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I diritti dei detenuti

Messaggio  Andrea il Gio Dic 04, 2008 5:54 am


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Diritti dei detenuti e la Costituzione
41° Convegno SEAC – Roma 27-29 Novembre 2008



Tra il dire e il fare c’e di mezzo il mare (di chiacchiere)

Tutto il Convegno del Seac svoltosi a Roma dal 27 al 29 Novembre sul Tema “I diritti dei Detenuti e la Costituzione”, nelle sue molteplici relazioni, tenute da importanti relatori ( un po’ troppe a dire il vero) si è sviluppato intorno ad una semplice constatazione: c’è un abisso tra l’enunciazione dei diritti dei detenuti e, di fatto, il mondo reale dell’esecuzione della pena nel quale quei diritti affermati in linea di principio dovrebbero essere realizzati.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (comma 3 art. 27 della Costituzione Italiana), questo fondamentale enunciazione di principio viene ripreso e sancito dalla legge di Riforma del 1975, in cui il detenuto è collocato al centro della normativa che definisce i contenuti dell’ordinamento penitenziario: umanità, rispetto della dignità della persona, esclusione dalle discriminazioni, restrizioni limitate alle esigenze di disciplina e ordine, proiezione verso il reinserimento sociale e individualizzazione del trattamento. Secondo l’art. 4 dell’O.P. “i detenuti e gli internati esercitano personalmente i diritti loro derivanti dalla presente legge anche se si trovano in stato di interdizione legale” Si tratta quindi di dichiarazioni che si basano sul terzo comma dell’art.27 della Costituzione. Questi principi sono confermati altresì da varie sentenze della Corte Costituzionale.

Secondo il magistrato di sorveglianza di Padova, il dott. Giovanni Maria Pavarin, ( Il dott. Pavarin non ha potuto essere presente al Convegno, ma ha fatto pervenire il suo intervento che è stato poi letto da una sua collaboratrice), la ragione di questo abisso è dovuta fondamentalmente a due fattori: “1) la grandezza delle risorse economiche che servirebbero; 2) il fatto che molti dei valori sottesi alle solenni affermazioni di principio consacrate nei testi di legge non sono in realtà condivise fino in fondo dalla società”

Quanto al primo punto è facile osservare come costituisca principio affermato anche in sede sopranazionale (v. Raccomandazione R [ 2006 ] 2 del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulle Regole penitenziarie europee, adottata dal Consiglio dei Ministri l’11 gennaio 2006, parte I, n.4) che le condizioni detentive che violano i diritti umani del detenuto non possono essere giustificate dalla mancanza di risorse.

Per quanto riguarda il secondo problema il dott. Pavarin ha indicato come necessaria “un’opera capillare di convincimento, di diffusione, di esempi di buona pratica o di prassi virtuosa (best practice): e quì credo che il mondo del volontariato possa giocare un ruolo fondamentale”.



La risposta avvilita e rassegnata

Di fronte alla relazione realistica della dottoressa Elisabetta Laganà che tracciava il quadro della situazione attuale drammatica in cui versano gli Istituti di pena Italiana, la risposta del Capo del DAP, Dott. Ionta è sembrata una capitolazione totale: “ Occorre accettare che il numero di presenze nell’ordine delle 60.000, 70.000 ( e oltre ) unità, negli Istituti di pena (che attualmente ne potrebbero contenere circa 43.000), è fisiologica.



Il mistero della “porta girevole”

Nel mondo dell’esecuzione penale in Italia esiste un “mistero”, tra gli altri, che lascia tutti “senza parole”:

170 mila persone che in media ogni anno vengono arrestate, portate in carcere e poi rilasciate dopo 5-6 giorni perché l’udienza di convalida non ha confermato l’arresto o c’è stato il giudizio in direttissima con condanne sotto i due anni. Si tratta di reati minori per cui non è previsto il carcere.

Un sovraccarico, inutile, di lavoro per gli operatori del penale, primi fra tutti gli agenti di polizia penitenziaria e un dispendio di risorse che potrebbero essere impiegate in modo più fruttuoso.

Non solo, nelle carceri Italiane ci sono 30.000 detenuti in attesa di giudizio, cioè persone di cui non è stata ancora accertata la colpevolezza. In altre parole c’è gente in prigione che potrebbe essere innocente e che invece si trova già a pagare una pena.



