ed arrivò nei pressi di un palazzo tutto illuminato, che risonava di canti e musica. Pensò e disse fra sé: “Qui ci sarà qualche persona felice!”. Salì sopra e chiamò il padrone di casa. “Io mi sono accorto – gli disse – che voi siete un uomo felice”. “Ah! – rispose l’altro – se sapeste quante amarezze mi costa questa festa! Ho dovuto farla, ma domani mi scade un debito grosso che non so come pagare”. Il re se ne andò sconfortato, e proseguì oltre nel suo viaggio.
In una amena campa­gna tutta fiorita, che sembrava il regno della pace, vide una casetta, smarrita nel verde del campo come un gioiello. Si avviò verso di quella parte, salì le scale tutte ornate di piante, e vi trovò un marito ed una moglie. “Come state bene qui voi!  –  esclamò – io credo che avete trovato il segreto della pace”. “Sì – rispose la donna – l’avrei trovato io, ma ho davanti questo birbante che mi fa arrabbiare dalla mattina alla sera”. L’uomo si alzò per batterla, successe un vivace contrasto ed il re anche questa volta se ne andò sconfortato.
Lo stesso gli successe in molte altre occasioni, finché non incontrò un povero tutto lacero, che mangiava una scodella di legumi, e mangiando canterellava. “Buon uomo, come è che canti mentre sei così povero?”. Ed egli: “Mi sento felice perché faccio la volontà di Dio”. “Vorresti tu darmi la camicia tua? Te la pago pure mille lire”. “Ve la darei, ma sono tanto povero che non ho neppure la camicia!”.
Il re si persuase che la felicità non si trova sulla terra nelle ricchezze e negli onori e ritornò alla sua città per fare la volontà di Dio. Noi siamo sulla terra di passaggio, siamo come in una ferrovia e camminiamo sempre. Ditemi, chi sta in ferrovia può portare appresso tutte le comodità che desidererebbe? Non lo può e deve subire un disagio anche quando va in prima classe. Non è dunque sulla terra e nelle cose della terra che si trova la felicità! Ve lo ripeto: tutto è cosparso di amarezza quaggiù; se non mangiate avete fame; se mangiate avete peso di stomaco. Se rimanete in casa vi annoiate; se uscite vi seccate. Se non andate a scuola vi viene il desiderio di seguire i compagni che ci vanno, e se ci andate siete impazienti di uscirne. Un ricco teme di perdere quello che ha, un povero desidera quello che non ha! Anzi i più infelici sono proprio quelli che vanno nelle carrozze di gala, che nuotano nell’abbondanza e nel piacere; essi sono i più agiati nella vita, ed ogni gioia è per loro un tormento... Il Signore ci ha fatti per sé ed il nostro cuore è irrequieto finché non riposa in Lui solo.  


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Messaggio  cassarà palma il Lun Mar 25, 2019 6:14 pm

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Due ostacoli interni alla vita della Chiesa

