Cosa dice il Papa

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Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Mar Ott 06, 2015 4:04 pm

Cosa dice il Papa

Il Sinodo, come sappiamo, è un camminare insieme con spirito di collegialità e di sinodalità, adottando coraggiosamente la parresia, lo zelo pastorale e dottrinale, la saggezza, la franchezza, e mettendo sempre davanti ai nostri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la suprema lex, la salus animarum (cfr Can. 1752).

Vorrei ricordare che il Sinodo non è un convegno o un “parlatorio”, non è un parlamento o un senato, dove ci si mette d’accordo. Il Sinodo, invece, è un’espressione ecclesiale, cioè è la Chiesa che cammina insieme per leggere la realtà con gli occhi della fede e con il cuore di Dio; è la Chiesa che si interroga sulla sua fedeltà al deposito della fede, che per essa non rappresenta un museo da guardare e nemmeno solo da salvaguardare, ma è una fonte viva alla quale la Chiesa si disseta per dissetare e illuminare il deposito della vita.

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Cosa dice il Papa No 2

Messaggio  Andrea il Ven Ott 09, 2015 2:16 pm

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

I senza nome

Giovedì, 8 ottobre 2015

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.230, 09/10/2015)

Gli accorati «perché» rivolti insistentemente a Dio dagli uomini ritornano anche, nero su bianco, nelle tante lettere che Francesco riceve ogni giorno. Lo ha confidato egli stesso, condividendo i sentimenti di una giovane madre di famiglia di fronte al dramma del tumore e di un’anziana donna che piange il figlio assassinato dalla mafia. Hanno scritto al Papa chiedendo perché i malvagi sembrano essere felici mentre ai giusti le cose vanno sempre nel verso sbagliato. È proprio a questi forti interrogativi che il Pontefice ha risposto celebrando giovedì mattina, 8 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta. E assicurando che Dio non abbandona mai chi si affida a Lui.

Per questa riflessione ha preso le mosse dalle parole del salmo 1 — «Beato l’uomo che confida nel Signore» — che è appunto «come una risposta alle lamentele di tanta gente, a tanti perché che noi diciamo a Dio». E quei «tanti perché» sono espressi proprio nel passo biblico tratto dal libro di Malachia (3, 13-20), proposto dalla liturgia odierna.

«Il Signore — ha affermato Francesco — si lamenta con questa gente, anche Lui si lamenta, e dice così: “Duri sono i vostri discorsi contro di me”». E, ancora, «dice il Signore, voi andate dicendo: “Che cosa abbiamo detto contro di te?”. Avete affermato: “È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti”».

«Quante volte — ha rilanciato il Papa — noi vediamo questa realtà in gente cattiva; gente che fa del male e che sembra che nella vita le vada bene: sono felici, hanno tutto quello che vogliono, non manca loro niente». Di qui la domanda: «Perché Signore?». Sì, ha affermato il Papa, «è uno dei tanti perché: perché a questo che è uno sfacciato, al quale non importa niente di Dio né degli altri, una persona ingiusta pure cattiva, va bene tutto nella vita, ha tutto quello che vuole e noi che vogliamo fare del bene abbiamo tanti problemi?».

A questo proposito, il Papa ha confidato di aver ricevuto proprio ieri «una lettera di una mamma coraggiosa»: quarant’anni, tre figli, il marito e, in casa, il dramma di un tumore, «di quelli brutti». La donna ha scritto a Francesco per chiedergli: «Ma perché mi accade questo?». Inoltre, ha aggiunto il Papa, «alcune settimane fa», in «un’altra lettera, un’anziana, che è rimasta sola perché il figlio è stato assassinato dalla mafia», gli ha domandato un altro «perché?». Aggiungendo: «Io prego». E, ancora, «un altro perché» in un’altra lettera: «Io educo i miei figli, vado avanti con una famiglia che ama Dio: perché?».

«Questi “perché”», ha affermato il Pontefice, in realtà ce li poniamo tutti. E in particolare ci domandiamo «perché i malvagi sembrano essere tanto felici?». A questi interrogativi viene in soccorso la parola di Dio. Nel passo di Malachia, ha ricordato il Papa, si legge appunto: «Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò». Infatti «il Signore ascolta i nostri perché, sempre». E, ancora, si legge nel passo odierno di Malachia: «Un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome. Essi diverranno la mia proprietà particolare nel giorno che io preparo». Dunque, ha proseguito Francesco, «la memoria di Dio per i giusti, per quelli che in questo momento soffrono, che non riescono a spiegarsi la propria situazione». Sì, «la memoria di Dio per quelli che, benché dicano “perché? perché? perché?”, confidano nel Signore».

Ed è proprio l’atteggiamento delineato dal salmo 1: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia. La sua legge medita giorno e notte. È come albero piantato lungo corsi di acqua, che dà frutto al suo tempo».

«Adesso — ha spiegato il Papa — non vediamo i frutti di questa gente che soffre, di questa gente che porta la croce» proprio «come quel Venerdì Santo e quel Sabato Santo non si vedevano i frutti del Figlio di Dio crocifisso, delle sue sofferenze». E «tutto quello che farà, riuscirà bene» recita il salmo 1.

Cosa dice, invece, lo stesso salmo «sui malvagi, su quelli che noi pensiamo vada tutto bene?». Francesco ha riletto quei versi: «Non così, non così malvagi, ma come pula che il vento disperde; poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina». Insomma «tu stai bene oggi, hai tutto, non ti importa di Dio, non ti importa degli altri, sfrutti gli altri: sei un ingiusto, soltanto pensi a te stesso, non agli altri».

Ma, ha suggerito il Papa, «c’è una cosa che Gesù ha detto e mi viene sempre in mente: “Dimmi qual è il tuo nome?”». Sì, questa gente non sa neppure come si chiama, «non ha nome». E ha ricordato la parabola del povero Lazzaro «che non aveva da mangiare e i cani leccavano le sue ferite». Mentre «l’uomo ricco, che faceva i banchetti, se la spassava senza guardare ai bisogni degli altri». Ed è curioso, ha notato il Papa, che «di quell’uomo non si dice il nome» ma «è soltanto un aggettivo: è un ricco». Infatti «nel libro della memoria di Dio dei malvagi non c’è nome: è un malvagio, è un truffatore, è uno sfruttatore». Sono persone che «non hanno nome, soltanto hanno aggettivi». Invece, ha rimarcato il Pontefice, «tutti quelli che cercano di andare sulla strada del Signore saranno con suo Figlio, che ha il nome: Gesù Salvatore. Ma un nome difficile da capire, anche inspiegabile per la prova della croce e per tutto quello che Lui ha sofferto per noi».

In conclusione Francesco ha invitato a ripensare proprio alle parole del salmo 1: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, ma nella legge del Signore trova la sua gioia». E così, «benché ci siano sofferenze, spera nel Signore». Proprio «come abbiamo pregato nell’orazione colletta, chiede al Signore di aggiungere quello che la sua coscienza “non osa sperare”». Sì, «anche quello chiede: che il Signore gli dia più speranza».

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Ultima modifica di Andrea il Mer Ott 14, 2015 2:48 pm, modificato 4 volte

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Sab Ott 10, 2015 6:57 pm

Cosa dice il Papa No 3

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

I senza nome

Giovedì, 8 ottobre 2015



(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.230, 09/10/2015)

Gli accorati «perché» rivolti insistentemente a Dio dagli uomini ritornano anche, nero su bianco, nelle tante lettere che Francesco riceve ogni giorno. Lo ha confidato egli stesso, condividendo i sentimenti di una giovane madre di famiglia di fronte al dramma del tumore e di un’anziana donna che piange il figlio assassinato dalla mafia. Hanno scritto al Papa chiedendo perché i malvagi sembrano essere felici mentre ai giusti le cose vanno sempre nel verso sbagliato. È proprio a questi forti interrogativi che il Pontefice ha risposto celebrando giovedì mattina, 8 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta. E assicurando che Dio non abbandona mai chi si affida a Lui.

Per questa riflessione ha preso le mosse dalle parole del salmo 1 — «Beato l’uomo che confida nel Signore» — che è appunto «come una risposta alle lamentele di tanta gente, a tanti perché che noi diciamo a Dio». E quei «tanti perché» sono espressi proprio nel passo biblico tratto dal libro di Malachia (3, 13-20), proposto dalla liturgia odierna.

«Il Signore — ha affermato Francesco — si lamenta con questa gente, anche Lui si lamenta, e dice così: “Duri sono i vostri discorsi contro di me”». E, ancora, «dice il Signore, voi andate dicendo: “Che cosa abbiamo detto contro di te?”. Avete affermato: “È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti”».

«Quante volte — ha rilanciato il Papa — noi vediamo questa realtà in gente cattiva; gente che fa del male e che sembra che nella vita le vada bene: sono felici, hanno tutto quello che vogliono, non manca loro niente». Di qui la domanda: «Perché Signore?». Sì, ha affermato il Papa, «è uno dei tanti perché: perché a questo che è uno sfacciato, al quale non importa niente di Dio né degli altri, una persona ingiusta pure cattiva, va bene tutto nella vita, ha tutto quello che vuole e noi che vogliamo fare del bene abbiamo tanti problemi?».

A questo proposito, il Papa ha confidato di aver ricevuto proprio ieri «una lettera di una mamma coraggiosa»: quarant’anni, tre figli, il marito e, in casa, il dramma di un tumore, «di quelli brutti». La donna ha scritto a Francesco per chiedergli: «Ma perché mi accade questo?». Inoltre, ha aggiunto il Papa, «alcune settimane fa», in «un’altra lettera, un’anziana, che è rimasta sola perché il figlio è stato assassinato dalla mafia», gli ha domandato un altro «perché?». Aggiungendo: «Io prego». E, ancora, «un altro perché» in un’altra lettera: «Io educo i miei figli, vado avanti con una famiglia che ama Dio: perché?».

«Questi “perché”», ha affermato il Pontefice, in realtà ce li poniamo tutti. E in particolare ci domandiamo «perché i malvagi sembrano essere tanto felici?». A questi interrogativi viene in soccorso la parola di Dio. Nel passo di Malachia, ha ricordato il Papa, si legge appunto: «Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò». Infatti «il Signore ascolta i nostri perché, sempre». E, ancora, si legge nel passo odierno di Malachia: «Un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome. Essi diverranno la mia proprietà particolare nel giorno che io preparo». Dunque, ha proseguito Francesco, «la memoria di Dio per i giusti, per quelli che in questo momento soffrono, che non riescono a spiegarsi la propria situazione». Sì, «la memoria di Dio per quelli che, benché dicano “perché? perché? perché?”, confidano nel Signore».

Ed è proprio l’atteggiamento delineato dal salmo 1: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia. La sua legge medita giorno e notte. È come albero piantato lungo corsi di acqua, che dà frutto al suo tempo».

«Adesso — ha spiegato il Papa — non vediamo i frutti di questa gente che soffre, di questa gente che porta la croce» proprio «come quel Venerdì Santo e quel Sabato Santo non si vedevano i frutti del Figlio di Dio crocifisso, delle sue sofferenze». E «tutto quello che farà, riuscirà bene» recita il salmo 1.

Cosa dice, invece, lo stesso salmo «sui malvagi, su quelli che noi pensiamo vada tutto bene?». Francesco ha riletto quei versi: «Non così, non così malvagi, ma come pula che il vento disperde; poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina». Insomma «tu stai bene oggi, hai tutto, non ti importa di Dio, non ti importa degli altri, sfrutti gli altri: sei un ingiusto, soltanto pensi a te stesso, non agli altri».

Ma, ha suggerito il Papa, «c’è una cosa che Gesù ha detto e mi viene sempre in mente: “Dimmi qual è il tuo nome?”». Sì, questa gente non sa neppure come si chiama, «non ha nome». E ha ricordato la parabola del povero Lazzaro «che non aveva da mangiare e i cani leccavano le sue ferite». Mentre «l’uomo ricco, che faceva i banchetti, se la spassava senza guardare ai bisogni degli altri». Ed è curioso, ha notato il Papa, che «di quell’uomo non si dice il nome» ma «è soltanto un aggettivo: è un ricco». Infatti «nel libro della memoria di Dio dei malvagi non c’è nome: è un malvagio, è un truffatore, è uno sfruttatore». Sono persone che «non hanno nome, soltanto hanno aggettivi». Invece, ha rimarcato il Pontefice, «tutti quelli che cercano di andare sulla strada del Signore saranno con suo Figlio, che ha il nome: Gesù Salvatore. Ma un nome difficile da capire, anche inspiegabile per la prova della croce e per tutto quello che Lui ha sofferto per noi».

In conclusione Francesco ha invitato a ripensare proprio alle parole del salmo 1: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, ma nella legge del Signore trova la sua gioia». E così, «benché ci siano sofferenze, spera nel Signore». Proprio «come abbiamo pregato nell’orazione colletta, chiede al Signore di aggiungere quello che la sua coscienza “non osa sperare”». Sì, «anche quello chiede: che il Signore gli dia più speranza».

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Cosa dice il Papa No 4


Ultima modifica di Andrea il Mer Ott 14, 2015 2:51 pm, modificato 2 volte

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Dom Ott 11, 2015 8:33 am

Cosa dice il Papa No 4

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il cattivo educato

Venerdì, 9 ottobre 2015



(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.231, 10/10/2015)

Contro il rischio di «anestetizzare la coscienza» occorrono discernimento e vigilanza: è quanto ha raccomandato Papa Francesco durante la messa celebrata venerdì mattina, 9 ottobre, nella cappella di Santa Marta.

Il riferimento è stato al brano di Luca 11, 15-26, in cui l’evangelista «unisce parecchie cose che Gesù forse ha detto» in vari momenti e poi «descrive la risposta che egli dà a quanti lo accusavano di scacciare i demoni col potere del capo dei demoni». Descrivendo il contesto in cui si svolge la scena, il Pontefice ha ricordato che «Gesù era fra la gente, faceva il bene, predicava, la gente lo ascoltava e diceva che parlava con autorità». Ma c’era anche, ha fatto notare, «un altro gruppo di gente, persone, che non gli voleva bene e cercava sempre di interpretare» le sue parole e i suoi atteggiamenti in modo diverso, contro di lui. I motivi? Il Papa ne ha elencati diversi: «alcuni per invidia, altri per rigidità dottrinali, altri perché avevano paura che venissero i romani e facessero strage».

Insomma «per tanti motivi», si cercava «di allontanare l’autorità di Gesù dal popolo», ricorrendo persino «alla calunnia, come in questo caso» specifico. Riprendendo le parole del Vangelo il Pontefice ha ripetuto: «Lui scaccia i demoni per mezzo di Belzebù. Lui è un indemoniato. Lui fa delle magie, è uno stregone. E continuamente lo mettevano alla prova». In sostanza «gli mettevano davanti un tranello, per vedere se cadeva».

Ecco allora il richiamo al primo dei due temi, il discernimento. Attualizzando come di consueto l’episodio, Francesco ha infatti messo in luce come questo sia quanto «fa il cattivo spirito» anche «con noi». Ovvero: «sempre cerca di ingannare, di condurci, di farci scegliere una strada sbagliata». E perciò «è necessario il discernimento». Del resto, «se a Gesù facevano queste cose, se il cattivo spirito faceva a Gesù queste cose, cosa non farà a noi?», si è chiesto il Papa, traendo dall’interrogativo l’esortazione a «saper discernere le situazioni: questo è di Dio e questo non è di Dio; questo viene dallo Spirito Santo e questo viene dal maligno».

Dunque per Francesco «la prima parola che viene nel sentire questo brano del Vangelo è discernimento. Il cristiano non può essere tranquillo, che tutto va bene. Deve discernere le cose e guardare bene da dove vengono, qual sia la loro radice», chiedendosi di continuo: «Da dove viene questo? Dov’è l’origine di questo? Di questa opinione, di questi fenomeni, cose?».