La difesa dei diritti dei detenuti, grande leva per creare più sicurezza

Riguardo alla difesa dei diritti dei detenuti è ancora il dott. Giovanni Maria Pavarin, ad affermare:

“Parlare dei diritti dei detenuti, pensare ai diritti dei detenuti potrebbe oggi sembrare un fuor d’opera, un’attività contro-corrente, un’attività non gradita ai più, e di scarso interesse per i mass-media: eppure in tutti coloro che operano nel mondo del carcere e della pena credo non manchi la consapevolezza dell’importanza strategica di questo tema”.

“Infatti - ha continuato il magistrato - …la garanzia dei diritti previsti per i detenuti costituisce un fattore potente di rieducazione, e dunque di grande utilità pratica in termini di abbattimento della recidiva e – di conseguenza – di neutralizzazione della pericolosità sociale e di più efficace risposta alla domanda pressante di sicurezza che spesso proviene anche da coloro che in linea teorica non sempre dimostrano i dovuto rispetto della legge in quanto tale… E’ difficile accompagnare il detenuto lungo il cammino verso la legalità se il luogo di esecuzione della pena è esso stesso un luogo illegale.”



La dottrina della Chiesa sulla pena

Il Portavoce della Sala Stampa Vaticana, Padre Federico Lombardi, nel suo intervento ha fatto un esxursus sugli interventi del Magistero riguardo alla realtà e alla funzione della pena: dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa al Magistero di Giovanni Paolo II, specialmente il Messaggio per il Giubileo del 2000 nelle Carceri, fino al recente intervento del Santo Padre Benedetto XVI nell’udienza privata concessa ai Cappellani di tutto il mondo, in occasione del Congresso Internazionale dell’ICCPPC svoltosi a Roma nell’ottobre del 2007. tra l’altro il padre Lombardo ha citato questi passi tratti dal Messaggio per il Giubileo delle carceri: “"Siamo ancora lontani dal momento in cui la nostra coscienza potrà essere certa di avere fatto tutto il possibile per prevenire la delinquenza e per reprimerla efficacemente così che non continui a nuocere e, nello stesso tempo, per offrire a chi delinque la via del riscatto e di un nuovo inserimento positivo nella società. Se tutti coloro che, a vario titolo, sono coinvolti nel problema volessero approfittare dell'occasione offerta dal Giubileo per sviluppare questa riflessione, forse l'umanità intera potrebbe fare un grande passo in avanti verso una vita sociale più serena e pacifica."

E riguardo al senso che deve avere la pena: “…Così celebrare il Giubileo significa adoperarsi per creare occasioni di riscatto per ogni situazione personale e sociale, anche se apparentemente pregiudicata. Tutto ciò è ancora più evidente per la realtà carceraria: astenersi da azioni promozionali nei confronti del detenuto significherebbe ridurre la misura detentiva a mera ritorsione sociale, rendendola soltanto odiosa”.

Sempre riguardo alle condizioni che rendono la pena in-capace di riabilitare il Santo Padre afferma: “Anche nei casi in cui la legislazione è soddisfacente, molte sofferenze derivano ai detenuti da altri fattori concreti. Penso, in particolare, alle condizioni precarie dei luoghi di detenzione in cui i carcerati sono costretti a vivere, come pure alle vessazioni inflitte talvolta ai detenuti per discriminazioni dovute a motivi etnici, sociali, economici, sessuali, politici e religiosi. Talvolta il carcere diventa un luogo di violenza assimilabile a quegli ambienti dai quali i detenuti non di rado provengono. Ciò vanifica, com'è evidente, ogni intento educativo delle misure detentive. Altre difficoltà sono incontrate dai reclusi per poter mantenere regolari contatti con la famiglia e con i propri cari, e gravi carenze spesso si riscontrano nelle strutture che dovrebbero agevolare chi esce dal carcere, accompagnandolo nel suo nuovo inserimento sociale.”

Riguardo ai problemi del sovraffollamento il Messaggio afferma: “La punizione detentiva è antica quanto la storia dell'uomo. In molti Paesi le carceri sono assai affollate. Ve ne sono alcune fornite di qualche comodità, ma in altre le condizioni di vita sono assai precarie, per non dire indegne dell'essere umano. I dati che sono sotto gli occhi di tutti ci dicono che questa forma punitiva in genere riesce solo in parte a far fronte al fenomeno della delinquenza. Anzi, in vari casi, i problemi che crea sembrano maggiori di quelli che tenta di risolvere.”



