"VA' E RIPARA LA MIA CHIESA!"

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Re: "VA' E RIPARA LA MIA CHIESA!"

Messaggio  Andrea il Gio Apr 09, 2009 3:56 pm

Anch' io sentro proprio il bisogno di ringraziare Francesco per questo suo ultimo messaggio!
E vorrei, a questo punto riferirmi al paragrafo dove ci dice:

Avete fatto caso che quando si parla della morte di qualche persona cara, si sente dire: almeno non ha sofferto molto...oppure: ha fatto una buona morte, non ha sofferto... quasi mai si dice: è morto pregando!... Come ha fatto Francesco... Come è morto Gesù?... E i due ladroni??...

La nostra umana natura cerca sempre il "non soffrire", il "non correre rischi", il "non avere dispiaceri", e, sopratutto per il momento della morte, vuole che tutto sia calmo, liscio, e chiudere semplicemente gli occhi! Invece... una morte con una sofferenza offerta al Signore, oppure, come dice anche Francesco, "pregando" che differenza avrebbe quando ci presenteremo davanti a Lui! Davanti al "terribile altare della nostra salvezza" (innologia bizantina)! In quel momento che nono e` un trauqrdo, ma un grnade inizio: l' inizio della vita eterna!

Pace e bene

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Re: "VA' E RIPARA LA MIA CHIESA!"

Messaggio  chiarotta91 il Gio Apr 09, 2009 2:25 pm

Grazie a chi ha postato queste preziose riflessioni con le quali si può meditare la passione di Cristo, offerta generosa fatta a tutti gli uomini
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Le cinque Quaresime di san Francesco

Messaggio  Francesco il Mer Apr 08, 2009 10:52 pm

Le cinque quaresime di san Francesco

Nel suo anelito di conformarsi a Cristo, allo scopo di riviverne i misteri distribuiti nel corso dell’anno liturgico. - “dall’Incarnazione e dalla Natività fino all’Ascensione, al giorno di Pentecoste e all’attesa della beata speranza
del ritorno del Signore” –

San Francesco non si contenta di attuare la quaresima cosiddetta “grande” o della Redenzione,
in preparazione alla Pasqua; neppure si arrestò alla quaresima di avvento o dell’Incarnazione,
in preparazione al Natale; ma con lo stesso impegno e lo stesso metodo, volle farne altre tre.

E tutte le passava in digiuni e preghiere, appartato dal mondo, da solo a solo con Dio,
in un anelito di continua conversione.

La Quaresima grande: Consacrata dalla santa madre Chiesa, che va dalle ceneri alla settimana santa.

La Quaresima dell’avvento: che va dalla festa di Ognissanti alla vigilia della Natività del Signore.
Solo queste due erano obbligatorie anche per i suoi frati.

La Quaresima dell’Epifania o Benedetta, con questa quaresima, san Francesco intendeva fare un collegamento tra il tempo di Natale e quello di Pasqua, aveva intuito che il Natale e la Pasqua sono strettamente legati l’uno all’altro, e rappresentano come i due poli dell’unico mistero di salvezza.

La Quaresima di San Michele: questa quaresima è tutta propria del contemplativo Serafico: non l’ha imposta e nemmeno consigliata ai suoi frati; l’ha pretesa solo da se stesso. La iniziava il giorno dell’Assunta, e la terminava nel giorno della festa di San Michele arcangelo.

La Quaresima della festa degli apostoli Pietro e Paolo all’Assunta, è l’ultima attuata da questo fortissimo atleta di Cristo. Iniziava nel giorno della festa degli apostoli Pietro e Paolo, esprimeva l’esigenza di comunione con la sacra gerarchia, soprattutto con il papa, segno dell’unità e della universalità della Chiesa, e della particolare devozione per Maria, madre e figura della Chiesa.

Salgono così a cinque le quaresime attuate da Francesco durante l’anno: il che vuol dire che circa duecento giorni li passava ogni anno in solitudine, pregando e mortificandosi; appartato dagli uomini, solo con Dio. Impiegando così due terzi del suo tempo nella contemplazione e alla preghiera, e solo un terzo nell’azione, in circa venti anni ha cambiato la faccia al mondo.