Inoltre, Gesù sembra dare «un consiglio, e questa è la seconda parola: vigilanza». Ancora una volta il Papa ha ripetuto un passaggio del brano lucano. «Quando — ha detto — un uomo forte, bene armato fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro, ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino». E dunque «vigilanza, perché il nemico può venire» ha spiegato il Pontefice, aggiungendo che «questo nemico non è tanto pericoloso, perché si scopre subito e uno può difendersi. Ma l’altro, l’altro è molto pericoloso». Infatti Gesù continua: «Quando lo spirito impuro esce dall’uomo — quando è scacciato — si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e non trovandone dice: “Ritornerò nella mia casa da cui sono uscito”». Questo per dire, ha sottolineato Francesco, che «le tentazioni tornano sempre. «Il cattivo spirito non si stanca mai. È stato cacciato via: ha pazienza, aspetta per tornare. Venuto alla casa, la trova spazzata e adorna, e gli piace. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».

Ma «perché è peggiore?» si è domandato il Papa. «Perché — è stata la risposta — nella prima era consapevole del cattivo spirito dentro, che era il demonio, che tormentava, che comandava». Mentre, ha osservato, «nel secondo caso il maligno è nascosto, viene con i suoi amici molto educati, bussa alla porta, chiede permesso, entra e convive con quell’uomo, la sua vita quotidiana e, goccia a goccia, dà le istruzioni». E così «quell’uomo finisce distrutto da questa modalità educata che ha il demonio, che ha il diavolo di convincere, di fare le cose con relativismo: “Ma, non è... ma non è per tanto... no, tranquillo, stai tranquillo...”».

Da qui la messa in guardia contro il «male grande» di «tranquillizzare la coscienza» anestetizzandola. «Quando il cattivo spirito riesce ad anestetizzare la coscienza — è stato l’ammonimento del Papa — si può parlare di una sua vera vittoria: diventa il padrone di quella coscienza». E a ben poco serve, ha spiegato Francesco, dire come fanno alcuni: «Questo accade dappertutto! Tutti abbiamo problemi, tutti siamo peccatori!». Perché in quel «“tutti” c’è il “nessuno”. Tutti, ma io no». E in tal modo si finisce con il vivere «questa mondanità che è figlia del cattivo spirito».

Allora per esercitare la vigilanza, ha concluso il Pontefice, «la Chiesa ci consiglia sempre l’esercizio dell’esame di coscienza: Cosa è successo oggi nel mio cuore, oggi, per questo? È venuto questo demonio educato con i suoi amici da me?». E lo stesso vale per il discernimento: «Da dove vengono i commenti, le parole, gli insegnamenti? Chi dice questo?». Insomma, occorre chiedere al Signore la duplice grazia del discernimento e della vigilanza «per non lasciare entrare quello che inganna, che seduce, che affascina».


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Cosa dice il Papa No 5

Messaggio  Andrea il Gio Ott 15, 2015 3:44 pm

Cosa dice il Papa No 5

PAPA FRANCESCO

Mercoledi 13 Ottobre - Udienza Generale


La Famiglia 29. - Promesse ai Bambini

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Oggi siccome le previsioni del tempo erano un po’ insicure e si prevedeva la pioggia, questa udienza si fa contemporaneamente in due posti: noi qui in piazza e 700 malati nell’Aula Paolo VI che seguono l’udienza nel maxischermo. Tutti siamo uniti e salutiamo loro con un applauso.

La parola di Gesù è forte oggi: “Guai al mondo per gli scandali”. Gesù è realista e dice: “E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo a causa del quale avviene lo scandalo”. Io vorrei, prima di iniziare la catechesi, a nome della Chiesa, chiedervi perdono per gli scandali che in questi ultimi tempi sono accaduti sia a Roma che in Vaticano, vi chiedo perdono.

Oggi rifletteremo su un argomento molto importante: le promesse che facciamo ai bambini. Non parlo tanto delle promesse che facciamo qua e là, durante la giornata, per farli contenti o per farli stare buoni (magari con qualche innocente trucchetto: ti do una caramella e promesse simili…), per invogliarli ad impegnarsi nella scuola o per dissuaderli da qualche capriccio. Parlo di altre promesse, delle promesse più importanti, decisive per le loro attese nei confronti della vita, per la loro fiducia nei confronti degli esseri umani, per la loro capacità di concepire il nome di Dio come una benedizione. Sono promesse che noi facciamo loro.

Noi adulti siamo pronti a parlare dei bambini come di una promessa della vita. Tutti diciamo: i bambini sono una promessa della vita. E siamo anche facili a commuoverci, dicendo ai giovani che sono il nostro futuro, è vero. Ma mi domando, a volte, se siamo altrettanto seri con il loro futuro, con il futuro dei bambini e con il futuro dei giovani! Una domanda che dovremmo farci più spesso è questa: quanto siamo leali con le promesse che facciamo ai bambini, facendoli venire nel nostro mondo? Noi li facciamo venire al mondo e questa è una promessa, cosa promettiamo loro?

Accoglienza e cura, vicinanza e attenzione, fiducia e speranza, sono altrettante promesse di base, che si possono riassumere in una sola: amore. Noi promettiamo amore, cioè amore che si esprime nell’accoglienza, nella cura, nella vicinanza, nell’attenzione, nella fiducia e nella speranza, ma la grande promessa è l’amore. Questo è il modo più giusto di accogliere un essere umano che viene al mondo, e tutti noi lo impariamo, ancora prima di esserne coscienti. A me piace tanto quando vedo i papà e le mamme, quando passo fra voi, portarmi un bambino, una bambina piccoli e chiedo: “Quanto tempo ha?” –“Tre settimane, quattro settimane… chiedo la benedizione del Signore”. Anche questo si chiama amore. L’amore è la promessa che l’uomo e la donna fanno ad ogni figlio: fin da quando è concepito nel pensiero. I bambini vengono al mondo e si aspettano di avere conferma di questa promessa: lo aspettano in modo totale, fiducioso, indifeso. Basta guardarli: in tutte le etnie, in tutte le culture, in tutte le condizioni di vita! Quando accade il contrario, i bambini vengono feriti da uno “scandalo”, da uno scandalo insopportabile, tanto più grave, in quanto non hanno i mezzi per decifrarlo. Non possono capire cosa succede. Dio veglia su questa promessa, fin dal primo istante. Ricordate cosa dice Gesù? Gli Angeli dei bambini rispecchiano lo sguardo di Dio, e Dio non perde mai di vista i bambini (cfr Mt 18,10). Guai a coloro che tradiscono la loro fiducia, guai! Il loro fiducioso abbandono alla nostra promessa, che ci impegna fin dal primo istante, ci giudica.

E vorrei aggiungere un’altra cosa, con molto rispetto per tutti, ma anche con molta franchezza. La loro spontanea fiducia in Dio non dovrebbe mai essere ferita, soprattutto quando ciò avviene a motivo di una certa presunzione (più o meno inconscia) di sostituirci a Lui. Il tenero e misterioso rapporto di Dio con l’anima dei bambini non dovrebbe essere mai violato. E’ un rapporto reale, che Dio lo vuole e Dio lo custodisce. Il bambino è pronto fin dalla nascita per sentirsi amato da Dio, è pronto a questo. Non appena è in grado di sentire che viene amato per sé stesso, un figlio sente anche che c’è un Dio che ama i bambini.

I bambini, appena nati, incominciano a ricevere in dono, insieme col nutrimento e le cure, la conferma delle qualità spirituali dell’amore. Gli atti dell’amore passano attraverso il dono del nome personale, la condivisione del linguaggio, le intenzioni degli sguardi, le illuminazioni dei sorrisi. Imparano così che la bellezza del legame fra gli esseri umani punta alla nostra anima, cerca la nostra libertà, accetta la diversità dell’altro, lo riconosce e lo rispetta come interlocutore. Un secondo miracolo, una seconda promessa: noi – papà e mamma – ci doniamo a te, per donare te a te stesso! E questo è amore, che porta una scintilla di quello di Dio! Ma voi, papà e mamme, avete questa scintilla di Dio che date ai bambini, voi siete strumento dell’amore di Dio e questo è bello, bello, bello!

Solo se guardiamo i bambini con gli occhi di Gesù, possiamo veramente capire in che senso, difendendo la famiglia, proteggiamo l’umanità! Il punto di vista dei bambini è il punto di vista del Figlio di Dio. La Chiesa stessa, nel Battesimo, ai bambini fa grandi promesse, con cui impegna i genitori e la comunità cristiana. La santa Madre di Gesù – per mezzo della quale il Figlio di Dio è arrivato a noi, amato e generato come un bambino – renda la Chiesa capace di seguire la via della sua maternità e della sua fede. E san Giuseppe – uomo giusto, che l’ha accolto e protetto, onorando coraggiosamente la benedizione e la promessa di Dio – ci renda tutti capaci e degni di ospitare Gesù in ogni bambino che Dio manda sulla terra.

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Ven Ott 16, 2015 8:21 am

Cosa dice il Papa No 6

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Chi ha portato via la chiave

Giovedì, 15 ottobre 2015



(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.236, 16/10/2015)

«Una delle cose più difficili da capire, per tutti noi cristiani, è la gratuità della salvezza in Cristo». Perché da sempre ci sono «dottori della legge» che ingannano restringendo l’amore di Dio in «piccoli orizzonti», quando è invece qualcosa di «immenso, senza limiti». È una questione che inizialmente ha impegnato Gesù stesso, l’apostolo Paolo e tanti santi nella storia, fino ai nostri giorni. E tra questi c’è stata anche Teresa d’Avila. Nel giorno in cui la Chiesa ricorda la mistica carmelitana — di cui ricorrono i 500 anni della nascita — Papa Francesco ha evidenziato come questa donna abbia ricevuto dal Signore «la grazia di capire gli orizzonti dell’amore».

Celebrando giovedì mattina, 15 ottobre, la messa nella cappella di Casa Santa Marta, il Pontefice ha collegato le letture — tratte dalla lettera di Paolo ai Romani (3, 21-30a) e dal Vangelo (Luca 11, 47-54) — con la straordinaria esperienza vissuta da Teresa. Anche lei, ha spiegato, «è stata giudicata dai dottori dei suoi tempi. Non è andata in prigione, ma si è salvata per poco, e comunque è stata inviata in un altro convento e vigilata». Del resto, ha fatto notare, «questa è una lotta che perdura nella storia, tutta la storia».

La storia appunto di cui parlano entrambi i brani delle letture. Riproponendole il Papa ha osservato come sia Paolo sia Gesù sembrino «un po’ arrabbiati, diciamo infastiditi». Perciò si è chiesto da dove venisse questo malessere in Paolo. L’apostolo, è stata la risposta, «difendeva la dottrina, era il grande difensore della dottrina, e il fastidio gli veniva da questa gente che non tollerava la dottrina». Quale dottrina? «La gratuità della salvezza. Dio — ha detto Francesco in proposito — ci ha salvato gratuitamente e ci ha salvato tutti». Mentre c’erano gruppi che dicevano: «No, si salva soltanto quella persona, quell’uomo, quella donna che fa questo, questo, questo, questo, questo... che fa queste opere, che compie questi comandamenti». Ma in tal modo «quello che era gratuito, dall’amore di Dio, secondo questa gente contro la quale parla Paolo», finiva col divenire «una cosa che possiamo ottenere: “Se io faccio questo, Dio ha l’obbligo di darmi la salvezza”. È quello che Paolo chiama “la salvezza per mezzo delle opere”».

Perciò è così difficile da comprendere, la gratuità della salvezza in Cristo. «Noi siamo abituati — ha proseguito il Papa — a sentire che Gesù è il Figlio di Dio, che è venuto per amore, per salvarci e che è morto per noi. Ma lo abbiamo sentito così tante volte che ci siamo abituati». Quando infatti «entriamo in questo mistero di Dio, di questo amore di Dio, questo amore senza limiti, un amore immenso», ne restiamo talmente «meravigliati» che «forse preferiamo non capirlo: meglio la salvezza nello stile “facciamo queste cose e saremo salvi”». Certo, ha chiarito il Pontefice, «fare il bene, fare le cose che Gesù ci dice di fare, è buono e si deve fare»; eppure «l’essenza della salvezza non deriva da ciò. Questa è la mia risposta alla salvezza che è gratuita, viene dall’amore gratuito di Dio».

Ed è per questo che lo stesso Gesù può sembrare «un po’ accanito contro i dottori della legge», ai quali «dice cose forti e molto dure: “Voi avete portato via la chiave della conoscenza, voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi glielo avete impedito, perché avete portato via la chiave”, cioè la chiave della gratuità della salvezza, di quella conoscenza». Infatti, ha rimarcato il Papa, questi dottori della legge pensavano che ci si potesse salvare soltanto «rispettando tutti i comandamenti», mentre «chi non faceva quello era un condannato». In pratica, ha detto Francesco con un’immagine molto evocativa, «accorciavano gli orizzonti di Dio e facevano l’amore di Dio piccolo, piccolo, piccolo, piccolo, alla misura di ognuno di noi».

Dunque ecco spiegata «la lotta che sia Gesù sia Paolo fanno per difendere la dottrina». E a chi dovesse obiettare: «Ma padre, non ci sono i comandamenti?», Francesco ha risposto: «Sì, ci sono! Ma ce n’è uno, che Gesù dice che è proprio come la sintesi di tutti i comandamenti: amare Dio e amare il prossimo». Proprio grazie a «questo atteggiamento di amore, noi siamo all’altezza della gratuità della salvezza, perché l’amore è gratuito». Un esempio? «Se io dico: “Ah, io ti amo!”, ma ho un interesse dietro, quello non è amore, quello è interesse. E per questo Gesù dice: “L’amore più grande è questo: amare Dio con tutta la vita, con tutto il cuore, con tutta la forza, e il prossimo come te stesso”. Perché è l’unico comandamento che è all’altezza della gratuità della salvezza di Dio». Al punto che Gesù poi aggiunge: «In questo comandamento ci sono tutti gli altri, perché quello chiama — fa tutto il bene — tutti gli altri”. Ma la fonte è l’amore; l’orizzonte è l’amore. Se tu hai chiuso la porta e hai portato via la chiave dell’amore, non sarai all’altezza della gratuità della salvezza che hai ricevuto».

È una storia che si ripete. «Quanti santi — ha affermato Francesco — sono stati perseguitati per difendere l’amore, la gratuità della salvezza, la dottrina. Tanti santi. Pensiamo a Giovanna d’Arco». Perché la «lotta per il controllo della salvezza — soltanto si salvano questi, questi che fanno queste cose — non è finita con Gesù e con Paolo». E non finisce neanche per noi. Infatti è una lotta che pure noi ci portiamo dentro. Ecco dunque il consiglio del Pontefice: «Ci farà bene oggi domandarci: io credo che il Signore mi ha salvato gratuitamente? Io credo che io non merito la salvezza? E se merito qualcosa è per mezzo di Gesù Cristo e di quello che lui ha fatto per me? È una bella domanda: io credo nella gratuità della salvezza? E infine, credo che l’unica risposta sia l’amore, il comandamento dell’amore, del quale Gesù dice che lì sono riassunti gli insegnamenti di tutti i profeti e tutta la legge?». Da qui l’invito conclusivo a rinnovare «oggi queste domande. Soltanto così saremo fedeli a questo amore tanto misericordioso: amore di padre e di madre, perché anche Dio dice che lui è come una madre con noi; amore, orizzonti grandi, senza limiti, senza limitazioni. E non ci lasciamo ingannare dai dottori che limitano questo amore».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Sab Ott 17, 2015 3:22 pm

Cosa dice il Papa No 7

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La seduzione del chiaroscuro

Venerdì, 16 ottobre 2015

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.237, 17/10/2015)

C’è un «virus» potente e pericoloso che ci insidia, ma c’è anche un Padre «che ci ama tanto» e ci protegge. È la subdola seduzione dell’ipocrisia al centro dell’omelia di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 16 ottobre.

Il riferimento è quello evangelico proposto dalla lettura del giorno (Luca, 12, 1-7): «Gesù era in mezzo a migliaia di persone» — una moltitudine radunata attorno a lui a tal punto «che si calpestavano a vicenda» — e, prima «di parlare alla gente, di insegnare» come era solito fare, si rivolge «ai discepoli che erano lì». In mezzo a tanta gente «parla loro di una cosa piccolissima: del lievito».