L’impotenza delle Istituzioni

Di fronte alle sfide che la sicurezza dei cittadini pone allo Stato, ci sembra che l’unica risposta finora data sia quella, insufficiente, della repressione. Lo stesso Capo del DAP, dott. Ionta affermava sconsolato che la situazione diventerà sempre più difficile perchè “ovviamente, più si aumentano le pene e i reati e più inevitabilmente aumenteranno i detenuti.”

Noi dal canto nostro vogliamo dire al Sottosegretario del Ministero della Giustizia dott. Giacomo Caliendo, che siamo pienamente d’accordo con lui quando nel suo intervento ha chiaramente affermato: “non credo che la struttura penitenziaria in quanto tale, così come è adesso, possa dare al detenuto la possibilità di riabilitarsi e di reinserirsi nella società… né il carcere duro e lungo aiuta la rieducazione del condannato.”

Il Sottosegretario on. Caliendo, ha manifestato anche tutto il suo rammarico provato quando la proposta del Ministro della Giustizia, On. Angelino Alfano, di “messa alla prova” e impiego in lavori di pubblica utilità per coloro che, incensurati, fossero stati condannati a una pena al di sotto dei 4 anni, è stata subito rigettata da alcune frange sia della maggioranza sia dell’opposizione, senza nemmeno prenderla in considerazione. Avrebbe infatti potuto essere discussa in Parlamento e migliorata con il contributo di tutti.



L’appello

L’appello che rivolgiamo al Governo è di non perdere la speranza, di non rassegnarsi a vedere le carceri strapiene di persone umane ma, a considerare come le “pene alternative” alla detenzione siano l’unica strada possibile per creare più sicurezza e risolvere il drammatico problema del sovraffollamento delle Carceri così come chiaramente proposto anche dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano: “E’ indispensabile una maggiore e più concreta attenzione per le vittime dei reati. E’ mia convinzione che la pena detentiva debba essere riservata a chi commette crimini …, che ledono gravemente valori e interessi preminenti e intangibili. L’esecuzione della pena deve avvenire nel rispetto della dignità del detenuto e offrendo condizioni per favorire il suo reinserimento sociale” Parole pronunciate dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, l’8 Maggio del 2007 durante la sua visita al Carcere di Rebibbia a Roma.



Don Bruno Oliviero

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Re: Messaggio di padre Bruno

Messaggio  Andrea il Sab Set 27, 2008 11:59 am

Padre Brunp Oliviero scrive:


L'amore di Dio vince ogni paura


Schiavi della paura?

In questi giorni a Roma (dal 24 al 26 Settembre) si sta tenendo a Roma il World Social Summit. Il tema del Convegno promosso dalla Fondazione Roma con la collaborazione del Censis e il patrocinio del Ministero degli Esteri, è “Fearless. Dialoghi per combattere le paure planetarie”. E’ un tema quanto mai attuale anche in Italia, infatti cosa è l’emergenza sicurezza di cui tanto si parla ai nostri giorni se non l’altra faccia della paura ( al di là della questione se, nell’intensità con la quale si manifesta, sia giustificata o meno) nella quale la gente vive?

Guerre, terrorismo, immigrati, tracolli di grandi agenzie finanziarie, crollo delle borse, perdita di migliaia di posti di lavoro. Viviamo in un’epoca di ansie su tutti i fronti.

Come gestire la paura globale così da non rimanerne paralizzati?

La paura del futuro, di quel che può succedere, attanaglia i cuori di tutti, ma soprattutto dei giovani, e rende traballante anche il presente. Quando poi a tutto questo si aggiunge che nella cultura dominante oggi, denominata liquida, il relativismo filosofico ed etico impera, abbiamo un quadro abbastanza fosco della situazione attuale. (vedi la newsletter di Maggio 2005: Benedetto XVI e la società liquida) http://www.solidarity-mission.it/nl_maggio_2005.htm#newsletter

Il sociologo Mario Pollo, , docente di pedagogia sociale dell’università Pontificia Salesiana e della LUMSA, così descrive la società liquida: “Per società liquida si intende una società priva di qualsiasi fondamento valoriale “solido” condiviso da tutti. L’accelerazione della liquefazione dell’attuale società definita post-modernità ha la sua origine sull’orientamento impresso alla società dal ruolo egemonico che l’economia ha assunto nella prima modernità. Lo sviluppo dell’economia esigeva l’eliminazione di qualsiasi realtà che rimandasse a qualcosa di “stabile”, di “solido”, di “eterno” che sarebbe stata d’intralcio all’espansione del potere economico. L’emarginazione del “sacro” e della “tradizione”, intesa come sedimento del passato nel presente, era per questa ragione inevitabile.”