I tempi liturgici della Chiesa, come l’Avvento, le feste di Natale, la Quaresima, le feste pasquali, sono momenti privilegiati del ritorno a Dio, quando riconosciamo che tutto è vano fuori dal contesto religioso e che solo Cristo da’ un senso, e un significato alla nostra vita personale.

Siamo vicinissimi alla santa Pasqua, all’inizio di questo cammino quaresimale, il giorno delle ceneri, ci è stato detto: “Convertiti e credi al Vangelo”... E’ importante verificare: quale cammino di conversione abbiamo fatto?
Quanto abbiamo creduto e meditato il Vangelo?

Credo che ciascuno di noi, come Francesco, in questa quaresima, sicuramente abbia percorso un po’ di mondo, un po’ di deserto, verso la terra promessa, meditando e piangendo la passione di nostro Signore, un pianto silenzioso che sgorga dal profondo del cuore, di un cuore che si converte, di un cuore pentito.. come quello di Pietro, dopo aver tradito il Signore, un pianto che è si, di dolore per la passione e morte di Gesù, ma anche di gioia, di stupore e di meraviglia per la sua resurrezione.

Proprio domenica scorsa, festa delle Palme, abbiamo cantato: Osanna, Osanna, al Figlio di Davide!
Ma anche ogni volta che si celebra la s. Messa, nel cuore della stessa, ripetiamo Osanna...Osanna!
Ci siamo mai chiesti: perché gridiamo Osanna? = (Salvaci)...Se è solo abitudine, lo spirito dorme!
Perché ho bisogno di salvarmi?... Se non mi riconosco in pericolo, ammalato, peccatore?...

Da che cosa devo essere salvato? Se non ho fede, se non ho nessuna speranza, se non credo in Dio?
Gesù non è venuto a liberarci dalla sofferenza e dalla morte!... E’ vento a prometterci una vita nuova...,
ad aiutarci ad accettare e superare questa..., è venuto si a liberarci, ma dal peccato, dal ‘maligno’,
e dalla seconda morte..., (direbbe S. Francesco).

Avete fatto caso che quando si parla della morte di qualche persona cara, si sente dire: almeno non ha sofferto molto...oppure: ha fatto una buona morte, non ha sofferto... quasi mai si dice: è morto pregando!... Come ha fatto Francesco... Come è morto Gesù?... E i due ladroni??...

Secondo me, mettersi in discussione vuol dire anche verificare quotidianamente quali sono i nostri abituali atteggiamenti
nei confronti dei fratelli, e verificare quali sono quelli che prevalgono: difesa, rivalità, dominio, aggressività…, oppure,
gioia, accettazione, tenerezza, condivisione, collaborazione…?.) Perché sono convinto che sono proprio queste piccole,
ma positive attenzioni… che segnano la nostra conversione!
Buon Triduo Pasquale!

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"Va' e ripara la mia Chiesa"

Messaggio  Francesco il Mar Apr 07, 2009 6:22 pm

Terzo passo:
Nell’abito nuovo.
Sequela di Cristo come gioia e bellezza


Francesco, dopo aver ascoltato e compreso il messaggio che lo invitava ad essere compartecipe
della missione di Gesù, ha compiuto un’ulterore scelta radicale. Dopo la spoliazione reale,
ma anche fortemente simbolica avvenuta in Assisi, si è messo alla totale sequela di Cristo.
“Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Mc. 10, 21).

Fidatosi di queste parole, Francesco ha sperimentato la veridicità della promessa gioiosa già sulla terra,
provando quel sentimento di libertà e di ebbrezza, proprio di chi è sciolto da ogni condizionamento.
E’ gioia autentica quando ci si scopre sensibili alle meraviglie del creato come mai si
era stati,
e di conseguenza innamorati del Creatore e di ogni creatura uscita dalle sue mani.
Il Cantico di frate Sole è il cantico della bellezza, dell’armonia e dell’amore,
che fa percepire fratelli e sorelle tutte le cose concepite da Dio: perfino la morte.

“La bellezza salverà il mondo”, ha detto Dostoevskij con felice quanto incontestabile intuizione,
perché la pace e la sapienza della bellezza sconfiggono tutte le disarmonie.
Ma noi, chi seguiamo e chi abbiamo seguito? Chi sono i maestri della nostra vita?
Possediamo e dimostriamo la letizia che dovrebbe essere propria del cristiano?