Non è superfluo il riflettere novellamente che la Chiesa è formata di uomini, e che Dio nulla toglie ad essi della loro libertà e della loro volontà, anche se stanno all'apice della gerarchia. La vita degli uomini che formano o che reggono la Chiesa non toglie nulla allo splendore delle sue note caratteristiche, ma può influire sulla diffusione delle grazie soprannaturali che Dio spande sul suo popolo. Quello che si dà per virtù dell'atto soprannaturale, non è interamente diviso dalla perfezione del canale per il quale la grazia si comunica, e quindi la cattiva vita di chi è Ministro di Dio influisce molto sull'assorbimento delle misericordie divine da parte dei fedeli. È una verità poco considerata, ed è dannoso che un'anima, insignita della potestà divina del Sacerdozio, riposi troppo sull'opere operato.
Dio non ci rende mai strumenti puramente passivi delle sue grazie, lascia a noi anche in questo la libertà di cooperare alle sue misericordie. Certamente un cuoco sudicione non muta la natura del cibo che ti dà, ma se fosse pulito, lo renderebbe più gradito, e lo farebbe mangiare più volentieri. Un impiegato di banca disordinato e lacero nei suoi abiti, non influisce sul valore dei biglietti da mille che dà, ma rende diffidente il cliente il quale può anche supporlo un falsificatore. Si cammina lo stesso in una strada fangosa, ma si ha il passo più svelto in una strada pulita, ombreggiata e profumata dai fiori. Il Signore dà tante ricchezze concomitanti a quelle che si hanno per i Sacramenti, tante illuminazioni interne, tante unzioni speciali di grazia, che vuole comunicare per lo stesso suo Ministro, per decoro della missione che gli dà, per divina signorilità, per renderlo in certo modo fontana di grazie; quando il Ministro è indegno, tutta questa ricchezza è sperperata.
Il Sacerdote quindi ha il dovere di essere santo e d'imitare in questo Maria SS. La Vergine benedetta non ha dato solo il suo Corpo verginale perché lo Spirito Santo vi formasse il Corpo del Re d'Amore, ma ha dato la sua anima, il suo cuore, la sua vita, con tale esuberante pienezza, da essere Essa stessa una fontana di grazia e di benedizioni. Più il Sacerdote è di Dio e più zampilla da Lui la grazia, più è santo e più diventa canale di speciali misericordie che vivificano le anime e le rendono più familiari col Signore. La vita santa del Sacerdote è il condimento del cibo celeste, è l'aroma che lo rende più gradito, è il sale che lo rende più assimilabile.
Da questo principio ne viene come logica conseguenza che la vita della Chiesa può essere influenzata ed è influenzata dalla vita dei suoi ministri. Tutto dev'essere soprannaturale in questo meraviglioso organismo, perché la Chiesa è immagine viva dell'ineffabile mistero di Dio, è il riflesso del seno del Padre che genera il Verbo, del Verbo che glorifica il Padre, e dello Spirito Santo che è l'Amore infinito del Padre e del Figliolo. La Chiesa è principio di vita, è sapienza divina, è amore divino; dona la vita soprannaturale, la sapienza eterna, l'amore eterno; in questa sublime armonia ogni attività, ispirata a vedute umane, è una stonatura che non la distrugge, è vero, ma impedisce che essa si spanda per l'aria serena in tutta la sua placida e vigorosa pienezza. Tutto quello che nella Chiesa appare deficiente al povero occhio umano, è dovuto a queste interferenze naturali nella luce soprannaturale. Il Signore, che nell'eternità svelerà tutto il mistero della storia della Chiesa, giustificherà certi periodi oscuri di quella storia, che sembrarono confinare con le miserie di un regno terreno, prospettando queste interferenze umane, come ombre che non annebbiarono il sole smagliante, tanto lontano dall'atmosfera terrena, ma che rivelarono la pienezza assoluta di quell'umana libertà attraverso la quale Egli operò da trionfatore.  






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Messaggio  cassarà palma il Dom Mar 24, 2019 9:33 am

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Le premure di Dio per la vita corporale