L’avvertimento del Signore — «Guardatevi bene dal lievito dei farisei» — somiglia, ha detto il Pontefice, a quello di «un medico, che dice ai suoi collaboratori, ai suoi aiutanti: “Guardate bene che tutta questa gente non venga contagiata dal virus”». E il «lievito dei farisei», ha aggiunto Francesco, è «l’ipocrisia». Quell’ipocrisia di cui Gesù ha parlato loro sempre con estrema franchezza, dicendogli «in faccia»: «Ipocriti. Ipocriti: voi siete ipocriti!».

Ma cos’è, in sostanza, quel virus di cui Gesù parla «in mezzo a quella moltitudine»? Lo ha spiegato il Papa: «L’ipocrisia è quel modo di vivere, di agire, di parlare che non è chiaro», che si presenta in maniera ambigua: «forse sorride, forse è serio... non è luce, non è tenebra». È un po’ come il serpente: «si muove in una maniera che sembra non minacciare nessuno» e ha «il fascino del chiaroscuro». L’ipocrisia, cioè, ha il fascino «di non dire le cose chiaramente; il fascino della menzogna, delle apparenze». Lo stesso Gesù, nei vangeli, aggiunge alcune notazioni sul comportamento dei «farisei ipocriti» dicendo che sono «pieni di se stessi, di vanità» e che gli piace «passeggiare nelle piazze» per far vedere che sono importanti.

Gesù mette in guardia da costoro e, riprendendo la parola, dice a tutti: «Non spaventatevi, non abbiate paura: soltanto guardatevi dal lievito di questa gente, perché tutto quello che è nascosto verrà alla luce. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi, ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio, nelle stanze più interne, sarà annunciato dalle terrazze». Come per dire: nascondersi non aiuta, perché alla fine «tutto sarà chiaro». E diceva questo, ha spiegato il Papa, «perché il lievito dei farisei portava la gente ad amare più le tenebre che la luce». Lo stesso apostolo Giovanni lo sottolinea quando scrive: «Gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce».

A questo punto, ha aggiunto Francesco proseguendo nella sua riflessione, Gesù «attira l’attenzione sulla fiducia in Dio». Perché se è vero che «questo lievito è un virus che ammala» e fa morire — e Gesù avvisa: «Guardatevi! Questo lievito ti porta alle tenebre. Guardatevi!» — è anche vero che c’è qualcuno «più grande», ed è «il Padre che è nel Cielo». Per spiegare questa presenza premurosa del Padre, Gesù dice: «Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure, nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati». Da qui «l’esortazione finale: “Non abbiate paura! Valete più di molti passeri!”».

Il Pontefice ha approfondito proprio tale aspetto. «Davanti a tutte queste paure» — ha detto — che vengono insinuate dal «virus», dal «lievito dell’ipocrisia farisaica», dobbiamo essere confortati da quanto ci dice Gesù: «C’è un Padre. C’è un Padre che vi ama. C’è un Padre che ha cura di voi». Di fronte alla «seduzione del chiaroscuro, alla seduzione del serpente», Gesù ci rassicura: «Tranquilli, il Padre vi ama, vi difende. Abbiate fiducia in Lui. Non abbiate paura di queste cose». Così, ha spiegato il Papa, Gesù, «partendo dal più piccolo in mezzo a tanta gente, arriva al più grande, al Padre che ha cura di tutto, anche dei più piccoli, perché non si ammalino, perché non si contagino di questa malattia». E, ha sottolineato Francesco: «Quando Gesù ci dice questo, ci invita a pregare», ci invita a pregare affinché non cadiamo «in questo atteggiamento farisaico che non è né luce né tenebre», che sta sempre a metà strada e «mai arriverà alla luce di Dio».

Perciò, ha concluso, «Preghiamo tanto». Chiediamo al Signore: «custodisci la tua Chiesa, che siamo tutti noi: custodisci il tuo popolo, quello che si era radunato e si calpestavano tra loro, a vicenda. Custodisci il tuo popolo, perché ami la luce, la luce che viene dal Padre, che viene da Tuo Padre». Dobbiamo, ha aggiunto il Papa, chiedere a Dio di custodire il suo popolo «perché non divenga ipocrita, perché non cada nel tepore della vita», perché «abbia la gioia di sapere che c’è un Padre che ci ama tanto».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Dom Ott 18, 2015 1:57 pm

Cosa dice il Papa No 8  

SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DEI BEATI:
- VINCENZO GROSSI
- MARIA DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE
- LUDOVICO MARTIN E MARIA AZELIA GUÉRIN
[/b]

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Pietro
XXIX Domenica del Tempo Ordinario, 18 ottobre 2015

[Multimedia]

 

Le Letture bibliche ci presentano oggi il tema del servizio e ci chiamano a seguire Gesù nella via dell’umiltà e della croce.

Il profeta Isaia delinea la figura del Servo di Jahwé (53,10-11) e la sua missione di salvezza. Si tratta di un personaggio che non vanta genealogie illustri, è disprezzato, evitato da tutti, esperto nel soffrire. Uno a cui non attribuiscono imprese grandiose, né celebri discorsi, ma che porta a compimento il piano di Dio attraverso una presenza umile e silenziosa e attraverso il proprio patire. La sua missione, infatti, si realizza mediante la sofferenza, che gli permette di comprendere i sofferenti, di portare il fardello delle colpe altrui e di espiarle. L’emarginazione e la sofferenza del Servo del Signore, protratte fino alla morte, si rivelano feconde, al punto tale da riscattare e salvare le moltitudini.

Gesù è il Servo del Signore: la sua vita e la sua morte, interamente nella forma del servizio (cfr Fil 2,7), sono state causa della nostra salvezza e della riconciliazione dell’umanità con Dio. Il kerigma, cuore del Vangelo, attesta che nella sua morte e risurrezione si sono adempiute le profezie del Servo del Signore. Il racconto di san Marco descrive la scena di Gesù alle prese con i discepoli Giacomo e Giovanni, i quali – supportati dalla madre – volevano sedere alla sua destra e alla sua sinistra nel regno di Dio (cfr Mc 10,37), rivendicando posti d’onore, secondo una loro visione gerarchica del regno stesso. La prospettiva in cui si muovono risulta ancora inquinata da sogni di realizzazione terrena. Gesù allora dà un primo “scossone” a quelle convinzioni dei discepoli chiamando il suo cammino su questa terra: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete … ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato (vv. 39-40). Con l’immagine del calice, Egli assicura ai due la possibilità di essere associati fino in fondo al suo destino di sofferenza, senza tuttavia garantire i posti d’onore ambiti. La sua risposta è un invito a seguirlo sulla via dell’amore e del servizio, respingendo la tentazione mondana di voler primeggiare e comandare sugli altri.

Di fronte a gente che briga per ottenere il potere e il successo, per farsi vedere, di fronte a gente che vuole siano riconosciuti i propri meriti, i propri lavori, i discepoli sono chiamati a fare il contrario. Pertanto li ammonisce: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore» (vv. 42-44). Con queste parole indica il servizio quale stile dell’autorità nella comunità cristiana. Chi serve gli altri ed è realmente senza prestigio esercita la vera autorità nella Chiesa. Gesù ci invita a cambiare mentalità e a passare dalla bramosia del potere alla gioia di scomparire e servire; a sradicare l’istinto del dominio sugli altri ed esercitare la virtù dell’umiltà.

E dopo aver presentato un modello da non imitare, offre sé stesso quale ideale a cui riferirsi. Nell’atteggiamento del Maestro la comunità troverà la motivazione della nuova prospettiva di vita: «Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (v. 45). Nella tradizione biblica il Figlio dell’uomo è colui che riceve da Dio «potere, gloria e regno» (Dn 7,14). Gesù riempie di nuovo senso questa immagine e precisa che Egli ha il potere in quanto servo, la gloria in quanto capace di abbassamento, l’autorità regale in quanto disponibile al totale dono della vita. È infatti con la sua passione e morte che Egli conquista l’ultimo posto, raggiunge il massimo di grandezza nel servizio, e ne fa dono alla sua Chiesa.

C’è incompatibilità tra un modo di concepire il potere secondo criteri mondani e l’umile servizio che dovrebbe caratterizzare l’autorità secondo l’insegnamento e l’esempio di Gesù. Incompatibilità tra ambizioni, arrivismi e sequela di Cristo; incompatibilità tra onori, successo, fama, trionfi terreni e la logica di Cristo crocifisso. C’è invece compatibilità tra Gesù “esperto nel patire” e la nostra sofferenza. Ce lo ricorda la Lettera agli Ebrei, che presenta Cristo come il sommo sacerdote che condivide in tutto la nostra condizione umana, eccetto il peccato: «Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (4,15). Gesù esercita essenzialmente un sacerdozio di misericordia e di compassione. Egli ha fatto l’esperienza diretta delle nostre difficoltà, conosce dall’interno la nostra condizione umana; il non aver sperimentato il peccato non gli impedisce di capire i peccatori. La sua gloria non è quella dell’ambizione o della sete di dominio, ma è la gloria di amare gli uomini, assumere e condividere la loro debolezza e offrire loro la grazia che risana, accompagnarli con tenerezza infinita, accompagnarli nel loro tribolato cammino.

Ognuno di noi, in quanto battezzato, partecipa per parte propria al sacerdozio di Cristo; i fedeli laici al sacerdozio comune, i sacerdoti al sacerdozio ministeriale. Pertanto, tutti possiamo ricevere la carità che promana dal suo Cuore aperto, sia per noi stessi sia per gli altri: diventando “canali” del suo amore, della sua compassione, specialmente verso quanti sono nel dolore, nell’angoscia, nello scoraggiamento e nella solitudine.

Coloro che oggi sono stati proclamati Santi, hanno costantemente servito con umiltà e carità straordinarie i fratelli, imitando così il divino Maestro.  San Vincenzo Grossi fu parroco zelante, sempre attento ai bisogni della sua gente, specialmente alle fragilità dei giovani. Per tutti spezzò con ardore il pane della Parola e divenne buon samaritano per i più bisognosi.

Santa Maria dell’Immacolata Concezione, attingendo dalle sorgenti della preghiera e della contemplazione, visse in prima persona con grande umiltà il servizio agli ultimi, con una attenzione particolare ai figli dei poveri e agli ammalati.

I santi coniugi Ludovico Martin e Maria Azelia Guérin hanno vissuto il servizio cristiano nella famiglia, costruendo giorno per giorno un ambiente pieno di fede e di amore; e in questo clima sono germogliate le vocazioni delle figlie, tra cui santa Teresa di Gesù Bambino.

La testimonianza luminosa di questi nuovi Santi ci sprona a perseverare sulla strada del servizio gioioso ai fratelli, confidando nell’aiuto di Dio e nella materna protezione di Maria. Dal cielo ora veglino su di noi e ci sostengano con la loro potente intercessione.

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Mar Ott 20, 2015 8:34 am

Cosa dice il Papa Cosa No 9

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Quanto e come

Lunedì, 19 ottobre 2015

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.239, 19-20/10/2015)

«La cupidigia è un’idolatria» da combattere con la capacità di condividere, di donare e di donarsi agli altri. Il tema spinoso del rapporto dell’uomo con la ricchezza è stato al centro della meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di lunedì 19 ottobre.

Partendo dal brano evangelico di Luca (12, 13-21) che narra dell’uomo ricco preoccupato di accumulare i proventi dei suoi raccolti, il Pontefice ha notato come «Gesù insista contro l’attaccamento alle ricchezze» e «non contro le ricchezze in se stesse»: Dio, infatti, «è ricco» — egli stesso «si presenta come ricco in misericordia, ricco in tanti doni» — ma «quello che Gesù condanna è proprio l’attaccamento alle ricchezze». Del resto, lo «dice chiaramente» quanto sia «molto difficile» che un ricco, cioè, un uomo attaccato alle ricchezze entri nel regno dei cieli.

Un concetto, ha continuato il Papa, ribadito in maniera ancora più forte: «Voi non potete servire due padroni». In questo caso Gesù, ha sottolineato Francesco, non mette in contrapposizione Dio e il diavolo ma Dio e le ricchezze, perché «l’opposto di servire Dio è servire le ricchezze, lavorare per le ricchezze, per averne di più, per essere sicuro». Cosa accade infatti in questo caso? Che le ricchezze «divengono una sicurezza» e la religione una sorta di «agenzia di assicurazioni: “Io mi assicuro con Dio qui e mi assicuro con le ricchezze qui”». Ma Gesù è chiaro: «Questo non è possibile».

A tale riguardo il Pontefice ha fatto riferimento anche al brano evangelico «del giovane tanto buono che ha commosso Gesù», il giovane ricco che andò via «rattristato» perché non voleva lasciare tutto per darlo ai poveri. «L’attaccamento alle ricchezze è un’idolatria» ha commentato il Papa. Siamo infatti di fronte a «due dei: Dio, il vivo, il Dio vivente, e questo dio di oro, nel quale io metto la mia sicurezza. E questo non è possibile».

Anche il passo evangelico proposto dalla liturgia «porta a questo: due fratelli che litigano sull’eredità». Una circostanza di cui facciamo esperienza anche oggi: pensiamo, ha detto Francesco, a «quante famiglie conosciamo che hanno litigato, litigano, non si salutano, si odiano per un’eredità». Succede che «più importante non è l’amore della famiglia, l’amore dei figli, dei fratelli, dei genitori, no: sono i soldi. E questo distrugge». Tutti, si è detto sicuro il Papa, «conosciamo almeno una famiglia divisa così».

Ma la cupidigia è anche alla radice delle guerre: «sì, c’è un ideale, ma dietro ci sono i soldi: i soldi dei trafficanti di armi, i soldi di quelli che approfittano della guerra». E Gesù è chiaro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia: è pericoloso». La cupidigia, infatti, «ci dà questa sicurezza che non è vera e ti porta sì a pregare — tu puoi pregare, andare in Chiesa — ma anche ad avere il cuore attaccato, e alla fine finisce male».

Tornando all’esempio evangelico, il Pontefice ha tracciato il profilo dell’uomo di cui si narra: «Si vede che era bravo, era un imprenditore bravo. La sua campagna aveva dato un raccolto abbondante, sempre era pieno di ricchezze». Ma invece di pensare a condividerle con i suoi operai e le loro famiglie, ragionava su come accumularle. Ne cercava «sempre di più». Così «la sete dell’attaccamento alle ricchezze non finisce mai. Se tu hai il cuore attaccato alla ricchezza — quando ne hai tante — ne vuoi di più. E questo è il dio della persona che è attaccata alle ricchezze».

Perciò, ha spiegato Francesco, Gesù invita a fare attenzione e a tenersi lontano da ogni cupidigia. E, non a caso, quando «ci spiega la strada di salvezza, le beatitudini, la prima è la povertà di spirito, cioè “non attaccatevi alle ricchezze”: beati i poveri in spirito», quelli che «non sono attaccati» alle ricchezze. «Forse ne hanno — ha osservato il Papa — ma per il servizio degli altri, per condividere, per fare andare avanti tanta gente».

Qualcuno, ha aggiunto, potrebbe chiedere: «Ma, padre, come si fa? Qual è il segno che io non sono in questo peccato di idolatria, di essere attaccato o attaccata alle ricchezze?». La risposta è semplice, e si trova anche nel Vangelo: «dai primi giorni della Chiesa» c’è «un segno: fate l’elemosina». Però non basta. Infatti se io do a quelli che hanno bisogno «è un buon segno», ma devo anche chiedermi: «Quanto do? Quello che mi avanza?». In tal caso «non è un buon segno». Devo, cioè, rendermi conto se donando mi privo di qualcosa «che forse è necessario per me». In quel caso il mio gesto «significa che è più grande l’amore verso Dio che l’attaccamento alle ricchezze».

Quindi, ha sintetizzato Francesco, «prima domanda: “Do?”»; seconda: «Quanto do?»; terza: «Come do?», faccio cioè come Gesù donando «con la carezza dell’amore o come chi paga una tassa?». Ed entrando ancora più nel dettaglio ha chiesto: «Quando tu aiuti una persona, la guardi negli occhi? Le tocchi la mano?». Non bisogna dimenticare, ha detto il Pontefice, che chi abbiamo di fronte «è la carne di Cristo, è tuo fratello, tua sorella. E tu in quel momento sei come il Padre che non lascia mancare il cibo agli uccellini del cielo».