Quali filosofie o teorie hanno avviluppato il nostro pensiero e il nostro cuore tanto da impedirci
di guardare il mondo che ci circonda riconoscendovi le meraviglie del Creatore,
ma anzi ci hanno spinto a rapportarci ad esse con l’indifferenza, o con la logica della violenza e del profitto
come ne fossimo spietati padroni e non avveduti custodi e privilegiati compagni nella creazione? (Gen. 2, 15).

Quarto passo:
Punto di riferimento nel cammino terreno:
la Chiesa di Cristo


all’inizio del suo cammino di conversione, Francesco non si è fidato di se stesso,
e pur salvaguardando sempre la dimensione individuale del suo percorso spirituale,
ha cercato una guida e l’ha trovata prima nel Vescovo di Assisi e poi verosimilmente
nel Vescovo di Gubbio, anche se le fonti non ne danno chiara notizia.

Infatti il Vescovo rappresentava la Chiesa, la comunità che Gesù ha lasciato sulla terra
come proprio prolungamento nel tempo per continuare la sua opera sino alla fine dei giorni.
Era una Chiesa da riformare, come era stato adombrato nelle parole del Crocefisso di San Damiano:
era composta di uomini peccatori e fragili, ma depositari di verità e dispensatori di salvezza.

Anche oggi, come in passato, gli uomini di Chiesa, che sono povere creature,
con alcuni loro atteggiamenti umani possono sembrare talvolta custodi di un tesoro in vasi di creta.
I vasi possono sgretolarsi; ma il tesoro rimane.

Francesco infatti non si è fermato alla fragilità umana della Chiesa, contestandola
come hanno fatto alcuni suoi contemporanei e come anche noi spesso facciamo,
catturati da ciò che appare immediatamente, senza scorgere il dono inestimabile che ha da farci.
Egli invece ha saputo andare oltre la scorza, ha ricercato e sollecitato una Chiesa evangelica,
intento a quell’eredità preziosa che solo lei possiede: “madre e maestra”
come la definì Giovanni XXIII nell’enciclica del 15 maggio 1961.

Grazie al talento profetico proprio dei Santi, Francesco può considerarsi un precursore del
Concilio Vaticano II per la sollecitazione e la messa in pratica dello spirito missionario
(“va’”, aveva detto al Crocefisso), e per la valorizzazione delle risorse dei laici.
Nasce infatti da questa coscienza di appartenenza alla comunità ecclesiale
l’Ordine Francescano Secolare.

Noi, popolo sacerdotale (presbiteri e laici), sappiamo riconoscere e armonizzare,
anche in noi stessi, i carismi basilari della Chiesa? Sappiamo andare oltre le apparenze,
talvolta deludenti, ed evitare superficiali generalizzazioni puntando invece verso il suo nucleo vitale?
Sappiamo ricondurci al modello della Chiesa evangelica ed esserne parte attiva?
Se ci riuscissimo, scopriremmo anche in noi il carisma della profezia.

Quinto passo:
Gli ultimi come maestri


Francesco, con i suoi gesti eclatanti e le sue scelte per molti incomprensibili, non aveva tuttavia
agito in modo disavveduto nel suo cammino di conversione.
A San Damiano aveva ascoltato la voce del Crocefisso; a Gubbio aveva seguito l’esempio
di quella Chiesa, mettendosi a servire i lebbrosi.

Con questa umile opera, che gli ha permesso un reale e drammatico incontro con Gesù, egli rivela,
insieme alla conferma della sua conversione, un chiaro orientamento in campo sociale…
“devono essere lieti quando vivono con persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli,
tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada”…
Francesco diceva dei suoi confratelli (Regola non bollata, cap. 9).

Non si trattava di una condivisione soltanto ideale, ma di vita, proprio come aveva fatto Gesù,
da imitare con la più assoluta fedeltà e duttilità del corpo e dello spirito.
Sono proprio i poveri e i diseredati, che insegnandoci a seguire l’umiltà e la povertà di Cristo,
divengono nostri maestri. Ci permettono infatti, di unirci completamente a Lui e ci trasmettono.
quella disposizione all’amore e quella povertà di spirito che è propria della beatitudine.