A soffrire di più per questa situazione sono i giovani. Non ci meravigliamo allora che la maggioranza di essi per sfuggire a questa “cappa” angosciante che li sovrasta si rifugiano nel cosiddetto “sballo” , cercando così di sopravvivere.



La cultura dello sballo

E’ di pochi mesi fa la notizia della terribile morte di Nelly, una ragazza di 24 anni incinta e in procinto di sposarsi, ad opera di un drogato che al volante di un auto ha invaso la corsia opposta ed è andato a schiantarsi frontalmente sull’auto guidata dalla giovane donna. Purtroppo questa non è l’unica tragedia, sono centinaia i giovani che muoiono a causa di droga ed alcool. E l’età di coloro che fanno uso di queste sostanze si abbassa paurosamente. Sono ragazzi e ragazze adolescenti adesso i soggetti più a rischio. Questo fenomeno è stato chiamato da alcuni esperti “la cultura dello sballo”. Alcool e droga ti procurano un senso di euforia, ti trasfigurano la realtà e questo diventa un modo abituale di “divertirsi”. Se a ciò si aggiunge il clima infuocato della discoteca, la musica sparata a più di 120 decibel, si comprende come i ragazzi finiscano per ritrovarsi storditi e “fuori di sé”. Per qualche ora si dimenticano della monotonia della vita quotidiana. Una vita (quella reale, quotidiana non quella virtuale) nella quale questi ragazzi si sentono spaesati, insicuri e fragili di fronte alle prove e alle difficoltà di ogni giorno.

In questo vuoto pauroso le parole del Santo Padre Benedetto XVI sono come luce nelle tenebre.



Costruite su fondamenta solide

E’ il mandato che il Santo Padre Benedetto XVI ha consegnato ai giovani d tutto il mondo in occasione della Giornata mondiale della Gioventù tenutasi a Sidney in Australia il 15 Luglio scorso: “Costruite una nuova era in cui l’amore non sia avido ed egoista, ma puro, fedele e sinceramente libero, aperto agli altri, rispettoso della loro dignità, un amore che promuova il loro bene e irradi gioia e bellezza. Una nuova era nella quale la speranza ci liberi dalla superficialità, dall’apatia e dalla chiusura che mortificano le nostre anime e avvelenano i rapporti umani. Cari giovani amici, il Signore vi sa chiedendo di essere profeti di questa nuova era, messaggeri del suo amore, capaci di attrarre la gente verso il Padre e di costruire n futuro di speranza per tutta l’umanità”.

L’amore a cui fa riferimento Benedetto XVI era una realtà sconosciuta fino all’avvento di Gesú, il Figlio di Dio. Fu tale l’impatto che ebbe l’originalità, la “purezza” del suo amore da far pensare, perfino ai suoi parenti, che ci fosse qualcosa che non andava in Lui.



Il vero amore ti fa “uscire fuori di te”, ti fa andare in ecstasy!

Nel Vangelo di S. Marco al capitolo terzo si racconta che mentre Gesù si trova a casa di Pietro i suoi parenti vorrebbero che uscisse dalla casa per impadronirsi di lui perché dicevano : "E' fuori di sé" (Mc.3,21). Perché i parenti pensavano una simile cosa di Gesú? Per capirlo bisogna approfondire gli eventi precedenti e che sono descritti nei primi capitoli del vangelo. Appena dopo il battesimo ad opera di Giovanni Battista (cfr. Mc. 1,9 ss) come in un crescendo l'evangelista mette in risalto la potenza che si manifestava in Gesú e che faceva esclamare alle folle: "Non abbiamo visto mai niente di simile" (Mc.2,12) Cosa stava succedendo? In Gesú si manifestava una potenza incredibile che faceva vedere i ciechi, camminare gli zoppi, risuscitare i morti...Gesú era anche più forte delle potenze demoniache tanto che bastava una sua parola per metterli in fuga.