Perciò, ha concluso, «chiediamo al Signore la grazia di essere liberi da questa idolatria, l’attaccamento alle ricchezze»; chiediamogli «la grazia di guardare lui, tanto ricco nel suo amore e tanto ricco nella sua generosità, nella sua misericordia»; e anche la grazia «di aiutare gli altri con l’esercizio dell’elemosina, ma come lo fa lui». Qualcuno potrebbe dire: «Ma, padre, lui non si è privato di niente...». In realtà, è la risposta, «Gesù Cristo, essendo uguale a Dio, si privò di questo, si abbassò, si annientò».


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Cosa dice il Papa No 10

Messaggio  Andrea il Mer Ott 21, 2015 12:19 pm

Cosa dice il Papa No 10

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il nome della suora

Martedì, 20 ottobre 2015


(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.240, 21/10/2015)

Non abbiamo «un Dio meschino» e neppure «un Dio fermo». Il nostro è «un Dio che esce» per «cercare ognuno di noi». E quando ci trova, «ci abbraccia, ci bacia», perché è «un Dio che fa festa» e in cielo si fa «più festa per un peccatore che si converte» che «per un centinaio che rimangono giusti». Su questo amore «senza misura» del Padre il Pontefice è tornato nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta martedì mattina, 20 ottobre.

Come di consueto Francesco ha preso spunto dalle letture della liturgia, in particolare dal brano della lettera ai Romani (5,12.15.17-19.20-21) nel quale san Paolo ricorda che «come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti». Si tratta — ha fatto notare il Papa — di «un riassunto della storia della salvezza», nel quale l’apostolo «ci dice come salva Dio, come ci ha salvati, come ci salva: come dà la salvezza che è l’amicizia fra noi e lui».

Il Pontefice ha collegato questo passo a quello della liturgia del giorno precedente, nel quale — ha rammentato — «abbiamo parlato dell’elemosina, abbiamo detto che Dio dà senza misura: dà se stesso, il suo Figlio». Anche stavolta il discorso verte su «questa idea: come dà Dio, in questo caso l’amicizia, la salvezza tutta nostra?». La risposta del Pontefice è che Dio «dà come dice che darà a noi quando facciamo un’opera buona: ci darà una misura buona, pigiata, colma, traboccante». Una generosità che richiama alla mente il concetto di «abbondanza». E non a caso, ha osservato Francesco, «questa parola “abbondanza” in questo brano viene ripetuta tre volte».

Dunque «Dio dà nell’abbondanza». Tant’è vero che Paolo, a mo’ di «riassunto finale» del suo discorso, afferma: «Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia». Ecco com’è «l’amore di Dio: senza misura. Tutto se stesso». Egli infatti, ha ricordato il Papa, «inviò suo Figlio, si abbassò per farsi compagno di strada, per camminare con noi: lui stesso camminò con noi, dall’inizio con il suo popolo».

Cosa significa allora «questa sovrabbondanza di darsi che è l’amore di Dio»?. Significa che «Dio non è un Dio meschino: lui non conosce la meschinità, lui dà tutto». Significa ancora che «Dio non è un Dio fermo: egli guarda, aspetta che noi ci convertiamo». In sostanza, ha sottolineato il Pontefice, «Dio è un Dio che esce: esce a cercare, a cercare ognuno di noi». Ogni giorno «lui ci cerca, ci sta cercando», come fa il pastore con la «pecora smarrita» o la donna con la «moneta perduta». Dio «cerca: sempre e così. Dio aspetta attivamente. Mai si stanca di aspettarci». Il suo atteggiamento è quello del «padre vecchio» che «ha visto venire, rientrare il figlio da lontano» e subito gli è andato incontro «ad abbracciarlo». Anche «Dio ci aspetta: sempre, con le porte aperte». Perché il suo cuore «non è chiuso: è sempre aperto». E «quando noi arriviamo come quel figlio, ci abbraccia, ci bacia: un Dio che fa festa». Gesù «lo dice esplicitamente parlando della giustificazione, cioè dei peccati perdonati: ci sarà più festa in cielo per un peccatore che si converte che per un centinaio che rimangono giusti». Questo «è l’amore di Dio; Dio ci ama così, senza misura».

Certo, ha riconosciuto Francesco, «non è facile, con i nostri criteri umani — siamo piccoli, noi, limitati — capire l’amore di Dio. Possiamo capire in questi gesti del Signore questa sovrabbondanza, ma capire tutto non è facile». In proposito il Papa ha rievocato la figura di una religiosa conosciuta durante il suo ministero a Buenos Aires. Era «una suora anziana, molto anziana, che tutta la vita aveva lavorato in un reparto dell’ospedale, e ancora lavorava lì» Aveva «più di 84 anni» ma lavorava «sempre con il sorriso. Aveva sicuramente l’esperienza dell’amore di Dio, perché parlava sempre dell’amore di Dio e faceva sentire questo amore». Per questo «le avevano dato un soprannome»: la chiamavano «la suora amore-di-Dio». Ed è «una grazia», ha commentato il Pontefice, «trovare questa gente, questi santi, a cui il Signore ha dato il dono di capire questo mistero, questa sovrabbondanza del suo amore».

Resta il fatto che «noi sempre abbiamo l’abitudine di misurare le situazioni, le cose con le misure che noi abbiamo: e le nostre misure sono piccole». Per questo — ha raccomandato Francesco — «ci farà bene chiedere allo Spirito Santo la grazia, pregare lo Spirito Santo, la grazia di avvicinarci almeno un po’ per capire questo amore e avere la voglia di essere abbracciati, baciati con quella misura senza limiti». San Paolo, in realtà, «aveva capito quanto brutto fosse il peccato, ma quanto grande fosse la sovrabbondanza dell’amore di Dio. A tal punto che si sente piccolo e in un momento, mosso dallo Spirito Santo, chiama Dio “papà”». Abitualmente «parla del Padre, il Padre», ma «in un momento dice: papà». Dunque, ha ribadito il Papa, «grazie allo Spirito posso dirgli “papà”». Da qui l’invito conclusivo: «Chiediamo la grazia di sentire questo amore, che è un amore di papà, un grande amore, senza limiti».


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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Gio Ott 22, 2015 3:18 pm

Cosa dice il Papa No 11

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 21 ottobre 2015

La Famiglia - 30. Fedeltà dell’amore

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nella scorsa meditazione abbiamo riflettuto sulle importanti promesse che i genitori fanno ai bambini, fin da quando essi sono pensati nell’amore e concepiti nel grembo.

Possiamo aggiungere che, a ben guardare, l’intera realtà famigliare è fondata sulla promessa - pensare bene questo: l’identità famigliare è fondata sulla promessa -: si può dire che la famiglia vive della promessa d’amore e di fedeltà che l’uomo e la donna si fanno l’un l’altra. Essa comporta l’impegno di accogliere ed educare i figli; ma si attua anche nel prendersi cura dei genitori anziani, nel proteggere e accudire i membri più deboli della famiglia, nell’aiutarsi a vicenda per realizzare le proprie qualità ed accettare i propri limiti. E la promessa coniugale si allarga a condividere le gioie e le sofferenze di tutti i padri, le madri, i bambini, con generosa apertura nei confronti dell’umana convivenza e del bene comune. Una famiglia che si chiude in sé stessa è come una contraddizione, una mortificazione della promessa che l’ha fatta nascere e la fa vivere. Non dimenticare mai: l’identità della famiglia è sempre una promessa che si allarga, e si allarga a tutta la famiglia e anche a tutta l’umanità.

Ai nostri giorni, l’onore della fedeltà alla promessa della vita famigliare appare molto indebolito. Da una parte, perché un malinteso diritto di cercare la propria soddisfazione, a tutti i costi e in qualsiasi rapporto, viene esaltato come un principio non negoziabile di libertà. D’altra parte, perché si affidano esclusivamente alla costrizione della legge i vincoli della vita di relazione e dell’impegno per il bene comune. Ma, in realtà, nessuno vuole essere amato solo per i propri beni o per obbligo. L’amore, come anche l’amicizia, devono la loro forza e la loro bellezza proprio a questo fatto: che generano un legame senza togliere la libertà. L’amore è libero, la promessa della famiglia è libera, e questa è la bellezza. Senza libertà non c’è amicizia, senza libertà non c’è amore, senza libertà non c’è matrimonio.

Dunque, libertà e fedeltà non si oppongono l’una all’altra, anzi, si sostengono a vicenda, sia nei rapporti interpersonali, sia in quelli sociali. Infatti, pensiamo ai danni che producono, nella civiltà della comunicazione globale, l’inflazione di promesse non mantenute, in vari campi, e l’indulgenza per l’infedeltà alla parola data e agli impegni presi!

Sì, cari fratelli e sorelle, la fedeltà è una promessa di impegno che si auto-avvera, crescendo nella libera obbedienza alla parola data. La fedeltà è una fiducia che “vuole” essere realmente condivisa, e una speranza che “vuole” essere coltivata insieme. E parlando di fedeltà mi viene in mente quello che i nostri anziani, i nostri nonni raccontano: “A quei tempi, quando si faceva un accordo, una stretta di mano era sufficiente, perché c’era la fedeltà alle promesse. E anche questo, che è un fatto sociale, ha origine nella famiglia, nella stretta di mano dell’uomo e la donna per andare avanti insieme, tutta la vita.

La fedeltà alle promesse è un vero capolavoro di umanità! Se guardiamo alla sua audace bellezza, siamo intimoriti, ma se disprezziamo la sua coraggiosa tenacia, siamo perduti. Nessun rapporto d’amore – nessuna amicizia, nessuna forma del voler bene, nessuna felicità del bene comune – giunge all’altezza del nostro desiderio e della nostra speranza, se non arriva ad abitare questo miracolo dell’anima. E dico “miracolo”, perché la forza e la persuasione della fedeltà, a dispetto di tutto, non finiscono di incantarci e di stupirci. L’onore alla parola data, la fedeltà alla promessa, non si possono comprare e vendere. Non si possono costringere con la forza, ma neppure custodire senza sacrificio.

Nessun’altra scuola può insegnare la verità dell’amore, se la famiglia non lo fa. Nessuna legge può imporre la bellezza e l’eredità di questo tesoro della dignità umana, se il legame personale fra amore e generazione non la scrive nella nostra carne.

Fratelli e sorelle, è necessario restituire onore sociale alla fedeltà dell’amore: restituire onore sociale alla fedeltà dell’amore! E’ necessario sottrarre alla clandestinità il quotidiano miracolo di milioni di uomini e donne che rigenerano il suo fondamento famigliare, del quale ogni società vive, senza essere in grado di garantirlo in nessun altro modo. Non per caso, questo principio della fedeltà alla promessa dell’amore e della generazione è scritto nella creazione di Dio come una benedizione perenne, alla quale è affidato il mondo.

Se san Paolo può affermare che nel legame famigliare è misteriosamente rivelata una verità decisiva anche per il legame del Signore e della Chiesa, vuol dire che la Chiesa stessa trova qui una benedizione da custodire e dalla quale sempre imparare, prima ancora di insegnarla e disciplinarla. La nostra fedeltà alla promessa è pur sempre affidata alla grazia e alla misericordia di Dio. L’amore per la famiglia umana, nella buona e nella cattiva sorte, è un punto d’onore per la Chiesa! Dio ci conceda di essere all’altezza di questa promessa. E preghiamo anche per i Padri del Sinodo: il Signore benedica il loro lavoro, svolto con fedeltà creativa, nella fiducia che Lui per primo, il Signore - Lui per primo! -, è fedele alle sue promesse. Grazie.

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Ven Ott 23, 2015 8:17 am

Cosa dice il Papa No 12

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Ogni giorno un passo

Giovedì, 22 ottobre 2015



(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.242, 23/10/2015)

Come un atleta si allena giorno dopo giorno per raggiungere i suoi traguardi, così la vita del cristiano deve essere segnata da un continuo sforzo, da un «lavoro quotidiano» per fare spazio a Dio, per «aprire la porta» al dono della grazia che salva. È una riflessione segnata dal pensiero paolino quella offerta da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina, 22 ottobre. Filo conduttore, il tema della conversione.

L’omelia del Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura del giorno, un brano della lettera di san Paolo ai Romani (6, 19-23) nel quale l’apostolo «ricorda la salvezza, la grazia della salvezza», e parla della «strada di santificazione. E dice ai nuovi cristiani: “Voi eravate al servizio dell’iniquità — cioè del peccato — e adesso siate al servizio del dono di Dio”, cioè al servizio della grazia e della santificazione». Paolo dà concretezza alle sue parole e usa «quest’immagine: voi eravate al servizio dell’iniquità con il vostro corpo, con la vostra anima, con il vostro cuore, con la vostra mente. Tutto era al servizio dell’iniquità. Adesso il vostro corpo, la vostra anima, il vostro cuore, la vostra mente devono essere al servizio» della grazia e della santificazione. L’apostolo scrive infatti ai suoi interlocutori che loro ora «sono cambiati», che a loro è accaduto qualcosa di «fondamentale, e cioè la salvezza in Gesù Cristo, il dono di Dio».

Questa, ha spiegato Francesco, «è la catechesi della conversione». Paolo, cioè, «esorta alla conversione». Ed è un messaggio che giunge fino ai nostri giorni. «Noi — ha detto il Papa — possiamo pensare: la maggioranza di noi è stata battezzata da bambini, e non sapevamo cosa fosse l’iniquità. Ma poi, l’abbiamo imparato nella catechesi», e allora anche per noi vale il consiglio di Paolo: «Non usate la vostra anima, il vostro cuore, il vostro corpo per il peccato, al servizio del male, dell’iniquità; ma usatelo al servizio del dono di Dio, della gioia» che porta «alla vita eterna in Gesù».

Ecco allora sintetizzato il significato della conversione: «per il cristiano — ha spiegato il Pontefice — la conversione è un compito, un lavoro di tutti i giorni». Per aiutare a comprendere ancora meglio, Francesco ha richiamato l’immagine dello sportivo usata dallo stesso san Paolo. Pensando all’«uomo che si allena per prepararsi alla partita, e fa uno sforzo grande» l’apostolo dice: «Ma se questo, per vincere una partita fa questo sforzo», allora anche «noi, che dobbiamo arrivare a quella vittoria grande del Cielo, come non lo faremo?», ed esorta a più riprese tutti «ad andare avanti in questo sforzo».

Potrebbe però sorgere un malinteso e qualcuno potrebbe dire: «Padre, possiamo pensare che la santificazione viene per lo sforzo che io faccio, come la vittoria per quello che fa lo sport viene per l’allenamento?».

«No», ha risposto il Papa spiegando: «Lo sforzo che noi facciamo, questo lavoro quotidiano di servire il Signore con la nostra anima, con il nostro cuore, con il nostro corpo, con tutta la nostra vita» serve soltanto ad aprire «la porta allo Spirito Santo». A quel punto è lo Spirito «che entra in noi e ci salva», lo Spirito che «è il dono in Gesù Cristo». Se non fosse così, ha aggiunto Francesco, «assomiglieremmo ai fachiri: no, noi non siamo fachiri. Noi, con il nostro sforzo, apriamo la porta».

Ci potrebbe essere, a questo punto, una legittima obiezione: «Ma, padre, è difficile... È difficile, tutti i giorni, fare questo sforzo». Ed è vero: «Non è facile — ha commentato il Pontefice — perché la nostra debolezza, il peccato originale, il diavolo sempre ci tirano indietro». Proprio a tale riguardo «l’autore della Lettera agli Ebrei ammonisce contro questa tentazione di indietreggiare» e scrive: «Noi siamo di quelli che non cedono». Perciò, il Papa ha esortato a «non andare indietro, non cedere», richiamando anche un’immagine “forte” utilizzata dall’apostolo Pietro per descrivere quelli «che si stancano di andare avanti e alla fine dicono: “Ma, rimango così”». Costoro vengono infatti paragonati al «cane che torna al suo vomito». Il passo della Scrittura odierno, invece, «ammonisce, esorta ad andare avanti, sempre: un po’ ogni giorno». Anche quando siamo costretti a fronteggiare «una grande difficoltà».