Ecco allora come la Parola che la Chiesa annuncia diviene Parola di vita,
in grado di indicare i sentieri sicuri per raggiungere la meta del Regno di Dio:
sia a chi è già “ultimo”, sia a chi vi si fa.

E noi, sappiamo immedesimarci nelle condizioni difficili del nostro prossimo cercando
di sostenerlo concretamente lungo la sua disagevole strada?
Sappiamo rinunciare ai condizionamenti sociali per svolgere umili mansioni di servizio?
Sappiamo riconoscere negli “ultimi” l’immagine di Cristo e abbiamo il coraggio
Di seguirlo e di conquistare la povertà spirituale?

Sesto passo:
Amore e preghiera: la forza del seguace


Francesco è stato chiamato anche “uomo fatto preghiera”, perché in lui la preghiera era consustanziale
ad ogni momento della vita, era respiro. Prima di essere parole sulle labbra, era palpito che scaturiva
da un cuore che aveva accolto Gesù, l’Amore incarnato del Padre.
La preghiera di Francesco era esuberanza d’amore, che nasceva sì da una predisposizione particolare
del suo spirito, ma che si era anche formata nella ricerca della perfezione.

Per la conquista della vera preghiera, come per le altre imitazioni, il modello di Francesco è stato Gesù Cristo,
che come nessuno sapeva rivolgersi al Padre nella piena confidenza e nel totale abbandono
ritirandosi in luoghi solitari, ma che anche insegnava il Padre Nostro in mezzo al popolo;
esortava a chiudersi nella propria stanza per colloquiare a tu per tu con Dio,
ma diceva anche che dove vi erano due o più riuniti in preghiera, là era Lui.

Francesco, imitatore di Cristo e maestro di preghiera per i suoi confratelli, come testimoniano le fonti,
viveva dunque tanto La dimensione individuale che quella comunitaria della preghiera.
Come il suo modello, anche Francesco si riferiva spesso alle espressioni dei Salmi e dei Profeti,
riconoscendovi le proprie realtà spirituali e trovandovi risposte e consolazioni.
Ma preghiera è ogni azione, ogni fatica, ogni gioia, ogni pensiero, ogni dolore, se vissuti sullo sfondo interiore
della presenza di Dio. Tutto può diventare dunque, come per Francesco, “preghiera del cuore”: vera,
unica forza per poter vivere il Vangelo.

E noi, che cosa possiamo dire della nostra preghiera?
Siamo rimasti alle preghiere della prima comunione e della cresima, alla “recita” delle preghiere comuni
senza magari neanche averle comprese in profondità o c’è stato un cammino di maturazione
che ci ha portato a scoprire una compagnia, una presenza che ci segue ad ogni passo dell’esistenza?
Avvertiamo l’esigenza di pregare solo per esprimere a Dio la nostra gratitudine e il nostro amore,
o la nostra preghiera si limita a continue richieste?
Siamo capaci di una preghiera personalizzata che testimonia il nostro intimo rapporto con Dio?

Settimo passo:
Pace del cuore e bene comune


Il saluto di Francesco era “Pace e bene”, perché egli era un uomo di pace.
La donava a tutti perché la possedeva nel suo cuore.
La pace interiore non è una pace egoistica, chiusa in se stessa, da conseguirsi cercando l’esaudimento
dei desideri, emarginando le contraddizioni. E’ invece frutto della conversione, è accettazione delle proprie fragilità,
è serena e intima persuasione in qualsiasi circostanza, che deriva dal completo affidamento: un dono di Dio,
che non si può trasmettere se non si possiede.

Francesco, uomo di preghiera, non poteva essere che uomo di pace: con Dio, con se stesso, con i fratelli
e con tutto il creato. L’episodio della fratellanza con il lupo di Gubbio è figura di questa dimensione spirituale
individuale, che ha le sue ripercussioni nella sfera sociale.