Non parliamo del modo mirabile col quale veniamo all'esistenza, poiché per quanto lo si scruti, non lo si può valutare. Non parliamo della vigilanza amorosa di Dio che rifulge in ogni preveggenza del nostro organismo, tutelato, difeso, armonizzato nella sua stessa compagine. Non parliamo della stessa delicata fattura di ogni organo e di ogni più piccola cellula, della molteplicità delle funzioni di ogni nostro membro, della libertà che li domina e ne dispone; siamo egoisti, non sappiamo intendere altro che il mangiare, il bere e il vestirci; non sappiamo avere gratitudine che per coloro che ci danno benefici temporali; ci giova dunque vedere in quanti modi Dio ha preparato il nostro desco e le nostre bevande. Cominciamo almeno da questa considerazione per scuotere la nostra ingratitudine.
Se una mamma, avendo molti figli petulanti ed esigenti che le danno solo dolori, fingono di non conoscerla, la maledicono e la maltrattano, si mostra sempre vigilante per il loro bene, non la dirai tu una mamma amorosa? E se ha la dispensa piena di tutto ciò che può soddisfare i vari gusti di quei figli ingrati, se ha preparato le cose più delicate per contentarli, non la dirai una mamma premurosa, degna di amore? Ebbene, guarda Dio quanta varietà di cibi ha creato, quante varietà di frutti, di fiori, di aromi, di condimenti, da rendere il cibo adatto ai gusti più esigenti e più capricciosi. È una cosa che dovrebbe farci piangere di commozione. Guarda quante specie di frutta in ogni stagione e quante ammirabili varietà! Quali insuperabili dolci, preparati dalla sua mano, offerti con tanta generosità, che se non si colgono, cadono da sé, quasi gareggiassero con la generosità di chi li ha creati per darli! In un sol giardino di modeste proporzioni si sono contate 360 specie di rose; pensa alla ricchezza delle famiglie delle cucurbitacee, alla frescura di un cocomero nel pieno dell'estate, alla roborante freschezza dei grappoli d'uva, ai vini svariati che se ne ricavano, i quali nell'Italia, tra i prelibati, raggiungono ben 173 specie. Pensa anche al granello di pepe, al cappero che fiorisce sulle dirute muraglie, alla cannella, alla vaniglia, al rosmarino, all'origano, a mille aromi diversi e poi ai grani, ai legumi, agli ortaggi, a tutta l'immensa varietà di quello che offre la terra. Pensa agli animali, la cui vita Dio ti cede perché te ne cibi, alla medesima provvidenza dell'uovo che la gallina ti fa, al latte che la mucca ti offre, ai grassi, alla varietà delle carni e dei pesci, a tante altre provvidenze che commuovono e fanno meravigliare.
Dovremmo stare in continua adorazione di ringraziamento per quello che Dio ci dà per ricoprirci: per le lane, le sete, i cotoni, i lini; dovremmo benedire il suo Nome per le sorgenti che scaturiscono con tanta varietà dalla brulla roccia e dalle profondità del suolo, per la diversità delle stagioni, per le provvidenze medesime del caldo, del freddo, delle piogge, delle notti, dei giorni, e non abbiamo forse un sol pensiero di riconoscenza per Dio! Come potresti mai supporre che non sia amore chi con tanto amore ti provvede? E come non ti abbandoni come figlio a chi tanto ti ama? Non senti la sua tenerezza lacrimare quasi nelle rugiade brillanti, sfavillare nei colori dei fiori, sorridere nei delicati profumi, effondersi nei doni meravigliosi della terra? Perché dubiti di un amore così documentato, ed esiti a slanciarti in Lui che ti tende le braccia in tanti modi?
Non lo senti quando solchi i mari immensi, quando voli nei cieli, quando attraversi le folte boscaglie, i campi ubertosi, i monti accesi di fiamme o imbiancati di neve? Non senti la divina generosità che ha riposto i suoi tesori anche nelle viscere della terra, che ti dona i metalli, le gemme, i marmi e le pietre per le tue dimore? Egli, intorno ad una vita fugace che innanzi all'eternità è meno di un attimo, ha costituito un servizio logistico, diciamo così, di primissimo ordine; ora tu hai fiducia nel generale che ordina i rifornimenti dell'esercito e le sue retrovie, quasi dovessero essere stabili, e non hai fiducia in Dio che ha ordinato con tanta premura la vita che passa in un lampo, e la retrovia del combattimento che deve darci la conquista eterna?
La terra è un amaro esilio, è un carcere, è una giostra, è un campo di guerra, è quanto di più penoso e scomodo possa supporsi nella vita, eppure è così arricchita, infiorata, ornata, comoda ed anche profumata di pace, ch'è difficile trovare chi voglia distaccarsene. La vita, che pure è fugacissima, è ricolma di tanti beni materiali da non essere opprimente. Le pene ci sono, ma c'è pure la notte che le fa dimenticare; le angustie sono assillanti, ma c'è pure la speranza che le rende sopportabili; le ore tristi sono molte, ma sul quadrante ci sono anche le ore luminose che fanno dimenticare le tristi.
C'è sopra tutto il segreto di mutare tutte le ore tristi in ore liete, c'è l'unione alla Divina Volontà, la preghiera, l'aiuto celeste, il volto misericordioso di Maria SS., e quand'anche tutto mancasse, c'è la carità cristiana che ci sorride, la compassione degli altri che ci conforta, e il loro aiuto che ci sorregge. Insomma c'è una Provvidenza amorosissima che ci accompagna nella vita materiale, che ne tempera le prove, ne soccorre le miserie, ne allevia i dolori.