Per farsi ancora meglio comprendere, Francesco ha parlato di un incontro da lui avuto «alcuni mesi fa» con una donna, «giovane, madre di famiglia — una bella famiglia — che aveva il cancro. Un cancro brutto». Nonostante ciò, ha raccontato il Papa, «lei si muoveva con felicità, faceva come se fosse sana. E parlando di questo atteggiamento, mi ha detto: “Padre, ce la metto tutta per vincere il cancro!”». È proprio l’atteggiamento che deve avere il cristiano. Noi, ha spiegato il Pontefice, «che abbiamo ricevuto questo dono in Gesù e siamo passati dal peccato, dalla vita dell’iniquità alla vita del dono in Cristo, nello Spirito Santo, dobbiamo fare lo stesso».

Come? «Ogni giorno un passo. Ogni giorno un passo». E di opportunità «ce ne sono tante». Francesco ha fatto un paio di esempi molto semplici: «Mi viene voglia di chiacchierare contro uno? Stai zitto», oppure: «Mi viene un po’ di sonno e non ho voglia di pregare? Vai a pregare un po’». Non dobbiamo pensare a grandi gesti, ma a «piccole cosine di tutti i giorni». Perché le «piccole cosine» sono quelle che «ci aiutano a non cedere, a non andare indietro, a non tornare all’iniquità; ma ad andare avanti verso questo dono, questa promessa di Gesù che sarà l’incontro con Lui».

Come di consueto il Papa ha concluso la sua omelia con l’invito alla preghiera e all’impegno personali: «Chiediamo al Signore questa grazia: di essere bravi in questo allenamento della vita verso l’incontro, perché abbiamo ricevuto il dono della giustificazione, il dono della grazia, il dono dello Spirito in Cristo».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Lun Ott 26, 2015 2:34 pm

Cosa dice il Papa No 13
 
SANTA MESSA PER LA CONCLUSIONE
DELLA XIV ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
XXX Domenica del Tempo Ordinario, 25 ottobre 2015

[Multimedia]

Tutte e tre le Letture di questa domenica ci presentano la compassione di Dio, la sua paternità, che si rivela definitivamente in Gesù.

Il profeta Geremia, in pieno disastro nazionale, mentre il popolo è deportato dai nemici, annuncia che «il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele» (31,7). E perché lo ha fatto? Perché Lui è Padre (cfr v. 9); e come Padre si prende cura dei suoi figli, li accompagna nel cammino, sostiene «il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente» (31,Cool. La sua paternità apre loro una via accessibile, una via di consolazione dopo tante lacrime e tante amarezze. Se il popolo resta fedele, se persevera a cercare Dio anche in terra straniera, Dio cambierà la sua prigionia in libertà, la sua solitudine in comunione: ciò che oggi il popolo semina nelle lacrime, domani lo raccoglierà nella gioia (cfr Sal 125,6).

Con il Salmo abbiamo manifestato anche noi la gioia che è frutto della salvezza del Signore: «La nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia» (v. 2). Il credente è una persona che ha sperimentato l’azione salvifica di Dio nella propria vita. E noi, Pastori, abbiamo sperimentato che cosa significhi seminare con fatica, a volte nelle lacrime, e gioire per la grazia di un raccolto che sempre va oltre le nostre forze e le nostre capacità.

Il brano della Lettera agli Ebrei ci ha presentato la compassione di Gesù. Anche Lui “si è rivestito di debolezza” (cfr 5,2), per sentire compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore. Gesù è il sommo sacerdote grande, santo, innocente, ma al tempo stesso è il sommo sacerdote che ha preso parte alle nostre debolezze ed è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato (cfr 4,15). Per questo è il mediatore della nuova e definitiva alleanza che ci dà la salvezza.

Il Vangelo odierno ci collega direttamente alla prima Lettura: come il popolo d’Israele è stato liberato grazie alla paternità di Dio, così Bartimeo è stato liberato grazie alla compassione di Gesù. Gesù è appena uscito da Gerico. Nonostante abbia appena iniziato il cammino più importante, quello verso Gerusalemme, si ferma ancora per rispondere al grido di Bartimeo. Si lascia toccare dalla sua richiesta, si fa coinvolgere dalla sua situazione. Non si accontenta di fargli l’elemosina, ma vuole incontrarlo di persona. Non gli dà né indicazioni né risposte, ma pone una domanda: «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (Mc 10,51). Potrebbe sembrare una richiesta inutile: che cosa potrebbe desiderare un cieco se non la vista? Eppure, con questo interrogativo fatto “a tu per tu”, diretto ma rispettoso, Gesù mostra di voler ascoltare le nostre necessità. Desidera con ciascuno di noi un colloquio fatto di vita, di situazioni reali, che nulla escluda davanti a Dio. Dopo la guarigione il Signore dice a quell’uomo: «La tua fede ti ha salvato» (v. 52). È bello vedere come Cristo ammira la fede di Bartimeo, fidandosi di lui. Lui crede in noi, più di quanto noi crediamo in noi stessi.

C’è un particolare interessante. Gesù chiede ai suoi discepoli di andare a chiamare Bartimeo. Essi si rivolgono al cieco usando due espressioni, che solo Gesù utilizza nel resto del Vangelo. In primo luogo gli dicono: “Coraggio!”, con una parola che letteralmente significa “abbi fiducia, fatti animo!”. In effetti, solo l’incontro con Gesù dà all’uomo la forza per affrontare le situazioni più gravi. La seconda espressione è “Alzati!”, come Gesù aveva detto a tanti malati, prendendoli per mano e risanandoli. I suoi non fanno altro che ripetere le parole incoraggianti e liberatorie di Gesù, conducendo direttamente a Lui, senza prediche. A questo sono chiamati i discepoli di Gesù, anche oggi, specialmente oggi: a porre l’uomo a contatto con la Misericordia compassionevole che salva. Quando il grido dell’umanità diventa, come in Bartimeo, ancora più forte, non c’è altra risposta che fare nostre le parole di Gesù e soprattutto imitare il suo cuore. Le situazioni di miseria e di conflitto sono per Dio occasioni di misericordia. Oggi è tempo di misericordia!

Ci sono però alcune tentazioni per chi segue Gesù. Il Vangelo di oggi ne evidenzia almeno due. Nessuno dei discepoli si ferma, come fa Gesù. Continuano a camminare, vanno avanti come se nulla fosse. Se Bartimeo è cieco, essi sono sordi: il suo problema non è il loro problema. Può essere il nostro rischio: di fronte ai continui problemi, meglio andare avanti, senza lasciarci disturbare. In questo modo, come quei discepoli, stiamo con Gesù, ma non pensiamo come Gesù. Si sta nel suo gruppo, ma si smarrisce l’apertura del cuore, si perdono la meraviglia, la gratitudine e l’entusiasmo e si rischia di diventare “abitudinari della grazia”. Possiamo parlare di Lui e lavorare per Lui, ma vivere lontani dal suo cuore, che è proteso verso chi è ferito. Questa è la tentazione: una “spiritualità del miraggio”: possiamo camminare attraverso i deserti dell’umanità senza vedere quello che realmente c’è, bensì quello che vorremmo vedere noi; siamo capaci di costruire visioni del mondo, ma non accettiamo quello che il Signore ci mette davanti agli occhi. Una fede che non sa radicarsi nella vita della gente rimane arida e, anziché oasi, crea altri deserti.

C’è una seconda tentazione, quella di cadere in una “fede da tabella”. Possiamo camminare con il popolo di Dio, ma abbiamo già la nostra tabella di marcia, dove tutto rientra: sappiamo dove andare e quanto tempo metterci; tutti devono rispettare i nostri ritmi e ogni inconveniente ci disturba. Rischiamo di diventare come quei “molti” del Vangelo che perdono la pazienza e rimproverano Bartimeo. Poco prima avevano rimproverato i bambini (cfr 10,13), ora il mendicante cieco: chi dà fastidio o non è all’altezza è da escludere. Gesù invece vuole includere, soprattutto chi è tenuto ai margini e grida a Lui. Costoro, come Bartimeo, hanno fede, perché sapersi bisognosi di salvezza è il miglior modo per incontrare Gesù.

E alla fine Bartimeo si mette a seguire Gesù lungo la strada (cfr v. 52). Non solo riacquista la vista, ma si unisce alla comunità di coloro che camminano con Gesù. Carissimi Fratelli sinodali, noi abbiamo camminato insieme. Vi ringrazio per la strada che abbiamo condiviso con lo sguardo rivolto al Signore e ai fratelli, nella ricerca dei sentieri che il Vangelo indica al nostro tempo per annunciare il mistero di amore della famiglia. Proseguiamo il cammino che il Signore desidera. Chiediamo a Lui uno sguardo guarito e salvato, che sa diffondere luce, perché ricorda lo splendore che lo ha illuminato. Senza farci mai offuscare dal pessimismo e dal peccato, cerchiamo e vediamo la gloria di Dio, che risplende nell’uomo vivente.

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Mer Ott 28, 2015 8:18 am

Cosa dice il Papa No 14

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

GRAN CANCELLIERE DELL'ISTITUTO UNIVERSITARIO “SOPHIA”,

ALL'ARCIVESCOVO DI FIRENZE,
IN OCCASIONE DEL CONFERIMENTO DEL DOTTORATO “HONORIS CAUSA”
AL PATRIARCA ECUMENICO SUA SANTITÀ BARTOLOMEO I


Em.mo
Sig. Card. Giuseppe Betori
Arcivescovo di Firenze
Gran Cancelliere dell’Istituto Universitario “Sophia”

In occasione del conferimento del Dottorato honoris causa in “Cultura dell’Unità” a Sua Santità Bartolomeo I, Arcivescovo di Costantinopoli e Patriarca Ecumenico, da parte dell’Istituto Universitario “Sophia” di Loppiano, desidero assicurare la mia spirituale vicinanza e porgere un cordiale saluto a tutti i presenti.

Rivolgo un ricordo particolare all’amato fratello Bartolomeo, al quale rinnovo sentimenti di viva stima e di sentito apprezzamento, rallegrandomi per la presente iniziativa che, oltre a costituire un doveroso riconoscimento per il suo impegno nella promozione della cultura dell’unità, contribuisce favorevolmente al cammino comune delle nostre Chiese verso la piena e visibile unità, alla quale tendiamo con dedizione e perseveranza.

Nell’auspicare che l’Istituto Universitario “Sophia”, seguendo il carisma proprio del Movimento dei Focolari e aperto all’azione dello Spirito, continui a essere un luogo d’incontro e di dialogo tra culture e religioni diverse, assicuro il mio orante ricordo e, mentre chiedo di pregare per me, invio a tutti i presenti la mia Benedizione.

Franciscus PP

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Gio Ott 29, 2015 8:19 am

Cosa dice il Papa No 15


PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE INTERRELIGIOSA

IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO
DELLA PROMULGAZIONE DELLA DICHIARAZIONE CONCILIARE
"NOSTRA AETATE"

Piazza San Pietro
Mercoledì, 28 ottobre 2015

[Multimedia]

Parole del Santo Padre ai malati e disabili riuniti nell'Aula Paolo VI all'inizio dell'Udienza Generale

Buongiorno a tutti! Voi siete qui oggi non perché vi abbiamo messi in galera!, ma perché il tempo è brutto e pioveva. Adesso credo che abbia smesso ma è instabile, così voi siete più comodi e tranquilli e potete vedere l’udienza dal maxischermo. E io dirò a quelli che sono in piazza che voi siete qui e così ci salutiamo e siamo tutti insieme. Vi prego di pregare per me, e io prego per voi.

Potete offrire a Gesù i dolori della malattia: le malattie sono brutte tutte, tutte; possiamo offrire a Gesù e andare avanti e chiedere la grazia, nella tristezza e nei dolori, di non perdere la speranza. La speranza che ci darà la gioia.

Adesso preghiamo insieme l’Ave Maria e vi do la benedizione. [Ave Maria]

Buona udienza da qui e pregate per me!


CATECHESI DEL SANTO PADRE


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nelle Udienze Generali ci sono spesso persone o gruppi appartenenti ad altre religioni; ma oggi questa presenza è del tutto particolare, per ricordare insieme il 50° anniversario della Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra ætate sui rapporti della Chiesa Cattolica con le religioni non cristiane. Questo tema stava fortemente a cuore al beato Papa Paolo VI, che già nella festa di Pentecoste dell’anno precedente la fine del Concilio, aveva istituito il Segretariato per i non cristiani, oggi Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Esprimo perciò la mia gratitudine e il mio caloroso benvenuto a persone e gruppi di diverse religioni, che oggi hanno voluto essere presenti, specialmente a quanti sono venuti da lontano.

Il Concilio Vaticano II è stato un tempo straordinario di riflessione, dialogo e preghiera per rinnovare lo sguardo della Chiesa Cattolica su se stessa e sul mondo. Una lettura dei segni dei tempi in vista di un aggiornamento orientato da una duplice fedeltà: fedeltà alla tradizione ecclesiale e fedeltà alla storia degli uomini e delle donne del nostro tempo. Infatti Dio, che si è rivelato nella creazione e nella storia, che ha parlato per mezzo dei profeti e compiutamente nel suo Figlio fatto uomo (cfr Eb 1,1), si rivolge al cuore ed allo spirito di ogni essere umano che cerca la verità e le vie per praticarla.

Il messaggio della Dichiarazione Nostra ætate è sempre attuale. Ne richiamo brevemente alcuni punti:
- la crescente interdipendenza dei popoli (cfr n. 1);
- la ricerca umana di un senso della vita, della sofferenza, della morte, interrogativi che sempre accompagnano il nostro cammino (cfr n. 1);
- la comune origine e il comune destino dell’umanità (cfr n. 1);
- l’unicità della famiglia umana (cfr n. 1);
- le religioni come ricerca di Dio o dell’Assoluto, all’interno delle varie etnie e culture (cfr n. 1);
- lo sguardo benevolo e attento della Chiesa sulle religioni: essa non rigetta niente di ciò che in esse vi è di bello e di vero (cfr n. 2);
- la Chiesa guarda con stima i credenti di tutte le religioni, apprezzando il loro impegno spirituale e morale (cfr n. 3);  
- la Chiesa, aperta al dialogo con tutti, è nello stesso tempo fedele alle verità in cui crede, a cominciare da quella che la salvezza offerta a tutti ha la sua origine in Gesù, unico salvatore, e che lo Spirito Santo è all’opera, quale fonte di pace e amore.


Sono tanti gli eventi, le iniziative, i rapporti istituzionali o personali con le religioni non cristiane di questi ultimi cinquant’anni, ed è difficile ricordarli tutti. Un avvenimento particolarmente significativo è stato l’Incontro di Assisi del 27 ottobre 1986. Esso fu voluto e promosso da san Giovanni Paolo II, il quale un anno prima, dunque trent’anni fa, rivolgendosi ai giovani musulmani a Casablanca auspicava che tutti i credenti in Dio favorissero l’amicizia e l’unione tra gli uomini e i popoli (19 agosto 1985). La fiamma, accesa ad Assisi, si è estesa in tutto il mondo e costituisce un permanente segno di speranza.

Una speciale gratitudine a Dio merita la vera e propria trasformazione che ha avuto in questi 50 anni il rapporto tra cristiani ed ebrei. Indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e benevolenza. Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli. Il Concilio, con la Dichiarazione Nostra ætate, ha tracciato la via: “sì” alla riscoperta delle radici ebraiche del cristianesimo; “no” ad ogni forma di antisemitismo e condanna di ogni ingiuria, discriminazione e persecuzione che ne derivano. La conoscenza, il rispetto e la stima vicendevoli costituiscono la via che, se vale in modo peculiare per la relazione con gli ebrei, vale analogamente anche per i rapporti con le altre religioni. Penso in particolare ai musulmani, che – come ricorda il Concilio – «adorano il Dio unico, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini» (Nostra ætate, 5). Essi si riferiscono alla paternità di Abramo, venerano Gesù come profeta, onorano la sua Madre vergine, Maria, attendono il giorno del giudizio, e praticano la preghiera, le elemosine e il digiuno (cfr ibid.).

Il dialogo di cui abbiamo bisogno non può che essere aperto e rispettoso, e allora si rivela fruttuoso. Il rispetto reciproco è condizione e, nello stesso tempo, fine del dialogo interreligioso: rispettare il diritto altrui alla vita, all’integrità fisica, alle libertà fondamentali, cioè libertà di coscienza, di pensiero, di espressione e di religione.