Oggi si parla di pace soprattutto in riferimento alla turbinosa situazione internazionale, ma si sottovaluta
l’importanza delle sue premesse: la pace interiore e, per quanto riguarda l’Europa,
la memoria delle sue radici cristiane e quindi necessariamente di pace, memoria particolarmente
raccomandata in modo articolato nella Ecclesia in Europa da Giovanni Paolo II.

In occasione di questo ideale ritorno di Francesco nella nostra città, chiedo di aiutarci vicendevolmente
a riportare la pace e l’unità nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nelle istituzioni, nella società tutta,
diventando anche noi operatori di pace.

Carissimi, vi consegno queste riflessioni invitandovi a percorrere questi sette passi dietro a Francesco
per verificare il nostro stato di conversione, e così poter sperimentare e diffondere anche noi
la gioia e la pace che nasce dal seguire il Signore Gesù.
(+ Mario Ceccobelli vescovo di Gubbio).
Gubbio, 11 novembre 2006

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"VA' E RIPARA LA MIA CHIESA!"

Messaggio  Francesco il Mar Apr 07, 2009 6:19 pm

Carissimi amici, penso di fare cosa buona riportando qui, su questo spazio francescano,
la seguente bellissima riflessione sul Santo della pace! È di qualche anno fa, ma,
certamente, non ha perso il suo valore…, e sono sicuro che servirà a farci conoscere
un po’ di più il nostro Serafico fondatore, e soprattutto ci aiuterà a vivere più intensamente,
questi pochi giorni che ci separano dalla Santa Pasqua di risurrezione!

“Va’ e ripara la mia Chiesa!...”

Il 30 settembre scorso, nella chiesa di san Francesco in Gubbio,
con una solenne concelebrazione presieduta dall’arcivescovo Gianfranco Agostino,
OFM Conv., Segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e la Società
di Vita Apostolica, è iniziato per noi un anno speciale, che si concluderà il 7 ottobre 2007.
Insieme alla varie famiglie francescane presenti nella nostra città, ricorderemo l’ottavo
centenario della venuta a Gubbio di San Francesco d’Assisi.

Il giovane figlio di Pietro Bernardone, dopo aver cercato gloria e piaceri nelle realtà mondane,
e dopo aver sperimentato la durezza delle carceri perugine a seguito della battaglia di Collestrada
(a. 1202), fu raggiunto dalla voce del Signore: un richiamo che si faceva sempre più chiaro e lo
esortava alla sequela di Cristo.

Il progetto di vita di Francesco, tutto improntato alla “forma del Santo Vangelo”,
si inseriva con spiccata originalità in quell’ampio e tumultuoso processo di “riforma ecclesiale”,
innescato da Gregorio VII e già variamente operante in campo monastico, canonicale e laicale.
Il laborioso inveramento del carisma francescano fu prontamente recepito e avallato dal vescovo di Assisi,
Guido II, come attestano, da sponde diverse, le più autorevoli fonti francescane.

A Gubbio, dopo il drammatico “esodo” dalla città natale, diventatagli improvvisamente ostile,
Francesco, ormai esule dalla patria e tutto proteso all’inseguimento di una “divina ispirazione”,
trovò inizialmente la cordiale ospitalità di una facoltosa mercantile, poi identificata dalla tradizione
locale nella famiglia degli Spadalonga.

Per una felice circostanza della storia, sedeva allora, sulla cattedra di sant’Ubaldo, il beato Villano,
cresciuto alla scuola avellanita di san Pier Damiani ed eletto vescovo di Gubbio il 26 novembre 1206 da Innocenzo III,
lo stesso papa che concederà la prima approvazione alla Regola o propositum vitae di san Francesco.
Le fonti francescane non fanno menzione alcuna di un incontro diretto tra il beato Villano e il Santo,
allora in veste di anonimo “uomo della penitenza evangelica”. La tradizione camaldolese attribuisce però proprio
al beato Villano (+1239/40) il merito di aver voluto e favorito il primo insediamento storico della famiglia minoritica
nei pressi dell’antichissima chiesa suburbana di Santa Maria delle Vittorie, non molto distante dal lebbrosario
di San Lazzaro, dove Francesco esercitò la sua opera assistenziale e umanitaria.