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Messaggio  cassarà palma il Sab Mar 23, 2019 8:42 am

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Attenzione ai falsi profeti e ai falsi cristi!


Gesù Cristo ci avvertì che sarebbero sorti nel mondo dei falsi cristi e dei falsi profeti, per gettare la confusione nelle anime. La sua parola si è avverata in tutti i tempi e si avvera anche oggi in una maniera impressionante. I falsi cristi sono quelli che presumono sostituire la civiltà cristiana con novelle ideologie e novelle fedi; i falsi profeti sono quelli che deformano la verità, ed oppongono alla Chiesa Cattolica le povere sette nate dalla rivolta e dalla corruzione.
I falsi cristi, per quanto si ammantino di prestigio e di gloria, ed i falsi profeti per quanto si vestano d’ipocrisia, non possono in­gannarci giacché i caratteri del Cristo vero e quelli della Chiesa sono inconfondibili. Dov’è lo Spirito del Signore in quelli che lo negano, e dov’è l’unzione e la missione di Dio in quelli che da se stessi s’elevano a furia di soprusi e di violenze?
I messi di satana fanno le rivoluzioni mutando con la violenza l’ordine stabilito; mentre i messi del Signore avanzano placidamente e portano la luce e la pace.
Gl’intrusi sono sempre violenti; mentre i pastori della vera vigna di Dio predicano la verità, consolano gli afflitti e non violen­tano nessuno.
Come si può credere che sia un bene l’irrompere di forze distruttrici? Come si può credere a chi mentisce negando l’ordine della Provvidenza?
È necessario perciò fuggire questi turlupinatori del mondo, che portano la rovina temporale ed eterna alle anime, e sono causa di malanni incalcolabili alle nazioni. Tanti poveri illusi, vedendo il disordine del mondo, credono di poterlo riparare con novelli disordini, e corrono appresso agli avventurieri della politica: è così che intere nazioni sono state trascinate nel baratro.
Uno solo è il Redentore del mondo, ed una sola è la sua Chiesa. Invece d’impazzire miseramente appresso agli avanzi dei manicomi o delle galere, bisogna correre appresso a Gesù Cristo e ritornare nel seno della Chiesa. Questa sola è la via della salvezza. E chi asserisce che ve n’è un’altra, mentisce.
O Gesù, o Redentore dolcissimo, venga il tuo Regno! Tu solo annunzi la buona novella, perché sei la verità; Tu solo curi i contriti di cuore, perché sei la vita; Tu solo doni la libertà e ci guidi alla pace temporale ed eterna, perché sei la via. Chi può dire di averci redenti? Tu solo hai dato il Sangue per la nostra salute e ci hai riconciliati con Dio.
Tu solo hai il segreto della consolazione e del conforto, Tu solo puoi rasciugare le nostre lagrime e coronarci di gioia. Regna Tu solo, o Gesù, e caccia negli abissi quelli che presumono creare una nuova civiltà accumulando rovine su rovine; uniscici alla tua unica Chiesa, santa, cattolica, apostolica, romana; e donaci Tu il pascolo della vita, Tu solo, o Gesù!
Goda l’anima nostra in Te, ed esulti nel tuo amore, rivestita delle vesti della salute, ammantata di giustizia, coronata di grazia, feconda di opere buone.
Te solo, o Gesù! I parolai del mondo non ci possono più illudere, poiché sono assisi su cumuli di macerie e su stagni di sangue.
Vieni, o Gesù; Tu solo sei il nostro Salvatore, Tu solo! Levati nella tua potenza, e per la tua misericordia dissipa e converti i tuoi nemici; levati, vinci, regna, trionfa, non più tardare, per Mamma Maria che per noi ti chiama novellamente, per le preghiere dei Santi, per i gemiti dell’umanità desolata, per i clamori della tua Chiesa.
Vieni, o Gesù, poiché mai il mondo è stato avvolto da tanta caligine, ed è stato inondato di tanto sangue. Vieni dal tuo Sacramento di Amore, pubblica per la Chiesa l’anno della riconciliazione col Signore, liberaci dalla schiavitù del mondo, spezza le catene del male, ridonaci la vita, poiché Tu solo ci ami e Tu solo ci salvi, Tu solo, o dolcissimo Gesù!
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Messaggio  cassarà palma il Mer Mar 13, 2019 7:06 pm