Il mondo guarda a noi credenti, ci esorta a collaborare tra di noi e con gli uomini e le donne di buona volontà che non professano alcuna religione, ci chiede risposte effettive su numerosi temi: la pace, la fame, la miseria che affligge milioni di persone, la crisi ambientale, la violenza, in particolare quella commessa in nome della religione, la corruzione, il degrado morale, le crisi della famiglia, dell’economia, della finanza, e soprattutto della speranza. Noi credenti non abbiamo ricette per questi problemi, ma abbiamo una grande risorsa: la preghiera. E noi credenti preghiamo. Dobbiamo pregare. La preghiera è il nostro tesoro, a cui attingiamo secondo le rispettive tradizioni, per chiedere i doni ai quali anela l’umanità.

A causa della violenza e del terrorismo si è diffuso un atteggiamento di sospetto o addirittura di condanna delle religioni. In realtà, benché nessuna religione sia immune dal rischio di deviazioni fondamentalistiche o estremistiche in individui o gruppi (cfr Discorso al Congresso USA, 24 settembre 2015), bisogna guardare ai valori positivi che esse vivono e che esse propongono, e che sono sorgenti di speranza. Si tratta di alzare lo sguardo per andare oltre. Il dialogo basato sul fiducioso rispetto può portare semi di bene che a loro volta diventano germogli di amicizia e di collaborazione in tanti campi, e soprattutto nel servizio ai poveri, ai piccoli, agli anziani, nell’accoglienza dei migranti, nell’attenzione a chi è escluso. Possiamo camminare insieme prendendoci cura gli uni degli altri e del creato. Tutti i credenti di ogni religione. Insieme possiamo lodare il Creatore per averci donato il giardino del mondo da coltivare e custodire come un bene comune, e possiamo realizzare progetti condivisi per combattere la povertà e assicurare ad ogni uomo e donna condizioni di vita dignitose.

Il Giubileo Straordinario della Misericordia, che ci sta dinanzi, è un’occasione propizia per lavorare insieme nel campo delle opere di carità. E in questo campo, dove conta soprattutto la compassione, possono unirsi a noi tante persone che non si sentono credenti o che sono alla ricerca di Dio e della verità, persone che mettono al centro il volto dell’altro, in particolare il volto del fratello o della sorella bisognosi. Ma la misericordia alla quale siamo chiamati abbraccia tutto il creato, che Dio ci ha affidato perché ne siamo custodi, e non sfruttatori o, peggio ancora, distruttori. Dovremmo sempre proporci di lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato (cfr Enc. Laudato si’, 194), a partire dall’ambiente in cui viviamo, dai piccoli gesti della nostra vita quotidiana.

Cari fratelli e sorelle, quanto al futuro del dialogo interreligioso, la prima cosa che dobbiamo fare è pregare. E pregare gli uni per gli altri: siamo fratelli! Senza il Signore, nulla è possibile; con Lui, tutto lo diventa! Possa la nostra preghiera – ognuno secondo la propria tradizione – possa aderire pienamente alla volontà di Dio, il quale desidera che tutti gli uomini si riconoscano fratelli e vivano come tali, formando la grande famiglia umana nell’armonia delle diversità.

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Ven Ott 30, 2015 8:41 am

Cosa dice il Papa No 16

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Come una chioccia

Giovedì, 29 ottobre 2015


(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.248, 30/10/2015)

«Con tenerezza di padre». Nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 29 ottobre, Papa Francesco ha ribadito una certezza: Dio non riesce a non amarci, non riesce a «staccarsi da noi». Possiamo anche rifiutare quell’amore, ma lui ci aspetta, «non ci condanna», e soffre invece per la nostra lontananza.

La meditazione del Pontefice ha preso avvio dal brano della lettera ai Romani (8, 31-39) nel quale san Paolo «fa come un riassunto di tutto quello che aveva spiegato sulla nostra salvezza, sul dono di Dio in noi, quello che il Signore ci ha dato». Il resoconto dell’apostolo, ha notato il Papa, appare «un po’ trionfalistico», come se dicesse: «Abbiamo vinto la partita!». È una sicurezza che viene espressa da una serie di constatazioni: «Ma se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Se Dio ci ha dato questo dono, con questo dono nessuno potrà nulla contro di noi. Chi muoverà accuse contro di noi? Chi ci condannerà?». Sembra cioè, ha commentato Francesco, «che la forza di questa sicurezza di vincitore» Paolo l’abbia «nelle proprie mani, come una proprietà». Come dire: «Adesso noi siamo i “campioni”!». E infatti afferma: «Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori».

Però, ha messo in guardia il Papa, forse l’apostolo «voleva dirci una cosa più profonda» e non semplicemente che noi siamo i vincitori, «perché noi abbiamo questo dono in mano, ma per un’altra cosa». Quale? La risposta va cercata nel passaggio successivo della lettera paolina, dove l’apostolo «comincia a ragionare così: “Io sono, infatti, persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze né altezza, né profondità né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù nostro Signore”». Cioè, ha spiegato il Pontefice, «non è che noi siamo vincitori sui nostri nemici, sul peccato»; è vero piuttosto che «noi siamo tanto legati all’amore di Dio, che nessuna persona, nessuna potenza, nessuna cosa ci potrà separare da questo amore».

Paolo, quindi, in quel «dono della ricreazione», della «rigenerazione in Cristo Gesù», ha visto di più: «quello che dà il dono». Ha visto «l’amore di Dio. Un amore che non si può spiegare».

Da qui parte la riflessione che tocca la vita quotidiana del cristiano. «Ogni uomo, ogni donna — ha detto Francesco — può rifiutare il dono: “Non lo voglio! Io preferisco la mia vanità, il mio orgoglio, il mio peccato...”. Ma il dono c’è!». Quel dono «è l’amore di Dio, un Dio che non può staccarsi da noi». Ecco, ha aggiunto il Papa, «l’“impotenza” di Dio. Noi diciamo “Dio è potente, può fare tutto!”. Meno una cosa: staccarsi da noi!».

È un concetto talmente grande che richiede un’esemplificazione, subito portata dal Pontefice, il quale ha ricordato un’immagine evangelica — quella di Gesù che piange sopra Gerusalemme — che «ci fa capire qualcosa di questo amore». Nel pianto di Gesù, ha spiegato Francesco, c’è «tutta la “impotenza” di Dio: la sua incapacità di non amare, di non staccarsi da noi».

Nel vangelo di Luca (13, 34-35) si legge il lamento di Gesù sulla città: «Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti, quelli che ti annunciano la salvezza e lapidi quelli che sono stati mandati a te». È un lamento, ha sottolineato il Papa, che il Signore rivolge non solo a quella città ma a tutti, ricorrendo a «una immagine di tenerezza: “Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali e voi non avete voluto!”». Come dire: «Quante volte ho voluto far sentire questa tenerezza, questo amore, come la chioccia con i pulcini e voi avete rifiutato...».

Ecco allora perché Paolo, avendo capito questo, «può dire che è persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra cosa potrà mai separarci da questo amore». Dio, infatti, ha ribadito, il Papa, «non può non amare. E questa è la nostra sicurezza».

Una sicurezza che coinvolge tutti, senza esclusioni di sorta. «Io — ha aggiunto Francesco — posso rifiutare quell’amore», ma farò la stessa esperienza del buon ladrone che lo ha rifiutato «fino alla fine della sua vita» e proprio «lì lo aspettava quell’amore». Anche l’uomo «più cattivo, il più bestemmiatore è amato da Dio con una tenerezza di padre, di papà» o, per usare le parole di Gesù, «come una chioccia con i pulcini».

Così dunque il Papa ha riassunto la sua meditazione: «Dio il potente, il creatore può fare tutto»; eppure «Dio piange» e «in quelle lacrime» c’è tutto il suo amore. «Dio — ha concluso — piange per me, quando io mi allontano; Dio piange per ognuno di noi; Dio piange per quelli malvagi, che fanno tante cose brutte, tanto male all’umanità...». Egli, infatti, «aspetta, non condanna, piange. Perché? Perché ama!».


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Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Sab Ott 31, 2015 8:34 am

Cosa dice il Papa No 17

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Capaci di compassione

Venerdì, 30 ottobre 2015

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.249, 31/10/2015)

Il perdono di Dio non è una sentenza del tribunale che può mandare assolti «per insufficienza di prove». Nasce invece dalla compassione del Padre per ogni persona. E questa è precisamente la missione di ogni sacerdote, che deve avere la capacità di commuoversi per entrare veramente nella vita della sua gente. Lo ha riaffermato Francesco nella messa celebrata venerdì mattina, 30 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.

La compassione, ha fatto subito notare il Papa nell’omelia tenuta in lingua spagnola, è «una delle virtù, per così dire, un attributo che Dio ha». E ce lo racconta Luca nel passo evangelico (14, 1-6) proposto dalla liturgia. Dio, ha affermato Francesco, «ha compassione; ha compassione di ognuno di noi; ha compassione dell’umanità e ha mandato suo Figlio per guarirla, per rigenerarla, per ricrearla, per rinnovarla». Per questo, ha proseguito, «è interessante che nella parabola del figliol prodigo, che tutti conosciamo, si dice che quando il padre — immagine di Dio che perdona — vede arrivare suo figlio, prova compassione».

«La compassione di Dio non è sentire pena: le due cose non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra», ha messo in guardia il Papa. Difatti, «io posso provare pena per un cagnolino che sta morendo o per una situazione». E «provo pena anche per una persona: mi fa pena, mi dispiace che le stia accadendo questo». Invece «la compassione di Dio è mettersi nel problema, mettersi nella situazione dell’altro, con il suo cuore di Padre». E «per questo ha mandato suo Figlio».

«La compassione di Gesù appare nel Vangelo» ha proseguito Francesco, ricordando che «Gesù curava la gente, però non è un guaritore». Piuttosto Gesù «curava la gente come segno, come segno — oltre a curarla sul serio — della compassione di Dio, per salvare, per rimettere al suo posto nel recinto la pecorella smarrita, le dramme perse dalla donna nel portamonete» ha aggiunto riferendosi alle parabole evangeliche.

«Dio prova compassione» ha rimarcato ancora il Pontefice. E «ci mette il suo cuore di Padre, ci mette il suo cuore per ciascuno di noi». In effetti, «quando Dio perdona, perdona come Padre, non come un officiale giudiziario che legge un incartamento e dice: “Sì, in realtà può essere assolto per insufficienza di prove...”». Dio «ci perdona dal di dentro, perdona perché si è messo nel cuore di quella persona».

Francesco ha quindi ricordato che «quando Gesù deve presentarsi nella sinagoga, a Nazareth, per la prima volta, e gli danno da leggere il libro, gli capita proprio l’annuncio del profeta Isaia: “Io sono stato inviato per portare la lieta novella, per liberare colui che si sente oppresso”». Queste parole significano, ha spiegato, «che Gesù è inviato dal Padre per mettersi in ciascuno di noi, liberandoci dei nostri peccati, dei nostri mali e per portare “la lieta novella”». L’«annuncio di Dio» infatti «è lieto».

E questa è anche la missione di ogni sacerdote: «Commuoversi, impegnarsi nella vita della gente, perché un prete è un sacerdote, come Gesù è sacerdote». Ma, ha aggiunto il Pontefice, «quante volte — e poi ci siamo dovuti andare a confessare — abbiamo criticato quei preti ai quali non interessa ciò che accade ai loro parrocchiani, che non se ne preoccupano: “No, non è un buon sacerdote” abbiamo detto». Perché «un buon prete è quello che si impegna». Proprio come sta facendo, da sessant’anni, il cardinale messicano Javier Lozano Barragán, arcivescovo-vescovo emerito di Zacatecas e presidente emerito del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, nonostante i suoi problemi di salute. A lui — presente alla messa insieme a novanta fedeli messicani — Francesco si è rivolto direttamente con particolare affetto nell’anniversario della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 20 ottobre 1955.

Nel fare gli auguri al cardinale, rendendo grazie a Dio per il suo servizio specialmente alle persone sofferenti, il Papa ha colto l’occasione per rilanciare ancora una volta il profilo essenziale del sacerdote, che si riconosce anzitutto dalla sua capacità di prendersi cura della gente, prima in parrocchia e poi anche da vescovo, impegnato in un dicastero della curia romana. Sessant’anni di vita sacerdotale, ha affermato il Papa, racchiudono certamente una grande ricchezza di incontri, di problemi umani, di ascolto e di perdono. Sempre al servizio della Chiesa.


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Cosa dice il Papa No 18

Messaggio  Andrea il Ven Nov 06, 2015 8:11 am

Cosa dice il Papa No 18

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Mai escludere

Giovedì, 5 novembre 2015


(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.254, 6/11/2015)

È coi fatti che Gesù ci chiede di includere tutti, perché come cristiani «non abbiamo diritto» di escludere gli altri, di giudicarli e chiudere loro le porte. Anche perché «l’atteggiamento dell’esclusione» è alla radice di tutte le guerre, grandi e piccole. Lo ha affermato Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 5 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

«San Paolo — ha fatto notare il Papa riferendosi al passo liturgico tratto dalla lettera ai Romani (14, 7-12) — non si stanca di ricordare il dono di Dio, quel regalo che Dio ci ha fatto di ricrearci, di rigenerarci». E «dice questa parola tanto forte: “Nessuno di noi vive per sé stesso, nessuno muore per sé stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo sia che moriamo siamo del Signore. E per questo Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore di tutti, morti e vivi”». Dunque, ha rilanciato Francesco, «Cristo che unisce, che fa l’unità; Cristo che, con il suo sacrificio nel Calvario, ha fatto l’inclusione di tutti gli uomini nella salvezza».

«L’atteggiamento che Paolo vuole sottolineare è proprio l’atteggiamento dell’inclusione» ha spiegato il Papa. Infatti l’apostolo «vuole che loro siano inclusivi, includano tutti, come ha fatto il Signore. E li ammonisce: “E tu, con questo che ha fatto il Signore, perché giudichi il tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello?”». Insomma l’apostolo «fa sentire loro che hanno un atteggiamento che non è quello del Signore». Perché «il Signore include; anche Paolo diceva in un altro passaggio: “Di due popoli ne ha fatto uno”». Invece «questi escludono».

«Quando noi giudichiamo una persona — ha proseguito Francesco — facciamo l’esclusione», magari dicendo: «Con questo no, con questa no, con questo no...». Così facendo «rimaniamo col nostro gruppetto, siamo selettivi e questo non è cristiano». E diciamo: «No, ché questo è un peccatore, questo ha fatto quello...». La questione, ha insistito il Papa, è che «noi giudichiamo gli altri». Ma «lo stesso è accaduto a Gesù». E lo si legge nel passo evangelico di Luca (15, 1-10) proposto dalla liturgia: «In quel tempo, si avvicinarono a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori — cioè gli esclusi, tutti quelli che erano fuori — per ascoltarlo. E i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”».

Anche «l’atteggiamento dei romani era di escludere». Ecco perché Paolo li «ammonisce di non giudicare». Si tratta proprio dello «stesso atteggiamento degli scribi, dei farisei, che dicono: “Noi siamo i perfetti, noi seguiamo la legge: questi sono peccatori, sono pubblicani”».

Ma «l’atteggiamento di Gesù è includere». Ecco che, ha spiegato il Papa, «ci sono due strade possibili: la strada dell’esclusione delle persone dalla nostra comunità e la strada dell’inclusione». E «la prima, anche se a livello limitato, è la radice di tutte le guerre: tutte le calamità, tutti i conflitti incominciano con un’esclusione». Così «si esclude dalla comunità internazionale, ma anche dalle famiglie: fra amici, quante liti!». Invece «la strada che ci fa vedere Gesù, e ci insegna Gesù, è tutt’altra, è contraria all’altra: includere».

Nel Vangelo «due parabole — ha spiegato il Pontefice — ci fanno capire che non è facile includere la gente perché c’è resistenza, c’è quell’atteggiamento selettivo: non è facile». La prima parla di «quel pastore che torna a casa con le pecore e si accorge che da cento ne manca una». Certo, avrebbe potuto dire: «Domani la troverò...». Invece «lascia tutto — era affamato, aveva lavorato tutta la giornata — e va, in tarda serata, forse al buio, per trovarla». Lo stesso «fa Gesù con questi peccatori, pubblicani: va a mangiare da loro, per trovarli».