La stessa tradizione vorrebbe anche il beato Villano presente, unitamente a sette vescovi umbri, tra i quali san Rinaldo,
vescovo di Nocera Umbra, alla solenne promulgazione, in Assisi (a. 1219), della celebre Indulgenza della Porziuncola
(o “Perdono di Assisi”).
Sulla scia di questa tradizione, peraltro assai attendibile, è lecito ipotizzare che fu proprio a Gubbio che san Francesco,
“nuovo evangelista”, come lo acclamava il proto-biografo fra Tommaso da Celano, potè meglio ascoltare i vibranti
aneliti di una Chiesa, che si era posta coraggiosamente in uno stato di conversione e di riforma morale.

A Gubbio, nel servizio ai lebbrosi, che Francesco chiamava semplicemente “fratelli cristiani”, egli sperimentò il vangelo
della misericordia (facere misericordiam), seguendo peraltro il tracciato già indicato da sant’Ubaldo, secondo cui non
poteva esistere una chiesa senza un ospedale annesso. Sempre a Gubbio, Francesco potè annunciare
– exemplo magis quam verbo – anche il vangelo del dialogo, del perdono e della pacificazione, esemplato nel gesto dell’ammansimento del lupo famoso (e di tutti gli uomini/lupi la cui storia, altamente emblematica,
fu poi immortalata in tutto il mondo dalla candida prosa dei Fioretti cap. XXI).
Per la nostra Chiesa eugubina, fare memoria della venuta di san Francesco a ottocento anni di distanza significa
mettersi di fronte a un serio esame di coscienza. E’ possibile, in un contesto culturale totalmente diverso,
seguire, passo dopo passo, il suo cammino?

Proviamo a segnalare una mappa.

Primo passo
Mettersi in discussione


Francesco ha avuto il coraggio di mettersi in discussione,
di guardare la sua vita quale era stata fino allora e valutare ciò che era buono,
ciò che poteva darle senso; di chiedersi se veramente poteva considerarsi soddisfatto
e che cosa avrebbe potuto assicurargli la felicità.
Anche per noi può essere questo il primo passo: interrogarsi,
indagare sulla nostra storia, affrontando anche la rievocazione
delle cose che abbiamo rimosso dalla coscienza.
E’ proprio vero che le scelte che abbiamo fatto o che stiamo facendo sono le migliori?
Che i valori sui quali abbiamo riposto la nostra fiducia e per i quali spendiamo
tante energie sono proprio quelli che ci appagano?
Le nostre idee, le nostre appartenenze sono quelle giuste?
Siamo schiavi di esse o siamo così liberi e schietti da accettare di verificarle
e di avere magari anche il coraggio di cambiarle?
Sappiamo sfuggire alla trappola dell’indifferenza?

Secondo passo:
Ascoltare e rispondere


Francesco, completamente svuotato da ogni sovrastruttura dopo la crisi della sua identità,
si è rivolto a Dio con la preghiera personale, quella più autentica che scaturisce nella solitudine
e nel silenzio interiore. Davanti a un’immagine del Crocefisso si è posto in ascolto
e ha sentito una voce che lo ha reso attento, curioso, operativo, pronto a rispondere
fiducioso e persuaso, anche con la santa ingenuità che prelude le ascese.

Ha iniziato a “riparare la Chiesa” come gli era stato chiesto: e fu quell’edificio materiale,
la chiesetta di San Damiano, che egli si affannò a ricostruire in quel primo momento.
Ma più avanti capirà che la chiesa da riparare era quella costituita da pietre vive, dai battezzati.
Era la comunità cristiana, dal successore di Pietro fino all’ultimo dei fedeli,
che doveva e poteva essere restaurata soltanto permettendo a tutti di scorgere dal vivo,
cioè nella propria carne, il Vangelo di Gesù,
dimostrando così che la sua parola era ancora vera e capace di dare significato alla vita.

E noi, sappiamo metterci in condizione di ascolto?
O meglio, sappiamo “ascoltare”, oggi, in questa cosiddetta “civiltà dell’immagine” e della vita frenetica?
Siamo pronti a seguire, o almeno a considerare gli impulsi che percepiamo giusti, e forse scomodi,
che si affacciano alla nostra coscienza? (inser. 22/01/07). (Segue)...

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Re: "VA' E RIPARA LA MIA CHIESA!"

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