Ascoltiamo don Dolindo

Il mistero della preghiera

Noi, abituati a considerare le vie di Dio col nostro stupido sguardo, crediamo quasi che Egli agisca a capriccio come potremmo fare noi. Invece tutto è ordine ammirabile di giustizia e di misericordia nelle vie del Signore. Colui che ha misurato l’atomo con una precisione che stordisce la povera scienza umana, Colui che ne ha ordinato gli elettroni, i protoni, i neutroni come sono ordinati i Cieli, Colui che ha ordinato gli astri con leggi precise e che ha riempito la creazione di stupendi ricami matematici in ogni suo movimento, in ogni vita, in ogni corpo, non può agire a caso o a capriccio nelle altissime sfere della sua Provvidenza ed è assurdo il supporre che nel campo dello spirito, il più alto di tutti, vi regni il capriccio e l’anarchia; tutto invece vi è ponderato, vi è misurato con esattezza e precisione.
Esaminiamo, per es., quello che avviene più comunemente nella nostra vita: noi siamo colpiti da sventure e ci sembra che siamo colpiti ingiustamente; è un errore. In realtà noi paghiamo un debito e lo paghiamo con una percentuale minima, perché la misericordia divina ha raccolto intorno a noi tutti quei tesori dei quali è ricca la Chiesa, ed ha controbilanciato il nostro debito. Si può dire che tutti i nostri pagamenti sono fallimenti concordati all’uno per cento ed anche meno, sono pagamenti effettuati non per distruggere le attività, ma per dare loro la possibilità di ripigliarsi.
Noi preghiamo e ci sembra di ottenere poco o di non ottenere nulla, diciamo subito che Dio non ci ascolta e che i Santi sono sordi. È un’empietà; non è vero. Noi non teniamo conto del nostro passivo che grava sulla preghiera. Se tu vai a vendere una casa ipotecata per novanta milioni di lire e la vendi per cento, ne incassi dieci: è fallita la tua vendita? No, ma i novanta milioni di lire sono andati per l’ipoteca e ti hanno liberato dal sequestro.
Ogni nostra preghiera è ipotecata, e come! Ecco, tu attendi una grazia, pensi che una preghiera sia efficace, per es., i quindici sabati alla Madonna, le reciti con fervore, ma non ottieni nulla. Ripeti la pratica e non ottieni nulla; la ripeti ancora ed hai solo una parte della grazia. Amico, non ti turbare; guarda i tuoi debiti: hai fatto quindici Comunioni, è vero, ma quante ne avevi tralasciate prima? Hai pregato, ma quante preghiere dovevi riparare? Anche se non avevi debiti di questo genere, quante durezze col prossimo tuo reclamavano la riparazione, quante miserie intime e nascoste d’impurità gridavano al Signore, stridevano nel placido campo della grazia, come stride l’acqua nell’olio bollente! Tu non te ne accorgi, ma tante volte quel peccato turpe della gioventù non è ancora saldato, la tua preghiera lo salda, ma non è sufficiente a dare il prezzo della grazia, e perciò è necessario che tu la ripeta.