L’altra parabola a cui il Papa ha fatto riferimento è «quella della donna che perde la moneta: è la stessa cosa, accende la lampada, spazza la casa e cerca accuratamente finché la trova». E «forse ci mette tutta la giornata ma la trova».

«Cosa succede in ambo i casi?» si è chiesto a questo punto Francesco. Succede che il pastore e la donna «sono pieni di gioia, perché hanno trovato quello che era perso. E vanno dai vicini, dagli amici perché sono tanto felici: “Ho trovato, ho incluso!”». Proprio «questo è l’includere di Dio — ha rimarcato il Papa — contro l’esclusione di quello che giudica, che caccia via la gente, le persone», dicendo «No, questo no, questo no, questo no...» e creandosi «un piccolo circolo di amici, che è il suo ambiente».

Questa, ha aggiunto il Pontefice, «è la dialettica fra esclusione e inclusione: Dio ci ha inclusi tutti nella salvezza, tutti!». E «questo è l’inizio: noi, con le nostre debolezze, con i nostri peccati, con le nostre invidie, gelosie, abbiamo sempre quest’atteggiamento di escludere che, come ho detto prima, può finire nelle guerre».

Gesù fa proprio come il Padre, «quando lo ha inviato a salvarci: ci cerca per includerci, per entrare in comunità, per essere una famiglia». E «la gioia di Paolo è la salvezza grande che ha ricevuto dal Signore». Così, ha ribadito il Papa ritornando alle due parabole evangeliche, anche la gioia del pastore e della donna sta proprio nell’«aver trovato quello che credevano» di aver «perso per sempre».

Invitando alla riflessione, Francesco ha suggerito di non giudicare mai, «almeno un po’», nel «nostro piccolo». Perché «Dio sa: è la sua vita. Ma non lo escludo dal mio cuore, dalla mia preghiera, dal mio sorriso e, se viene l’occasione, gli dico una bella parola». Insomma, «mai escludere, non abbiamo diritto» di farlo. Paolo scrive nella lettera ai Romani: «Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio. Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio». Dunque, «se io escludo sarò un giorno davanti al tribunale di Dio e dovrò rendere conto di me stesso».

Il Papa ha concluso chiedendo «la grazia di essere uomini e donne che includono sempre — sempre! — nella misura della sana prudenza, ma sempre». Non bisogna mai «chiudere le porte a nessuno» ma essere «sempre col cuore aperto». E dire «mi piace, non mi piace» ma tenendo comunque «il cuore aperto».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Dom Nov 08, 2015 8:42 am

Cosa dice il Papa No 19

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Servire, non servirsi

Venerdì, 6 novembre 2015

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.255, 7/11/2015)

Ci sono «sacerdoti e vescovi arrampicatori e attaccati ai soldi» che «invece di servire si servono della Chiesa», rendendola «affarista» e «tiepida» con il loro vivere comodamente il proprio status senza onestà. Da questa «tentazione di una doppia vita» il Papa ha messo in guardia nella messa di venerdì mattina, 6 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta. Una celebrazione mattutina, ha confidato, a cui spesso partecipano missionari e suore che donano tutta la vita al servizio degli altri, rifacendosi al modello di san Paolo e andando «sempre oltre, sempre in uscita».

«La liturgia di oggi — ha affermato subito Francesco — ci fa riflettere su due figure, due figure di servi, di impiegati, due persone che sono chiamate a fare un compito». Nel passo della lettera ai romani (15, 14-21), emerge «la figura di Paolo: proprio lo zelo per evangelizzare». Scrive infatti l’apostolo: «Voi sapete, a motivo della grazia che mi è stata data da Dio — qual era la grazia che lui ha ricevuto? — per essere ministro di Cristo Gesù, adempiendo il sacro ministero». Cioè «ministrare, servire». E «Paolo ha preso sul serio questa vocazione e si è donato tutto al servizio, sempre oltre, non stava mai fermo: sempre oltre, oltre, oltre... per finire, dopo, qui a Roma, tradito da alcuni dei suoi. E finì come un condannato, proprio».

Ma «da dove veniva quella grandezza, quella audacia di Paolo?». Egli stesso dichiara: «e io mi vanto di questo». E «di che si vantava? Si vantava di Gesù Cristo». Si legge infatti nel passo liturgico della sua lettera ai Romani: «Questo dunque è il mio vanto in Gesù Cristo nelle cose che riguardano Dio. Non oserei infatti dire nulla se non di quello che Cristo ha operato per mezzo mio per condurre le genti all’obbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la forza dello Spirito».

Con questo atteggiamento, ha proseguito il Pontefice, san Paolo «è andato ovunque: lui si vantava di servire, di essere eletto, di avere la forza dello Spirito Santo, di andare in tutto il mondo». Ma «c’era qualcosa che per lui era una gioia grande». Ne parla così: «Ma mi sono fatto un punto di onore — un punto di onore: qual era? — di non annunciare il Vangelo dove era già conosciuto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui». Insomma, «Paolo andava dove non era conosciuto il nome di Cristo; era il servo che serviva, amministrava, gettando le basi, cioè annunciando Gesù Cristo sempre oltre, sempre in uscita, sempre più lontano; mai si fermava per avere il vantaggio di un posto, di una autorità, di essere servito». Paolo «era ministro, servo per servire, non per servirsi».

Francesco ha confidato la gioia che prova fino a commuoversi quando, proprio alla messa celebrata al mattino nella cappella della Casa Santa Marta, «vengono alcuni preti e mi salutano» dicendo: «Padre, sono venuto qui a trovare i miei, perché da quarant’anni sono missionario in Amazzonia». Gioia e commozione suscita anche la testimonianza di una suora che lavora «da trent’anni in ospedale in Africa» oppure «che da trenta o quarant’anni è nel reparto dell’ospedale con i disabili, sempre sorridente». Ecco, ha affermato Francesco, «questo si chiama servire, questa è la gioia della Chiesa: andare oltre, sempre; andare oltre e dare la vita». E proprio «questo è quello che ha fatto Paolo: servire».

Riprendendo poi il passo evangelico di Luca (16, 1-Cool che parla dell’amministratore disonesto, proposto dalla liturgia, il Papa ha fatto notare che «il Signore ci fa vedere l’immagine di un altro servo che, invece di servire gli altri, si serve degli altri». Nel Vangelo «abbiamo letto cosa ha fatto questo servo, con quanta scaltrezza si è mosso per rimanere al suo posto, da un’altra parte, ma sempre con una certa dignità». E «anche nella Chiesa — ha detto il Papa — ci sono questi che, invece di servire, di pensare agli altri, di gettare le basi, si servono della Chiesa: gli arrampicatori, gli attaccati ai soldi. E quanti sacerdoti, vescovi abbiamo visto così. È triste dirlo, no?».

«La radicalità del Vangelo, della chiamata di Gesù Cristo» — ha ricordato il Pontefice — sta nel «servire: essere al servizio, non fermarsi, andare oltre sempre, dimenticandosi di se stessi». Dall’altra parte, invece, c’è «la comodità dello status: io ho raggiunto uno status e vivo comodamente senza onestà, come quei farisei dei quali parla Gesù che passeggiavano nelle piazze, facendosi vedere dagli altri». E queste sono «due immagini: due immagini di cristiani, due immagini di preti, due immagini di suore. Due immagini».

In san Paolo, ha spiegato il Papa, «Gesù ci fa vedere» il «modello» di una «Chiesa che non sta mai ferma, che sempre fa fondamento, che sempre va avanti e ci fa vedere che quella è la strada». Invece «quando la Chiesa è tiepida, chiusa in se stessa, anche affarista tante volte, non si può dire, che sia una Chiesa che ministra, che sia al servizio, bensì che si serve degli altri».

Francesco ha concluso chiedendo al Signore «la grazia che ha dato a Paolo, quel punto d’onore di andare sempre avanti, sempre, rinunciando alle proprie comodità tante volte». Così «ci salvi dalle tentazioni, da queste tentazioni che in fondo sono tentazioni di una doppia vita: mi faccio vedere come ministro, come quello che serve, ma in fondo mi servo degli altri».


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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Ven Nov 13, 2015 2:55 pm

Cosa dice il Papa No 20

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Piccola e grande bellezza

Venerdì, 13 novembre 2015


(da: www.osservatoreromano.va)

«Non cadere mai nell’idolatria delle immanenze e nell’idolatria delle abitudini» e puntare invece «sempre oltre: dall’immanenza guardare la trascendenza e dalle abitudini guardare l’abitudine finale, che sarà la contemplazione della gloria di Dio». Con la certezza che se «la vita è bella, anche il tramonto sarà tanto bello». Ecco le raccomandazioni, per non cadere nelle due idolatrie, suggerite dal Papa nella messa celebrata, venerdì mattina 13 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Francesco ha preso le mosse dal salmo 18, proposto dalla liturgia. In quella preghiera, ha detto, «abbiamo ripetuto: “I cieli narrano la gloria di Dio”: la sua gloria, la sua bellezza, l’unica bellezza che rimane per sempre».

Invece «le due letture — sia quella del libro della Sapienza (13, 1-9), sia quella del Vangelo (Luca 17, 26-37) — ci parlano di glorie umane, anzi di idolatrie». In particolare, ha fatto notare il Papa, «la prima lettura parla della bellezza della creazione: è bella! Dio ha fatto cose belle!». Ma subito «sottolinea l’errore, lo sbaglio di quella gente che, in queste cose belle, non è stata capace di guardare al di là e cioè alla trascendenza». Sì, certamente sono cose «belle in se stesse, hanno la loro autonomia di bellezza in questo caso», ma quegli uomini «non hanno riconosciuto che questa bellezza è un segno di un’altra bellezza più grande che ci aspetta». Proprio «quella bellezza» a cui si riferisce il salmo 18: «I cieli narrano la gloria di Dio». È «la bellezza di Dio».

Invece, si legge nel libro della Sapienza, questi uomini «affascinati» dalla bellezza delle «cose create da Dio hanno finito per prenderli per «dèi». È proprio «l’idolatria dell’immanenza». In pratica hanno pensato che «queste cose sono senza oltre e sono tanto belle che sono dèi», appunto. Ma così «si sono attaccati a questa idolatria; sono colpiti da stupore per la loro potenza ed energia». Senza pensare, invece, a «quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati Colui che è principio e autore della bellezza».

«È un’idolatria guardare le tante bellezze senza pensare che ci sarà un tramonto» ha rimarcato il Pontefice, rilevando però che «anche il tramonto ha la sua bellezza». E ce l’abbiamo tutti «il pericolo» di avere «questa idolatria di essere attaccati alle bellezze di qua, senza la trascendenza». È, appunto, ha insistito Francesco, «l’idolatria dell’immanenza: crediamo che le cose come sono, sono quasi dèi, non finiranno mai». E «dimentichiamo il tramonto».

«L’altra idolatria è quella delle abitudini» ha quindi affermato Francesco. Nel passo evangelico odierno «Gesù, parlando dell’ultimo giorno, proprio del tramonto, dice: “Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca”». Insomma «tutto è abituale, la vita è così: viviamo così, senza pensare al tramonto di questo modo di vivere».

Ma «anche questa è un’idolatria: essere attaccato alle abitudini, senza pensare che questo finirà». E «la Chiesa ci fa guardare la fine di queste cose». Dunque, «anche le abitudini possono essere pensate come dèi». Così «l’idolatria» consiste nel pensare che «la vita è così» tanto da andare avanti per abitudine. E «come la bellezza finirà in un’altra bellezza, l’abitudine nostra finirà in un’eternità, in un’altra abitudine. Ma c’è Dio!».

Ecco, allora, ha spiegato Francesco, che «la Chiesa ci prepara, in questa settimana, alla fine dell’anno liturgico e ci fa pensare proprio alla fine delle cose create». Sì, «saranno trasformate, ma c’è un consiglio — ha aggiunto il Papa — che Gesù ci dà in questo Vangelo di oggi: “Non tornare indietro, non guardare indietro”». E «prende l’esempio della moglie di Lot».

Anche «l’autore della lettera agli Ebrei», ha fatto infine notare il Pontefice, raccoglie «questo consiglio e dice: “Noi — i credenti — non siamo gente che torna indietro, che cede, ma gente che va sempre avanti”». E Francesco ha rilanciato, a sua volta, il consiglio di «andare sempre avanti in questa vita, guardando le bellezze, e con le abitudini che abbiamo tutti noi, ma senza divinizzarle» perché «finiranno». Dunque, ha concluso, «siano queste piccole bellezze, che riflettono la grande bellezza, le nostre abitudini per sopravvivere nel canto eterno, nella contemplazione della gloria di Dio».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Dom Nov 15, 2015 8:51 am

Cosa dice il Papa No 21

PAPA FRANCESCO

INTERVISTA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A TV2000 IN OCCASIONE DEGLI ATTENTATI DI PARIGI

Sabato, 14 novembre 2015

[Multimedia]



D. – Santità, quali pensieri, quali sentimenti di fronte alla carneficina di Parigi?

R. – Io sono commosso e addolorato e non capisco, ma queste cose sono difficili da capire, fatte da esseri umani, e per questo sono commosso e addolorato e prego. Sono tanto vicino al popolo francese, tanto amato, sono vicino ai familiari delle vittime e prego per tutti loro.

D. – Lei ha parlato tante volte di una terza guerra mondiale a pezzi…

R. – Eh sì, questo è un pezzo. Ma non ci sono giustificazioni per queste cose.

D. – Soprattutto non ci può essere una giustificazione religiosa…

R. – No, né religiosa né umana. Questo non è umano. E’ per questo che sono vicino a tutti quelli che soffrono e a tutta la Francia, cui voglio tanto bene. E ti ringrazio tanto per avermi chiamato.

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Lun Nov 16, 2015 8:37 am

Cosa dice il Papa No 21

PAPA fRANCESCO

Papa Francesco torna a parlare degli attentati di Parigi dopo l’intervista telefonica rilasciata al Tg2000. Lo fa all’Angelus di domenica 15 novembre sottolineando come ciò che è successo in Francia sono “atti intollerabili” e “non si può non condannare l’inqualificabile affronto alla dignità della persona umana”. Papa Francesco non si è fermato alla condanna. Anzi ha riaffermato con vigore “che la strada della violenza e dell’odio non risolve i problemi dell’umanità! E che utilizzare il nome di Dio per giustificare questa strada è una bestemmia”. Perciò ha invitato tutti ad unirsi alla sua preghiera:”Affidiamo alla misericordia di Dio le inermi vittime di questa tragedia”.

Durante l’Angelus, che Tv2000 trasmette ogni domenica, in collaborazione con il Centro Televisivo Vaticano, il pontefice ha detto:”Tanta barbarie ci lascia sgomenti e ci si chiede come possa il cuore dell’uomo ideare e realizzare eventi così orribili, che hanno sconvolto non solo la Francia ma il mondo intero”. Poi ha rivolto parole di “profondo cordoglio” alla popolazione francese, al Presidente della Repubblica Francese, a tutti i cittadini. Ed ha aggiunto:”Sono vicino in particolare ai familiari di quanti hanno perso la vita e ai feriti”.

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Cosa dice il Papa No 22

Messaggio  Andrea il Gio Nov 19, 2015 8:12 am

Cosa dice il Papa No 22

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Senza compromessi

Martedì, 17 novembre 2015


(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.264, 18/11/2015)

Non lasciarsi indebolire dallo spirito del mondo e vivere coerentemente, senza cedimenti e compromessi, il proprio essere cristiani. È l’invito che Papa Francesco, meditando sulle letture del giorno, ha rivolto durante la messa celebrata martedì 17 novembre a Santa Marta. Seguendo la via attraverso la quale in questi giorni «la Chiesa ci prepara alla fine dell’anno liturgico», il Pontefice ha parlato di «come comportarsi nella persecuzione». E per farlo ha sviluppato il filo logico avviato il giorno prima, quando la sua riflessione si era soffermata sui tre concetti della «mondanità» dell’«apostasia» e della «persecuzione».

Lo spunto gli è stato offerto dal brano del secondo libro dei Maccabei (6, 18-31) nel quale il novantenne Eleàzaro — una sorta di “Policarpo”, di pater familias dell’Antico testamento — «non si lascia indebolire dallo spirito della mondanità» e «davanti alla prova non si arrende».