Un amore “firmato”…Gesú Cristo!

Tutto questo avrebbe anche potuto far piacere ai suoi parenti, avrebbero anche potuto sentirsi orgogliosi di Lui, ma la cosa che non riuscivano a capire era che Gesú faceva tutto questo... gratuitamente! Non prendeva nessuna ricompensa! Anzi siccome la sua fama si era diffusa in tutta la regione, veniva gente da tutti i luoghi nella speranza di essere guariti dalle loro infermità tanto che sia Gesú che i suoi discepoli non avevano più nemmeno i tempo di mangiare (cfr. Mc.1,45. 6, 30 -32) Non solo. Quello che più li stupiva e che li faceva diagnosticare una sorta di infermità mentale era l'abitudine che Gesú aveva di frequentare compagnie dubbie: pubblicani, peccatori, delinquenti, prostitute e Rom-ani. E anche se Lui stesso aveva risposto, a coloro che gli avevano domandato il perché di quella scelta, che erano i malati che avevano bisogno del medico e non i sani e che Lui era venuto a chi-amare i peccatori (cfr. Mc.2,17), i parenti si stavano convincendo sempre più che Gesú era matto tanto che si erano recati a casa di Pietro e volevano impadronirsi di lui perché dicevano: " E' fuori di sé" ( Mc.3,20)



Una “follia”, l'amore puro, che da' la vita!


Dopo un'analisi imparziale del Vangelo dobbiamo effettivamente concludere anche noi che davvero Gesú era "pazzo" ...pazzo d'amore! Come è importante per la generazione del terzo millennio questa "follia" che fa "uscire fuori di sé" quanti "sani" chiusi dentro se stessi, prigionieri nel carcere del loro egoismo! Incapaci di guardarsi attorno per "vedere" le sofferenze dei fratelli, tutti occupati nella ricerca dei loro interessi, del loro tornaconto, pronti a tutto pur di vedere accresciuto il loro conto in banca, tutti preoccupati della loro "sicurezza" pronti ad alzare "muri" di difesa contro quella parte di umanità affamata che potrebbe mettere in pericolo la loro ricchezza. E se questa umanità si dovesse ribellare contro lo strapotere dei "sani" di mente? E' pronto l'esercito, sono pronte le prigioni per ridurre a più miti consigli i "facinorosi"...Una sanità questa che moltiplica gli zoppi, i ciechi, i morti fisici e i morti "dentro" I nemici di Gesú festeggiarono e pensarono di aver risolto il "Caso Clinico" chiamato Gesú quando lo appesero a una croce... Si resero conto solo dopo tre giorni che Gesú era più vivo e più "fuori di sé" di prima e che la sua "follia" era... contagiosa... In trecento anni la follia di Gesú conquistò l'Impero romano. Continua ad effondere la tu follia Gesú anche nei nostri tempi, liberaci dalla prigione del nostro egoismo perché ancora oggi i ciechi vedano gli zoppi camminino, i morti risuscitino, ai carcerati venga annunciata la liberazione e ai poveri, la Buona Notizia .



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Newletteer

Messaggio  Andrea il Gio Set 04, 2008 5:15 am

Padre Bruno ha avuto la gentillezza, e lo ringrazio vivamente, di inviarmi il testo completo della sua Lettera. Purtroppo non sono riuscito ad inserire gli stessi caratteri... Spero mi scuserete.

Pace e bene

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Nuova Newsletter di padre Bruno oliviero

Messaggio  Andrea il Mer Set 03, 2008 5:40 am



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Libertà va cercando che'è si cara
Reportage di un incontro in Fiera




Non ero mai stato a Rimini. Non ero mai stato alla Fiera di Rimini. Non ero mai stato – purtroppo – al Meeting per l’amicizia dei popoli, organizzato ogni anno dal movimento cattolico “Comunione e Liberazione”. (Dopo quest’esperienza credo che valga la pena andarci tutti gli anni: è davvero qualcosa di straordinario)

Ho fatto un blitz alla fiera martedì 26 agosto perché ero interessato alla mostra ivi installata riguardante il mondo carcerario dal titolo “Libertà va cercando ch’è si cara” con il sottotitolo “Vigilando redimere”. Ero interessato soprattutto all’incontro - che si sarebbe svolto nel padiglione più grande: il D7- di presentazione della Mostra.



