Umberto Eco per il gregoriano

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Umberto Eco per il gregoriano

Messaggio  Andrea il Ven Giu 06, 2008 11:07 am

Atmosfera di un canto gregoriano

Scendemmo al mattutino. Quell’ultima parte della notte, quasi la prima del nuovo giorno
imminente, era ancora nebbiosa. Benché la chiesa fosse fredda, fu con un sospiro di sollievo
che mi inginocchiai sotto quelle volte, al riparo degli elementi, confortato dal calore degli altri corpi,
e della preghiera. Il canto dei salmi era iniziato da poco. Quando si giunse alla fine dell’Ufficio,
l’Abate ricordò ai monaci e ai novizi che occorreva prepararsi alla grande messa natalizia e che
perciò, come d’uso, si sarebbe impiegato il tempo prima delle laudi provando l’affiatamento
dell’intera comunità nell’esecuzione dei canti previsti per quella occasione. Quella schiera di
uomini devoti era in effetti armonizzata come un solo corpo e una sola voce, e da un volgere lungo
di anni si riconosceva unita, come un’anima sola, nel canto. L’Abate invitò a intonare il Sederunt.
L’inizio del canto diede una grande impressione di potenza. Sulla prima sillaba si iniziò un coro
lento e solenne di decine e decine di voci, il cui suono basso riempì le navate e aleggiò sopra le
nostre teste, e tuttavia sembrava sorgere dal cuore della terra. Né s’interruppe, perché mentre
altre voci incominciavano a tessere, su quella linea profonda e continua, una serie di vocalizzi e
melismi, esso – tellurico – continuava a dominare e non cessò per il tempo intero che occorre a un
recitante dalla voce cadenzata e lenta per ripetere dodici volte l’Ave Maria. E quasi sciolte da ogni
timore, per la fiducia che quell’ostinata sibilla, allegoria della durata eterna, dava agli oranti, le altre
voci (e massime quelle dei novizi) su quella base petrosa e solida innalzavano cuspidi, colonne,
pinnacoli di neumi. E mentre il mio cuore stordiva di dolcezza, quelle voci parevano dirmi che
l’anima (degli oranti e mia che li ascoltavo), non potendo reggere alla esuberanza del sentimento,
attraverso di essi si lacerava per esprimere la gioia, il dolore, la lode, l’amore, con slancio di
sonorità soavi”

(Umberto Eco, Il Nome della Rosa, Bompiani,1980,p.413-415)

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