Cosa era accaduto? «Il pensiero unico dell’apostasia — ha spiegato il Papa — voleva che mangiasse la carne suina»; lui invece si rifiutò e la sputò. Allora «i suoi amici mondani, quelli che avevano ceduto allo spirito della mondanità, lo chiamarono e lo tirarono in disparte e cercarono di convincerlo», proponendogli una soluzione di comodo: «Facciamo una cosa, tu fatti una bella zuppa di carne che tu puoi mangiare e fai finta di mangiare la carne suina e così salvi la tua vita e non pecchi». Ma l’anziano scriba «si indignò». E «con quella dignità, con quella nobiltà che lui aveva da una vita coerente» andò al «martirio», dando testimonianza: «No, io alla mia età non darò questo esempio ai giovani».

È un chiaro esempio di «coerenza di vita» dalla quale ci allontana «la mondanità spirituale». Proprio su questo si è soffermato Francesco analizzando il comportamento di molti: «Tu fai finta di essere così, ma vivi in un’altra maniera». È la mondanità che si insinua nell’animo umano e mano a mano se ne impossessa: «è difficile conoscerla dall’inizio — ha fatto notare Francesco — perché è come il tarlo che lentamente distrugge, degrada la stoffa e poi quella stoffa diventa inutilizzabile». Così «l’uomo che si lascia portare avanti dalla mondanità perde l’identità cristiana», la rovina diventando «incapace di coerenza». Infatti, ha continuato il Papa, c’è chi dice: «Oh, io sono tanto cattolico, padre, io vado a messa tutte le domeniche, ma tanto cattolico»; poi, però, nella vita quotidiana o nel lavoro è incapace di coerenza. Così, ad esempio, cede alle lusinghe di chi gli propone: «Se tu mi compri questo, facciamo questa tangente e tu prendi la tangente».

«Questa — ha ribadito il Pontefice — non è coerenza di vita, questa è mondanità». Ed è proprio la mondanità che «porta alla doppia vita, quella che appare e quella che è vera, e ti allontana da Dio e distrugge la tua identità cristiana». Per questo «Gesù è tanto forte quando chiede al Padre: “Padre, io non ti chiedo che li tolga dal mondo ma che li salvi, che non abbiano lo spirito mondano”», cioè «quello spirito che distrugge l’identità cristiana».

Dalla Sacra scrittura, in particolare dalla vicenda dell’anziano Eleàzaro, viene un «esempio contro questo spirito di mondanità». Non a caso il Pontefice ha invitato i fedeli a riascoltare le sue parole coerenti: «Se molti giovani pensano che io a novant’anni sono passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione, si perderanno per causa mia».

Eleàzaro, dunque, si preoccupa dell’esempio che potrebbe dare ai giovani se cedesse. È una scelta che il Papa ha così interpretato: «Lo spirito cristiano, l’identità cristiana, mai è egoista, sempre cerca di curare con la propria coerenza, curare, evitare lo scandalo, curare gli altri, dare un buon esempio».

Certo, ha aggiunto Francesco, qualcuno potrebbe obiettare: «Ma non è facile, padre, vivere in questo mondo, dove le tentazioni sono tante, e il trucco della doppia vita ci tenta tutti giorni, non è facile!». In realtà, ha spiegato il Pontefice, «per noi non solo non è facile, è impossibile. Soltanto Lui è capace di farlo». Perciò la liturgia del giorno invita a pregare con il salmo: «Il Signore mi sostiene».

È Dio, ha ribadito il Papa, «il sostegno nostro contro la mondanità che distrugge la nostra identità cristiana, che ci porta alla doppia vita». Solo lui può salvarci. E dunque «la nostra preghiera umile sarà: “Signore, sono peccatore, davvero, tutti lo siamo, ma ti chiedo il tuo sostegno, dammi il tuo sostegno, perché da una parte non faccia finta di essere cristiano e dall’altra parte viva come un pagano, come un mondano”».

Il Pontefice ha concluso l’omelia con un consiglio: «Se voi avete oggi un po’ di tempo, prendete la Bibbia, il secondo libro dei Maccabei, capitolo sesto, e leggete questa storia di Eleàzaro. Vi farà bene, vi darà coraggio per essere esempio a tutti e anche vi darà forza e sostegno per portare avanti l’identità cristiana, senza compromessi, senza doppia vita».

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Cosa dice il Papa No 23

Messaggio  Andrea il Ven Nov 20, 2015 8:36 am

Cosa dice il Papa No 23

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La strada della pace

Giovedì, 19 novembre 2015



(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.266, 20/11/2015)

Il mondo ritrovi la strada della pace «proprio alla porta di questo giubileo della misericordia». È il grido lanciato da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 19 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

«Gesù ha pianto» ha subito affermato Francesco nell’omelia, rilanciando le parole del passo evangelico di Luca (19, 41-44). Quando infatti «fu vicino a Gerusalemme», il Signore «alla vista della città pianse». E perché? È Gesù stesso a rispondere: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi». Dunque, egli «pianse perché Gerusalemme non aveva compreso la strada della pace e aveva scelto la strada delle inimicizie, dell’odio, della guerra».

«Oggi Gesù è in cielo, ci guarda» — ha ricordato Francesco — e «verrà da noi qui sull’altare». Ma «anche oggi Gesù piange, perché noi abbiamo preferito la strada delle guerre, la strada dell’odio, la strada delle inimicizie». Lo si comprende ancora di più ora che «siamo vicini al Natale: ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi... tutto truccato: il mondo continua a fare la guerra, a fare le guerre. Il mondo non ha compreso la strada della pace».

E ancora, ha rilanciato il Pontefice, «l’anno scorso abbiamo fatto commemorazioni per il centenario della Grande guerra». E «quest’anno altre commemorazioni sulla ricorrenza di Hiroshima e Nagasaki, soltanto per nominarne due». E «tutti si lamentano» dicendo: «Mah, che storie brutte!».

Ricordando la sua vista al sacrario militare di Redipuglia, il 13 settembre 2014, nel centenario della prima guerra mondiale, il Papa ha confidato di aver ripensato alle parole di Benedetto XV: «stragi inutili». Stragi che hanno provocato la morte di «milioni e milioni di uomini». Eppure, ha aggiunto, «noi non abbiamo compreso ancora la strada della pace». E «non è finita là: oggi, nei telegiornali, nella stampa, vediamo che in quelle parti ci sono stati bombardamenti» e sentiamo dire che «quella è una guerra». Ma «dappertutto c’è la guerra, oggi, c’è l’odio». Arriviamo persino a consolarci dicendo: «Eh sì, è un bombardamento, ma grazie a Dio sono stati uccisi soltanto venti bambini!». Oppure ci diciamo: «Non sono morte tante persone, tanti sono rapiti...». Ma così «anche il nostro modo di pensare diviene pazzo».

Infatti, si è chiesto il Pontefice, «cosa rimane di una guerra, di questa che noi stiamo vivendo adesso?». Rimangono «rovine, migliaia di bambini senza educazione, tanti morti innocenti: tanti!». E «tanti soldi nelle tasche dei trafficanti di armi».

È una questione cruciale. «Una volta — ha ricordato il Papa — Gesù ha detto: “Non si possono servire due padroni: o Dio o le ricchezze”». E «la guerra è proprio la scelta per le ricchezze: “Facciamo armi, così l’economia si bilancia un po’, e andiamo avanti con il nostro interesse”». A questo proposito, ha affermato Francesco, «c’è una parola brutta del Signore: “Maledetti!”», perché «lui ha detto: “Benedetti gli operatori di pace!”». Dunque coloro «che operano la guerra, che fanno le guerre, sono maledetti, sono delinquenti».

Una guerra, ha spiegato il Pontefice, «si può giustificare — fra virgolette — con tante, tante ragioni. Ma quando tutto il mondo, come è oggi, è in guerra — tutto il mondo! — è una guerra mondiale a pezzi: qui, là, là, dappertutto». E «non c’è giustificazione. E Dio piange. Gesù piange».

Ritornano, così, le parole del Signore davanti a Gerusalemme, riportate nel vangelo di Luca: «In questo giorno tu non hai compreso quello che porta alla pace». Oggi «questo mondo non è un operatore di pace». E «mentre i trafficanti di armi fanno il loro lavoro, ci sono i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un’altra, un’altra, un’altra, danno la vita». E svolgono questa missione prendendo come modello «un simbolo, un’icona dei nostri tempi: Teresa di Calcutta». Infatti «con il cinismo dei potenti si potrebbe dire: ma cosa ha fatto quella donna? Ha perso la sua vita aiutando la gente a morire?». La questione è che oggi «non si capisce la strada della pace». Di fatto, «la proposta di pace di Gesù è rimasta inascoltata». E «per questo pianse guardando Gerusalemme e piange adesso».

«Ci farà bene anche a noi — ha detto in conclusione il Papa — chiedere la grazia del pianto per questo mondo che non riconosce la strada della pace, che vive per fare la guerra, con il cinismo di dire di non farla». E, ha aggiunto, «chiediamo la conversione del cuore». Proprio «alla porta di questo giubileo della misericordia — ha auspicato Francesco — che il nostro giubilo, la nostra gioia sia la grazia che il mondo ritrovi la capacità di piangere per le sue criminalità, per quello che fa con le guerre».

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Re: Cosa dice il Papa

Messaggio  Andrea il Sab Nov 21, 2015 8:12 am

Cosa dice il Papa No 24

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lotta quotidiana

Venerdì, 20 novembre 2015

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.267, 21/11/2015)

Sollecitato dalla liturgia quotidiana, Francesco è tornato a parlare della Chiesa e dei rischi che corre quando si fa vincere dalla tentazione della mondanità: invece di essere fedele al Signore, si lascia sedurre dai soldi e dal potere.

Nell’omelia tenuta durante la messa a Santa Marta, venerdì 20 novembre, il Papa ha fatto notare come «in questi ultimi giorni» la Chiesa ci abbia fatto riflettere «sul processo di mondanità, di apostasia che finisce nella persecuzione». Le Scritture hanno proposto alla riflessione «quella mondanità del popolo di Dio che voleva cambiare l’alleanza con le usanze di tutta la gente pagana». Una deriva, ha spiegato il Pontefice, che porta al «pensiero unico»; e porta chi non vi aderisce a essere «perseguitato», dopo «tanti martiri» e «tante sofferenze». Un esempio, nelle letture dei giorni scorsi, si è trovato nella vicenda dell’anziano scriba Eleazar «che ha dato esempio, fino alla fine, della sua fedeltà alla legge».

Nel brano tratto dal primo libro dei Maccabei (4, 36-37. 52-59) si legge come «questi pagani, questo spirito di mondanità» vennero sconfitti. Subito Giuda e i suoi fratelli dissero: «Ecco, sono stati sconfitti i nostri nemici: andiamo a purificare il santuario e a riconsacrarlo». Così, ha spiegato il Papa, tutto il popolo di Dio si sentì felice, perché si ritrovò «con la propria identità, quella dell’alleanza col Dio vivente; non quella della mondanità, che gli era stata proposta». E, ha notato, il tempio fu riconsacrato «fra canti, suoni di cetre, arpe, cimbali; tutto il popolo si prostrò con la faccia in terra. Adorarono e benedissero il cielo che era stato loro propizio. Celebrarono la dedicazione dell’altare con olocausti, con gioia e lode».

Si legge in queste righe un «atteggiamento di festa». E, ha detto Francesco, «la festa è una cosa che la mondanità non sa fare, non può fare», perché «lo spirito mondano ci porta al massimo a fare un po’ di divertimento, un po’ di chiasso»; ma «la gioia soltanto viene dalla fedeltà all’alleanza e non da queste proposte mondane».

«Lo stesso — ha sottolineato il Pontefice — accade a Gesù» quando andò al tempio e «si mise a scacciare quelli che vendevano. Li ha cacciati via tutti, dicendo loro: “Sta scritto: la mia casa sarà casa di preghiera. Voi, invece, ne avete fatto un covo di ladri”». È una situazione analoga: al «tempo dei Maccabei era proprio lo spirito mondano che aveva preso il posto dell’adorazione al Dio vivente», e pure qui incontriamo «lo spirito mondano», anche se «in un’altra maniera». All’epoca, ha spiegato Francesco richiamando il Vangelo di Luca (19, 45-48) letto poco prima, «i capi del tempio, i capi dei sacerdoti e gli scribi avevano cambiato un po’ le cose. Erano entrati in un processo di degrado e avevano reso impuro il tempio, avevano sporcato il tempio».

Ma questo ha qualcosa da dire anche ai cristiani di oggi, perché «il tempio è un’icona della Chiesa». E, ha sottolineato il Papa, «la Chiesa sempre — sempre! — subirà la tentazione della mondanità e la tentazione di un potere che non è il potere che Gesù Cristo vuole per lei». Gesù non dice: «No, non si fa questo, fatelo fuori»; ma «Voi avete fatto un covo di ladri qui!». E, ha commentato il Pontefice, «quando la Chiesa entra in questo processo di degrado la fine è molto brutta. Molto brutta!».

Francesco si è soffermato su questo concetto fondamentale, richiamando ancora le immagini dell’Antico testamento dove si vede «quel povero vecchio sacerdote» che era «lì, debole» e «lasciava che i suoi figli sacerdoti si corrompessero». È un pericolo attuale. Infatti, ha detto il Papa, «sempre c’è nella Chiesa la tentazione della corruzione». Vi cade quando «invece di essere attaccata alla fedeltà al Signore Gesù, al Signore della pace, della gioia, della salvezza», essa «si lascia sedurre dai soldi e dal potere». Come si legge nel Vangelo del giorno, dove i «capi dei sacerdoti, questi scribi erano attaccati ai soldi, al potere e avevano dimenticato lo spirito». Non solo. «Per giustificarsi e dire che erano giusti, che erano buoni, avevano cambiato lo spirito di libertà del Signore con la rigidità».

A tale riguardo, il Pontefice ha ricordato come Gesù, nel capitolo 23 di Matteo, parla proprio «di questa loro rigidità». Si vede che la gente, proprio come si leggeva nel brano dell’Antico testamento, «aveva perso il senso di Dio, anche la capacità di gioia, anche la capacità di lode: non sapevano lodare Dio, perché erano attaccati ai soldi e al potere, a una forma di mondanità».

A questo punto il Papa ha continuato ad analizzare la scena evangelica, facendo notare come capi dei sacerdoti e scribi «si sono arrabbiati». Gesù non caccia loro dal tempio, ma quelli «che facevano affari, gli affaristi del tempio»; tuttavia «i capi dei sacerdoti e gli scribi erano collegati con loro», perché evidentemente ricevevano soldi da loro. C’era, ha detto Francesco, la «santa tangente». E questi «erano attaccati ai soldi e veneravano questa “santa”».

Nel Vangelo si leggono parole molto forti e si dice che i capi dei sacerdoti, gli scribi e i capi del popolo «cercavano di farlo morire». Lo stesso era accaduto al tempo di Giuda Maccabeo. «E perché?» si è chiesto il Pontefice, spiegando la difficoltà in cui si dibatteva chi osteggiava Gesù: «Non sapevano che cosa fare perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo». La forza di Gesù, quindi, «era la sua parola, la sua testimonianza, il suo amore. E dove c’è Gesù, non c’è posto per la mondanità, non c’è posto per la corruzione».

Tutto questo parla chiaro anche oggi: «questa è la lotta di ognuno di noi, questa è la lotta quotidiana della Chiesa», che è chiamata a stare «sempre con Gesù». E i cristiani devono essere «sempre pendenti dalle sue labbra, per sentire la sua parola; e mai cercare sicurezze dove ci sono cose di un altro padrone». Del resto, «non si può servire due padroni: o Dio o le ricchezze; o Dio o il potere».

Ecco perché, ha concluso Francesco, «ci farà bene pregare per la Chiesa, pensare ai tanti martiri di oggi che, per non entrare in questo spirito di mondanità, di pensiero unico, di apostasia, soffrono e muoiono. Oggi!». E ricordando che «oggi ci sono più martiri nella Chiesa che nei primi tempi», ha esortato: «Ci farà bene pensare a loro, e anche chiedere la grazia» di non entrare mai «in questo processo di degrado verso la mondanità che ci porta all’attaccamento ai soldi e al potere».

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Re: Cosa dice il Papa

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