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Messaggio  cassarà palma il Lun Mar 11, 2019 5:13 pm

La moda e il decoro cristiano

Ci sono delle donne che andando in Chiesa si soffermano un poco all'uscio per adattarsi alla meglio una sciarpa e coprirsi, ovvero per indossare una giacchettina, e ce ne sono di quelle che entrano come si trovano, con le braccia scoperte, mezze scollacciate, e s'illudono di starvi bene. Le prime commettono un atto d'ipocrisia, le seconde sono più sfacciate. Dio è da per tutto, non è solo in Chiesa, e se tu ti copri un poco alla porta del Tempio, riconosci che non vesti modestamente. Or se non puoi entrare nella Chiesa per il tuo vestito, puoi tenerlo poi nella strada dove sei anche alla presenza di Dio?
È tanto brutto uscire dalla Casa di Dio e togliersi la giacca o la sciarpa; è un manifesto atto di accusa della propria immodestia. È tanto penoso poi vedere nel luogo sacro le profanazioni del mondo, e questo è causa di tanti castighi da parte del Signore! Come si può implorare misericordia con un abito che provoca la giustizia di Dio? Il Sacerdote non va all'Altare se non s'è vestito dei sacri paramenti, tanto è grande il rispetto che si deve alla Divina Maestà, e tu vi andrai con gli abiti del peccato? Come puoi levare al Cielo quelle braccia nude che lo provocano a sdegno? Come puoi porgere le labbra dipinte alla Sacra Mensa, dove Gesù ti aspetta per imporporarti del suo Sangue? Come puoi mostrare la tua orgogliosa immodestia lì dove avresti bisogno di presentarti in atteggiamento di profonda umiltà?
C'è un abito da teatro, uno da salotto uno da riunioni familiari ed anche uno da lutto. Il mondo non permette di andare in convegni importanti senza un abito di speciale decoro. Alla Reggia poi occorre tutto un cerimoniale speciale. Questo ognuno lo trova logico, e se va a teatro e gli si fa osservare che non può entrarvi in maniche di camicia, non si ribella, né pretende di forzare la consegna. Solo in Chiesa ognuno pretende di entrarvi come crede, e non tollera osservazioni di sorta. È uno spettacolo nauseante!
Ammettiamo pure che un abito potesse passare nel mondo, esso non può ammettersi in Chiesa, perché anche in questa reggia ci sono le esigenze della maestà del gran Re. Occorre un abito sommamente modesto. Bisogna stare in atteggiamento modesto e riservato, con tutta la persona dimessa, come si addice a chi va a pregare la Divina Maestà. Bisogna assolutamente, diciamo assolutamente, bandire i bistri, i rossetti, le vesti corte e soverchiamente attillate, le unghie dipinte e tante altre leggerezze che non si addicono a chi dovrebbe andare alla presenza di Dio con la corda al collo e la cenere sul capo! È un dovere grave per la Maestà del Signore e per il riguardo dovuto ai medesimi Sacerdoti. Non si può costringere un Sacerdote ad arrossire quando amministra i Sacramenti o a dover fare delle severe rimostranze che disturbano la pace della Casa di Dio. Bisogna avere coscienza del luogo sacro e non profanarlo in nessuna maniera.
Tutto passa, e l'anima sopravvive in eterno; dunque bisogna preoccuparsi dell'anima principalmente. Un corpo curato peccaminosamente in vita, sarà un corpo obbrobrioso nella resurrezione, e chi potrà essere così stolto da adornarlo in vita per sfigurarlo in eterno? Promettiamo perciò a Dio solennemente di essere fedeli al voto fatto nel Battesimo e rinnovato nella Cresima: Rinunzio al mondo ed a tutte le sue seduzioni.

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