Relatori di grande importanza

I relatori erano il ministro della Giustizia, l’on. Angelino Alfano, il Capo del Dipartimento di Amministazione Penitenziaria (DAP), il dott. Franco Ionta e il Magistrato di Sorveglianza di Padova il dott. Giovanni Maria Pavarin. Fungeva da moderatore il dott. Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. L’incontro è stato preceduto da un video internazionale sulla condizione carceraria e dalla testimonianza di due detenuti.

Il Magistrato di sorveglianza di Padova, il dott. Giovanni Maria Pavarin, ha dato inizio all’incontro, citando la frase di S. Agostino riportata in un pannello della mostra che recita così: “Il giudice persegua i peccati, non i peccatori.”



Reprimere il reato e correggere il colpevole

Il dott. Giovanni Maria Pavarin, si è sicuramente dimostrato convinto che tutti i presenti all’incontro ( l’auditorium era pieno fin all’inverosimile) erano d’accordo sull’affermazione di Sant’Agostino. Però ha aggiunto “quando succede qualche crimine efferato vai a dire alle vittime di quel crimine che dobbiamo correggere, trasformare, il colpevole! In quel momento - ha continuato il Magistrato -, “tutti esigono dalle autorità competenti la certezza della pena, l’effettività della pena. Eppure… la certezza della pena non assicura lo stroncamento della recidiva”. Il dott. Giovanni Maria Pavarin a questo punto ha citato l’art. 27 comma 3 della Costituzione che prevede che la pena comminata al colpevole non sia contraria al senso di umanità e serva per la rieducazione del condannato: entra in gioco il cosiddetto “trattamento”! Il detenuto deve essere aiutato a cambiare! “Lo Stato è il padrone del carcere, per questo deve proporre modelli socialmente validi. Lo Stato per primo deve osservare la legalità, ha aggiunto Pavarin, assicurando gli standards minimi dei diritti dei detenuti, così come sono stati proclamati dall’ONU.”

Rifacendosi poi alle testimonianze dei due detenuti ha affermato che “le persone possono cambiare quando si sentono amate, quando incontrano persone positive che danno loro fiducia che li aiutano nel cammino di riabilitazione.”. Ha ricordato infine, quasi a conferma di quanto detto precedentemente, che i dati universalmente riconosciuti, “dimostrano che per coloro che scontano la pena in carcere dal primo giorno fino all’ultimo la recidiva è del 70%, mentre per coloro che vengono aiutati con il trattamento e i benefici della Legge Gozzini, la recidiva scende al 20%.”.



La chiave di volta è “L’impegno”

Il Dott. Ionta, Capo del DAP, ha messo in evidenza che senza l’impegno chiaro, deciso, verificabile del detenuto, non ci può essere vero trattamento e vera riabilitazione per nessuno. In altre parole lo “Stato deve fare la sua parte” ma “niente può sostituire l’impegno serio del detenuto per la sua effettiva riabilitazione”



Mai più bambini in carcere!

L’uditorio molto silenzioso fino a quel momento si è fatto particolarmente attento quando a prendere la parola è stato il Ministro della Giustizia l’on. Angelino Alfano.

Fin dalle prime parole si è capito che il Ministro era pienamente cosciente della grande missione che gli era stata affidata, della responsabilità grande che aveva nei confronti dei cittadini che esigono una giustizia che funzioni, che sia celere, che sia soprattutto giusta!

Tralasciando i dati preparati dal suo staff, il ministro ha fatto ricorso alla sua esperienza personale: “ Ero stato altre volte come parlamentare nelle carceri, ma sapendo di dover partecipare oggi a questo incontro essendo investito della funzione di Ministro della Giustizia, il giorno prima delle vacanze ho deciso di visitare il Carcere di Regina Coeli. Sono entrato nelle celle, ho parlato con i detenuti dando loro del lei, a un certo punto a tutti i detenuti che ho incontrato ho fatto questa domanda: Cosa ha fatto per essere in questo luogo? A questa domanda tutti i detenuti hanno prima abbassato gli occhi, che erano stati precedentemente sempre fissi nei miei, poi li hanno rialzati e si sono di nuovo incrociati con i miei. In quell’abbassarsi e rialzarsi dei loro occhi ho visto una mortificazione e, contemporaneamente, un segno di riscatto!

C’è speranza per i detenuti? – ha continuato il Ministro – C’e una strada alternativa tra il giustizialismo e il ‘farla franca’ ? Dietro ogni detenuto c’è un reato, c’è una vittima. Può il Trattamento significare dimenticare le vittime? Eppure può esistere una giustizia senza misericordia? Ma ancora: cosa sarebbe una misericordia senza giustizia? Uno dei compiti più importanti dello Stato è dare sicurezza ai cittadini, ma deve anche dare una mano a redimere i detenuti: n[size=24]on ci si salva da soli, ci vuole una compagnia! Dobbiamo indurre, vorrei dire quasi “costringere” il detenuto a tirar fuori il meglio di sé! Questo discorso vale solo per quelli che vogliono veramente redimersi. Per coloro che per scelta si rifiutano di cambiare non c’è trattamento perché sono essi stessi che si sottraggono ad esso.

Il Ministro ha quindi elencato alcune delle cose che non funzionano nel “Sistema Carcere”:

- -“migliaia di persone che entrano in carcere e ci restano per pochi giorni creando un disagio notevole a tutto il sistema.

- il 70% di detenuti che sono in attesa di giudizio e che quindi sono presunti innocenti.

- una giustizia lenta per cui un processo si sa quando inizia ma non si sa quando finisce.

- bambini in carcere insieme con le madri.



L’on. Alfano ha quindi esemplificato enunciando alcune delle cose che vorrebbe fare per rendere più umano il carcere:

- L’uso del braccialetto elettronico per coloro che hanno commesso dei reati lievi e che non sono socialmente pericolosi.

- Rimandare ai paesi d’origine 4300 detenuti extracomunitari che devono scontare pene inferiori a due anni.

- Grande agenzia di collocamento nelle carceri per insegnare un lavoro ai detenuti: il lavoro è un grande fattore di riabilitazione.

- Da quando sono diventato ministro della Giustizia un grido si è levato e permane dentro di me: Mai più bambini in carcere! Le mamme detenute con bambini, saranno accolte in strutture adeguate.

In conclusione l’on. Alfano ha invitato tutte le forze politiche a dialogare sulla Riforma della Giustizia più che mai necessaria. “Noi faremo la Riforma della Giustizia” – ha affermato – e questa riforma rappresenterà un grande spartiacque tra coloro che vogliono che la Giustizia funzioni e coloro che vogliono lasciare le cose come sono!

Una decisione sulla riforma presa senza dialogo sarebbe come una dichiarazione di guerra unilaterale, ma un dialogo senza decisione si ridurrebbe a un semplice blaterare. I cittadini da un esecutivo si aspettano fatti non parole!
Don Bruno Oliviero

Purtroppo il messaggio è interroto a questo punto. cercherò di trovare il seguito.

Per la copia

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Messaggio di padre Bruno

Messaggio  Andrea il Dom Ago 17, 2008 4:51 am

Cari amici ecco l;ultimo messaggio di padre Bruno..
Un suggerimento: clickate su www.solidarity-mission.it (in fondo al testo)


Il Santo Padre ai giovani radunati a Sidney

Cari Amici,

il Santo Padre Benedetto XVI, a Sidney per la giornata mondiale della Gioventù, ha dato ai giovani, venuti da tutto il mondo, un grande mandato:
"Costruite una nuova era i cui l'amore non sia avido ed egoista, ma puro, fedele e sinceramente libero , aperto agli altri, rispettoso della loro dignità, un amore che promuova il loro bene e irradi gioia e bellezza..."

Cari amici, le parole del Papa sono davvero una luce per tutti e non solo per i giovani. La purezza, infatti, è la sorgente della solidarietà. La solidarietà a sua volta, conferma la purezza del cuore.

Vi sarei grato se aveste un pò di tempo per leggere la newsletter e comunicarmi le vostre preziose riflessioni.

http://www.solidarity-mission.it/nl_luglio_2008.htm#newsletter

Dio vi benedica!



Don Bruno Oliviero - Cappellano del Carcere di Poggioreale - Napoli -

www.solidarity-mission.it

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